Il Numero in venditaIn questo numero:
Editoriale:
Gianni Minà
Le contraddizioni della politica di Obama
Gianni Minà
Se Wikileaks sbugiarda Yoani Sánchez e le finte risposte di Obama
Sommario completo
| La decadenza della democrazia negli Stati Uniti |
|
|
| Giovedì 18 Maggio 2006 |
|
LATINOAMERICA 94/95 (N. 1/2 2006)
Finalmente il Corriere della Sera venerdì 19 maggio, ha preso coscienza che, da tanti anni, il governo degli Stati Uniti è complice di una insensata guerra terroristica contro Cuba, portata avanti, in varie epoche, da gruppi eversivi di esuli anticastristi aiutati, o addirittura attivati, dalla Cia.
Lo ha fatto con un articolo di Francesco Battistini, il collega che “sbadatamente” l’anno scorso aveva tentato di andare a Cuba con un visto turistico per coprire un’assemblea pubblica di dissidenti -o presunti tali- organizzata e sovvenzionata direttamente da James Cason, allora responsabile dell’Ufficio di interessi degli Stati Uniti. Una “leggerezza” che certamente non avrebbe commesso, se avesse dovuto andare in altri paesi assediati dagli Stati Uniti, o in Florida, magari proprio per indagare su questi gruppi terroristici, campioni di impunità, che hanno causato più di 3500 morti e 10mila feriti nell’isola della Revolución, senza che i media dei paesi occidentali, democratici e liberali, li abbiano mai stigmatizzati o ne abbiano almeno fatto cenno. Nemmeno Magdi Allam, che sul terrorismo discetta quotidianamente, se ne è mai ricordato. L’occasione della scoperta di questa notizia da parte del Corriere, è l’annuncio dell’uscita a settembre di un film di un regista catanese, Angelo Rizzo, che si era messo in testa di raccontare la catena di attentati orditi, nell’estate del ’97, dal “bin Laden latinoamericano” Luis Posada Carriles per conto della Fondazione cubana-americana di Miami. Una trama criminale, tesa ad atterrare la fiorente industria cubana del turismo, risorsa principale dell’economia dell’isola, già afflitta da un quarantennale embargo e da restrizioni feroci, inasprite dalla legge Torricelli e, più recentemente, dalla legge Helms-Burton. In uno di questi attentati, il 4 settembre del 1997 all’Hotel Copacabana, morì un cittadino italiano, allora trentaduenne, il giovane imprenditore genovese Fabio Di Celmo. Il Corriere, che ha fatto partire l’articolo dalla prima pagina, non ha osato mai utilizzare la parola “terrorismo”, nemmeno nel titolo dell’interno. Anzi, ha sottolineato con un po’ di malafede, “c’è un film italiano che esalta Cuba”, e poi ha segnalato, con sorpresa, che l’opera ha avuto il sostegno di Fidel Castro, che addirittura “fa l’attore”. In realtà Rizzo ha avuto la collaborazione tecnica e artistica dell’ICAIC, il prestigioso e rinomato Istituto cubano del cinema, e si è limitato, nella ricostruzione fatta con ottimi attori [come Carlos Padrón, che interpreta il terrorista di fiducia della Cia Posada Carriles], a inserire alcuni brani di discorsi di Fidel, che più volte ha denunciato, citando anche il caso tragico del cittadino italiano, questo terrorismo allevato e protetto dalle varie amministrazioni di Washington. Una violenza sistematica e mai condannata dai benpensanti e dai media italiani [anche alcuni dei cosiddetti “proressisti”], che evidentemente trovano normale la tutela, della quale godono negli Stati Uniti, questi criminali sul libro paga dei vari servizi di intelligence nordamericani. Questi benpensanti hanno sempre ignorato gli appelli che l’ottantaseienne Giustino Di Celmo, padre del giovane Fabio, ha più volte lanciato in questi anni perché Roma chieda a Washington l’estradizione di Posada Carriles, che si è vantato sul New York Times, di essere stato la mente di quegli attacchi: «Purtroppo per lui, quell’italiano era nel posto sbagliato al momento