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Padre Máximo è uno di quegli uomini imprescindibili che ha passato la vita in difesa dei contadini poveri, degli indigeni e dgli emarginati dello stato messicano del Guerrero. Dopo aver studiato per tre anni in seminario in Vaticano, nel 1964 fu assegnato alla diocesi di Acapulco, dove divenne rettore del locale seminario. Ma la sua tendenza a vedere criticamente la situazione lo rese inviso alle autorità ecclesiastiche e politiche della zona, che lo consideravano una “testa calda” capace solo di ospitare strane idee di restituzione delle terre alle comunità indigene e contadine, che erano state sottratte loro con la frode e la violenza. Per levarselo di torno, il vescovo lo mandò nell'est, nella Costa guerrerense. Lì nel 1967 venne ordinato sacerdote, lì apprese la lingua indigena del luogo, l'amuzgo, e lì continuavano a spadroneggiare cacicchi e proprietari terrieri, con i quali padre Máximo entrò subito in rotta di collisione organizzando una serie di lotte per il recupero della terra e il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei contadini.
Quando fu eletto governatore Rubén Figueroa del Pri, il partito che ha governato dispoticamente il Messico per quasi settantanni, questi si mise d'accordo con il vescovo di Acapulco per trasferire padre Máximo a ovest, nella città di Atoyac de Alvarez, sulla Costa Grande. La prima cosa che egli fece arrivando ad Atoyac fu di spostare la parrocchia dal centro cittadino alla periferia povera e degradata. Un'altra cosa che non andò a genio alle autorità ecclesiastiche fu la sua decisione di non far pagare i servizi religiosi forniti ai parrocchiani: Questa scelta non piacque nemmeno alle autorità statali, che incassavano l'Iva anche su battesimi e funerali. Risultato: minacce, isolamento, esclusioni, calunnie. E i suoi nemici presero a screditare il suo lavoro pastorale perché non si faceva pagare.
Il 28 giugno 1996, a un anno di distanza dall'eccidio compiuto dall'esercito messicano nella località guerrerense di Aguas Blancas dove vennero uccisi 17 contadini appartenenti all'Organizzazione contadina della Sierra del Sud, quando l'Epr (Esercito popolare rivoluzionario) si presentò pubblicamente nel luogo della commemorazione, padre Máximo andò a salutarlo. “Mi sono congratulato con loro. Per il nostro popolo non riesco a vedere altra soluzione... ci potrebbe essere, ma nessuno vuole trovarla”, ci disse padre Máximo alcuni anni dopo, quando il nostro gruppetto di osservatori internazionali fu suo ospite nei locali della canonica attigui alla chiesa. “Mi avevano chiesto di fare da intemerdiario tra la guerriglia e il governo”, seguitò a raccontarci padre Máximo. “Affinché il dialogo di pace potesse iniziare, erano state poste tre condizioni. La prima era l'allontanamento dell'esercito dal territorio. La seconda, la liberazione dei contadini arrestati senza prove. L'ultima, la costruzione di canali di irrigazione per migliorare la produzione agricola delle comunità. Quelli del governo hanno detto: va bene, siamo d'accordo, però non hanno fatto niente di concreto, si sono limitati a mandare i militari ad occupare le comunità”.
La pace per questo prete di terre dove i soldati danno ordine ai giudici, per dire con Neruda, è in primo luogo rispetto dei diritti degli altri, il che presuppone il riconoscimento e l'accoglienza dell'altro in quanto tale in una comunità di uguali. E ricorda la volta in cui le autorità avevano organizzato nella piazza principale una preghiera per la pace. “A un certo momento tutti si erano messi a invocare la pace, a implorarla. Allora ho detto: - No, io non voglio chiedere la pace. La pace non è un regalo, ma una conquista. E fino a quando verranno calpestati i diritti dei più poveri, non ci sarà pace in Guerrero”, aveva concluso padre Máximo.
Da tempo non ho notizie di padre Máximo. L'ultima volta che domandai di lui a un attivista dei diritti umani di Atoyac, questi mi rispose che era stato ricoverato in un ospedale di Città del Messico, per una cura agli occhi.
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