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	<title>Latinoamerica &#187; Senza categoria</title>
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	<description>Latinoamerica e tutti i sud del mondo</description>
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		<title>El País esagera davvero!</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Mar 2014 17:15:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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Sul “Guardian” inglese, abbiamo letto una cronaca di Mark Weisbrot che dava una visione della città di Caracas alquanto diversa (e più tranquillizzante) di quella che ci offre l’assatanato El País, che anche il 30 marzo, ha aperto vistosamente la sua edizione America con un’intervista a Corina Machado di Alfredo Mez ed Ewald Schaerfenberg, in cui i giornalisti hanno posto domande corrette, seguito da un articolo di Cristina Marcano, “I rapporti smisurati fra L’Avana e Caracas” che ne dice di tutti i colori rivelando il vero pericolo per il mondo: la cubanizzazione del Venezuela!<br />
Quanto alla Machado, voglio riportare solo qualche riga della sua intervista. I giornalisti le chiedono: “Lei ha sempre detto che è impossibile sconfiggere il regime attraverso le elezioni. C’era bisogno di tutto quello che è accaduto per rivelare alla comunità internazionale l’aspetto repressivo del Governo? Perché non aspettare che scadano i termini previsti dalla Costituzione per convocare alle elezioni?”. Risposta: “Crediamo nelle elezioni per definire il futuro. Ma ciò deve essere accompagnato da una grande mobilitazione cittadina che faccia retrocedere un regime che ha cooptato tutte le istituzioni. Pensiamo a quel che si è ottenuto in queste settimane di lotta. Pensiamo al Venezuela della fine di gennaio e a quella della fine di marzo. Un paese che da fuori era visto come terrorizzato e rassegnato, senza forza in contrapposizione a un Venezuela che si è svegliato e ha strappato la maschera democratica del Governo”. Domanda: “Questa è la parte epica, ma ci sono 36 morti e più di 1.000 detenuti”, risposta: “In Venezuela la delinquenza è smisurata. L’anno scorso hanno assassinato 25.000 persone. E vogliamo a discutere di 36 morti quando in Venezuela ogni giorno vengono assassinate 60 persone?”. L’energica Corina Machado non sembra molto versata per un discorso politico da leader dell’opposizione.<br />
L’articolo della Marcano, corredato da un riquadro sulla presenza di cubani in Venezuela, è un capolavoro di luoghi comuni, di malignità e di “si dice”. Sostiene che ormai più di centomila cubani si sono insediati in quel paese amico per farsi mantenere, eppure riuscendo diabolicamente a farsi pure ringraziare dagli ingenui venezuelani, convinti di ricevere da Cuba grandi favori mentre sono proprio i cubani a dover ringraziare per il petrolio a prezzi di favore che ricevono, il che è anche vero. Ma chi sono questi occupanti stranieri di quel bel paese tropicale? Sono “burocrati, medici, infermiere, dentisti, scienziati, maestri, informatici, analisti, tecnici agrari, tecnici dell’elettricità, operai e cooperanti culturali. Anche nei Servizi Segreti e perfino nelle Forze Armate”. Eppure, astutamente “ancorata in una vecchia dittatura comunista, l’isola ha avuto ben chiaro dove trovare i dollari per mantenersi a galla. Negli ultimi 15 anni, quella lingua di 108.000 chilometri quadrati, con una delle economie più arretrate, è riuscita a saziare il suo appetito in Venezuela, un paese nove volte più grande, tre volte più popolato e con enormi risorse; fra cui le maggiori riserve di petrolio del mondo”.<br />
Sulle ragione di tutto ciò la brillante giornalista non spreca una parola, non si chiede il perché, non allude alla solidarietà della maggior parte dei paesi dell’area a Maduro, non ricorda la situazione disastrosa del paese nel campo della salute pubblica, dell’alfabetizzazione, del problema abitativo.<br />
D’altra parte, a El País interessa solo la demonizzazione del Venezuela e della sua eminenza grigia, Cuba.<br />
Per fortuns, trovo sul quotidiano messicano La Jornada, l’intelligente articolo di Oliver Stone e Mark Weisbrot (28 marzo) sull’isolamento di Barak Obama nel contesto latinoamericano sulla questione del Venezuela, facendo notare  che “Il Governo di Obama, in maniera surrealista, sembra non aver idea che questo continente è molto diverso da quel che era 15 anni fa”. Sono governi che respingono decisamente il quadro fornito da Washington dei recenti avvenimenti del Venezuela, compresa la neo insediata Michelle Bachelet, a capo del tradizionalmente conservatore Cile che ha usato senza remore la parola “destabilizzazione”. La conclusione di Stone e Weisbrot è lapidaria: “Se il governo di Obama desidera migliorare i suoi rapporti nella regione, potrebbe cominciare con l’unirsi al resto del continente nell’accettare i risultati delle elezioni democratiche”. Vien voglia di dire: “Elementare, Watson”.<br />
Tornando ancora a El País, ricopio questa perla del giornalista Antonio Navlón (“Venezuela, il prezzo del riscatto cubano”, 17 marzo) sempre sul tema della cubanizzazione del Venezuela: “Personalmente considero che potrebbe essere Cuba, con Raúl Castro alla testa, a consegnare la rivoluzione chavista agli Stati Uniti, in cambio di ottenere il ritiro del blocco per Cuba”. Chi offre di più?</p>
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		<title>Un anno senza Chávez</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2014 09:30:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/03/2710493-chavez.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2392" alt="2710493-chavez" src="/wp-content/uploads/2014/03/2710493-chavez-300x167.jpg" width="300" height="167" /></a>La destra, articolata come mai prima a scala mondiale per opera e grazia del fenomenale potere mediatico statunitense, pensava che con la morte del leader bolivariano sarebbe finito il <i>chavismo</i>. Nella loro rozzezza intellettuale le sue schiere si consolavano reciprocamente per le sconfitte latinoamericane dicendo che “morto il cane, finita la rabbia”. Ma la storia fino ad ora è stata avara rispetto ai loro aneliti. La “rabbia” dei popoli non è un fenomeno passeggero ma la conseguenza dell’iniquità, della disuguaglianza e dell’oppressione che incessantemente produce il capitalismo, in quelle terre come in qualsiasi altro luogo. Solo che nella Nostra America la rabbia si è amalgamata a una bicentenaria tradizione politico-intellettuale emancipatrice, anti-oligarchica e anti-imperialista che anche se non si può dire che sia del tutto assente in altre parti di quello che si usava chiamare Terzo Mondo, si può affermare che è presente in un pugno di paesi e, senza dubbio, senza il peso e la longevità evidenziati in Latinoamerica e nel Caribe. Una tradizione che si incarna nelle figure gigantesche di Bolívar e Martí, ai due estremi del secolo XIX e che continua con una lunga lista –che non possiamo riprodurre qui- che  parte da Simón Rodríguez, Miranda, San Martín, Artigas, Bilbao, Hostos, Betances e tanti altri, e dopo un po’ di tempo continua con Mariátegui e Mella fino ad arrivare a Bosh, il Che e Fidel. Da questo felice incontro fra la “rabbia” e una venerabile tradizione politica sono scaturiti i venti di emancipazione che percorrono la nostra geografia fin dagli inizi del secolo, spinti da quella vera forza scatenata della natura che è stato Hugo Chávez.<br />
