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Tra due candidati pessimi e scandali di corruzione a Panamá si vive in un’isola aliena al resto del continente. Quella conclusasi con le elezioni di domenica è stata una campagna senza contenuti né altro programma che aggrapparsi al Canale e così piena di scandali che qualcuno l’ha definito “all’italiana”. Ha vinto il milionario, in dollari già che il paese è e resterà dollarizzato, Ricardo Martinelli.
Chi ha perso è il partito centrista del presidente uscente Martín Torrijos e che nell’affanno di apparire rinnovato candidava una donna, Balbina Herrera, che nuova non era per niente. Nonostante i pochi che se ne siano interessati in Italia abbiano cercato di individuare un cambio di tendenza continentale con la destra che torna a vincere in America latina le differenze tra le due candidature, entrambe duramente neoliberali, sono così scarse che l’ipotesi più probabile è un governo unitario tra il partito di Martinelli e quello della Herrera pronto a salire sul carro del vincitore.
La proposta di Martinelli, 57 anni, padrone della principale catena di supermercati del paese e che si presenta neanche a dirlo come l’imprenditore uomo nuovo contro i politici di professione, è presto detta: gli introiti del Canale (vi continua a passare il 5% del commercio mondiale) permettono una tassazione piatta (la flat tax di thatcheriana memoria) senza differenziare tra ricchi e poveri che continuano ad essere il 30% della popolazione. Inoltre propone una generica lotta alla corruzione in un paese con l’economia più globalizzata del continente e dove la metà dei due milioni di elettori vive nella capitale e lavora nel Canale e in una delle 100 banche presenti nel paese. Infine, nonostante non vi fosse alcun candidato “chavista”, molta parte dei comizi erano dedicati ad un fantomatico “giù le mani venezuelane e cubane da Panamá”. A questo aggiunge la costruzione di una metropolitana nella capitale e pensioni per tutti gli anziani.
E la sinistra? I margini di cambiamento nel paese del Canale non sono grandi. Delusa, esclusa e settaria come in pochi posti al mondo, si era in parte riunita nell’interessante candidatura di un docente universitario, l’economista Juan Jované, ma la sua candidatura si è persa per strada. A Panamá dalla notte neoliberale non si è ancora cominciato a uscire.
fonte www.gennarocarotenuto.it
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