Il Numero in venditaIn questo numero:
Editoriale:
Gianni Minà
1/Se il Fondo monetario fa fallire gli stati ma l’italia non lo sa
2/Contro Cuba il solito, triste mercato Usa dei diritti umani
3/ Se Wikileaks smaschera la bloguera ma i nostri media non ne fanno cenno
Sommario completo
| Storia di una messa in scena |
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| Martedì 19 Maggio 2009 |
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Da Latinoamerica n. 106-107 (1/2 2009) Deve essere vero... Yoani Sánchez, come ha scritto recentemente la rivista Time è una delle 100 persone più influenti del mondo che viviamo. Per quelli che non lo sapessero [anche se i suoi fans giurano che lo sanno tutti] Yoani Sánchez è la bloguera anti-sistema più famosa di Cuba, tanto che l’Editorial Prisa, il poderoso gruppo spagnolo che, oltre a più di mille emittenti in Messico, Stati Uniti, Panama, Costarica e Colombia, è padrone del quotidiano spagnolo El País, le ha assegnato qualche mese fa, con una grande campagna promozionale, il Premio Ortega y Gasset, un premio giornalistico che, prima di essere assegnato a lei, non era particolarmente conosciuto nell’universo della comunicazione. In un continente. l’America latina, dove, malgrado il nuovo vento di progresso che spira, i mezzi d’informazione sono al 95% in mano alle locali oligarchie predatrici, quello di Yoani è l’unico blog critico che El País -e ora anche qualche giornale e network italiano- sostengono. E questo dimenticando, magari, che in paesi come la Colombia e il Messico, che stanno proprio da quelle parti, i cronisti coraggiosi li ammazzano a decine. Dalle regioni, dalle città e dai villaggi interni di questi paesi ostaggio del narcotraffico e annichiliti, in molti momenti, dagli squadroni della morte e dal terrorismo di stato, cronisti che chiedono, attraverso internet, aiuto al mondo ce n’è tanti [e anzi su Latinoamerica ve ne faremo presto un elenco] ma evidentemente non sono interessanti per l’ipocrita stampa occidentale. Così dico che, probabilmente, Time ha ragione sull’influenza di Yoani Sánchez, costruita da El País, quotidiano una volta progressista, oggi gioiello del gruppo Prisa, fondato dall’ex franchista Jesús Polanco. Per aver tentato, infatti, in un articolo sul mio sito, di ricordare alla bloguera de l’Avana che, nei suoi post, spesso leggittimamente critici sui limiti della società cubana, c’erano troppe dimenticanze, è scoppiato il finimondo. Eppure avevo solo sottolineato l’enorme differenza fra la vivibilità della sua isola e quella dell’America latina spolpata dal neoliberismo e dalle sue violenze e ricordato che l’assedio degli Stati Uniti, non solo economico, ma anche politico, culturale, psicologico e in molte occasioni anche esplicitamente terroristico [basta pensare a Orlando Bosch, salvato da un indulto di Bush padre, e Luis Posada Carriles, salvato -per ora- da Bush figlio] non poteva non aver lasciato ferite, spinto ad errori e suggerito alla Revolución, nell’ansia di difendersi, chiusure e talvolta illiberalità.