sbagliato». Il vecchio Giustino, originario di Salerno, è riuscito a parlarne anche con Kofi Annan, ma ancora non ha trovato ascolto in Italia. Ora spera nel nuovo governo di centro sinistra, prima di cercare giustizia alla Corte dell’Aia. Battistini sul Corriere non si duole di questo olvido delle istituzioni italiane, anzi descrive ironicamente Di Celmo padre come un “ambasciatore-ombra presso la corte castrista” e si sorprende, invece, che il governo de L’Avana abbia messo a disposizione del regista, e fatto uscire per un giorno dal carcere, Cruz León, il salvadoregno esecutore materiale dell’attentato, che ha spiegato come ha piazzato gli ordigni e come ha tentato di fuggire. Cruz León, ingaggiato da Posada Carriles per 10mila dollari, è stato condannato alla pena capitale, ma usufruisce della moratoria sulla pena di morte che Cuba, al contrario degli Stati Uniti, ha ripreso a osservare dopo averla, purtroppo, violata nel 2003, quando, dopo una serie di atti eversivi evidentemente organizzati fuori dall’isola, di dirottamenti aerei, furono processati, condannati e giustiziati tre degli undici responsabili del tentativo di dirottamento, con coltelli alla gola dei turisti, del ferry boat della baia de l’Avana. Non penso che questa apertura, anche se parziale, a un’informazione corretta nei riguardi di Cuba sia stata causata da un’intervista, che ho rilasciato allo stesso Battistini qualche giorno prima, proprio sul fatto che quell’isola, tanto discussa, tanto amata e tanto detestata, il suo 11 settembre, anche se diluito nel tempo, lo avesse già drammaticamente vissuto prima degli Stati Uniti. Ma non per questo ha bombardato la Florida o il New Jersey, dove il senatore Torricelli sovvenziona una fondazione che, in teoria studia gli eventuali crimini commessi dalla Rivoluzione, ma in realtà foraggia l’eversione contro di essa. Né tantomeno Cuba, in questi frangenti ha dichiarato una “guerra totale e permanente”. Battistini, in quell’occasione, mi aveva anche rinfacciato il fatto che io non avessi esitazione a stringere la mano a Fidel Castro. In un’epoca in cui Rumsfeld, il ministro della difesa Usa, è accusato di essere stato il supervisore delle torture inflitte a uno dei reclusi di Guantanamo, e Cheney, il vicepresidente ha avuto la sfrontatezza di invocare pubblicamente che l’esercito del suo paese fosse autorizzato a praticare la tortura, mi è sembrato un argomento straordinariamente ipocrita. Così ho risposto, usando il condizionale, che in base a questa logica, allora non avrei dovuto dare la mano innanzitutto a Bush, a Putin, responsabile dei massacri dell’Armata russa in Cecenia, o Hu Jintao, il presidente della Cina, nazione dove, purtroppo, si fucilano duemila persone l’anno. L’indomani, ovviamente, il Corriere titolava: «Minà: non darei la mano a Bush, fa terrorismo». Non ho chiesto la rettifica perché la mia polemica personale avrebbe, alla fine, messo in secondo piano il fatto indiscutibile che molti governi degli Stati Uniti [ad eccezione di quello di Jimmy Carter] sono stati mandanti o complici del terrorismo contro Cuba e altri paesi “scomodi” per la loro politica. Un dato terribile ma inequivocabile, come la decadenza morale della loro democrazia. Noam Chomsky, in uno dei saggi del libro curato da Salim Lamrani Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba [Sperling&Kupfer, 2006] lo ha raccontato, come altri colleghi, con puntigliosa precisione. Ma nel momento in cui lo faceva, per i giornali benpensanti, o addirittura per molti di quelli progressisti del nostro paese, ha cessato di essere il “guru” del MIT di Boston, o “il più prestigioso intellettuale del mondo” come lo ha definito il New York Times. Non è stato più degno, insieme agli altri coautori del libro, neanche