L’ironia, il sarcasmo e l’impegno civile di Galeano

aprile 14, 2015

Quando se ne va un amico che ti ha aiutato a capire il segreto di una professione, del vivere con degli ideali o ti ha regalato il piacere della sua parola, come mi è successo con Eduardo Galeano, viene difficile trovare le parole adatte per raccontarlo. Tutto suona banale.

Eduardo era, fino a ieri, e da anni, il saggista più acuto e onesto nell’illustrare il fascino del continente dove era nato e cresciuto, ma anche il narratore più sarcastico delle esagerazioni che l’attuale mondo isterico ci sbatte ogni mattino in faccia, sia in America Latina che in tutto il mondo.

Così ora mi commuove pensare all’attualità dei suoi ironici discorsi, proprio in questi giorni, in cui sono state spese tante parole stonate, dopo l’incontro storico fra Obama e Raul Castro che dovrebbe chiudere finalmente un’assurda “guerra fredda” non dichiarata fra l’America Latina e gli Stati Uniti d’America, una “guerra fredda” succeduta alla sua fine ufficiale nell’autunno dell’89 e che costringe ora Obama a mettere da parte per un po’ l’ingerenza nordamericana nel continente latino.

Galeano, qualche anno fa, polemizzando con Mario Vargas Llosa per la sua accusa alla maggior parte degli scrittori latinoamericani di essere troppo condiscendenti verso la rivoluzione cubana, è stato franco fino al sarcasmo: “Vargas Llosa vede sorprendentemente l’America Latina come se fosse un viaggiatore nato in una contea inglese e non nel Perù del sottosviluppo e degli orrori. Amo molto Mario, uno dei più grandi scrittori viventi, per questo mi dispiace stia facendo una specie di gara con il Nobel Octavio Paz, per vedere chi corre più a destra”. E poi, entrando nella contesa: “Io sono stato spesso critico con Cuba, ma lo faccio con amore e rispetto, non con odio e rancore, come sembra succedere a molti che, in altri tempi, si atteggiavano a rivoluzionari, e oggi vogliono cancellare ogni traccia del proprio passato a costo di ignorare che, se in questo continente la metà della gente vive sotto la soglia della povertà, è il libero mercato, quello che ora chiamiamo il neoliberismo, a fallire miseramente ancora prima del socialismo”.

Certo Eduardo non le mandava a dire e per questo sono orgoglioso di aver lavorato 10 anni con lui per fare uscire 7 delle sue opere, in Italia, dove era stato pubblicato, fino a quel momento, solo la trilogia di “Memorie del fuoco”.

Nel 1971 quando apparve il suo libro “Le vene aperte dell’America Latina”, fu per molti una vera e propria folgorazione, tanto che Heinrich Boll, scrittore tedesco Premio Nobel per la Letteratura 1972, disse: “Negli ultimi anni ho letto poche cose che mi abbiano commosso così tanto”.

Galeano, in un libro vangelo di un continente allora di moda, aveva inventato, a trentun anni, un metodo per raccontare la storia partendo apparentemente dalla piccola quotidianità.

Un reportage, un saggio, una pittura murale, un’opera di artigianato mirabile, terminato di scrivere in esilio, lontano dal suo Uruguay, dopo che aveva dovuto lasciare il suo paese e poi l’Argentina per sfuggire alla ferocia di quelle dittature.

Le vene aperte, proposto per primo dalla Feltrinelli e poi tradotto in 18 lingue, ha avuto oltre 100 edizioni, solo in spagnolo. È un’opera tuttora di straordinaria attualità che denuncia, analizza e spiega attraverso episodi apparentemente senza importanza e riferimenti storici, spesso trascurati, il processo di spoliazione del continente latinoamericano, prima da parte dei conquistadores, poi delle potenze coloniali e infine degli Stati Uniti.

Forse è per questa incisività che nel 2009, al summit delle Americhe, a Trinidad e Tobago, l’ex Presidente venezuelano Hugo Chávez non poté fare a meno di regalare a Barack Obama questo libro vangelo di un continente dicendogli, con la solita ironia: “Presidente, se vuoi capire qualcosa di America Latina, leggiti questo libro”.

Abbiamo il dubbio che il Presidente nordamericano non abbia avuto il tempo di consultarlo se i rapporti con Cuba, il Venezuela e l’America Latina hanno dovuto aspettare altri 6 anni per diventare una speranza.

I ricordi di un’amicizia sono tanti. Una volta ci ritrovammo a Buenos Aires per un omaggio alla memoria di Osvaldo Soriano. C’era anche la vedova Catherine Brucher. Tutti eravamo emozionati e per la prima volta anche il severo Eduardo che aveva un senso dell’amicizia fortissimo.

Come tutti i latinoamericani adorava il calcio tanto che non obiettò nulla quando io gli dissi che, la casa editrice, avrebbe fatto uscire “Le vene aperte dell’America Latina” in concomitanza a “El fútbol a sol y sombra” (tradotto in Italia con il titolo “Splendori e miserie del gioco del calcio”). “Sarà un successo” disse ed ebbe ragione.

Una volta si accorse che c’era una partita di Coppa Italia all’Olimpico, Roma – Inter, semifinale. Mi chiese di andare con lui allo stadio. Ci avevano consigliato di uscire 5 minuti prima per evitare l’ingorgo. La Roma vinse 2 a 1, ma dovetti penare molto per trascinarlo via una manciata di secondi prima della fine.

Aveva anche il culto dell’impegno civile. Lui così schivo nella vita accettò una volta di partecipare con altri intellettuali al controllo delle elezioni in Venezuela, stravinte da Chávez, e si arrabbiò molto quando lesse cosa raccontavano i ridicoli cronisti del mondo occidentale, pur smentiti nel loro tentativo di svalutare le elezioni. Tanto il conteggio del gruppo d’intellettuali, quanto quello della fondazione Jimmy Carter, ex Presidente degli Stati Uniti, avevano concordato, infatti, nell’assoluta correttezza delle votazioni, ma l’opposizione a Chávez non voleva sentir ragioni.

Amava la nuova America Latina progressista e nelle sue note non lo nascondeva, come non nascondeva la simpatia per il Subcomandante Marcos e l’EZLN (esercito zapatista di liberazione nazionale) da cui andò un paio di volte.

Minà - foto ModenaHa scritto di lui Isabel Allende nel prologo all’ennesima edizione di “Le vene aperte dell’America Latina” (pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer): “Galeano ha percorso l’America Latina ascoltando anche la voce dei reietti oltre che quella di leader e intellettuali. Ha vissuto con indios, contadini, guerriglieri, soldati, artisti e fuorilegge; ha parlato a presidenti, tiranni, martiri, preti, eroi, banditi, madri disperate e pazienti prostitute. Ha patito le febbri tropicali, ha conosciuto la giungla ed è sopravvissuto anche a un grave infarto. È stato perseguitato sia da regimi repressivi, sia da terroristi fanatici. Ha combattuto le dittature militari e tutte le forme di brutalità e sfruttamento correndo rischi impensabili in difesa dei diritti umani. Non ho mai incontrato nessuno che abbia una conoscenza di prima mano dell’America Latina pari alla sua, che adopera per raccontare al mondo i sogni e le disillusioni, le speranze e gli insuccessi della sua gente”. Ci mancherà molto.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.