Guatemala: il genocidio di 200.000 indios sarà finalmente riconosciuto? La mia testimonianza sui massacri in Guatemala *

giugno 19, 2013

Si parla poco del Guatemala nei media internazionali. Invece, il 10 maggio una notizia ha fatto molto rumore: cosa inattesa ed eccezionale, un tribunale civile del Guatemala presieduto dalla giudice Jazmín Barrios, ha condannato il generale Ríos Montt, ex presidente della Repubblica (1982 -1983) a 80 anni di prigione di cui 50 per genocidio. Ma poco dopo, il 22 maggio, la Corte Costituzionale del Guatemala ha annullato la sentenza per vizio di forma. Il processo deve essere rivisto in appello. Così non si parla più del Guatemala.
Penso che sia utile fare un pò di chiarezza su questo bello e sfortunato paese.
Le forze armate e il mondo degli affari, soprattutto i grandi “finqueros” produttori di caffé hanno sempre agito di comune accordo per “liberare” il Guatemala dalla “minaccia comunista”. Per 36 anni (1960-1996) il Guatemala ha vissuto una lunga guerra civile che è costata 200.000 morti e ha prodotto l’esilio in Messico di 450.000 persone. Più del 90% di queste vittime civili sono una questione delle forze armate o di gruppi paramilitari, poiché la guerriglia non ha mai praticato l’eliminazione fisica dei dirigenti indios che gli si opponevano, salvo in un caso riconosciuto (“El Aguacate”, 22 morti) e che si è verificato a causa della disobbedienza di un capo locale della guerriglia e per dei problemi di comunicazione con lo stato maggiore del suo gruppo. Adesso l’estrema destra richiede che se l’esercito è accusato di genocidio lo sia anche la guerriglia!
Fra il 1994 e il 1996 sono stati firmati ad Oslo, Stoccolma, Madrid e Città del Messico, dodici accordi di pace fra il governo guatemalteco e l’ URNG che rappresentava le diverse componenti della guerriglia. Riproducendo lo schema degli accordi di pace in Salvador firmati in Messico nel 1991, la guerriglia ha accettato di deporre le armi e di reintegrarsi alla vita pubblica del paese partecipando alle elezioni locali e nazionali, in cambio di uno stop alla violenza e alla repressione orchestrata dal potere pubblico, dall’esercito e dall’oligarchia. Sulla carta questi accordi sembrano esemplari. Ma ben presto si è visto che la struttura socioeconomica del paese non era cambiata e che il sistema politico guatemalteco, pur se ritornato a delle norme “democratiche” nel 1986, continuava ad essere controllato dalle Forze Armate e dai gruppi del settore privato più reazionari che non avevano la minima intenzione di integrare la popolazione indigena alla società guatemalteca. Tanti morti e tanta violenza per questo risultato?
Il processo al Generale Ríos Montt ha scatenato le forze più oscurantiste del paese che denunciano “la farsa del genocidio, complotto comunista appoggiato dalla chiesa cattolica”. Ma è di pubblica notorietà che Ríos Montt è un pericoloso illuminato, membro attivo di una setta evangelista che ha come missione quella di salvare l’Occidente. I massacri ordinati da lui, dai suoi predecessori e successori hanno un sapore di purificazione etnica. Le minacce di morte contro dei vecchi dirigenti politici dell’opposizione e della guerriglia sono ricominciati. Si è costituita una “Fondazione contro il terrorismo” che accusa apertamente sul suo sito Internet, http://fundacioncontraelterrorismo2013.blogspot.mx/, coloro che hanno appoggiato il processo, di costituire una minaccia per il paese. Fra le personalità minacciate si trova Rigoberta Menchú, Premio Nobel per la Pace, che porta avanti molte azioni a favore dei popoli indigeni. Giustamente le persone di nuovo chiamate in causa da questa Fondazione, temono la riapparizione degli squadroni della morte e la violenza politica, come se in questi 17 anni in Guatemala non fosse successo niente.
Il Guatemala è il paese dell’America Centrale dove la popolazione indigena è più numerosa. Popolata da 15.5 milioni di abitanti, il gruppo maya rappresenta più della metà della popolazione (circa 8 milioni di persone). Molti indios maya si sono “ladinizzati”, cioè hanno abbandonato i loro villaggi per andare ad accrescere la popolazione urbana oppure sono emigrati negli Stati Uniti. Molti hanno rinunciato all’uso della propria lingua (esistono 22 lingue riconosciute nel gruppo maya) e a portare il costume tradizionale.
La popolazione maya cerca adesso di sopravvivere degnamente, in sicurezza, di integrarsi al mondo moderno e ad essere riconosciuta per le sue diversità. Ma vuole anche che siano riconosciute le proprie sofferenze e che siano identificati e condannati coloro che hanno messo in pratica un genocidio attentamente pianificato per eliminare fisicamente tutto un gruppo etnico in nome della difesa dell’Occidente.
