Il Numero in venditaIn questo numero:
Alessandra Riccio
La scomparsa di Bruna Gobbi,
fondatrice della nostra rivista
Editoriale:
Gianni Minà
Se García Márquez e Oliver Stone fanno “rosicare” Pigi Battista
Sommario completo
| ELEZIONI IN HONDURAS E IN URUGUAY; LA NOSTRA AMERICA E LA LORO |
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| News |
| Venerdì 27 Novembre 2009 |
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Giovedì il cancelliere (Ministro degli Esteri) brasiliano Celso Amorim ha ribadito: “il Brasile non riconoscerà le elezioni in Honduras per molti buoni motivi. In primo luogo perché sarebbe una legittimazione a posteriori del colpo di Stato del 28 giugno. Inoltre perché le elezioni [organizzate dalla giunta golpista e boicottate dalle forze democratiche. ndr] possono solo aumentare l’instabilità di un paese che fino al golpe era tranquillo”. Ancor più duro è Marco Aurelio García, consigliere speciale per la politica estera del presidente Lula che ha attaccato il governo degli Stati Uniti: “È vero che inizialmente hanno condannato il golpe, ma il fatto che non ne hanno vissuti tanti sulla loro pelle gli ha fatto presto cambiare idea. Loro pensano che riconoscere le elezioni possa essere una via d’uscita. Noi pensiamo che invece le elezioni sono lo sdoganamento di un colpo di Stato preventivo. Gli Stati Uniti non dovrebbero riconoscerle, per noi sarà estremamente grave se lo faranno e sarà loro la responsabilità di tutto quello che succederà in Honduras”. La posizione del governo Lula, nella sua chiarezza, è la più utile a fare il punto della situazione mentre in Honduras continuano a ritirarsi candidati da quelle che con ogni evidenza saranno delle elezioni senza alcun controllo democratico. Solo martedì almeno un’altra sessantina di politici si sono ritirati dalle varie competizioni elettorali (oltre alle presidenziali si vota anche per il parlamento e per le amministrative). I candidati ritirati si aggiungono ad almeno altrettanti che già hanno rinunciato nelle passate settimane, tra i quali il più importante è senz’altro Carlos Reyes, uno dei leader della lotta contro il colpo di Stato. La strategia statunitense di arrivare comunque ad elezioni senza guardare alla delegittimazione delle stesse data dal ritiro dei candidati delle opposizioni, ricalca quella afgana dove “il nostro uomo a Kabul”, Hamid Karzai doveva vincere (e ha vinto) nonostante i brogli del primo turno e nonostante il ritiro dell’avversario nel ballottaggio. In queste condizioni è perfino poco interessante sapere chi sono i candidati pro-golpisti. I due maggiori aspiranti alla presidenza della Repubblica sono Porfirio Lobo, del Partito Nazionale (destra), che in luglio secondo la Gallup aveva il 42% delle preferenze, e che fu sconfitto da Zelaya nelle passate elezioni, ed Elvin Santos, del Partito Liberale, lo stesso del golpista Micheletti e del presidente legittimo Mel Zelaya. Forse Lobo, comunque compromesso con il golpe, è in migliori condizioni rispetto a Santos per poter superare lo stallo voluto dai golpisti. Quello di domenica resta comunque un voto in famiglia tutto interno alla oligarchia di sempre e, quello che più conta (anche per Washington), è che non vi sarà alcuna “Quarta urna”. Il referendum sarebbe stata la forma con la quale il popolo avrebbe potuto chiedere un’assemblea costituente per costruire l’Honduras del futuro che superasse la Costituzione scritta nel 1982 dal dittatore Policarpo Paz. Per evitare la cosiddetta “Quarta urna” (urne per le presidenziali, politiche, amministrative con quella referendaria che sarebbe stata appunto la quarta) Roberto Micheletti, in accordo con buona parte delle classi dirigenti del paese rovesciò il governo legittimo il 28 giugno. La “Quarta urna” dunque non ci sarà e i golpisti in questo senso hanno vinto. Ben altra situazione si vive a Montevideo, diecimila chilometri più a Sud, dove si va al ballottaggio tra Pepe Mujica, il candidato del centro-sinistra al governo, e Cuqui Lacalle, il candidato del Partito Nazionale (centro-destra). Dopo un ulteriore mese di campagna intensa le cose appaiono definite e nei quartieri popolari tutto è pronto per festeggiare l’ex-guerrigliero Mujica (per quasi tre lustri prigioniero politico della dittatura), che diventa presidente e a 75 anni suonati sarà per la prima volta in vita sua costretto a mettersi una giacca e forse (è uno dei dubbi che regnano) perfino una cravatta. Cuqui Lacalle, sul quale hanno pesato gli scandali per corruzione del suo precedente governo negli anni ’90, non sarebbe riuscito a catturare gli indecisi e, a meno di una grandissima sorpresa, non dovrebbe superare il 44-45% dei voti con Mujica (che sa già di avere la maggioranza in parlamento) che si terrà sul filo del 50%. Nell’intervista d’apertura del numero in edicola di Brecha, Pepe ha parlato a Nelson Cesin già come presidente. Nei suoi primi cento giorni: “al primo posto c’è la casa, cominciando dalle madri sole con figli. Quindi c’è l’educazione, dobbiamo spendere in educazione come se fossimo in Scandinavia e mettere fine allo scandalo che solo il 5% dei figli di poveri in Uruguay diventa un professionista. Quindi l’Istituto di Colonizzazione dovrà assegnare almeno 250.000 ettari di terra”. Lui invece continuerà a vivere nella chacra, la casupola di sempre, alle porte di Montevideo dalla quale fino a pochi anni fa usciva per vendere fiori recisi nei mercati popolari. Unica concessione al protocollo sarà una stanzina che sarà destinata alle guardie che per legge è costretto ad accettare. Uruguay e Honduras, due Americhe a confronto, una che cerca di trovare un cammino d’uguaglianza in pace e democrazia, un’altra dove gli oligarchi hanno impedito perfino che si possa sognarlo. |
Tracce
Perché nacque dal popolo e in mezzo al popolo rimane, e per questo la sua grandezza è la grandezza del popolo cubano. |
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