LE DIMENTICANZE DELLA BLOGUERA DI MODA (Nota scritta per www.giannimina.it il 4 maggio 2009) Non tanto per l’informazione a Cuba, ma per la disinformazione che regna in Italia, mi ha colpito il candore di un lettore del mio sito che giudica il lavoro di Yoani Sánchez, “la bloguera che sfida Castro”, scevro da ideologie o interessi poltici. Basterebbe, infatti, la propaganda che le viene fatta nel nostro paese per capire la portata dell’operazione che è stata messa su. C’è un intero continente con tutti i nuovi presidenti finalmente presentabili dell’America latina che non solo chiede agli Stati Uniti la cancellazione dell’embargo, ma si sta battendo anche per il rientro di Cuba in tutti gli organismi dai quali l’isola era stata prepotentemente esclusa per volere proprio degli Stati Uniti. Questi presidenti, da Lula a Chávez, a Evo Morales, a Correa, ma anche dall’argentina Kirchner alla cilena Bachelet, o all’ex vescovo Lugo, sanno perfettamente che Cuba ha raggiunto in questi anni standard d’eccellenza nell’educazione, nella sanità, nella protezione sociale, nella cultura, nello sport, che questi premiers ancora sognano per i loro paesi, pur essendo più ricchi e non feriti da un blocco economico insensato e ingiusto. I ragazzi cubani che Yoani Sánchez sostiene vivono solo privazioni sanno perfettamente, infatti, che queste conquiste sociali rendono Cuba, pur con tutti i suoi errori, diversa, più libera, dai paesi che invece, negli anni, sono stati prigionieri del neoliberismo e del mercato, come quelli delle villas miserias delle grandi città o come i trenta milioni di bambini randagi del continente. Yoani Sánchez, nei suoi articoli, fa finta di non saperlo. Forse è per ribattere questo tipo di dimenticanze che ho attraversato recentemente l’isola, da l’Avana a Guantanamo, con una mia troupe per realizzare un documentario non banale sulla Revolución nell’era di Obama, ed ho scoperto che non solo la Sánchez è pressocchè sconosciuta, ma perfino i tanti ragazzi latinoamericani e non che studiano a Cuba (perchè nei loro paesi non potrebbero farlo) alla Scuola di medicina latinoamericana o nella stessa Università di Stato, non capiscono che cosa vorrebbe dimostrare questa bolggera di cui io spiegavo l’esistenza e la risonanza in Italia.Per anni io ho sentito parlare, per esempio, da parte dei radicali italiani e di quella parte di “eredi” del nostro PC ora pentiti, di “dissidenti” come per esempio l’associazione delle Donne in bianco. Bene, recentemente si è saputo che la leader di questo gruppo di opposizione alla Rivoluzione, Martha Beatriz Roque, prendeva una ricca prebenda mensile da Santiago Alvarez, un terrorista al servizio della parte più retriva degli anticastristi di Miami, recentemente arrestato e condannato a quasi quattro anni (poi ridotti a due anni e mezzo) perchè scoperto con una macchina piena di esplosivo che, a suo dire, doveva servire per alcuni attentati nell’isola. Poichè Santiago Alvarez era in carcere, nei mesi in cui era ancora presidente Bush Jr, i soldi si è offerto di anticiparli il capo dell’ufficio di interessi del governo degli Stati Uniti a l’Avana, Michael Parmly. Non mi sono sorpreso perchè ogni anno della sua presidenza Bush ha stanziato milioni di dollari per “un cambio rapido e drastico a Cuba” (140 milioni nel 2007, 45, data la crisi economica, nel 2008). Molti di questi soldi venivano rubati dalle presunte organizzazioni per la democrazia a Cuba (come ha scoperto Barack Obama ordinando un’indagine), ma evidentemente buona parte è servita per “ungere” chi poteva creare malessere nella società cubana, certo non perfetta e ancora non libera da contraddizioni. Non siamo più nell’epoca in cui veniva messa in piedi contro la Rivoluzione, come nel 2003, una vera e propria “strategia della tensione” con dirottamenti di aerei e sequestri del ferry boat di Regla, ma c’è ancora uno sforzo palese per controbbatere il vento di simpatia, nei riguardi di Cuba, che attualmente spira nel continente latinoamericano e anche nella parte progressista degli Stati Uniti. Dispiace che tutto questo non lo abbia considerato anche l’Unità che, avendo fra i collaboratori un grande conoscitore delle nazioni a Sud del Texas come Maurizio Chierici, questa realtà la avrebbe potuta approfondire facilmente anche se, erroneamente, il giornale cita spesso Freedom House, un’agenzia sovvenzionata dai governi di Washington, come riferimento indiscutibile per dare le pagelle sulla libertà di stampa. E lo fa perfino con paesi, in questo settore più che carenti, come il Messico e la Colombia. Perchè se a Cuba c’è la bloguera, in Messico o in Colombia, nazioni allineate sulle vecchie