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Un presidente della Repubblica in carica deve ricorrere a uno sciopero della fame per protesta contro l’ostruzionismo dell’opposizione che non vuole approvare la legge elettorale come stabilito dalla Costituzione. È il boliviano Evo Morales, un presidente di movimento che denuncia “la negligenza di un gruppo di parlamentari neoliberali” e dichiara che: “ci appelliamo alla coscienza dei parlamentari. Appelliamo all’approvazione della legge elettorale in difesa della democrazia”.
Il Parlamento boliviano è riunito ininterrottamente da mercoledì per discutere il progetto di legge elettorale che dovrà essere utilizzato nel prossimo dicembre, sul quale non si rompe un irriducibile boicottaggio dell’opposizione che cerca di fatto di minare le basi della nuova costituzione che stabilisce collegi indigeni (e quindi rappresentanza) e permette ai boliviani residenti all’estero di esercitare il loro diritto di voto.
Con il presidente boliviano sono entrati in sciopero della fame alcune decine di dirigenti di movimenti sociali, i principali dirigenti sindacali del paese, tra i quali Pedro Montes della Central Obrera Boliviana (COB) che ha dichiarato che tutti i lavoratori del paese sono in stato di allarme, e quelli della Coordinadora Nacional para el Cambio (CONALCAM) che chiedono al parlamento di approvare celermente la legge.
All’origine dello sciopero della fame c’è l’evasione da parte dell’opposizione dell’obbligo costituzionale di approvare la legge entro lo scorso 25 marzo, al compimento dei 60 giorni dall’approvazione della nuova costituzione, per bloccare il processo democratico che deve portare alle elezioni già stabilite per il prossimo 6 dicembre e che l’opposizione stessa non spera di poter vincere con metodi democratici.
L’opposizione, che però conserva la maggioranza in Senato, cerca quindi di torcere il braccio alla Costituzione in due modi, impedendo che i popoli indigeni riconosciuti dalla costituzione possano esprimere loro deputati al parlamento e proibendo il voto ai boliviani emigrati all’estero. In entrambi i casi si suppone che i deputati eletti dai popoli indigeni e dagli emigrati possano essere favorevoli all’attuale governo. Inoltre l’opposizione pretende che il governo rifaccia il censo elettorale la qual cosa, secondo il governo, obbligherebbe al rinvio delle elezioni.
Nelle ultime ore il braccio di ferro si è ulteriormente indurito. Da una parte vari parlamentari dell’opposizione hanno abbandonato la Camera rifiutando di proseguire la discussione, dall’altro il vice presidente della Repubblica Álvaro García Linera, che in Bolivia è anche presidente del Parlamento, li ha accusati di violare la Costituzione. Secondo indiscrezioni la situazione potrebbe sbloccarsi con una mediazione: la riduzione da 15 a 8 dei collegi indigeni e la revisione del 30% dei registri elettorali e non di tutti (come chiede l’opposizione) per poter mantenere la data delle elezioni al previsto 6 dicembre.
fonte www.gennarocarotenuto.it
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