Venti che pur se sono diminuiti di intensità continuano a soffiare. Per questo Nicolás Maduro si è imposto nelle elezioni presidenziali del 14 aprile 2013 per un 1,5% del voto popolare, nonostante ciò Barack Obama persiste nella sciocchezza di non riconoscere la vittoria. Bisognerebbe ricordare all’inquilino della Casa Bianca che nelle presidenziali del suo paese nel 1960 John F. Kennedy vinse per una differenza dello 0,1%: 49,7 contro 49,6 di Richard Nixon. E che durante quelle del 2000, George W. Bush con 47,9% ha perso contro Al Gore che aveva ottenuto un 48,4. Ma il fratello di Bush, John Ellis (a) “Jeb”, all’epoca governatore dello stato della Florida, inventò uno scandaloso arzigogolo legale che ha permesso a George W. di imporsi nello stato (dove era stato sconfitto da Gore) prendendosi così i voti elettorali della Florida, per cui ha ottenuto la maggioranza nel collegio elettorale che lo ha consacrato presidente.<br />
La sconfitta del 14 aprile ha fatto sprofondare in una grande depressione la destra venezuelana. Incoraggiata dal silenzio della Casa Bianca ha deciso di non riconoscere il risultato delle urne, denunciare una presunta frode elettorale e lanciare, per bocca di Henrique Capriles, un nuovo tentativo sedizioso (prima: il golpe dell’aprile del 2002, poi lo sciopero petrolifero). Quel tentativo criminale ha prodotto una decina di morti ed enormi danni materiali. Vista l’inconsistenza delle denunce di frode dopo che ampie commissioni avevano certificato l’onestà delle elezioni, gli Stati Uniti e i loro compari locali hanno lanciato una campagna di destabilizzazione economica: mancanza di rifornimenti programmati e sincronizzati e accaparramenti di articoli di prima necessità; attacchi al Bolívar e speculazione sfrenata dei prezzi sono stati i tre punti di forza del sabotaggio economico, così come lo illustra Eugene Sharp nei suoi manuali per un “golpe suave”.<br />
Hanno continuato con queste tattiche destinate a irritare la popolazione e a fomentare l’idea dell’inettitudine o insensibilità governative, fino alle elezioni municipali dell’8 dicembre del 2013. Dando prova di una notevole incapacità nel leggere la congiuntura politica, la destra le ha definite come un referendum nazionale: “Se il <i>chavismo</i> perde –dicevano &#8211; Meduro deve dimettersi”. In tal caso non ci sarebbe stata ragione di aspettare fino al 2016 per convocare il referendum di revoca contemplato dalla Costituzione bolivariana. Ma invece di perdere, il <i>chavismo</i> ha preso 900.000 voti di differenza sul cartello della destra, la Mesa de Unidad Democrática (MUD), e quasi il 10% dei voti. Insieme a questo il progressivo avanzamento della realizzazione di uno dei grandi sogni di Chávez: l’ istituzionalizzazione della CELAC, con la realizzazione del suo secondo Vertice niente meno che a Cuba, ha fatto sì che la destra internazionalizzata buttasse al diavolo qualsiasi scrupolo e abbracciasse senza indugi la strada della sedizione, mal dissimulata fra le pieghe del diritto dell’opposizione a manifestare pacificamente.<br />
In realtà si tratta di un trucco per nascondere il vero progetto: far cadere Maduro, come ha spiegato il leader dei sediziosi, Leopoldo López Mendoza, seguendo il copione dei “democratici” ribelli contro Gheddafi a Bengasi e i neonazisti in Ucraina in questi giorni. Toccherà al governo di Maduro tracciare una sottile linea per distinguere l’opposizione che rispetta le regole del gioco democratico da quella che scommette sull’insurrezione, sulla sedizione. Dialoghi di pace con la prima, ma –come insegna la giurisprudenza statunitense – tutto il rigore della legge penale per i secondi. Fare il contrario servirebbe solo a propagare l’incendio della sovversione.<br />
A un anno dalla sua scomparsa l’eredità di Chávez appare dotata di un’invidiabile vitalità: il <i>chavismo</i> continua ad essere invincibile nelle urne –ha vinto 18 delle 19 elezioni convocate durante il suo mandato – e nella Patria Grande i processi di unità e integrazione che con tanto fervore e lungimiranza ha promosso il grande patriota latinoamericano continuano il loro corso, avanzando nonostante tutti gli ostacoli che gli si erigono contro. Per questo l’intensificazione della controffensiva reazionaria che concepisce la lotta di classe come una guerra senza quartiere e senza limiti morali o giuridici di nessun tipo. L’obbiettivo immediato, pressante per via del deterioramento della posizione degli Stati Uniti nel grande scacchiere della geopolitica internazionale, è quello di impossessarsi del Venezuela e del suo petrolio, con la complicità delle classi e dei settori sociali che hanno usufruito del furto della rendita petroliera praticato dalle grandi multinazionali per quasi tutto il secolo XX. Gente che non perdonerà mai a Chávez e al <i>chavismo</i> di aver restituito questa ricchezza al popolo venezuelano, e che per questo si fanno avanti per distruggere l’ordine costituzionale. E’ questa la natura profonda della loro richiesta di “democrazia”: il petrolio per gli Stati Uniti e il governo e tutto l’apparato statale per le vecchie classi dominanti e i loro rappresentanti politici che hanno perfezionato il saccheggio durante la Quarta Repubblica. L’impero cavalca questa retrograda ambizione per cercare di fare in Venezuela quello che ha fatto in Irak, in Libia, in Afganistan e che adesso pretende di fare in Siria e in Ucraina. In tutti i casi in nome della democrazia, dei diritti umani e della libertà, proclami bellissimi ma che sulla bocca dei loro maggiori trasgressori si trasformano in una pozione velenosa che i popoli della Nostra America non sono disposti ad ingerire e la ragione è molto semplice: è passato un anno dalla morte ma Chávez è troppo vivo nella coscienza dei nostri popoli per farli decidere di incatenarsi nuovamente al giogo dei loro sfruttatori.</p>
<p>Atilio Borón</p>
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		<title>LATINOAMERICA DI NUOVO IN LIBRERIA</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Feb 2014 09:14:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Quasi col sedere per terra&#8230; Cari lettori, cari abbonati, Vi scrivo per informarvi che continueremo ad esistere. Negli ultimi mesi infatti, nonostante il lavoro quasi esclusivamente volontario del nostro gruppo [direttori in testa] non avevamo più i fondi necessari per stampare la rivista, e l’assenza in libreria del numero autunnale di Latinoamerica lo testimonia. A [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="/wp-content/uploads/2014/02/LA-124-125-126.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2377" alt="LA 124-125-126" src="/wp-content/uploads/2014/02/LA-124-125-126-210x300.jpg" width="210" height="300" /></a>Quasi col sedere per terra&#8230;</strong><br />