poltiche degli Stati uniti e dei farisei europei, l’eliminazione dei giornalisti non graditi ai regimi di Uribe e di Calderon che li governano, è uno sport ancora molto praticato e che, ogni anno, fa registrare una il record mondiale di cronisti ammazzati.A loro mai nessuno, però, ha chiesto di tenere una rubrica su Internazionale. Dopo questo articolo mi hanno scritto, insultandomi, da tutto l’universo anticastrista, reazionario e violento, che ha le sue radici negli Stati Uniti, in Messico, in Spagna e perfino in Canada. Il tono è quello delle radio che tracimano a tutto volume a Calle 8 di Miami, che una volta era il cuore più stolido dell’anticastrismo e ora è solo una strada dove molti cubani di terza generazione, nipoti di quelli venuti via da piccoli dopo il trionfo della Rivoluzione, si domandano se vale ancora la pena mantenere questa infruttuosa avversione da guerra fredda, mezzo secolo dopo. D’altronde è stato lo stesso Barack Obama, neo presidente degli Stati uniti di origine africana, nato quando già Cuba era stata punita per la sua indipendenza, ad affermare che l’impatto della presenza dei settantamila medici cubani in America latina e nel Sud del mondo era stato più efficace di qualunque politica portata avanti in questi anni dai governi di Washington. Ma per chi, come Yoani Sánchez, enumera quotidianamente le carenze, le contraddizioni, le assurdità delle scelte ideologiche e sociali di Cuba, credendo di vivere in Svizzera, Olanda o Danimarca e non nei Caraibi o in Centroamerica, dove l’esistenza per la maggior parte dei cittadini è ogni giorno una scommessa, quella riflessione di Obama proprio alla vigilia del summit delle Americhe a Trinidad e Tobago, è stata vissuta quasi come una coltellata. In soccorso alle tesi della Sánchez sono intervenute tutte le voci che si attivano ogni volta che l’Usaid, il Ned e qualunque altra agenzia di comunicazione e propaganda della Cia o dello stesso Dipartimento di stato decidano che è arrivata l’ora di un’altra campagna contro la longeva Revolución cubana che, come ho scritto nel numero scorso, proprio non ne ha voluto sapere di levarsi di mezzo e di smettere di influenzare i sogni di riscatto di un continente. Anzi, ha sistematicamente smentito tutte le previsioni di un mondo mediatico che, sempre più prono verso chi è ritenuto ancora il più forte, è ormai incapace di prendere atto che le cose, almeno in America latina, stanno andando diversamente dai piani del neoliberismo.Perché questo intervento in forze, questa chiamata alle armi dei nostri media, acriticamente attestati sulla “versione ufficiale” del caso Yoani Sánchez, quella dei “cattivacci” cubani che non concedono il permesso d’espatrio alla candida bloguera? Vi sorprenderete, ma la risposta è: la chiamata alle armi dei media è per questioni strategiche. Se i lettori hanno la pazienza di andare a pagina 94 di questo numero dela rivista, troveranno un’analisi della giornalista e scrittrice Rosa Miriam Elizalde, una ricercatrice rigorosa e puntigliosa delle nuove frontiere del web che, oltre a fornire qualche spunto di risposta in più alla domanda, li lascerà sconcertati nell’apprendere che non solo la fine dell’embargo degli Stati Uniti contro Cuba è di là da venire, ma anzi che il governo di Washington ha messo in marcia, dai tempi di Bush, una vera e propria cyberguerra contro la Revolución, alla quale è difficile che il nuovo presidente Obama saprà negarsi, vista l’influenza che questo esperimento ha e avrà su altre scelte politiche e strategiche in altre zone del mondo. Basta mettere in fila alcuni dei passaggi dello studio fatto dalla collega Elizalde: 1] l’Amministrazione di Obama sta ultimando la messa in scena di un nuovo esercito ciberspaziale. Prima il Wall Street Journal, poi The New York Times hanno affermato che l’obbiettivo di questo cybercommando era di garantire la sicurezza delle reti di computers militari degli Stati Uniti, minacciati dall’intrusione di “hackers” vincolati specialmente a paesi come la Cina e la Russia. Con una sola pillola hanno fatto inghiottire alle vittime il pretesto per ucciderle (il fantasma del nemico esterno) e i dettagli di quale sarà l’arma omicida (un cybercommando che manterrà sotto vigilanza il pianeta ed eventualmente entrerà in azione) 2] L’obiettivo e l’intenzione di questa cyberguerra è quella di usare il web come arma di offesa e come terreno di vera applicazione dell’embargo. 3] Il generale della Forza Aerea Robert Elder, che nel novembre del 2006 sembrava essere il capo del Comando cyberspaziale [creato da Donald Rumsfeld], in una conferenza stampa anticipava le ragioni di questo nuovo spiegamento offensivo nella Rete: “Il cambiamento culturale sta nel fatto che adesso tratteremo Internet come un campo di battaglia e ci concentreremo su di lei e le daremo priorità per azioni nel cyberspazio”. 