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“Chi sono oggi gli scrittori italiani più importanti?” mi domandò Pedro Jorge Vera subito dopo che ci eravamo conosciuti, all'inizio degli anni Novanta. Preso alla sprovvista, esitai. Sapevo che Pedro Jorge apprezzava molto le opere di Cassola, di Moravia, di Pasolini, di Calvino, ma sapevo anche che a quei nomi la sua conoscenza si era fermata. Allora mi misi a scartabellare il più velocemente possibile nella memoria i nomi di scrittori italiani contemporanei, e altrettanto velocemente li scartai uno a uno, fino a che azzardai con Tabucchi. Ma il suo scuotimento di testa mi fece capire che ignorava l'esistenza dello scrittore pisano. Poi, in extremis, provai con Consolo. La sua fronte aggrottata mi disse che quel nome per lui era un carneade. Così rinunciai.
Avevo conosciuto Pedro Jorge attraverso la sua compagna, Eugenia Viteri. Nel 1990 avevo acquistato in una libreria di Quito la seconda edizione della sua “Antologia di base del racconto ecuadoriano”, che cominciai a leggere in aereo. Al mio rientro in Italia scrissi una lettera a Eugenia Viteri per chiederle il permesso di poter tradurre i racconti di un paio di scrittori compresi nell'antologia, destinati a una rivista letteraria. Il consenso non tardò. E l'agosto successivo andai a farle visita.
L'appartamento quitegno di calle Ulpiano Páez dove Eugenia e Pedro Jorge mi ricevettero era piuttosto piccolo, arredato con mobili di legno massiccio, di una eleganza sobria e un po' all'antica. Ma le pareti del salotto dove la coppia riceveva gli amici erano letteralmente ricoperte di quadri e di fotografie sotto vetro che raccontavano momenti importanti della vita di Eugenia e Pedro Jorge. C'era la foto di Fidel Castro che salutava calorosamente Eugenia nel corso di una loro visita a Cuba nel 1985; c'era la foto di Pedro Jorge vicino a Mao durante un incontro di scrittori latinoamericani a Pechino nel 1960; c'era quella di Pedro Jorge insieme al poeta Nicolás Guillén; un'altra con Juan Rulfo; altre ancora con Ernesto Cardenal, con Regis Debray, con Kruscev a Mosca nel 1961. Le foto si alternavano ai quadri degli amici Oswaldo Guayasamín, Eduardo Kingman, Endara Crow, Oswaldo Viteri; insomma gran parte del Gotha pittorico ecuadoriano del Novecento era raccolto sulle pareti di quel salotto che allo sfarzo degli stucchi e degli ori aveva preferito le testimonianze della Storia.
Accendendosi l'ennesima sigaretta, Pedro Jorge mi parlò della sua amicizia con Gallegos Lara (fu lui che lo spinse a scrivere), l'autore di “Le croci sull'acqua” in cui racconta la strage dei lavoratori in sciopero compiuta dall'esercito il 15 novembre 1925 nelle strade di Guayaquil, la città portuale dove Pedro Jorge era nato nel 1914; della sua militanza nel Partito comunista ecuadoriano fino all'espulsione avvenuta nel 1936; del sodalizio intellettuale con Jorge Icaza, il più alto esponente della letteratura indigenista ecuadoriana; della sua opposizione alla politica populista del presidente e dittatore ecuadoriano Velasco Ibarra; della sua ammirazione per Eloy Alfaro, il leader della rivoluzione liberale del 1895 ucciso nel 1912, che modernizzò il paese dandogli un'impronta laica; del suo arresto da parte della giunta militare golpista il 12 luglio 1963 appena sbarcato all'areoporto di Quito di ritorno da un viaggio a Mosca; della successiva fuga a Santiago del Cile assieme alla prima moglie gravemente malata che nella capitale cilena morì pochi mesi dopo e dove conobbe la guayaquilegna Eugenia che sposò l'anno successivo, due anni prima della caduta della giunta militare e del suo rientro a Quito dall'Avana.
Di Pedro Jorge sono riuscito a tradurre e a pubblicare solo alcuni racconti su riviste. Varie volte nel corso degli anni Novanta ho proposto a case editrici che avevano una collana di scrittori latinoamericani i suoi romanzi, che vennero regolarmente rifiutati. Quello di Pedro Jorge non era il realismo magico che allora andava per la maggiore. I suoi romanzi, da “Gli animali puri” (1946) a “Questo mondo furioso” (1992), appartenevano alla corrente artistica del realismo sociale che l'industria culturale italiana aveva stabilito essere “fuori moda”, forse perché non le assicurava un sufficiente margine di profitto.
Pedro Jorge Vera è morto a Quito il 5 marzo 1999, poche settimane prima del suo grande amico e compagno di lotte politiche, il pittore Oswaldo Guayasamín.
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