La storia della rivista Latinoamerica

IMPEGNO E PRESENZA

CUBANA, n. 0,  luglio 1979

 

Su Cuba –forse bisognerebbe dire pro e contro Cuba, se si tiene conto dell’intera superficie del dibattito e delle prese di posizione acritiche, ufficiose e ufficiali, predominanti nell’emisfero americano nei primi quindici anno dopo la Rivoluzione- si è scritto molto, anzi moltissimo. Ora, questa rivista nasce in Italia in un periodo di rimozione dei miti, da un’esigenza di approfondimento e di studio. Il 1979 è insieme il ventesimo anniversario del rivolgimento castrista –un evento di eccezionale portata- e, forse, un anno di svolta per l’Europa.

Dunque, un consapevole confronto al livello delle grandi correnti ideali che si agitano nel mondo contemporaneo e lo modellano: la presenza di Cuba è qualcosa di consolidato nella nostra cultura italiana e europea. Ma Cuba è anche un crocevia sempre vivo, fra le due Americhe, l’Europa e l’Africa che si presta a una quantità di mediazioni e riflessioni. A oltre un decennio dalla scomparsa del Che, la rivoluzione cubana sta battendo le vie di nuove, inedite istituzioni, quelle del “Poder Popular”; non si tratta peraltro di una “istituzionalizzazione” del partito rivoluzionario su precedenti modelli vicini o lontani, ma di un approccio originale al socialismo che merita di essere seguito con particolare attenzione.

Parlare e discutere della realtà cubana, oggi, analizzarla per il possibile nei suoi molteplici aspetti, nelle sue radici, nelle sue tendenze in atto, nelle sue prospettive significa, in primo luogo, non ignorare i suoi tratti peculiari e soffermare lo sguardo su quel contesto storico, sociale, letterario, umano –il contesto del Caribe e dell’America Latina, così complesso e articolato- che da noi, di solito soffre di tante semplificazioni, amplificazioni e mutilazioni. Il primo compito della nostra pubblicazione è dunque d’ordine documentario, nel senso che si tratta di informare  ma esso non potrà essere disgiunto in ogni momento, ad ogni passaggio, dal confronto fra diverse opinioni, da un coerente impegno di ricerca e di analisi. Il metodo, insomma, vuol essere problematico e, alla lunga, sistematico, pur nella varietà degli argomenti affrontati.

La via scelta da Cuba è aspra e difficile. Nasce dalla collocazione geografica e storica dell’isola, dal suo confrontarsi col sottosviluppo del subcontinente e di tutta una parte del mondo, nonché col peso incombente di una realtà come quella del grande e potente “vicino del Nord”. Questa via ha tutta la nostra comprensione e richiede un ulteriore sforzo di approfondimento critico. Cuba vive e respira sull’Atlantico, all’incontro fra diverse civiltà; nel suo passato e nel suo presente non c’è solo un elemento di cultura “europea”, ma c’è anche una componente afroamericana,  il cui recupero, forse, non è dissimile dal recente recupero di strati più o meno profondi di una cultura nazionale indoamericana in più di un paese dell’America centrale e meridionale.

Queste, le premesse lontane di un discorso, italiano e europeo, che non comincia da oggi, e delle cui difficoltà ci dichiariamo consapevoli. Un discorso che non si appiglia ad alcuna pregiudiziale, che tiene anzi conto del fatto che tutta una generazione è passata attraverso la stima e l’entusiasmo –non certo ingiustificati- per i grandi eventi cubani degli anni Sessanta, fino al 1968 e oltre. Questo primo quaderno di Cubana preannunzia una tematica, una problematica che non si limita al nuovo volto politico e istituzionale di Cuba, che attinge alla critica letteraria, all’analisi sociologica e antropologica, allo studio dell’economia e cerca di guardare, in definitiva, a un orizzonte che va, a nostro avviso, molto al di là del ristretto perimetro cubano.

