Latinoamerica e tutti i sud del mondo è una rivista trimestrale che si occupa dei paesi annientati dalla povertà
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In questo numero:

Editoriale:
Gianni Minà
1/Se il Fondo monetario fa fallire gli stati ma l’italia non lo sa

2/Contro Cuba il solito, triste mercato Usa dei diritti umani

3/ Se Wikileaks smaschera la bloguera ma i nostri media non ne fanno cenno

Sommario completo
America latina, la crisi non abita qui Stampa E-mail
News
Giovedì 22 Luglio 2010
Il continente intero nel 2010 crescerà del 5.2%. Se un tempo un battito d’ali a Wall Street provocava un uragano a Brasilia o a Buenos Aires, l’accelerata integrazione latinoamericana, voluta dai popoli e alla quale in questo decennio hanno dato impulso grandi dirigenti come Nestor Kirchner, Lula da Silva o Hugo Chávez, è stato solo un venticello (-1.9% nel 2009) nel Sud che continua a tessere la tela del proprio futuro da quando ha smesso di prendere ordini dalla Casa Bianca e dal Fondo Monetario Internazionale. Luci e qualche ombra dalla Patria Grande economica. I dati della Comisión Económica para América Latina y el Caribe (Cepal) delle Nazioni Unite sono contundenti nella loro complessità.
Da una parte il dato preoccupante è che la crisi non permette di creare posti di lavoro per settori a basso reddito e bassa educazione, e quindi i poveri nel 2010 sono ancora quasi 190 milioni, un terzo della popolazione totale, nonostante la disoccupazione sia diminuita dall’8.2% del 2009 al 7.8% di quest’anno. Inoltre i settori economici che più sono in crescita sono quelli che meno occupano (e più negativo impatto ambientale hanno), come l’agroindustria esportatrice (addirittura entusiasmante l’export argentino e brasiliano oltre che verso la Cina verso la sempre più presente India). Due soli paesi registreranno un PIL negativo. Haiti non ha alcuno strumento per fronteggiare la crisi e il terremoto di gennaio comporterà una diminuzione dell’8.5% del PIL e solo nel 2011 le commesse della ricostruzione riporteranno il segno positivo. L’altro paese che decrescerà, del 3%, è il Venezuela. Una decrescita tutta o quasi dovuta ad un solo dato, la catastrofica contrazione dell’export petrolifero del 30.4% dovuta alla crisi internazionale. Emerge in questo dato quanto chi scrive segnala da dieci anni. Se il governo bolivariano non punta tutto sull’uscita dalla (ricca) monocoltura petrolifera non riuscirà a mettere le basi per un Venezuela moderno e dall’economia diversificata e per sostenere le conquiste sociali di questi anni pagate essenzialmente con la bonanza petrolifera. Il paradosso è dunque che il paese e il governo che più hanno fatto per l’integrazione del continente oggi è ancora uno dei più sensibili agli alti e bassi internazionali del prezzo e del consumo di greggio. Integrazione, commercio regionale, politiche pubbliche, sono le chiavi. Non è un caso che ai vertici della crescita ci sia la coesione dei quattro paesi del Mercosur: il Brasile cresce del 7.6%, Uruguay, Paraguay e Argentina del 7%. Poco più in basso c’è il Perù e intorno al 5% troviamo Repubblica Dominicana, Panama e Bolivia. Più indietro, ma sempre con un recupero tra il 2 e il 4% gli altri, i centroamericani, il Messico, il Cile, la Colombia, l’Ecuador. Per Alicia Barcena, segretario generale del CEPAL, le ragioni della resistenza alla crisi dell’America latina vanno ricercate nella persistenza di politiche e investimenti pubblici, alla centralità del mercato interno e alla grande diversificazione dei partner commerciali, soprattutto l’Asia, il Medio Oriente, l’Africa.
 

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