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A 48 anni d’età il presidente degli Stati Uniti Barack Obama viaggia per la prima volta alla scoperta di un’America latina che lo guarda tra la simpatia e lo scetticismo. Dal Messico viaggia oggi a Trinidad e Tobago dove parteciperà fino a domenica, tra altri 33 capi di stato suoi pari, al Vertice di un continente americano non più dipendente dal “consenso di Washington”. Il ritiro di alcune delle misure più crudeli contro Cuba e l’ammissione di responsabilità di Hillary Clinton ("per il 90%" ha detto) per la guerra civile del narcotraffico in Messico sono appena un piccolo passo per riequilibrare un secolo di relazioni diseguali che il presidente non ha probabilmente la forza di modificare.
Nell’eterno ciclo del bastone e la carota della maniera di gestire le relazioni con l’America latina, per gli Stati Uniti, un paese al punto più basso di credibilità in decenni, qualcuno si illude che stia per tornare il ciclo della carota. Carota come all’epoca del “buon vicinato” rooseveltiano e in quella, solo millantata, dell’ “Alleanza per il progresso” kennediana. Forse ne sapremo qualcosa di più nei prossimi tre giorni a Trinidad ma tutto lascia prevedere che nella migliore delle ipotesi quella di Obama sarà una carota particolarmente insipida con gli Stati Uniti travolti dalla crisi strutturale del neoliberismo che tuttavia non smettono di promuovere nel loro ex giardino di casa.
Barack Obama, che sicuramente terrà discorsi particolarmente emozionanti e tali da suscitare l’empatia dei media, con difficoltà potrà andare oltre le sue pur limitate buone intenzioni. Per esempio il vertice continua ad essere orfano di Cuba, esclusione che persiste per il volere dei soli Stati Uniti e nonostante il paese caraibico abbia ristabilito piene e spesso intensissime relazioni con tutto il Continente.
La “dichiarazione finale” inoltre, cucinata da settimane, è un documento, come afferma il governo venezuelano che non la voterà, “collocato al di fuori del tempo e dello spazio come se in questi ultimi anni non sia avvenuto niente di nuovo”. Spurgata dell’improponibile linguaggio del neoliberismo trionfante, ne conserva l’impianto, l’unico accettabile, nonostante i fallimenti e i crimini storici, per gli Stati Uniti (che altrimenti lanciano anatemi mediatici e politici se non la IV flotta o i sicari). Nel merito e nel metodo è un modello che è già stato sistematicamente rifiutato dai popoli del continente e da molti dei governi democraticamente eletti. Lo è stato per esempio sotterrando nel 2005 a Mar del Plata l’ALCA, l’Area di Libero Commercio delle Americhe, pretesa da George Bush per trasformare l’intero Continente in una maquiladora. Se i governi, anche quelli che hanno mantenuto relazioni buone o ottime con gli statunitensi sono freddi, l’attenzione dei popoli resta calda e anche a Trinidad, nella piccola capitale di Puerto España, i movimenti sociali saranno presenti con un controvertice.
Al di là del peso del fallimento storico del colonialismo nella sua forma neoliberale, Barack Obama, con il recente ritiro di alcune misure contro Cuba in merito alle rimesse e ai viaggi dei cubano-americani, ha dimostrato di avere il coraggio di superare l’ossessività anticubana e antilatinoamericana giunta al parossismo durante gli anni di George Bush. Il tempo dirà se saranno misure di facciata o solo un primo passo e soprattutto se gli Stati Uniti saranno mai all’altezza di accettare finalmente la piena indipendenza dell’isola.
Tuttavia l’agenda latinoamericana di Obama, e quindi quello che ai latinoamericani può riconoscere per riequilibrare le relazioni, resta debole e non solo perché questa non è una priorità nella sua agenda politica generale. Poco ha da offrire in termini di aiuti allo sviluppo per esempio e molto ha da scusarsi per le conseguenze della crisi finanziaria in atto. Inoltre, a volte anche per rispondere ai sindacati statunitensi che l’hanno eletto, è paradigmatico per esempio che il presidente statunitense sia obbligato a considerare (anche in questo caso almeno in parte coraggiosamente) i problemi gravissimi che coinvolgono Messico e Stati Uniti, il narcotraffico, la recessione strutturale dello stato messicano che ha condotto all’emigrazione di oramai un cittadino ogni otto, come fatti interni statunitensi e non questioni bilaterali.
Se le considerasse bilaterali dovrebbe trattare con i governanti messicani (e latinoamericani) e non semplicemente offrire soluzioni già impacchettate, come ha fatto nella tappa messicana del suo viaggio. Non essendo frutto di una negoziazione tra pari queste in genere restano al di sotto della decenza, come avviene per la politica migratoria. Ma soprattutto, ed è il dramma di Obama, se riconoscesse tali questioni come bilaterali, non avrebbe la forza per considerarle prioritarie nell’agenda interna statunitense. L’unica maniera per poter agire è mantenere una postura unilaterale figlia di una stagione politica fallimentare.
Su tutto vi è infine la pervicace volontà statunitense di continuare a imporre non solo il neoliberismo ma un neoliberismo sempre drogato e diseguale a favore del nord. Lo ha confermato giovedì di nuovo l’agenda messicana: gli Stati Uniti promuovono il libero mercato quando i loro prodotti devono attraversare la frontiera da Nord verso Sud ma continuano a mantenere restrizioni ai prodotti messicani che viaggiano in senso opposto. E questo è il libero mercato che, che lo voglia o no, Barack Obama è costretto a vendere a Trinidad e Tobago.
fonte http://www.gennarocarotenuto.it
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