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Il 2008 si chiude con un triste record negli Stati Uniti. La deportazione di 154.000 migranti messicani e centroamericani. E’ il 46% in più del 2007 e il 2009 potrebbe essere un anno tragico. Secondo alcune stime fino a tre milioni di messicani emigrati negli Stati Uniti, travolti dalla crisi del neoliberismo e dal fallimento del Trattato di libero commercio, potrebbero essere indotti a tornare a casa, senza sapere a far cosa.
Sono pubblici i dati dell’ICE, Servizio immigrazione e dogane degli Stati Uniti d’America per l’anno 2008 e fanno rabbrividire. Potrebbero riempire tre grandi stadi il numero di persone espulse con la forza dal paese ancora governato da George W Bush che ha sempre usato il rubinetto dell’immigrazione come strumento di controllo sociale.
Quando le cose vanno bene, l’immigrazione, soprattutto latina, è tollerata perché serve a calmierare il costo del lavoro con l’ingresso di mano d’opera precaria e spesso clandestina. Quando le cose vanno male si scatenano i Minutemen (versione hard texana delle ronde padane) e i migranti vengono gettati via come fazzoletti usati.
E quest’anno di fazzoletti usati ne sono stati smaltiti in quantità. Al primo posto stanno come sempre i messicani, con 82.000 lavoratori espulsi. Al secondo posto i guatemaltechi, con 26.000 espulsioni immediatamente seguiti dagli honduregni con 25.000. Quindi ci sono 17.000 migranti di El Salvador e via via gli altri paesi.
I numeri di quest’anno potrebbero però impallidire rispetto alle attese per il 2009. Fino ad un quarto di tutti gli immigrati messicani negli Stati Uniti, tre milioni di lavoratori su dodici milioni, potrebbero lasciare il paese confinante per tornare a casa come conseguenza della crisi economica.
Il Messico che con il Trattato di libero commercio del primo gennaio 1994 (il giorno della sollevazione zapatista) proclamava di entrare nel primo mondo, scopre definitivamente di essere stato usato dall’economia statunitense. Le conseguenze di quel trattato sono infatti colossali e tutte negative. Al primo posto c’è la distruzione dell’agricoltura del paese incapace di competere con quella iperassistita degli Stati Uniti. Questa ha causato lo svuotamento delle campagne messicane e l’immigrazione di massa di quasi un milione di messicani ogni anno ed è tra le concause dell’esplosione del narcotraffico che solo quest’anno ha causato oltre 5.000 morti.
L’economia messicana, legata mani e piedi a quella statunitense, addirittura l’84% dell’export messicano va negli Stati Uniti, è completamente ferma ed è quella che cresce meno di tutto il continente con una previsione di appena un +0.5% per il 2009. Il paradosso è che mentre nella passata campagna elettorale statunitense tutti i candidati, Obama, Clinton e in maniera diversa perfino McCain, erano per rivedere il NAFTA, l’unico difensore duro e puro di questo resta il presidente messicano Felipe Calderón.
Il Messico desolato dalla guerra civile strisciante del narcotraffico affronta l’inizio del 2009 temendo lo tsunami del ritorno dei migranti “USA e getta”. Nel silenzio della politica il Cardinale primate Norberto Rivera ha ritenuto necessario usare parole di speranza invitando a pensare che le conseguenze saranno meno catastrofiche di quello che si teme. Ma forse neanche lui riesce a crederci.
fonte www.gennarocarotenuto.it
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