di una recensione nelle pagine letterarie. Aveva commesso il peccato più grande nell’attuale, grottesco, teatrino dell’informazione e della politica: non era un riformista. Che non si sa veramente cosa vuol dire, anche se tutti quelli che sgomitano per un posto nella ribalta politica e culturale italiana si affannano a dichiararsi tali. I lettori de la Repubblica, per esempio, hanno appreso del terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba solo dallo spazio pubblicitario acquistato dalla Sperling&Kupfer sulla prima pagina di cultura di quel giornale. I lettori del Corriere della Sera, alla fine, grazie agli articoli di Battistini, sono stati più rispettati. Qualcuno sostiene che mi sono giocato la possibilità di avere un incarico di sottosegretario agli Esteri con delega all’America Latina, proprio con l’intervista concessa al Corriere. Non credo di essere stato mai veramente in lizza per quell’incarico, non avendone avuto uno nemmeno nei 38 anni che sono stato alla Rai, ma spero che questa interpretazione non sia vera, per la credibilità e la serietà del governo di Romano Prodi, che personalmente stimo. Una cosa è certa: le gesta, che ho raccontato a Battistini, di terroristi impuniti, come Luis Posada Carriles, Orlando Bosch, José Basulto o Romy Frometa, da sempre protetti in Usa anche dopo attentati efferati, non sono smentibili, sono fatti provati, dei quali non tiene conto solo chi pensa che il giornalismo, ormai, sia soltanto una merce e non possa avere più un’etica. Lo so, dal giorno successivo all’11 settembre 2001 è tremendamente difficile parlare e scrivere degli Stati Uniti, con tutti i dubbi, le contraddizioni, le paure, le bugie ufficiali e quindi le diffidenze che quegli attentati si portano dietro, senza riuscire a darci una spiegazione credibile. Questo paese, alla generazione di chi ora ha più di sessant’anni, ha regalato il blues, il jazz, il rock, il cinema d’impegno civile e di spensierato intrattenimento, il musical, il teatro, la nuova letteratura e le nuove frontiere dello sport. Come si fa, adesso, ad accettare che quello stesso paese abbia codificato il diritto di condizionare la vita di tutto il mondo, di violare sistematicamente la vita privata dei suoi cittadini e di quelli degli altri paesi, di privare della libertà, anche senza prove, migliaia e migliaia di persone, di trasportarle, senza nessuna tutela giuridica e umana, da una parte all’altra del mondo, per torturarle, o farle torturare, in paesi diversi, da aguzzini diversi, e magari farle sparire, come denuncia un rapporto di Amnesty International, senza che i responsabili di questi delitti possano mai essere giudicati per crimini di lesa umanità? Nel momento in cui inizio a scrivere questo editoriale, il deputato democratico del Congresso nordamericano John Murtha, ex colonnello dei marines, ha rivelato la strage, ad Haditha in Iraq, di almeno venticinque civili, compresi donne e bambini, uccisi a freddo per rappresaglia, da un reparto delle forze d’occupazione Usa, nel novembre 2005. Una storia infame, che rischia di diventare, per il governo Bush, quello che My Lai fu nella guerra persa dagli Stati Uniti in Vietnam: un tragico boomerang. Sempre oggi, il Pentagono ha annunciato di aver dato via libera all’uso di “armi laser abbaglianti” ai posti di blocco nella terra dell’antica Babilonia. Una decisione esecrata dagli organismi per i diritti umani, che ricordano come l’utilizzo di questi laser, che posssono rendere ciechi per sempre, fu bloccato dieci anni fa in Somalia, per “ragioni umanitarie”. E mentre l’Onu invita gli Stati Uniti a chiudere tutte le carceri-lager come Camp Delta a Guantanamo, proprio nella prigione simbolo della perdita di ogni rispetto umano da parte di un governo, che qualcuno