Io ho vissuto e lavorato in Guatemala dal 1977 al 1979, come Primo segretario dell’Ambasciata di Francia. Essendo arrivato un anno dopo il terremoto del 1976, ho visto come le Forze Armate sotto la presidenza del Generale Kjell Laugerud García avevano approfittato di questa catastrofe naturale per cominciare il loro lavoro di controllo della popolazione maya-quiché e l’eliminazione fisica dei leader sociali che si impicciavano troppo della ricostruzione delle loro comunità nei villaggi. Ma è con il Generale Romeo Lucas García, eletto presidente nel 1978, che l’orrore ha preso un’altra dimensione. Le forze armate, consigliate da esperti statunitensi e israeliani, hanno messo in opera un programma di integrazione forzata degli indios (creazione di “villaggi strategici” già sperimentati in Vietnam dagli statunitensi) e di eliminazione fisica dei dirigenti che sfuggivano al loro controllo. L’esercito è intervenuto direttamente in queste azioni o in stretta collaborazione con gruppi paramilitari, sostenuti dai grandi proprietari del paese e da una parte del settore privato. E’ così che sono state create le PAC (Pattuglie di Autodifesa Civile) in cui sono stati arruolati a forza molti indios per fare il “lavoro sporco” per conto dell’oligarchia e dei militari al potere. Nello stesso tempo si sviluppavano e strutturavano i movimenti di guerriglia (EGP, ORPA, FAR raggruppate nell’URNG) che reclutavano anche nei villaggi maya, ma erano soprattutto diretti da intellettuali “ladinos” della capitale. La popolazione s’è trovata coinvolta, partecipando suo malgrado alla sua stessa distruzione.
Durante la mia permanenza in Guatemala, sono dovuto andare ad aiutare, insieme a mia moglie Guadalupe, degli indios mam del villaggio di Todos los Santos nella Sierra de los Cuchumatanes, al nord del Quiché, che volevano semplicemente costruire un piccolo museo per raccogliervi le vestigia archeologiche molto numerose che scoprivano lavorando la terra. Pensavano che fosse importante creare una coscienza collettiva della cultura maya. Todos los Santos è molto conosciuto per la sua festa dei morti il 1° novembre. Per questo un piccolo gruppo di persone è venuto nella capitale a cercare appoggi. Si è rivolto alla Alliance Française che ha deciso di aiutarli (in particolare Jeanine, la moglie del Direttore, con l’aiuto di qualche collega dell’ambasciata), particolarmente al momento del loro arrivo nella capitale (alloggiamento, aiuto finanziario, contatti). E’ così che, insieme a Guadalupe, ho fatto la conoscenza di uno dei responsabili del progetto di cui non dirò il nome, visto il contesto attuale, e siamo diventati amici. Emigrato negli Stati Uniti, ha ancora dei parenti a Todos los Santos. Un semplice contadino, ma di acuta intelligenza, voleva far qualcosa anche per il progresso sociale del suo villaggio, per esempio istallando una fonte di acqua potabile. Per lui il progetto del museo era un punto di partenza per mobilitare la popolazione e mettere fine a secoli di umiliazione. Ma la sua attività, che noi qualificheremmo oggi come “civile”, risultava altamente sospetta agli occhi dei militari. Con simili idee non poteva essere altro che un comunista o uno vicino alla guerriglia! Nel 1982, quando avevo lasciato il Guatemala, questo amico mi ha contattato dagli Stati Uniti per raccontarmi la sua triste avventura. Il Generale Benedicto Lucas, comandante militare della regione nord, fratello del vecchio presidente (ex allievo della Scuola di Guerra in Francia e ammiratore delle azioni “muscolari” dell’esercito francese in Algeria) era andato personalmente a Todos los Santos per mettere a punto un piano di eliminazione di “tutti i comunisti”. Poco dopo il suo passaggio, l’esercito si è istallato nel villaggio, ha cominciato a massacrare una parte della popolazione e a bruciare case e raccolti. Il mio amico, avvisato da amici che l’esercito lo stava cercando è fuggito con la famiglia e dopo varie peripezie è potuto arrivare negli Stati Uniti, in Tennessee, accolto dalla comunità mohawk. Lì ha saputo che una parte della sua famiglia era stata massacrata, che la sua casa era stata bruciata e che non sarebbe più potuto tornare in Guatemala. Sono rimasto in contatto epistolare con lui per qualche tempo. Ha sofferto per il suo esilio negli Stati Uniti, brutalmente opposto ad una società radicalmente diversa da quella del suo villaggio di Todos los Santos. I suoi figli si sono americanizzati e non torneranno probabilmente mai in Guatemala. La lettera che mi ha scritto il 14 aprile 1982 è patetica e illustra perfettamente la maniera in cui è stata condotta la politica genocida di tutto un popolo.