Cari lettori, cari abbonati,<br />
Vi scrivo per informarvi che continueremo ad esistere.<br />
Negli ultimi mesi infatti, nonostante il lavoro quasi esclusivamente<br />
volontario del nostro gruppo [direttori in testa] non avevamo più i<br />
fondi necessari per stampare la rivista, e l’assenza in libreria del numero<br />
autunnale di Latinoamerica lo testimonia. A dire il vero non avevamo<br />
neanche i soldi sufficienti per pagare i debiti accumulati negli<br />
ultimi due anni, ma questo mi pare che sia una condizione comune a<br />
molti italiani.<br />
Fermarci dopo essere arrivati a 32 anni di numerazione ininterrotta<br />
di Latinoamerica, ci amareggiava ma non si poteva neanche vivacchiare<br />
stampando magari solo 2 volte l’anno, giusto per andare avanti.<br />
Inaspettatamente, però, abbiamo incontrato nel nostro percorso<br />
la Lit. Edizioni Srl [Castelvecchi] che ha deciso di camminare con noi.<br />
Siamo molto contenti e fiduciosi per il nostro nuovo futuro. Abbiamo<br />
speranza che questa collaborazione apporti nuova linfa per la<br />
nostra amata rivista, una delle pochissime, nel nostro Paese, a offrire<br />
informazione altra.<br />
Buona lettura!</p>
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		<title>Claudio Abbado a Cuba e in Venezuela</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jan 2014 18:06:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/01/claudio-abbado2.jpg"><img src="/wp-content/uploads/2014/01/claudio-abbado2-300x168.jpg" alt="claudio-abbado2" width="300" height="168" class="alignleft size-medium wp-image-2343" /></a>Il maestro Claudio Abbado, scomparso a Bologna a ottant&#8217;anni, non solo è stato uno dei più grandi direttori d&#8217;orchestra del mondo ma anche uomo di cultura a tutto tondo particolarmente sensibile al lato sociale e umano dell&#8217;arte musicale. Quindi, oltre alla grande carriera concertistica e alle famose direzioni storiche alla Scala di Milano o coi <em>Berliner Filarmoniker</em>, oggi vogliamo ricordare quì due speciali attività negli ultimi dieci anni portate a conclusione da Abbado a Cuba e in Venezuela che, pare, siano poco tenute a mente da grande stampa e tv italiane. Vidi arrivare il maestro Abbado all&#8217;Avana due volte, nel 2003 e 2004, e fermarsi nel tiepido inverno cubano per oltre un mese a cavallo del Capodanno, e andai qualche volta alle prove nel moderno auditorio Amedeo Roldàn dove il geniale maestro italiano dirigeva una grande orchestra di 70 elementi,  tutti giovani strumentisti cubani impegnati nella creazione di una grande orchestra sinfonica giovanile latinoamericana. Scattai qualche foto e pochi minuti di video durante una sessione di quelle prove dove un Abbado autorevole ma affabile dirigeva, insegnava e commentava le varie partiture coi giovani allievi. C&#8217;era abbastanza gente in quella occasione ad ascoltare nella platea del Roldàn, ma ce ne fu moltissima di più (almeno due  milioni di telespettatori) quando uno stupendo concerto, tenuto sempre al teatro Roldàn , venne trasmesso su <em>Cubavisiòn</em> , la rete ammiraglia della tv cubana nel programma &#8220;La grande scena&#8221;. Ancora lunghi e scroscianti applausi Claudio Abbado li ricevette qualche tempo dopo, nel maggio 2004, da più di mille entusiasti studenti all&#8217;ISA de L&#8217;Avana (Instituto Superior de Arte),  mentre  riceveva dall&#8217;allora ministro della Cultura Abel Prieto Jimènez la più alta onorificenza culturale cubana intitolata all&#8217;eroe nazionale Josè Martì.<br />
Negli anni seguenti, 2005 e 2006, Abbado spostò a Caracas, la fase conclusiva della selezione e definitiva creazione della grande orchestra sinfonica giovanile Latinoamericana. Il Venezuela del presidente Hugo Chàvez  in quel tempo era in pieno, nuovo e positivo fermento sociale e culturale col fiorire delle note &#8220;missioni&#8221; in atto a favore dei grandi strati popolari poveri e bisognosi.  Erano in svolgimento importanti campagne di sviluppo pubblico dell&#8217; assistenza medica, della scolarizzazione, della nutrizione, dello sport e della cultura. Tutte poderose iniziative di massa cui collaborava in modo fondamentale Cuba inviando nell&#8217;alleato paese sudamericano diverse migliaia di medici, professori, allenatori. In Venezuela esisteva già nell&#8217;educazione musicale il &#8221; metodo Abreu&#8221; ( fondato da un esperto e valoroso musicista venezuelano), ma col rilancio sostenuto da quel particolare momento storico, la pratica musicale dallo studio di base fino agli alti livelli di perfezionamento aveva avuto un fortiissimo e nuovo impulso. In Caracas erano state create, in decine di <em>barrios</em>, centinaia di orchestre musicali classiche e sinfoniche: c&#8217;erano quelle dei bambini fino a dieci anni, poi degli adolescenti fino a 15,  poi quelle giovanili fino ai 21,  poi ancora quelle dei musicisti gia adulti e formati. Una cosa davvero eccezionale. E lì non poteva non andare ad immergersi non solo un grande artista, ma anche uno straordinario uomo di cultura come Abbado. A Caracas ultimò il lavoro iniziato all&#8217;Avana costruendo in modo definitivo la straordinaria Orchestra sinfonica giovanile Latinoamericana. Non a caso negli anni seguenti fu chiamato tra i migliori direttori d&#8217;orchestra della Scala di Milano, il trentenne venezuelano Dudamel emerso in un&#8217;altra bella formazione venezuelana, l&#8217;Orchestra Simòn Bolìvar.  Ecco,tra le altre attività concertistiche dei primi anni 2000, il percorso latinoamericano di Claudio Abbado che già aveva svolto simile lavoro formatore in Europa creando altre orchestre giovanili come la famosta &#8220;Mozart&#8221;. Chissà se i media italiani ricorderanno anche questo lavoro di Abbado a Cuba e in Venezuela?  Difficile a dirsi, specie se si ricorda un&#8217; intervista apparsa sul <em>Corriere della Sera</em> di qualche anno fa. Chiede, l&#8217;ignaro cronista, ad Abbado a Milano: &#8221; Ma scusi, maestro, come mai lei va a svolgere attività artistiche in città come Caracas ?&#8221;. Risposta secca: &#8221; Perchè laggiù posso ascoltare e valutare 200 orchestre giovanili !&#8221;. Ha dichiarato più volte infine Claudio Abbado: &#8221; Le attività artistiche e in particolare la musica, se sostenute e adeguatamente diffuse, possono sensibilmente contribuire anche al riscatto sociale e civile di frange di popolazioni prima tenute in condizioni di abbandono&#8221;.<br />
E&#8217; chiara la lezione non solo artistica, ma anche etica (ed ecologica) del gigante Claudio Abbado? Anche quì ci sfiorano dei dubbi. Come quando il Maestro, a compenso di un importante concerto, chiese all&#8217;allora sindaco di Milano signora Letizia Moratti, di non voler nulla per sè, bensì che fossero piantati nella città 20mila alberi.<br />
Non avvenne.                 <br />
(Marzio Castagnedi)</p>