continua a indicare come campione della democrazia, per la prima volta i reclusi, torturati, vilipesi e sottoposti a maltrattamenti fisici e mentali, si sono ribellati per disperazione, in quattro, cercando di suicidarsi. E qualche giorno dopo Reprieve, un’organizzazione di avvocati britannici, ha denunciato che nelle celle-stie di Guantanamo sarebbero rinchiusi almeno 60 minorenni. Non è una democrazia in decadenza questa? IL NUOVO CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI DELL’ONU E LO SDEGNO DEL CORRIERE DELLA SERA Eppure, solo qualche settimana fa, alla metà di maggio, sempre sul Corriere della Sera, Gianni Riotta, incurante di questo panorama che frantuma ogni possibilità di intervenire su altre situazioni dolorose di illiberalità nel mondo, si doleva che, dopo la riforma del Comitato dei Diritti Umani dell’Onu [iniziativa perorata innanzitutto dagli Stati Uniti] fossero stati eletti nel nuovo Consiglio anche Cina, Russia, Pakistan, Arabia Saudita, “nazioni da sempre sotto accusa per le restrizioni imposte alle libertà individuali”. E perfino Cuba, che, per esser chiari, era stato l’obiettivo vero per il quale il governo di Washington aveva voluto questa riforma, che poi, però, non aveva votato, unitamente a Israele, Isole Marshall e Isole Palau, perché non aveva considerato la nuova struttura di suo gradimento. L’elezione di Cuba nel nuovo Consiglio era stata salutata, al Palazzo di vetro, forse proprio per la sconfitta di questa ossessione nordamericana, con una vera e propria ovazione. Nel fondo, pubblicato dal Corriere in prima pagina e intitolato “Tra ipocrisie e malafede”, Riotta se ne dichiarava sconcertato. Avremmo potuto essere anche d’accordo, se nella sua riflessione non avesse dimenticato che proprio gli Stati Uniti, nella loro presunta “guerra totale al terrorismo” annoverano, fra gli alleati più stretti, proprio il governo pakistano di Musharraf, un generale salito al potere con un golpe, ma considerato un dittatore “buono” da quando, da un giorno all’altro e dopo aver per anni coccolato e protetto i Talebani, ha scelto di stare dalla parte della “coalizione” che ha invaso prima l’Afghanistan e poi l’Iraq. Riotta ha pure tralasciato di ricordare che un altro dei partner storici degli Usa nelle strategie del petrolio è proprio l’Arabia Saudita, espressione di una monarchia medievale, della quale è parte anche la famiglia di bin Laden, da sempre in affari strettissimi con i Bush, padre e figli. Anzi, proprio i servizi segreti di queste nazioni simbolo grottesco di democrazia, hanno dato una mano alla Cia nel lavoro sporco di interrogatorio, tortura e spesso eliminazione di indiziati, o presunti tali, trasportati di qua e di là nel mondo su aerei dell’intelligence nordamericana che facevano scalo e rifornimento anche nell’Europa democratica, e perfino in Italia. Il “ridicolo”, non me ne voglia Riotta, non si è sfiorato solo quando, come nel recente passato, partecipavano all’organismo Onu dei diritti umani la Libia di Gheddafi o il Sudan del genocidio in Darfur, ma anche quando non venivano sanzionati, e nemmeno censurati, governi assassini ma amici degli Stati Uniti, o strategici per i loro interessi, come la dittatura del Guatemala. Fabbrica di orrore, in linea con il Plan Condor voluto da Henry Kissinger, e responsabile del genocidio nella terra dei Maya, perpetrato per tutti gli anni Ottanta e fino all’inizio degli anni Novanta, con la complicità dei governi di Ronald Reagan e George Bush padre. Un coinvolgimento provato dal rapporto della Chiesa cattolica del Guatemala [per il quale mons. Juan Gerardi fu assassinato], e da quello delle stesse Nazioni Unite, stilato da una commissione guidata dal giurista tedesco Christian Tomuschat. Il penultimo genocidio del secolo