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EL NEGRITO AVELLANEDA E ACTEAL

Alessandra Riccio
(21 agosto 2009)

Trentatrè sono gli anni di Cristo e sono anche gli anni che ci sono voluti per rendere giustizia alla memoria di Floreal Avellaneda, conosciuto come “el negrito”, sequestrato nell’aprile del 1976, torturato nella caserma di Campo de Mayo, quasi altrettanto tristemente famosa come la Esma (Escuela de Mecánica de la Armada) per il genocidio che lì è stato commesso durante gli anni della dittatura militare in Argentina (1976-1983). Il suo corpo è stato ritrovato nel maggio dello stesso anno con segni di tortura e di essere stato impalato, con le mani e i piedi legati, sulle coste dell’Uruguay, nelle acque scuro del Rio de la Plata.
El negrito era militante della gioventù comunista e aveva appena quattordici anni, quando la polizia ha fatto irruzione nella sua casa alla ricerca di suo padre. I sequestratori si sono accontentati di portar via la madre Iris Pereyra, che è riuscita a sopravvivere, e il giovane Floreal. Adesso i colpevoli sono stati condannati per delitti di “lesa umanità”: il generale Santiago Omar Rivero condannato all’ergastolo e venti altri suoi commilitoni a 25 anni di carcere.
Il generale Rivero era stato già condannato all’ergastolo da un tribunale italiano nel 2000 senza che ciò lo preoccupasse, dato che il suo Governo non ci pensava proprio a concedere l’estradizione e anzi, di fronte ad una condanna del 1985 aveva ricevuto il bel regalo di un indulto decretato dal Presidente Menem. Ma adesso dovrà davvero scontare la sua pena in una cella del Servizio Penitenziari Federale.
Trentatrè anni sono tanti, eppure bisogna ringraziare la Lega Argentina per i Diritti Umani, la Segreteria per i Diritti Umani della Nazione, ma soprattutto il grande movimento civile che in Argentina ha impedito che l’oblio cancellasse una delle pagine più terribili della storia dell’umanità.
Anche in Messico si fa strada una giustizia lenta: il 13 agosto la Suprema Corte di Giustizia della Nazione ha decretato la libertà immediata di una ventina di indigeni accusati di aver massacrato il 22 dicembre del 1997 quarantacinque indigeni, in prevalenza donne e bambini, ad Acteal. Di questa orrenda strage si è parlato a suo tempo per l’orrore suscitato dal massacro di una comunità raccolta in preghiera in quel villaggio del Chiapas. L’allora Presidente Zedillo e il Governatore della regione dovettero affrontare una tormenta politica e molte teste caddero ma alla fine venne montata una drammatica farsa per nascondere la verità e proteggere chi aveva osato massacrare con il machete o con le pallottole 14 bambine, 4 bambini, 4 donne incinta, altre 15 donne e 8 uomini tutti accusati di essere simpatizzanti dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, e cioè i gruppi paramilitari finanziati dal governo. Furono invece accusati 51 indigeni, 20 dei quali adesso sono stati messi in libertà, mentre gli altri li seguiranno non appena risolte le questioni burocratiche. La Corte non ha individuato i veri autori del crimine, ma ha escluso con certezza la colpevolezza degli indigeni.
Dodici anni in galera sono un’enormità e sapere che gli assassini sono in libertà fa rabbia, ma anche in questo caso bisogna rilevare la tenacia con cui la gente onesta persegue la giustizia. Ma gli undici coraggiosi giudici della Suprema Corte di Giustizia della Nazione potranno mai risolvere tutti quei casi che centinaia di giudici e di magistrati hanno ingarbugliato in tutto il Messico, un paese che batte numerosi record di violenza, di corruzione e di ingiustizia.