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		<title>Addio a Juan Gelman</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jan 2014 19:31:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Se n&#8217;è andato da questo mondo Juan Gelman, uno dei più prestigiosi poeti viventi, un argentino che aveva provato sulla sua pelle la crudeltà della dittatura militare nel suo Paese, dove durante gli anni del terrore, avevano sequestrato e ucciso suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia Garcia, genitori di una bimba nata [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/01/GELMAN.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2333" alt="GELMAN" src="/wp-content/uploads/2014/01/GELMAN-221x300.jpg" width="221" height="300" /></a></p>
<p>Se n&#8217;è andato da questo mondo <strong>Juan Gelman</strong>, uno dei più prestigiosi poeti viventi, un argentino che aveva provato sulla sua pelle la crudeltà della dittatura militare nel suo Paese, dove durante gli anni del terrore, avevano sequestrato e ucciso suo figlio Marcelo Ariel e sua nuora Maria Claudia Garcia, genitori di una bimba nata in carcere e della quale si era persa ogni traccia. Anni dopo, una campagna internazionale di intellettuali e di militanti lo aveva aiutato a ritrovare la nipote che nella stagione dei desaparecidos era stata data in adozione ad una famiglia di Montevideo. Con lei a fianco Gelman, nel 2007, era andato a ricevere a Madrid il Premio Cervantes, la più alta onorificenza letteraria al mondo dopo il Nobel. Ho avuto l’onore di conoscerlo e di frequentarlo. Con lui e con Manuel Vazques Montalban, nel Duemila ci ritrovammo a Città del Messico a festeggiare la marcia zapatista che il subcomandante Marcos aveva organizzato proprio per dar voce ai discendenti delle popolazioni Maya, ancora in lotta per la loro sopravvivenza.<br />
Ha scritto anche per la nostra rivista<em> Latinoamerica</em>. Ricordo in particolare una sua denuncia memorabile dei guasti fisici e morali procurati a molti soldati nordamericani dal propanololo, una sostanza chimica che avrebbe dovuto cancellare i rimorsi di questi soldati nelle loro “guerre senza leggi”. Nel 2005, nell’indifferenza del mondo, si erano suicidati circa 17 reduci al giorno. Qui di seguito riproponiamo quelle righe strazianti, pubblicate sul <em>Latinoamerica</em> n. 101.</p>
<p>(G.M.)</p>
<p>LOBOTOMIA MORALE</p>
<p>di Juan Gelman</p>
<p>Non si tratta del semplice lavaggio del cervello, del quale si occupano quotidianamente governi come quello della Casa Bianca, dove posano le loro terga -unica materia pensante che, a quanto sembra, posseggano- i fautori di guerre infinite, o certi media, certi programmi radiofonici, certe catene di televisione. È qualcosa di peggio, è la mutilazione di sentimenti morali come il pentimento, la colpa, la memoria dell’orrore, la solidarietà, la compassione, la ripugnanza a uccidere altri esseri umani e perfino la dignità del combattimento. Il pentagono ha preso delle misure affinché nulla di tutto questo colpisca i suoi soldati, che vengono considerati a stento come materiale usa e getta. Il Congresso degli Stati uniti lo ha ufficializzato.<br />
La legge di psicologia Kevlar del 2007 consente al Dipartimento della Difesa “di sviluppare e applicare un piano di misure preventive e di intervento precoce, di pratiche o procedimenti che riducano la possibilità che il persona- le in combattimento soffra di disordini post traumatici [Ptsd, dalla sua sigla in inglese] e altre psicopatologie riferibili allo stress, ivi compreso l’uso di sostanze” [www.opencongress.org, 31.7.07].<br />
La sostanza è il propanololo e questa preoccupazione è fondata: quasi il 40 per cento dei soldati, un terzo dei marines e la metà delle guardie nazionali che hanno combattuto in Iraq soffrono di gravi turbe mentali, a quanto affer- ma un rapporto del Gruppo di lavoro sulla salute Mentale del Pentagono [www. defense link.mil, 15.6.07]. Nel rapporto relativo ai suicidi nelle forze armate statunitensi dopo l’invasione e l’occupazione dell’Iraq si registra che la per- centuale di effettivi che si sono dati la morte con le loro mani nel 2006 è la più alta dal 1980 [www.armymedicine.army.mil, 2006]. La Cbs ha dato notizia<br />
a dicembre del fatto che, in base ad una ricerca da loro condotta, più di 6250 veterani si sono suicidati nel 2005, circa 17 al giorno. Le perdite al fronte sono state molto minori. La morte non cessa di lavorare anche dopo gli scontri.<br />
La logica della legge Kevlar è semplice: se i giubotti antiproiettile proteggono il fisico dei militari statunitensi, perché non usare delle droghe per proteggerne la soggettività? Dalla Seconda Guerra mondiale, il Pentagono sta sviluppando dei metodi per modificare i valori etici che le famiglie e la scuola inculcano nelle reclute. Il tenente colonnello Peter Kilner è stato molto chiaro al riguardo: “L’addestramento miliare moderno condiziona i soldati in modo che rispondano agli stimoli, cosa che ne esalta la capacità letale, travolgendo qualsiasi autonomia morale. I soldati vengono condizionati ad agire senza considerare le ripercussioni morali delle loro azioni, li si rende capaci di uccidere senza aver preso la decisione cosciente di farlo. Se non possono giustificare a se stessi l’atto di uccidere un altro essere umano, probabilmente e comprensibilmente si sentiranno molto colpevoli e ciò si manifesterà in un Ptsd e danneggerà la vita di migliaia di uomini che hanno fatto il loro dovere al fronte” [The New Yorker, 5.7.04]. Il colonnello Kilner è un professore di filosofia e di etica a West Point. Come definirà l’etica nelle sue lezioni?<br />
La capsula di propanololo destinata ai militari statunitensi ha diversi effetti. È come una pillola del giorno dopo, attenua o spegne la memoria degli orrori visti o commessi. Questa tecnica di congelamento della sensibilità e della memoria spiega la paura delle famiglie che invade le case quando i veterani tornano ed esercitano una violenza indiscriminata.<br />
Anche il numero degli stupri nelle forze armate Usa ammontano a 2374 casi nel 2005, un incremento del 40 per cento rispetto all’anno precedente, e parliamo solo dei casi denunciati. Il general K. C. McClain, comandante del gruppo di lavoro del Pentagono incaricato della prevenzione e della risposta alle aggressioni sessuali nelle proprie fila, ha dichiarato: “Gli studi indicano che viene notificato solo il 5 per cento di questi fatti” [www.defenselink.mil, 16.3.06]. Se così fosse, queste aggressioni avrebbero superato la cifra di 47000 nell’anno in esame, più di 130 al giorno. Una sciocchezzuola, via.<br />
È noto che il propanololo viene impiegato a fini terapeutici, fra l’altro per abbassare la pressione sanguigna e frenare l’aritmia cardiaca. Alcuni atleti l’utilizzano come un doping con lo scopo di migliorare il rendimento.<br />
Per il Pentagono è un’altra cosa: una garanzia che le truppe possano perpetrare qualunque crimine senza porsi nessuna domanda e possano continuare a farlo. La legge Kevlar facilita la “cura” degli impulsi suicidi e dei disturbi mentali di cui soffrono i militari nordamericani mutilandone la memoria e i sentimenti. La lobotomia morale esiste.</p>