appena trascorso [l’ultimo fu quello in Ruanda] produsse 200mila morti, 30mila desaparecidos, 627 massacri accertati, quasi 3mila fosse comuni, oltre al traferimento forzato di 1 milione 700mila contadini maya, sloggiati dagli interessi delle quattordici famiglie che posseggono, insieme alle multinazionali agroalimentari, l’84% della ricchezza nazionale ed erano interessate al possesso delle terre dei Maya, ricche di minerali strategici. Una strategia che era possibile grazie agli scambi di informazione e di personale specializzato nelle tecniche di repressione, previsti dal Plan Condor, grazie al quale, adesso, per esempio apprendiamo che il 24 marzo dell’80 il tiratore scelto per assassinare sull’altare l’arcivescovo del Salvador Oscar Arnulfo Romero venne dall’Argentina, e si chiamava Emilio Antonio Mendoza. Nei documenti declassificati della CIA apprendiamo infatti, 26 anni dopo, che Mendoza aveva un rapporto diretto con i militari assegnati alla sezione Gil [quella dell’intelligence] della Guardia nazionale del Salvador, e che “ammise di aver sparato a Romero”. Questo si chiama complicità col terrorismo. Ma ci sono anche altri modi di attentare ai diritti dell persone, quelli del terrorismo economico. Il più perverso è quello dell’economia neoliberale, che ha i suoi organismi di culto nel Fondo monetario internazionale e nella Banca mondiale, e che, con le sue ricette e con gli spietati e famosi “piani di aggiustamento”, condanna a morte, ogni giorno, con l’assenso del cosiddetto mondo civile, milioni di persone, molto più di qualunque tirannia. Di questa mattanza la stampa della borghesia illuminata italiana non parla quasi mai. Come se chi è ucciso dalle logiche della moderna economia, dal capitalismo neoliberale, non fosse mai nato, non avesse diritto a esistere. Dei fondamentali diritti alla casa, all’educazione dei figli, alla salute, alla cultura, insomma alla sopravvivenza in modo decente, di questi diritti negati in tutto il Sud del mondo, e invece rispettati, per esempio, in un paese come Cuba, Riotta, però, quando parla di diritti umani, non fa cenno. Eppure Cuba è l’unico paese dell’America Latina [come ha recentemente attestato Myrta Kaulard, rappresentante del PMA, il Progrmma mondiale degli alimenti] dove non ci sono bambini denutriti, tanto che la mortalità infantile è la più bassa del continente, e in molti casi di diverse zone degli Stati Uniti. E l’aspettativa di vita è la più alta di tutta l’America Latina. Queste conquiste non condannano, forse, chi, nel nome del dio mercato, non le ha perseguite, o chi, imponendo alle nazioni più deboli le logiche economiche neoliberali, ha fatto in modo che questi diritti fondamentali fossero disattesi? Evidentemente questi non sono valori importanti per Gianni Riotta, che invece è turbato dal fatto che in un’isola “sogno di rivoluzione per attempati turisti, più in cerca di seducenti jineteras che di Che Guevara” ci sono “306 dissidenti politici detenuti e i cittadini si vedono sistematicamente negati i diritti di base, la libertà di stampa, di associazione, di privacy, di viaggio e un sistema giudiziario indipendente”. Come se negli Stati Uniti i giudici fossero liberi, e quelli della Corte Suprema non fossero espressione della volontà del presidenti in carica e della lobby che lo sorregge. E non parlerò, per carità di patria, di vere e proprie odissee giudiziarie, come quella di Mumia Abu Jamal, giudicato in ogni suo ricorso sempre dallo stesso magistrato che lo ha condannato alla pena capitale, e di altri esseri umani, spesso innocenti, da decenni nel braccio della morte. Io non ho nessuna intenzione di difendere le illiberalità che si commettono a Cuba, vorrei però ricordare che quel popolo subisce il più lungo assedio mai sopprtato da