4] Usa Today ha scritto nel maggio del 2008 (Eisler, Peter: “Pentagon launches foreing news websites”. In USA Today, 1 maggio 2008.), che il Pentagono “sta creando una rete mondiale di siti web informativi in lingue straniere, compreso un sito in arabo per gli iracheni, affidati a giornalisti locali per scrivere storie di avvenimenti di attualità e altri contenuti che promuovano gli interessi degli Stati Uniti, e messaggi di controinsurgenza”. 5] Per far passare i pregiudizi come fatti reali, questi devono essere filtrati attraverso una prospettiva personale, accompagnata preferibilmente da immagini e da altre prove evidenti che dimostrino che colui che testimonia si trova effettivamente sul luogo del racconto. Military Review, rivista ufficiale del Pentagono, ha dedicato ampie analisi all’importanza del blog e del cyberdissidente in questa strategia. Servono a dare un volto e degli aneddoti a una retorica che risponde al disegno politico dei militari nordamericani per ciascuna regione in conflitto, particolarmente per quelle dove si sta estendendo l’uso di internet. 6] Se riduciamo quest’analisi a Cuba, è sorprendente il successo della blogger Yoani Sánchez, che risponde a non poche delle condizioni richieste dagli esperti del Pentagono. 7] A chi parla Yoani? Parla ai cubani o a un uditorio che è fuori dall’isola, bombardato da un discorso pregiudiziale che lei cerca di sostenere? Il privilegio di stare a Cuba, si chiede Rosa Miriam Elizarde, garantisce la sua obiettività? 8] L’importanza strategica rivestita da una bloguera di moda e perfino dai Porno para Ricardo, un gruppo punk cubano antisistema [sostenuto da Bob Parsons, un ex marine diventato lo zar dei domini anonimi] nella messa a punto di questa strategia. 9] È casuale che il gruppo Prisa, il maggior sponsor di Yoani in Europa, sia anche proprietario di Noticias 24, il blog dell’opposizione venezuelana contro Chávez? In un panorama come questo è sorprendente che Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della sera, faccia la figura di Alice nel paese delle meraviglie e concentri il suo disappunto su una nota che ho scritto per il mio sito in cui commettevo il peccato di esprimere qualche dubbio sulle dimenticanze di Yoani Sánchez riguardo alla storia recente del suo paese, dall’embargo e dal terrorismo subìto alle devastazioni procurate a settembre datre uragani che hanno distrutto più di 500.000 abitazioni, alle conquiste scientifiche social e culturali che hanno permesso al paese di sopravvivere con una dignità sconosciuta ancora al resto del continente. Battista ha sparato a pallettoni. Ho tentato di rispondergli sul suo giornale, come usa in un corretto rispetto della democrazia, ma il direttore De Bortoli si è negato al telefono e la mia lettera l’ho passata ad Articolo 21 e a Latinoamerica, perché fosse palese che quando i giornali della cosiddetta borghesia illuminata italiana parlano di diritti negati a Cuba o altrove, devono avere il buon gusto di lasciar perdere.
LA BLOGUERA CUBANA SCALZA, MA ALL’UNIVERSITA’ [Risposta all’articolo di Pierluigi Battista sul Corriere della sera]
Caro direttore, dopo i dubbi che ho espresso sul mio sito alla campagna portata avanti da Yoani Sánchez, la bloguera cubana antisistema attualmente più “alla moda” e sponsorizzata dal gruppo Prisa, editore di El Pais, è abbastanza grottesco che Pierluigi Battista indichi proprio me come “un giornalista che, a casa sua, gode di ogni libertà e la usi impropriamente per segnalare i nemici della rivoluzione cubana”. E’ grottesco perchè Yoani Sánchez ha, in questo momento, tutto il potere mediatico che vuole, e perchè Pigi Battista, che il potere dell’informazione lo pratica, sa perfettamente che da undici anni, e dopo quarant’anni di impegno, nella democrazia italiana mi è vietato il lavoro alla Rai, la TV di stato, senza che lui abbia speso mai una parola per questo sopruso. Eppure Battista non ignora che io sono stato fra i pionieri di questa azienda per la quale, per quarant’anni, prima di essere epurato, ho realizzato reportages e documentari che ancora adesso, quando riproposti, vincono premi internazionali. Oltretutto mentire, affermando che io abbia “attaccato”, “denigrato”, “screditato” la bloguera non è un atto che gli fa onore, non solo perchè io non l’ho fatto, ma perchè dimostra che Battista non ha letto l’articolo sul mio sito (www.giannimina.it) ma ha semplicemente fatto sue le versioni sul mio scritto dei “guardiani della controrivoluzione” dell’universo