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		<title>Il caso Chevron</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Oct 2013 17:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L’avvocato ecuatoriano Pablo Fajardo è davvero un gran bel tipo: di famiglia povera, ha studiato in istituti religiosi mentre tagliava l’erba o faceva pulizie per una compagnia petrolifera. Con una borsa di studio ha potuto studiare giurisprudenza a distanza nell’Università Tecnica di Loja dove si è laureato nel 2004. Una vita tutta in salita la [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2013/10/images.jpg"><img src="/wp-content/uploads/2013/10/images.jpg" alt="images" width="267" height="189" class="alignleft size-full wp-image-2290" /></a> L’avvocato ecuatoriano Pablo Fajardo è davvero un gran bel tipo: di famiglia povera, ha studiato in istituti religiosi mentre tagliava l’erba o faceva pulizie per una compagnia petrolifera. Con una borsa di studio ha potuto studiare giurisprudenza a distanza nell’Università Tecnica di Loja dove si è laureato nel 2004. Una vita tutta in salita la sua e forse per questo, una volta conseguito il titolo di avvocato, Fajardo si è dedicato ad una battaglia senza quartiere contro la grande azienda petrolifera Texaco, oggi rilevata dalla non meno potente Chevron. Come rappresentante del Fronte di Difesa dell’Amazzonia difende più di 30.000 danneggiati dalla contaminazione della zona di Lago Agrio, sfruttata dalla Texaco e poi abbandonata senza bonificarla, e in questa veste ha difeso la causa dei suoi assistiti presso il tribunale di Sucumbios dove il giudice Nicolás Zambrano, il 14 febbraio 2011 ha dettato sentenza di condanna per la Chevron obbligandola a pagare come compenso e indennizzo nove milioni e mezzo di dollari, raddoppiati nel caso la compagnia non avesse chiesto scusa. La Chevron ha naturalmente fatto ricorso e il 3 gennaio 2012 la condanna è stata confermata ma la compagnia non ne vuole sapere di indennizzare gli abitanti di Lago Agrio per il gigantesco danno prodotto. Fajardo ha, allora, chiesto ed ottenuto l’autorizzazione a sequestrare i beni della compagnia anche in paesi terzi visto che attraverso una catena di compagnie affiliate, la Chevron non aveva apparentemente beni in Ecuador. Il giudice dell’Ecuador ha così sollecitato l’intervento della Giustizia argentina per effettuare i sequestri disposti secondo quanto stabilito dalle Misure Cautelari per l’Estero. Era il 31 ottobre 2012.<br />
E’ passato quasi un anno e la Chevron, decisissima a non pagare, a non chiedere scusa, a non bonificare, si è rivolta alla Corte Federale di New York invocando la famigerata legge RICO del 1970 che riguarda iil crimine organizzato e le mafie. Chevron chiede che sia annullata la sentenza del giudice Zambrano perché si tratta di un verdetto fraudolento e accusa i querelanti, il loro collegio di difesa e i periti di parte di voler fare un’estorsione criminale e di costituire una organizzazione corrotta.<br />
I poveri abitanti di quella zona dell’Ecuador, che si sono visti sottrarre il petrolio e lasciare le terre ridotte a fanghiglia maleodorante, che si sono riuniti in un’associazione civile per difendere i diritti loro e della loro terra (si parla di mezzo milione di ettari), che hanno trovato un avvocato di straordinaria tenacia e sottigliezza giuridica, premiato con “l’Hero’s award” attribuito dalla CNN a “gente comune ed eroi straordinari”, si troveranno adesso di fronte alla sentenza del giudice Lewis Kaplan, che sarà certamente a favore di Chevron.<br />
L’avvocato Fajardo, accusato di far parte della malavita organizzata, ha già chiarito che –comunque- la sentenza ecuatoriana resta valida. Non a caso questo processo è stato, fin dal principio, chiamato “Il processo del Secolo”.</p>
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		<title>Le donne della mia generazione &#8211; Luis Sepulveda</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Mar 2013 06:16:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>a Pelusa, Marcia e Ana Le donne della mia generazione aprirono i loro petali ribelli non di rose, camelie, orchidee o altre piante da salottini tristi, da casette borghesi, da usanze stantie, ma di erbe pellegrine al vento perché le donne della mia generazione fiorirono per strada, in fabbrica divennero filatrici di sogni, e dentro [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2013/03/url-1.jpeg"><img src="/wp-content/uploads/2013/03/url-1-300x246.jpeg" alt="" title="url-1" width="300" height="246" class="alignleft size-medium wp-image-2146" /></a>a Pelusa, Marcia e Ana</p>
<p>Le donne della mia generazione aprirono i loro petali ribelli<br />
non di rose, camelie, orchidee o altre piante<br />
da salottini tristi, da casette borghesi, da usanze stantie,<br />
ma di erbe pellegrine al vento<br />
perché le donne della mia generazione fiorirono per strada,<br />
in fabbrica divennero filatrici di sogni,<br />
e dentro il sindacato organizzarono l&#8217;amore secondo i loro<br />
[saggi criteri.</p>
<p>«Cioè» dissero le donne della mia generazione<br />
«a ciascuno secondo i suoi bisogni e la sua capacità di<br />
[risposta.»<br />
Come nella lotta colpo su colpo, nell&#8217;amore bacio su bacio.<br />
E nelle aule argentine, cilene e uruguaiane<br />
seppero quel che dovevano sapere per il sapere glorioso<br />
delle donne della mia generazione.<br />
Minigonne in fiore negli anni settanta,<br />
le donne della mia generazione non nascosero neanche le<br />
[ombre<br />
delle loro gambe che furono di Tania<br />
erotizzando col più grande calibro<br />
la dura strada dell&#8217;appuntamento con la morte,<br />
perché le donne della mia generazione<br />
bevvero di gusto il vino dei vivi,<br />
accorsero a ogni chiamata,<br />
tennero acceso il fuoco<br />
e furono dignità nella sconfitta.</p>
<p>Nelle caserme le chiamarono puttane senza offenderle<br />
perché venivano da un bosco di sinonimi allegri:<br />
minas, grelas, parcantas, cabritas, minones, gurisas,<br />
garotas, jevas, zipotas, viejas, chavalas, senoritas,<br />
finché loro stesse non scrissero la parola Compagna<br />
su ogni schiena e sui muri di ogni albergo,<br />
perché le donne della mia generazione<br />
col fuoco eterno delle loro unghie<br />
ci marchiarono addosso la verità universale dei loro diritti.</p>
<p>Conobbero il carcere e i pestaggi.<br />
Vissero in mille patrie e in nessuna.<br />
Piansero i loro morti e i miei come fossero i loro.<br />
Dettero calore al freddo, categoria al tempo e desideri alla<br />
[stanchezza.<br />
All&#8217;acqua dettero sapore e conservarono il fuoco della loro<br />
[invincibile memoria.</p>
<p>Le donne della mia generazione partorirono figli eterni,<br />
li allattarono cantando Summertime,<br />
fumarono marijuana nel riposo,<br />
ballarono il meglio del vino e bevvero le musiche più pure,<br />
perché le donne della mia generazione<br />