una nazione, un assedio che dura da qusi cinquant’anni e che non è fatto solo di ricatti economici, mediatici o politici, ma anche -come abbiamo già scritto- di una vera e propria strategia terroristica. Per questo, forse, il mercato dei diritti umani che gli Stati Uniti ancora una volta volevano mettere su, con la scusa della riforma della Commissione Onu, è stato rifiutato dalla maggioranza delle nazioni. Credo, anzi, che l’essenza e la spiegazione di quello che è successo alle Nazioni Unite in occasione dell’elezioni di Cuba nel Consiglio dei Diritti Umani stia proprio in questo olvido, in questa lontananza dalla realtà, da quello che sta succedendo non tanto nel mondo, ma proprio negli Stati Uniti. Come si fa a chiedere conto a Cuba, come ad altri paesi del mondo, delle loro illiberalità, se la nazione che voleva insegnare il culto dei diritti umani a tutti, è la prima, ormai, a violarli e la prima che non potrebbe essere inserita nel Consiglio riformato dell’Onu per difendere i diritti delle persone? Come ha scritto Eduardo Galeano, gli Stati Uniti hanno perso, sotto la presidenza di Bush Jr, l’autorità morale per pretendere di dare lezioni su questo argomento. Perché, se l’amico Riotta fa un po’ di ricerche, si accorgerà che, mentre noi vogliamo chiedere ragione a Cuba dei 306 dissidenti incarcerati, negli Usa, per le leggi antiterrorismo volute da Bush e dal suo apparato dopo l’11 settembre, sono più di 3000 [come ha segnalato, già due anni fa, sulla rivista The Nation, David Cole, docente all’Università di Georgetown] i desaparecidos di cittadinanza nordamericana. Esseri umani dei quali le famiglie non hanno più saputo nulla, e che nessun avvocato ha potuto difendere. Chissà se sono ancora vivi, e chissà in quale prigione di “paesi amici” sono vessati e torturati in questo momento. All’epoca, Bush li liquidò con uno sbrigativo “Molti di loro non ci possono più nuocere”. E il “falco” Rumsfeld aggiunse: «Su molti di loro non abbiamo elementi, ma per sicurezza rimangono in galera”. Sono passati quasi tre anni, e il silenzio sull’argomento è calato anche nei media Usa. La lotta al terrrorismo può giustificare un simile comportamento? E se la risposta è affermativa, cosa avrebbero dovuto fare i cubani, mentre terroristi di stato di provata colpevolezza vivono protetti negli Stati Uniti? L’assassino Posada Carriles, che attualmente è ospitato grottescamente in Texas, in un centro di detenzione per immigrati, ha addirittura mandato un messaggio sfrontato al governo diWashington: «Io penso che per il mio caso dovrebbe essere opposto il segreto di Stato». E non basta. Non ci sono solo le aberrazioni e le vessazioni, messe in atto a Guantanamo e Abu Ghraib, a escludere il governo degli Stati Uniti dalla possibilità di entrare nel nuovo Consiglio dei Diritti Umani dell’Onu, o a vietar loro di discuterne la composizione. È una situazione che fa crescere un malessere profondo. Non era mai successo, per esempio, che un gruppo di laureati della storica Accademia militare diWest Point si sentissero obbligati a render pubblico un documento dove si dichiarano “inorriditi davanti al comportamento disonesto del governo degli Stati Uniti” che definiscono “particolarmente odioso in quanto si è fatto beffe del codice di condotta che ci viene inculcato qui a West Point”. E poi c’è la sollevazione di molti dei componenti del Congresso di Washington nell’apprendere che tutto il paese, senza che il presidente sia stato autorizzato, è spiato anche nelle conversazioni telefoniche private. E infine la repressione in atto verso le organizzazioni ecologiste e sindacali. La carcerazione per dieci giorni del leader dello sciopero dei trasportatori di New York è emblematica della riduzione progressiva delle libertà individuali