anticastrista, reazionario e violento, che svolge questo lavoro di esecrazione di Cuba dagli Stati Uniti, dal Messico e dalla Spagna. Una pratica che queste organizzazioni portano avanti ora con il “copia e incolla”, ma che è incominciata fin dal giorno successivo al trionfo della Revolución. Non mi spaventano certo nè i loro insulti, nè le loro minacce, che sono semmai la conferma dell’impotenza, della sconfitta di questi metodi, in un America latina che, oltre alla cancellazione dell’embargo, chiede all’unanimità di recuperare Cuba nell’Organizzazione degli stati americani e addirittura insiste per la sua conferma nel Consiglio per i diritti umani dell’Onu. So che Battista non ha in grande simpatia questa nuova America latina progressista che, giorno dopo giorno, conquista diritti civili che, nella vecchia Europa e negli Stati Uniti di Bush, si sono persi, ma se ne deve fare una ragione. E’ difficile ed ipocrita, infatti, essere intransigenti con Cuba per le sue illiberalità (a volte vere, a volte costruite) se perfino il nuovo presidente degli Stati uniti Barack Obama, pur avendo immediatamente annullato la legge voluta dal suo predecessore Bush che autorizzava la tortura (e anche quella che aboliva l’Habeas corpus) è stato poi costretto a bloccare la pubblicazione, decisa da un tribunale, delle foto delle angherie e dei soprusi commessi nel carcere di Guantanamo e non solo. Proprio per contraddizioni come queste, che non hanno fatto insorgere Pigi Battista come per il visto non concesso alla bloguera Yoani Sánchez, Obama recentemente è stato costretto a dichiarare: “L’impatto della presenza di settantamila medici cubani in America latina e nel Sud del mondo è stato più efficace delle politiche portata avanti in questi anni nei riguardi di Cuba dai governi di Washington”. Senza contare che, proprio in questi giorni, nonostante questa presa di coscienza del presidente, l’America di Obama ha negato il visto al grande cantautore cubano Silvio Rodriguez, invitato insieme a Bruce Springsteen e ad altri colleghi al Madison Square Garden di New York per la festa dei novat’anni di Pete Seeger, compagno di lotte del leggendario Woody Guthrie, senza che Battista o qualcuno della Fiera del libro abbia sentito il bisogno di protestare.Sugli scritti di Yoani Sánchez io, nel mio piccolo sito, ho espresso solo misurati dubbi sul fatto che, insieme alle denuncie delle carenze della società del suo paese, non ricordasse anche i meriti che tutti gli organismi internazionali, dall’Onu, all’Unicef, alla Fao, all’Organizzazione mondiale della sanità e perfino ad Amnesty International, che spesso stigmatizza le chiusure della Revolución, gli riconoscono.Ignorarli rende meno credibile la sua testimonianza e la costruzione mediatica che è stata fatta intorno a lei.Yoani Sánchez, tra l’altro, mi ha fatto sapere che quando il mio libro di intervistaa Fidel nell’87 era nelle librerie de L’Avana, lei andava all’Università scalza per le ristrettezze economiche che Cuba aveva all’epoca. Purtroppo ha dimenticato di dire che quelli erano gli anni del periodo especial in cui il suo paese dovette sopportare due embarghi, quello storico e iniquo degli Stati uniti e quello conseguente al crollo dei paesi comunisti dell’Est europeo. Inoltre vorrei ricordare a Yoani che era allora scalza ma andava all’Università. Se fosse stata una giovane di qualunque altro paese latinoamericano dell’epoca, ostaggio dell’economia neoliberale, magari sarebbe stata invece una ragazza di una violenta favela di Rio o di una inumana villa miseria di Lima o Città del Messico o, magari, avrebbe sniffato colla per vincere i morsi della fame, come hanno fatto e fanno ancora milioni di giovani nel continente.Il mondo, si sa, ha un significato o un altro a seconda del punto di vista dal quale lo guardi.Così mi auguro che a Torino, alla Fiera del libro, oltre ad applaudire la telefonata di Yoani, il pubblico sia andato al Museo della Resistenza, alla presentazione di Memoria del buio, lettere e diari delle donne argentine imprigionate durante la dittatura. Una testimonianza di resistenza collettiva, o abbia sentito il bisogno di riempire la sala dove è stato proposto Carte false, l’ennesima opera (a cura di Roberto Scardova) sull’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, impunito da quindici anni per le connivenze di pezzi del nostro apparato dello stato con il traffico internazionale d’armi e rifiuti tossici, pezzi ancora attivi nella struttura del potere del nostro paese.Le donne argentine e Ilaria Alpi forse non avranno avuto la rilevanza mediatica della bloguera cubana, ma sono convinto che l’avrebbero meritata.