ci insegnarono che la vita non si offre a sorsi,<br />
compagni,<br />
ma tutta d&#8217;un colpo e fino in fondo alle sue conseguenze.</p>
<p>Furono studentesse, minatrici, sindacaliste, operaie,<br />
artigiane, attrici, guerrigliere, persino madri e compagne<br />
nei momenti liberi dalla Resistenza.<br />
Perché le donne della mia generazione<br />
rispettarono solo il limite dell&#8217;orizzonte<br />
e mai e poi mai una frontiera.<br />
Internazionaliste dell&#8217;affetto, brigatiste dell&#8217;amore,<br />
miliziane della carezza, commissarie del dire ti amo,<br />
fra una battaglia e l&#8217;altra<br />
le donne della mia generazione dettero tutto<br />
e dissero che era appena sufficiente.</p>
<p>Le dichiararono vedove a Córdoba e a Tlatelolco.<br />
Le vestirono di nero a Puerto Montt e a San Paolo.<br />
E a Santiago, Buenos Aires e Montevideo<br />
furono le uniche stelle della lunga notte clandestina.<br />
I loro capelli bianchi non sono capelli bianchi<br />
ma un modo d&#8217;essere per il daffare che le aspetta.<br />
Le rughe che spuntano sui loro visi<br />
dicono: ho riso e pianto e tornerei a farlo.<br />
Le donne della mia generazione<br />
hanno preso qualche chilo di ragioni che non se ne vanno,<br />
si muovono un po&#8217; più lente, stanche di aspettarci alla<br />
[meta,<br />
scrivono messaggi che incendiano la memoria,<br />
ricordano aromi proscritti e poi li cantano.</p>
<p>Ogni giorno inventano parole e con quelle ci spingono.<br />
Nominano le cose e ci arredano il mondo.<br />
Scrivono verità sulla sabbia e le offrono al mare.<br />
Ci convocano e ci danno alla luce sulla tavola apparecchiata.<br />
Dicono pane, lavoro, giustizia, libertà,<br />
e la prudenza dell&#8217;uomo si trasforma in vergogna.<br />
Le donne della mia generazione sono come barricate:<br />
riparano e incoraggiano, danno fiducia e addolciscono il<br />
[filo dell&#8217;ira.<br />
Le donne della mia generazione sono come un pugno chiuso<br />
che protegge con violenza la tenerezza del mondo.<br />
Le donne della mia generazione non gridano<br />
perché hanno sconfitto il silenzio.</p>
<p>Se qualcosa ci segna, sono loro.<br />
L&#8217;identità del secolo sono loro.<br />
Loro, la fede restituita, il coraggio nascosto di un volantino,<br />
il bacio segreto, il ritorno a tutti i diritti,<br />
un tango nella serena solitudine di un aeroporto,<br />
una poesia di Gelman scritta su un tovagliolo,<br />
Benedetti condiviso nel pianeta di un ombrello,<br />
i nomi degli amici conservati con spighe di lavanda,<br />
le lettere per cui baci il postino,<br />
le mani che sorreggono il ritratto dei miei morti,<br />
i semplici elementi dei giorni che sgomentano il tiranno,<br />
la complessa architettura dei sogni dei tuoi nipoti,<br />
sono tutto e sostengono tutto,<br />
perché tutto arriva coi loro passi e ci raggiunge e ci sorprende.</p>
<p>Non c&#8217;è solitudine dove guardano loro<br />
né oblio finché cantano.<br />
Intellettuali dell&#8217;istinto, istinto della ragione.<br />
Prova di forza per il forte e vitamina per il debole.<br />
Ecco come sono, le uniche, irripetibili, indispensabili,<br />
sofferte, picchiate, negate, invitte<br />
Donne, Donne, Donne<br />
Donne della mia generazione.<br />
(Gijón Asturie, 1999)</p>
<p>Carmen Yáñez, nata nel 1952 a Santiago del Cile, in seno a una famiglia operaia, nel 1975 scompare nelle mani della polizia politica di Pinochet. Incredibilmente scampata all’inferno di Villa Grimaldi (la casa segreta della polizia politica), rimane in clandestinità finché nel 1981, via Argentina e sotto la protezione dell’ONU, si rifugia in esilio in Svezia. In Svezia Carmen Yáñez inizia a pubblicare la sua poesia. Nel 1982 esce la raccolta “Cantos del camino” e, negli anni successivi, le sue poesie appariranno su riviste svedesi (Signor, Ada, Invandraren) e tedesche (Viento sur). Pubblica i trittici “Al aire” (1989) e “Remanso” (1992). Durante la sua permanenza in Svezia, partecipa alla creazione di vari laboratori letterari. Dapprima il laboratorio Losche e in seguito “Transpoetas” e “Madrigal”, ai quali è tuttora legata. Dal 1990 la sua poesia comincia a essere pubblicata anche in Cile. Nel 1997 si trasferisce in Spagna, insieme a suo marito lo scrittore Luis Sepúlveda, e stabilisce la sua residenza nelle Asturie, in quella che lei stessa definisce una ricerca delle proprie radici. Ha pubblicato in Italia tre volumi, editi da Guanda: “Paesaggio di luna fredda” (1999) , “Abitata dalla memoria” (2001) e “Terra di mele” (2006).<br />
Luis Sepùlveda, ha scritto nel prologo a “Passaggio di luna fredda”: “La poesia di Carmen ha la freschezza dei primi sguardi e la sensibilità di chi ha messo la vita sul tavolo da gioco e se l’è giocata senza esitazioni, perché questa Carmen Poeta e anche la Carmen combattente, compagna, clandestina, la donna che sparì una notte inghiottita dalla stupidità criminale delle uniformi ed è riapparsa tutta intera pura e trasparente”.</p>
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		<title>Hugo Chávez ha lasciato questo mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Mar 2013 06:42:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[gianni_mina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Chávez]]></category>
		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Credo che, indipendentemente da qualunque considerazione ideologica, bisogna dare atto a questo uomo di avere preso per mano il Venezuela facendolo diventare uno dei Paesi protagonisti del riscatto e del rinascimento in corso nel continente latinoamericano. Ha riscattato il Venezuela dall&#8217;analfabetismo, dalla mancanza di assistenza sanitaria, dall&#8217;abbandono a cui questo Paese era stato condannato dai [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2013/03/imgres.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-2137" title="imgres" src="/wp-content/uploads/2013/03/imgres.jpeg" alt="" width="186" height="186" /></a> Credo che, indipendentemente da qualunque considerazione ideologica, bisogna dare atto a questo uomo di avere preso per mano il Venezuela facendolo diventare uno dei Paesi protagonisti del riscatto e del rinascimento in corso nel continente latinoamericano. Ha riscattato il Venezuela dall&#8217;analfabetismo, dalla mancanza di assistenza sanitaria, dall&#8217;abbandono a cui questo Paese era stato condannato dai governanti che lo avevano preceduto. E nessuno, se è in buona fede, può negare che ha rispettato la democrazia. Ora speriamo che il vicepresidente Maduro e tutta la nazione bolivariana, sappiano condurre il Venezuela nel solco tracciato da Hugo Chávez.<br />
Gianni Minà<br />
http://wwitv.com/tv_channels/8375.htm</p>
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		<title>Le ragioni di Cuba</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/1994-le-ragioni-di-cuba/</link>
