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Honduras: Micheletti trema, dopo cento giorni non ha piegato la Resistenza e vuole dialogare Stampa E-mail
News
di Gennaro Carotenuto   
Martedì 06 Ottobre 2009
Roberto Micheletti, il dittatore di Tegucigalpa, dopo non essere riuscito a piegare cento giorni di Resistenza popolare al colpo di Stato ed essere addirittura arrivato a minacciare il Brasile (che ospita il presidente legittimo Mel Zelaya nella propria Ambasciata) cambia improvvisamente tono e si dispone a dialogare e perfino ad accettare di restituire il governo a Zelaya.Micheltti
A volte bisogna aver pazienza. Non erano bastate al popolo honduregno, che non ha mai alzato le braccia alla dittatura, cento giorni di manifestazioni, sacrifici, arresti, torture, assassini. Non erano bastate le posizioni della comunità internazionale e perfino del presidente statunitense Barack Obama che non avevano concesso (quasi) nulla al dittatore di Bergamo Alta. Non era bastato neanche il rientro in patria del presidente legittimo Mel Zelaya sotto l’ombrello più che sicuro di Lula da Silva e della potenza brasiliana.
Adesso nell’Honduras a cento giorni dal colpo di Stato perfino il gorillismo reazionario di una oligarchia come quella honduregna, che pure può contare sulla complicità del partito repubblicano statunitense, sembra dover fare i conti con la realtà e con le condizioni dettate dal Fronte Nazionale di Resistenza al Colpo di Stato.
E se la Resistenza esige innanzitutto il ritiro dello stato d’assedio, la liberazione dei prigionieri politici e il ritorno immediato di Zelaya al governo, adesso Micheletti risponde per la prima volta che almeno in parte è disponibile a ritirare lo stato d’assedio e a far tornare al governo Zelaya (fino a ieri un criminale da processare) nel periodo che andrebbe dalle elezioni del 28 novembre fino all’insediamento del nuovo capo dello stato eletto, ai primi del nuovo anno.
Se al momento il ripristino dei diritti civili è per Micheletti l’ultima delle concessioni, per Zelaya e per il Fronte rappresentano una precondizione per iniziare a trattare. Il vulnus resta sempre il che fare con le elezioni (che al momento l’opposizione democratica non può riconoscere), se riconoscerle (la comunità internazionale è dubbiosa) e chi le gestirà. Micheletti è cosciente che quello è il suo tetto e il suo compito storico: imporre un altro uomo dell’oligarchia per prolungarne per ancora un mandato il potere. Un prezzo per il quale ora può ben dialogare. L’obbiettivo è a pochi passi. Cosa farà una generazione intera di honduregni forgiata da mesi di resistenza contro il golpe?

 

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