Una battaglia mediatica come quella che abbiamo appena illustrato rivela il potenziale che questo mestiere ancora avrebbe per non tergiversare la verità, non cadere vittima della superficialità e dell’opportunismo e migliorare la qualità della vita della comunità dove un giornalista vive. Cito come esempio di questa etica le denunce sulle contraddizioni di Cuba espresse con durezza, dolore, ma anche onestà intellettuale, in diversi numeri della nostra rivista, da Soledad Cruz, una scrittrice che ama esprimersi fuori dai denti o anche da una docente dell’Istituto d’arte de l’Avana come María Cordoba che, in uno dei momenti più duri della vita del suo paese, seppe regalarci uno spaccato crudo e sincero della quotidianità di un modello sociale e politico, magari contraddittorio, ma che non si arrende. Né possiamo dimenticare il racconto, dolente e autocritico, di Ambrosio Fornet [pubblicato nel numero 98/99] sul “Quinquennio grigio” della Rivoluzione [dal 1971 al 1976], quando Cuba sembrò schiacciata dall’egemonia -anche culturale- dell’impero sovietico. Questo, a nostro modo di vedere, è il modello a cui rifarsi per criticare senza voler distruggere un paese che non ha più responsabilità e non ha commesso più peccati di altri, ma ha solo avuto la testardaggine di resistere al modello capitalista, commettendo madornali errori ma evitando quelli che avrebbero voluto imporgli certi suoi critici, i fondamentalisti del neoliberismo, ora imploso, come avvenne al comunismo. Perchè a Cuba, anche se Yoani Sánchez non se n’è accorta, se avesse scelto il modello neoliberale, non sarebbe toccata il destino di Olanda o Danimarca e nemmeno del Lussemburgo, ma quello di nazioni come Guatemala, Salvador o, addirittura, Colombia o Haiti, dove la vita umana vale meno di niente.
Per raccontare uno scenario così complesso che ci richiede una ricerca e uno sforzo di chiarezza continui, in questo numero ci siamo avvalsi dei contributi di testimoni del tempo, indiscutibili o unici nella loro esperienza di vita. Da Noam Chomsky, che riflette sulla sfida del continente latinoamericano alle logiche sempre uguali di vecchi e nuovi colonizzatori, allo stesso Fidel Castro, che commenta i passaggi essenziali del Vertice delle Americhe di Trinidad e Tobago. E poi Saul Landau che, con assoluta franchezza segnala “Il capitalismo è fallito, accettate i fatti”, e il racconto della prima vittoria in Salvador del Frente Farabundo Martí, con l’elezione alla presidenza di Mauricio Funes, la riconferma di Rafaél Correa in Ecuador, il racconto del complotto contro Evo Morales in Bolivia e il reportage di Blanche Petrich sulla resistenza drammatica dei campesinos di Atenco in Messico al progetto di sloggiarli dalle loro terrre per costruire il nuovo mega aereoporto. Lo studio di Rosa Miriam Elizalde sulla cyberguerra contro Cuba, rivelata dal caso Yoani Sánchez, è la denuncia più preoccupante di questo numero 106/107, che ospita anche le testimonianze di Abel Prieto, ministro della cultura di Cuba, di Pombo, ora generale in pensione che sopravvisse al Che in Bolivia e di Adolfo Pérez Esquivel che racconta come scampò ai voli della morte in Argentina, nella stagione tragica dei desaparecidos. La denuncia documentata delle armi nuove e letali sperimentate dalle truppe israeliane a Gaza che chiude il numero, l’abbiamo tradotta da the Lancet, prestigiosa rivista medica nordamericana di grande impegno sociale. C’è di che riflettere, buona lettura. |
Tracce
Perché nacque dal popolo e in mezzo al popolo rimane, e per questo la sua grandezza è la grandezza del popolo cubano. |
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