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		<pubDate>Wed, 17 Oct 2012 13:55:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Taccuino]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il 16 ottobre 2012 resterà negli annali della storia di Cuba come un giorno davvero importante, il giorno in cui è stata sancita per legge l’abolizione (a partire dal 14 gennaio 2013) del visto di uscita dal paese per i cittadini cubani, salvo alcune eccezioni per i minorenni, i militari, i lavoratori della salute e [&#038;hellip</p>
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]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2012/10/PASAPORTE.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-1995" title="PASAPORTE" src="/wp-content/uploads/2012/10/PASAPORTE-261x300.jpeg" alt="" width="261" height="300" /></a>Il 16 ottobre 2012 resterà negli annali della storia di Cuba come un giorno davvero importante, il giorno in cui è stata sancita per legge l’abolizione (a partire dal 14 gennaio 2013) del visto di uscita dal paese per i cittadini cubani, salvo alcune eccezioni per i minorenni, i militari, i lavoratori della salute e i funzionari. L’ odiata “carta blanca”, che autorizzava il permesso di uscire dal paese, resterà come un amaro ricordo di anni difficili per molti cittadini cubani. Adesso c’è solo da augurarsi che questi stessi cittadini non debbano penare troppo per ottenere permessi di entrata nei nostri paesi.<br />
Insieme alla notizia dell’abolizione della “carta blanca”, il quotidiano Granma ha pubblicato un editoriale che traduco per i nostri lettori, dove sono spiegate le ragioni e i perché di quel provvedimento restrittivo.<br />
Credo che valga la pena ascoltare le ragioni di Cuba.<br />
(Alessandra Riccio)</p>
<p><strong>Per volontà comune del popolo di Cuba</strong></p>
<p>“Nel caso di Cuba, il tema dell’emigrazione è stato storicamente oggetto di forti campagne mediatiche progettate e dirette dal governo degli Stati Uniti e da altre forze che in quel paese si sono opposte alla Rivoluzione fin dagli inizi, Questa manipolazione aveva il proposito di seminare la confusione nell’opinione pubblica internazionale e nel nostro popolo. Non sono state poche le vittime, anche mortali, delle drammatiche situazioni generate a partire dalla politicizzazione fatta da parte dei nemici di Cuba di questa delicata questione.<br />
Per questo, qualsiasi analisi che venga fatta riguardo al problema dell’emigrazione cubana passa inesorabilmente per la politica di ostilità che il governo degli Stati Uniti ha sviluppato contro il paese per più di 50 anni. L’applicazione di un illegale e genocida blocco economico e il tentativo di costruire un’opposizione interna attraverso azioni sovversive e con l’utilizzo di agenti al soldo ne sono state le componenti essenziali. Questa politica comprende non solo campagne mediatiche e “furti di cervelli”, ma anche attentati terroristici, sabotaggi e aggressioni di ogni genere.<br />
La politica di emigrazione di Cuba durante tutti questi anni di Rivoluzione, si è basata sul riconoscimento del diritto dei cittadini di viaggiare, di emigrare o di risiedere all’estero e sulla volontà di favorire le relazioni fra la Nazione e la sua emigrazione. Ma nello stesso tempo si è fondata sul legittimo diritto a difenderci di fronte all’aggressività di Washington. Le disposizioni per regolare i flussi migratori del paese sono state adottate in mezzo a circostanze imposte dalle aggressioni che su questo ambito sono state stimolate dalle varie amministrazioni nordamericane, con l’appoggio degli alleati di Miami.<br />
Il Presidente Raúl Castro, nella chiusura dell’Ottavo Periodo Ordinario dell’Assemblea Nazionale del Poder Popular, lo scorso 23 dicembre 2011, ha detto: “&#8230; non possiamo dimenticare che siamo l’unico paese del pianeta ai cui cittadini viene permesso di stabilirsi e di lavorare nel territorio degli Stati Uniti senza alcun visto &#8230; in virtù della criminale legge di “Ajuste cubano” &#8230; e della politica di “piedi asciutti, piedi bagnati”, che favorisce il traffico di persone e ha provocato numerose morti di innocenti.<br />
Fin dagli inizi della Rivoluzione, il nostro paese è stato vittima della deprivazione indiscriminata dei suoi professionisti. Più della metà dei 6.000 medici che avevamo in quel momento, sono emigrati fondamentalmente negli Stati Uniti. Anche un gran numero dei migliori ingegneri e tecnici fu incoraggiato ad emigrare con lo scopo di impedire lo sviluppo economico e sociale della nazione. A queste azioni si sarebbe aggiunto più tardi, fra l’altro, il programma di visti per professionisti della salute cubani, messo in pratica da Washington nel 2006 con obbiettivi simili.<br />
Per questa ragione, finché si manterranno le politiche che favoriscono il “furto di cervelli”, finalizzato a privarci delle risorse umane imprescindibili allo sviluppo economico, sociale e scientifica del paese, Cuba si sentirà obbligata a mantenere i provvedimenti utili a difendersi su questo fronte.<br />
La doppia linea di condotta e il carattere inumano di questa politica che da una parte stimola l‘uscita illegale dal paese, e dall’altra ostacola la possibilità di emigrare in maniera legale, ordinata e sicura, ha avuto la chiara intenzione di convertire i cubani che desiderano stabilirsi in altri paesi, in presunti oppositori politici e in un fattore di destabilizzazione interna.<br />
Come conseguenza di questa irrazionale e irresponsabile politica, durante tutti questi anni si sono verificate varie crisi migratorie: Camarioca nel 1965, il Mariel nel 1980 e la crisi dei “balseros” nel 1994.<br />
Nonostante tutto Cuba ha dimostrato la sua permanente disposizione a cooperare nella ricerca di soluzioni ragionevoli per questo complesso problema e ha lavorato alacremente per normalizzare le relazioni con i suoi emigrati, per favorire la via di una emigrazione ordinata e sicura e anche per facilitare i viaggi dei cittadini all’estero per questioni private.<br />
Le nuove misure migratorie annunciate per decisione sovrana dello Stato Cubano non costituiscono un fatto isolato, ma si iscrivono all’interno di un processo irreversibile di normalizzazione delle relazioni dell’emigrazione con la Patria.<br />
L’immensa maggioranza dei cubani che risiedono in più di 150 paesi mantiene rapporti stabili con la Patria e con i propri familiari, si oppone al blocco e non desidera che venga applicata una politica aggressiva contro il suo paese di origine.<br />
Nel congedare sua Santità Benedetto XVI, il 28 marzo scorso, il Presidente cubano ha dichiarato: “Riconosciamo il contributo patriottico dell’emigrazione cubana, dalla partecipazione decisiva alla nostra indipendenza degli operai del tabacco di Tampa e di Cayo Hueso e di tutti coloro che hanno sostenuto gli aneliti di José Martí, fino a coloro che oggi si oppongono a quelli che attaccano Cuba e manipolano il tema dell’emigrazione a fini politici. Abbiamo sostenuto prolungati sforzi verso la normalizzazione piena delle relazioni di Cuba con la sua emigrazione che rivela amore per la Patria e per le proprie famiglie e continueremo a sostenere questa volontà comune della nostra Nazione”.</p>