nel paese che ha la pretesa ancora di giudicare il grado di democrazia degli altri. Gli Stati Uniti sapevano di rischiare per la seconda volta di non essere eletti nell’organismo Onu che si occupa della tutela dei diritti umani. E non se lo potevano permettere, per non perdere la faccia. Per questo hanno votato contro la riforma, quando il loro ambasciatore, il “falco” Bolton, si è reso conto che non avrebbero potuto controllare e forgiare il nuovo Consiglio come volevano e usarlo come strumento per la soddisfazione delle loro antiche ossessioni [la mortificazione di Cuba fino a oggi o quella dell’Iran o del Venezuela nel prossimo futuro]. Non avevano poi una volontà sincera di colpire chi veramente attenta ai diritti delle persone come, per esempio, la dittatura birmana, la “democrazia” colombiana che governa sottobraccio agli squadroni della morte, o, come detto, quei governi corrotti che, in nome del mercato, negano alla maggioranza dei propri cittadini il diritto elementare alla sopravvivenza. La loro manovra non è riuscita, ma il Consiglio dell’Onu per i Diritti Umani, come gli Stati Uniti lo volevano, non sarebbe stato un organismo più credibile di quello che è nato. Di questo Riotta può essere sicuro. QUELL’AMERICA LATINA CHE INFASTIDISCE GLI STATI UNITI E L’EUROPA Un’altra preoccupazione di chi, in Occidente, era abituato ad accettare che sempre le stesse nazioni disponessero impunemente delle ricchezze di continenti come l’America Latina, è l’indipendenza ostentata dai nuovi leader dei paesi a Sud degli Stati Uniti [a parte il riconfermato Alvaro Uribe in Colombia] che, dall’inizio del terzo millennio, stanno letteralmente cambiando il volto di quello che, fino a ieri, era considerato il “cortile di casa” dai governi di Washington. In tutto questo cambiamento c’è la incrollabile resistenza dei cubani, e poi le rivoluzionarie e innovative proposte politiche fatte conoscere, solo dodici anni fa, dall’insurrezione zapatista in Chiapas, e ancora il laboratorio di idee nato e prosperato a Porto Alegre con la teorizzazione della “democrazia partecipativa”, sperimentata e attuata in molti centri del Brasile di Lula, e il progetto sociale (chissà perché definito populista] che Hugo Chávez sta portando avanti in Venezuela, influenzando l’intero continente, grazie anche alla disponibilità finanziaria che l’impennata del prezzo del petrolio gli ha assicurato. Il recupero del controllo del petrolio e del gas nazionale da lui deciso, ha influenzato anche le politiche dei leader indigeni che, come Evo Morales in Bolivia, hanno conquistato il potere, o, come altri, che sperano di farlo in Perù [Ollanta Humala] o in Ecuador, dove proprio il prosperare dei movimenti sociale ha costretto il presidente facente funzione, Palacio, a rinviare la firma dell’ALCA, il trattato di libero commercio che gli Stati uniti credevano di poter imporre, e addirittura l’ha convinto a stracciare il vecchio contratto con la OXY di sfruttamento dei pozzi petroliferi. La multinazionale nordamericana, che da decenni la faceva da padrona in Ecuador, è stata cacciata per inadempienza: aveva venduto il 40% delle sue azioni alla compagnia canadese ENCANA senza nemmenomeno avvisare, com’era obbligata da contratto, il governo del paese. Dopo la nazionalizzazione delle riserve di gas boliviane annunciata il 27 aprile da Evo Morales, fedele alla promessa fatta in campagna elettorale, la cacciata della OXY in Ecuador è il segno di un riscatto delle popolazioni più povere dell’America Latina che l’Europa, anche quella in teoria progressista, sta accogliendo con inspiegabile fastidio. Il settimanale l’Espresso, per esempio, in un articolo di Antonio Carlucci, ha titolato “Petrolio senza Morales” [si noti il prezioso e gratuito gioco di parole] la