Su questo punto convergiamo con i nostri amici cubani: Cuba non è un’ “isola” e il confronto con il passato, con il suo presente e avvenire è essenziale alle dimensioni del nostro tempo, della nostra politica, della nostra cultura. A queste premesse la rivista cercherà di rispondere; il compito, ripetiamo, on sarà agevole, ma potrà essere in qualche modo atteso e superato se non verrà a mancare, attorno ad esso, un impegno collettivo, un vivo vitale contributo comune e civile di tutte le forze della cultura italiana su Cuba e per Cuba, presenza –per quanto possibile- cubana, del Caribe e dell’America Latina nel nostro cammino, nell’informazione e nell’elaborazione.

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La rivista Latinoamerica è nata nel 1979 a Roma, in una riunione nei locali dell’Anpi, l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, da una idea di Bruna Gobbi, sostenuta dal professor Enzo Santarelli, docente all’Università di Urbino. Era un’idea che nasceva anche per opporsi al disinteresse che il Pci sembrava mostrare allora verso gli aneliti e le sconfitte di quell’area geopolitica. Il numero zero, ormai leggendario e con un altro titolo nella testata, Cubana, uscì nel luglio del ’79, ma solo a giugno dell’80 cominciarono le pubblicazioni che dovevano essere trimestrali. In realtà furono sempre quadrimestrali, con uno dei tre numeri in confezione doppia.
Tra i fondatori, oltre ad Alessandra Riccio che ormai dirige la rivista da tempo, c’erano Vanni Blengino, Nicola Bottiglieri, Luisa Cortese, Giorgio Oldrini e Dario Puccini. La prima direttrice fu la generosa Gabriella Lapasini, saggista e traduttrice, una persona che dedicò tutta sé stessa, anche quando il suo lavoro di giornalista era molto precario. Gli altri fondatori erano in maggioranza di provenienza universitaria ed è per questo che nel corso degli anni la redazione è andata cambiando o diversificandosi. Alla morte di Gabriella Lapasini, Alessandra Riccio ha continuato nella sua stessa linea, sostenuta dalla vera anima della rivista, Bruna Gobbi, che materialmente la confezionava, la pagava e la distribuiva. Al suo fianco, lucidissimo e coraggioso punto di riferimento intellettuale, il professor Enzo Santarelli.

Enzo Santarelli

Latinoamerica ha riunito così studiosi, osservatori, commentatori, testimoni intorno al progetto -come ha sottolineato Alessandra Riccio- di parlare in Italia di un’area di mondo che in un libro di Minà è stato definito “un continente desaparecido”.

Proprio per vincere un olvido che rischiava di far sparire l’America Latina dall’informazione italiana e spesso anche da quella europea, gli appassionati fondatori hanno deciso fin dall’inizio di parlare di quelle terre, di quelle culture, di quelle esperienze politiche senza superficialità, con grande rispetto e con tutta la competenza possibile, cercando da una parte di incentivare gli studi italiani su quel continente e dall’altra, di offrire punti di vista, bibliografie, analisi, denunce provenienti direttamente da quella che Che Guevara definiva nuestra grande America.

Così Cubana, poi diventata Latinoamerica è stato un luogo di lavoro disinteressato e generoso, di stima e di amicizia che ha ricompensato chi, in più di trent’anni, si è impegnato solo per gli ideali e per non fermare uno dei pochi circuiti di contro-informazione su un mondo che ora rappresenta chiaramente, con l’Africa, la cattiva coscienza dei 29 paesi che comandano l’attuale economia globalizzata. Le difficoltà che sempre di più l’editoria propone agli idealisti, hanno suggerito infine a Bruna Gobbi, recentemente, dopo alcune esperienze precarie, di passare la mano, una volta terminato il numero 71, dedicato quasi interamente alla lunga e sofferta storia della restituzione del canale alla Repubblica di Panama.

Alessandra Riccio

L’impegno di Alessandra Riccio e di alcuni dei suoi allievi all’Istituto Universitario Orientale di Napoli, ha permesso poi l’uscita del numero 72, di aprile- maggio 2000, il “numero della speranza”, un fascicolo che conteneva articoli ed estratti di tesi di laurea, compilate negli ultimi anni in alcune università italiane. “Sono il frutto -come aveva scritto Alessandra Riccio- della passione di giovani che hanno scelto l’America Latina come tema della loro dissertazione, ma sono anche il risultato dell’attenzione con cui sono stati seguiti dai loro professori, alcuni dei quali hanno fatto parte della redazione della nuova serie di Latinoamerica.