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		<title>Ancora false notizie sui casi di colera a Cuba</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Jul 2012 14:34:02 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>Gentile Redazione, ancora una volta la cattiva informazione si fa strada quando si parla di CUBA. Negli ultimi giorni i mass media italiani hanno pubblicato notizie false e tendenziose su alcuni casi di colera che si sono verificati a Cuba. Vi scriviamo per smentire seccamente il castello costruito ad arte per demolire la voce delle [&#038;hellip</p>
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<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Gentile Redazione, ancora una volta la cattiva informazione si fa strada quando si parla di CUBA.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 12pt; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Negli ultimi giorni i mass media italiani hanno pubblicato notizie false e tendenziose su alcuni casi di colera che si sono verificati a Cuba.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Vi scriviamo per smentire seccamente il castello costruito ad arte</span></strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"> per demolire la voce delle autorità e delle istituzioni cubane a scapito di qualche dissidente sconosciuto in cerca di gloria, il tutto ovviamente condito da pochezza giornalistica disarmante.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Cuba ha inviato sul territorio haitiano un ingente numero di personale medico e paramedico per contenere la diffusione del colera e monitorare la situazione soprattutto svolgendo continua prevenzione al fine di impedire la diffusione del batterio da possibili nuovi focolai. Il personale medico cubano ha dato l’esempio e continua a restare ad Haiti anche quando le telecamere dell’opinione pubblica si sono spente.</span></p>
<p><span id="more-670"></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"> <a href="/wp-content/uploads/2012/07/cuba-colera-300x225.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-882" title="cuba-colera-300x225" src="/wp-content/uploads/2012/07/cuba-colera-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a></p>
<p class="MsoNormal" style="margin-bottom: 0.0001pt; line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">A Cuba da qualche giorno scoppia il caso colera.</span></strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"> Il Ministero della Salute, per nulla in difficoltà dirama anche un comunicato al fine di mettere a tacere tutte le voci sul nascere vedi comunicato <strong><span style="color: #1f497d; border: 1pt none windowtext; padding: 0cm;"><span class="msoIns"><ins><span style="text-decoration: underline;"><span style="border: none;"><span style="border: none;">http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2012-07-03/nota-informativa-del-ministerio-de-salud-publica/</span></span></span></ins></span></span></strong></span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"> Tre morti tra i 66 ed i 95 anni, tutti già affetti da patologie croniche e quindi in precarie condizioni di salute. Non si sa quindi se possa essere stato il colera la sola causa di morte o se piuttosto sia  imputabile al colera il solo aggravarsi delle condizioni di salute degli stessi. Il contagio è circoscritto alla provincia del Granma, monitorato, come lo sono i 53 contagiati che già stanno ricevendo tutte le cure del caso. Le cause annesse alla comparsa del vettore che ha provocato le morti ed i contagi, è derivante dal mix di piogge abbondanti degli scorsi giorni e dal gran caldo. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Piange il cuore dover sentire e vedere tutto l’ampio spazio che trovano le sciocchezze che partono da fonti incontrollate, fonti insane, ben più del colera stesso. Il periodico di Miami “El Nuevo Herald” non vede l’ora di dare la parola alla  repubblicana <strong>Ileana Ros-Lehtinen, </strong>che da una vita appoggia la violenza in ogni forma contro Cuba. Secondo la rivista, l’intera provincia del Granma sarebbe nel panico, gli ospedali presi d’assalto non riuscirebbero più a contenere l’ondata accorsa. Insomma scene apocalittiche di cui oramai sono tutti consci tranne gli stessi cubani della provincia incriminata.  </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">  I soliti giornalisti dal dente avvelenato della stampa nazionale scrivono che sarebbero oltre un migliaio gli infettati e già 29 i morti accertati, accusando il governo di nascondere la situazione per impedire che la notizia incentivi i turisti a scegliere nel periodo clou qualche altra meta, creando danni ingenti ad una delle forme più importanti dell’economia cubana, il turismo. I giornalisti avrebbero quindi attinto da fonti non ufficiali e discutibili piuttosto che dare retta allo stesso Ministero della Salute. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"> Queste fonti sarebbero nientedimeno che delle rappresentanti delle <em>Damas en Blanco, </em>un gruppo di donnette che ogni tanto eseguono delle marcette  vestite di bianco in segno di protesta contro la presunta oppressione del governo e che percepiscono nel medesimo tempo un bel qualitativo di biglietti verdi. Tutto il popolo cubano le addita come mercenarie al servizio degli Stati Uniti. Il membro che avrebbe fatto queste dichiarazioni si chiama Ana Celia Rodríguez. Ovviamente prove a  supporto nessuna. Così come qualche altro dissidente che farnetica. </span></p>
<p class="MsoNormal" style="text-align: justify; line-height: normal;"><strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Insomma ogni occasione è buona per colpire Cuba</span></strong><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"> e come in questo caso si utilizzano delle fonti assolutamente inaffidabili, le cui dichiarazioni vengono diffuse nel mondo come prova lampante del potere mediatico che ha chiunque si schieri contro Castro.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Altrettanto zitte e per questo colpevoli le fonte di informazioni nell’omettere il ruolo primario dei medici cubani e del governo stesso, nel prestare sempre a titolo gratuito e disinteressato i propri aiuti ad Haiti in tutti questi anni, assiduamente, con grande professionalità.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Quel che noi abbiamo sotto gli occhi è palese; da una parte c’è una notizia chiara emessa da un Ministero, dall’altro l’allegra combriccola fatta di quattro personaggi di basso profilo teatrale e con a carico un <em>curriculum vitae</em> degno de “I soliti idioti” intenti.</span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"> </span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Segreteria Nazionale</span></p>
<p class="MsoNormal" style="line-height: normal;"><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';">Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba</span></p>
<p><!--EndFragment--></p>
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