decisione storica del presidente boliviano di restituire al paese il controllo delle proprie risorse, che aiuterà anche a risanare, con oltre 300 milioni di dollari di nuove entrate, l’economia di una nazione che i precedenti governanti, proni agli interessi degli Stati Uniti, hanno spolpato, svenduto e abbandonato nella più completa povertà. Evo Morales non ha, nell’armadio, scheletri ingombranti come quelli del presidente colombiano Uribe, responsabile di massacri quando era governatore di Antiochia, eppure “portatissimo” da Bush anche nelle recenti elezioni di fine maggio. Con la sua inquietante politica di “sicurezza democratica” Uribe, in un clima elettorale scandito dalla paura, è stato riconfermato alla presidenza del suo paese, dove ha governato con gli squadroni della morte e dove ogni anno vengono uccisi più sindacalisti che in qualunque altra parte del mondo. Eppure la sua rielezione è stata accolta con favore anche da buona parte della stampa progressista del nostro paese. Evo , il presidente indio della Bolivia, paga invece, evidentemente, agli occhi di molti “riformisti” di casa nostra, il legame, già profondo, stabilito sul piano commerciale e politico con Castro e Chávez, ma anche la decisione non solo di rifiutare l’ALCA, ma di entrare nel Mercosur a fianco di Brasile, Argentina, Uruguay e Venezuela, nonostante la più sfavorita dalla nazionalizzazione del gas boliviano sia stata PETROBRAS, la compagnia statale del Brasile, leader nel continente. Per capire meglio quanto l’elementare diritto della Bolivia di riappropriarsi delle proprie ricchezze incida sugli interessi brasiliani è sufficiente ricordare che il 70% dell’industria di San Paolo dipende dal gas del governo di La Paz. Il presidente Lula ha definito “morale” la decisione presa da Evo Morales, anche se ci vorrà tutta la buona volontà della diplomazia personale, [inaugurata dai nuovi presidenti del continente e di cui parla Gennaro Carotenuto in questo numero di Latinoamerica] per conciliare e soddisfare i diritti e gli interessi di tutti. Invece questi inevitabili snodi nell’economia di paesi abituati solo a servire gli Stati Uniti, sono raccontati come motivi di disunione invincibile, non come occasioni di dialogo, di integrazione e di un possibile cammino comune. Eppure è palese, a parte il caso della Colombia, vera base operativa e militare degli Stati uniti, il vento di cooperazione che soffia nel continente e favorisce le forze progressiste. OSCAR ARIAS TORNA ALLA PRESIDENZA IN COSTARICA Perfino in Costarica, dove Oscar Arias, già una prima volta presidente del paese dall’86 al ’90, era dato per sicuro vincitore nelle elezioni presidenziali, con 18/20 punti di vantaggio su Otton Solís, socialdemocratico come lui, ma meno prono al credo dell’economia neoliberale, ha dovuto andare al ballottaggio, dove poi ha prevalso per un pugno striminzito di voti, appena l’1,2%. Il paese, che l’anno scorso aveva visto ben tre ex presidenti, Calderón, Rodríguez e Figueres, travolti da vari scandali, per i quali due erano finiti in carcere e uno era dovuto andare in esilio in Svizzera, ha quasi ritirato la sua fiducia ad Arias, premio Nobel per l’impegno profuso nel processo di pace del Centroamerica, ma leader di troppo lungo corso, inevitabilmente compromesso, agli occhi di molti, col poco credibile apparato politico travolto dagli scandali dell’anno passato. Si fa presto a dirsi socialdemocratico. In Europa conviene, anche se si sposa completamente il mercato. In America Latina, dopo tanti disastri e tragedie, ora è più difficile farsi credere sinceramente progressista, bisogna dimostrarlo sul campo. |
Tracce
A volte vi siete chiesti come ha fatto Fidel Castro a rimanere così tanto tempo al potere? |
| Leggi tutto... |