Il 31 gennaio 1980, poco dopo la mia partenza dal Guatemala c’è stato lo spaventoso massacro dell’Ambasciata di Spagna, dove il mio collega e amico Jaime Ruiz del Arbol, Primo segretario e console è morto bruciato vivo. Un gruppo di contadini disarmati era penetrato nell’Ambasciata di Spagna per denunciare le esazioni dell’esercito nei villaggi del Quiché. Con l’assenso del suo governo, l’ambasciatore spagnolo Máximo Cajal y López aveva accettato di ricevere il gruppo e di ascoltarlo. Il Generale Lucas, uomo brutale e intellettualmente molto limitato, furioso e non al corrente delle norme, soprattutto dell’inviolabilità d’un’Ambasciata, ha deciso di dare una lezione a “tutti quei comunisti”: ha dato l’ordine alla polizia nazionale guatemalteca di “liberare” l’ambasciata senza l’accordo del governo spagnolo. La polizia ha utilizzato delle granate al fosforo bianco provocando un gigantesco incendio. 37 persone sono morte in questa tragedia (fra cui Vicente Menchú, il padre di Rigoberta), sia dentro l’ambasciata che assassinati il giorno dopo negli ospedali dove venivano soccorsi. Che accanimento sanguinario! L’Ambasciatore seriamente ustionato è stato salvato per miracolo saltando dalla finestra e ricevendo la protezione del corpo diplomatico. Il giorno dopo ha ricevuto un messaggio: “morte al comunista Cajal!”.
Nel 1991, mentre lavoravo in Messico, sono andato a visitare i campi di rifugiati guatemaltechi istallati in Chiapas, lungo la frontiera Messico-Guatemala. La Comunità Europea, che offriva un aiuto finanziario, richiedeva un rapporto sul campo. Il Messico ha fatto quel che ha potuto per accogliere sul suo territorio questa massa umana (450.000 persone suddivise in vari “campi” in Chiapas e in Yucatan). Ma queste regioni del Messico presentano una popolazione india numerosa, anch’essa povera ed emarginata (è in Chiapas che ha avuto luogo nel gennaio 1994 l’insurrezione zapatista, quando il mondo intero ha scoperto la figura straordinaria del sub comandante Marcos). Le autorità messicane non potevano fare per questi ospiti ingombranti più di quanto hanno fatto peri i loro abitanti. Questi rifugiati vivevano miseramente ma in sicurezza. Eppure, la loro presenza in territorio messicano ha provocato diverse frizioni con le popolazioni locali. Poco a poco hanno lasciato il Messico dopo la firma degli accordi di pace, chi per ritornare nei loro villaggi d’origine, chi per andare negli Stati Uniti, ed erano quelli che avevano perduto tutto e temevano per la loro vita.
Ecco la testimonianza personale che volevo rendere a proposito del processo al generale Ríos Montt. E’ difficile, dopo aver conosciuto queste tragedie umane, non richiedere che il genocidio guatemalteco sia effettivamente riconosciuto dalla giustizia e che siano identificati i responsabili e condannati per le loro azioni. Ma le resistenze al ristabilimento della verità storica sono forti. E l’attuale presidente del Guatemala, democraticamente eletto, altri non è che il generale Otto Pérez Molina, che all’epoca dei fatti era capitano (El capitán Tito) incaricato di mettere in pratica l’eliminazione della popolazione india nei villaggi ixil al nord del Quiché (Nebaj, Chajul, Cotzal). Ed è anche il fondatore dei “kabiles”, una forza d’urto addestrata alle pratiche più brutali, come lo sventramento delle donne incinta o il massacro di bambini davanti ai loro genitori.
La mia permanenza in Guatemala è stata una sorpresa e un’anomalia nella mia carriera: io ero destinato a “servire” in Europa. Nell’ambiente diplomatico c’è tutta una gerarchia di ambasciate: le grandi, le medie, le piccole. Io ho cominciato la mia carriera a Mosca nel 1973, come attaché d’ambasciata, in piena guerra fredda. Si trattava di una “grande” ambasciata. Lasciando Mosca nel 1977, l’ambasciatore mi ha detto, sotto gli stucchi dorati della favolosa Residenza (il palazzo Igoumonov, un piccolo palazzo da mille e una notte):
“Caro Pierre, lei sta andando in Guatemala. Ma che cavolo ci va a fare in quel paese che nessuno conosce? Io le ho proposto di aiutarla ad avere un buon posto in una grande ambasciata europea, ma lei non ha accettato. L’ha voluto lei, buona fortuna!
“Signor Ambasciatore, gli ho risposto, la ringrazio dell’aiuto. Mosca è stata per me un’esperienza insostituibile. Ma io credo che bisogna anche conoscere il resto del mondo fuori dall’Europa e capire le conseguenze del conflitto est-ovest in periferia. Parto per il Guatemala.”
E non me ne sono mai pentito. L’esperienza è stata dura sul piano umano ma mi ha aiutato a capire come i conflitti silenziosi, come quello del Guatemala, basato su rivalità fra superpotenze, hanno provocato vittime civili innocenti. Ormai il mondo bipolare è scomparso, l’Occidente ha trionfato, la “minaccia comunista” è stata sostituita da una lotta senza limiti contro il terrorismo, “minaccia globale” dai contorni volutamente fluidi, e la situazione di popoli interi, marginali e repressi, non è molto cambiata.

* Pierre Charasse è un diplomatico francese in pensione di grande esperienza. Sulla base delle sue esperienza ha aperto un blog di politica internazionale (www.latourdebabelwordpress.com).


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