E’ giusto riconoscere che Latinoamerica, in più di trent’anni, ha cercato di trovare una via di mezzo fra il rigore e la rigidità della rivista accademica e la semplificazione (o la superficialità) della divulgazione, pensando ad un lettore non specialista, ma animato dal desiderio di conoscere. Un lettore che poteva anche essere giovane o giovanissimo, come molti studenti universitari per i quali la rivista ha rappresentato un utile e a volte indispensabile strumento di verifica e di confronto per i loro lavori di tesi e di specializzazione.

Il nuovo corso di Latinoamerica (il cui editore, la G.M.E. Produzioni Srl, ha trasformato in trimestrale e ha donato una  nuova veste grafica, generoso omaggio di Piergiorgio Maoloni, autore del disegno de la Repubblica e di tante altre prestigiose testate) mantenendo la stessa consistenza di pagine è rispettoso di questa storia e di queste scelte, ma ha cercato e continua a cercare di caratterizzarsi ancor di più sull’attualità scritta dai pensatori e dagli uomini di cultura più prestigiosi del continente, Sepúlveda, Gelman, Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Chavarría, Retamar, Miguel Bonasso, Rolo Diez, Ernesto Sabato, Frei Betto, Rigoberta Menchú. Quelli insomma che sono ancora convinti non sia una professione da stupidi rifiutare l’immagine di un continente ineluttabilmente condannato alla miseria e alla sconfitta e quindi pronti a ribellarsi con le loro denunce e le loro analisi, ai modelli economici e alle impostazioni sociali che, molto spregiudicatamente il mondo che conta, quello del Nord, quello occidentale, si ostina a proporre, anzi ad imporre all’America Latina e a tutto il Sud del mondo.

Latinoamerica, proseguendo nel solco del suo ventennale cammino e continua ad occuparsi, con varie scansioni, del continente a Sud degli Stati Uniti, ma amplierà il suo panorama anche ad altri Sud del mondo annientati, come per esempio l’Africa, economicamente e socialmente dal mercato neoliberale e dalla globalizzazione. Si avvale della collaborazione di alcune delle firme più prestigiose dell’attuale letteratura latinoamericana: Luis Sepúlveda, Eduardo Galeano, Paco Ignacio Taibo II, Daniel Chavarria, Santiago Gamboa, Frei Betto, Rigoberta Menchú, Isabel Allende, Dante Liano e anche di scrittori europei come Manuel Vázquez Montalban, Giulio Girardi, Antonio Tabucchi, Pino Cacucci ed altri che ben conoscono l’universo latinoamericano. Queste analisi e riflessioni riguardano anche realtà drammatiche come quelle africane con la collaborazione di saggisti, studiosi e viaggiatori, ma anche di missionari come Alex Zanotelli, comboniano, che vive in questo momento in prima persona la tragedia umana di Ruanda Burundi e di quello che era il Congo belga.

Gianni Minà

Latinoamerica e tutti i Sud del mondo, nella nuova serie iniziata ad agosto del 2000, che ha Gianni Minà come direttore editoriale e Alessandra Riccio come direttore responsabile, propone un volume diviso in cinque sezioni. Oltre all’attualità trattata dai protagonisti del pensiero e della letteratura del continente e oltre all’analisi di terre e popolazioni sofferenti, misere, ma tuttora tese ad un orgoglioso riscatto, la rivista dà spazio anche alla nuova letteratura, a quell’inesauribile vena di narratori, saggisti e poeti che continuano a conquistare il mondo e, nello stesso tempo, si occupa con attenzione dei tanti movimenti artistici che stanno proiettando a sorpresa, il continente latinoamericano come il protagonista della comunicazione e dell’arte dei nostri giorni. Quasi una rivincita morale e culturale su un mercato che invece mortifica un’umanità così creativa.

La rivista è in vendita on line, dal n. 93 nel negozio www.gmeshop.it, nelle librerie Feltrinelli e in tutte le librerie indipendenti.