Il Numero in venditaIn questo numero:
Editoriale:
Gianni Minà
Il vizio di nascondere dei nostri media
Fidel Castro Ruz
La lezione di Haiti
Sommario completo
| Il Cile va alla destra dura e pura |
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| News |
| Martedì 19 Gennaio 2010 |
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Il Cile va alla destra dura e pura, sia pur mascherata con la paccottiglia mediatica, l’aberrazione dell’invocazione continua di dio (e il terzo comandamento?) e i cotillon dell’american dream, di La storia della Concertazione è finita così in un caldissimo pomeriggio di gennaio in un hotel a cinque stelle di Santiago, un buon posto per una coalizione che ha da tempo smarrito la sua storia. Poche facce ricordano quelle dell’88, quando donne e uomini feriti, mutilati e umiliati dalla dittatura ma non sconfitti, pensavano che ci fosse finalmente l’opportunità di costruire, sia pure con l’ipoteca della Costituzione pinochetista, un paese e una democrazia nuova. In pochi oggi ascoltano le parole di circostanza del candidato sconfitto, il bolso democristiano Eduardo Frei, una minestra riscaldata (era stato già grigio presidente negli anni ’90), che ha rappresentato il tentativo suicida di far passare equilibri di partito come necessità del paese. Una militante, mostrando rara capacità di sintesi, gli grida inascoltata: “abbiamo perso per la nostra superbia e la nostra incapacità”. Adesso, con Piñera che alla Moneda prenderà il posto di Salvador Allende e di Augusto Pinochet (e non ci sono dubbi su di chi si consideri erede) tutte le illusioni sono cadute. A partire da quella puerile e consolatoria che già rilancia la campagna per riportare Michelle Bachelet alla Moneda nel 2014. Come se il prestigio personale potesse controllare fino ad allora una coalizione da anni in corso di esplosione e piena di fazioni e interessi privati che difficilmente potranno essere superati in peggio da quelli della destra. La Concertazione in Cile, l’alleanza tra la Democrazia Cristiana (che in parte fu complice della dittatura fondomonetarista di Augusto Pinochet) e il Partito Socialista rinnovato, riconvertito dall’esilio (complice Bettino Craxi) si basava sulla svendita di un patrimonio storico che risaliva da ben prima di Salvador Allende a Luís Emilio Recabarren. La riconversione al secolarismo neoliberale significava, e lo hanno scoperto amaramente i cileni negli ultimi vent’anni, che non si apriranno mai più “le grandi alamedas dove passa l’uomo libero”. Certo, oggi sarebbe totalmente illusorio in un paese socialmente frammentato come pochi dal modello economico ripensare a Recabarren o Allende ma la menzogna sulla quale per vent’anni si è basata la Concertazione è purtroppo caduta. Molti cileni democratici, soprattutto tra le classi medio-alte e intellettuali, e spesso con un passato cristallino di militanza e spesso di esilio, fino alle ultime ore prima della chiusura dei seggi e l’apertura delle urne si erano continuati ad illudere che Piñera non potesse vincere. Sono tra quelli che in questi anni hanno trovato buone maniere per sopravvivere agiatamente ed approfittare delle virtù del modello, per esempio pagando impiegate domestiche a tempo pieno meno di quanto spendono per fumare, ma continuando a sproloquiare da sinistra e senza mai mettere piede nelle “comunas popolari” da dove quelle impiegate domestiche licenziabili su due piedi provengono arrivando ogni mattina all’alba nelle loro case borghesi a Vitacura o a Las Condes. Si sono continuati ad illudere che quel limbo ventennale nel quale la Concertazione aveva rinchiuso il Cile, un neoliberismo funzionante nel bene e nel male con qualche spuntatura delle peggiori brutalità, associato alla comoda illusione che quella fosse l’unica democrazia possibile, la migliore delle democrazie possibili nel paese di Pinochet, potesse continuare a governare il Cile sia pure nella burocratizzazione più bieca dell’esistente. Adesso il disastro è compiuto e vedremo se e come una Concertazione arriverà al prossimo appuntamento elettorale e con quali programmi. Difficilmente la unirà Marco Enríquez-Ominami, il giovane uscito dal partito socialista. Al primo turno, raccogliando un voto su cinque, ha messo a nudo che un’epoca stava arrivando al capolinea. Marco al ballottaggio ha appoggiato Frei senza neanche nominarlo, una dimostrazione di freddezza che testimonia quanto post-politica fosse la sua candidatura e vago il suo appellarsi al cambio da sinistra in quanto giovane, in un paese dove oltre la metà dei giovani non si sono neanche presi il fastidio di registrarsi per votare. Così non sorprende che un terzo dei suoi votanti, soprattutto uomini tra i 25 e i 45, al ballottaggio abbia optato per Piñera. Cambio che invece potrebbe essere rappresentato da una battaglia di lunga durata per una Assemblea Costituente che superi la Costituzione escludente pinochetista. Jorge Arrate, anche lui ex-socialista e candidato delle sinistre, sia pur fermo al 6% al primo turno, ha detto parole interessanti in merito. Parole che qualunque opposizione, nella quale Ricardo Lagos è al massimo un padre nobile e Michelle Bachelet solo una possibile risorsa alla quale dare contenuti nuovi, dovrebbe prendere in serio conto per ricominciare a sperare. È innegabile infine che la sconfitta della Concertazione rappresenti un pericolo politico, economico e militare per l’America latina integrazionista e in particolare per la Bolivia. Il Cile neoliberale ha costruito un’efficiente economia ancillare di quella statunitense ma ha agito, soprattutto con Michelle Bachelet, come un attore neutro rispetto ai grandi movimenti politici, sociali ed economici del continente. Adesso dal colombiano Àlvaro Uribe passando per il peruviano Alan García fino a Piñera, sulla costa pacifica del Sud America (senza dimenticare il Messico di Felipe Calderón) si salda un poderoso fronte politico di destra filostatunitense e che si mette di traverso ai progetti d’integrazione del Continente. Vengono tempi duri in America latina e la faccia di plastica di Sebastián Piñera non promette nulla di buono. |
Tracce
Sotto la direzione del Presidente Fidel Castro, l’eroico popolo di Cuba ha rovesciato un regime ingiusto e sfruttatore, istituendo un nuovo Stato. |
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