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	<title>Latinoamerica &#187; Taccuino</title>
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	<description>Latinoamerica e tutti i sud del mondo</description>
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		<title>Le rivelazioni di Associated Press</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Apr 2014 15:09:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>L’ultima prodezza degli Stati Uniti per destabilizzare Cuba ha avuto gli onori della cronaca di media amici e nemici. Et pour cause! Tre giornalisti della prestigiosa Agenzia di stampa statunitense, Associated Press, Alberto Arce, Desmond Butler e Jack Gillum, hanno rivelato i retroscena di un servizio telematico chiamato “Zunzuneo” che ha coinvolto centinaia di migliaia [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/04/images.jpeg"><img src="/wp-content/uploads/2014/04/images.jpeg" alt="images" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-2422" /></a><br />
L’ultima prodezza degli Stati Uniti per destabilizzare Cuba ha avuto gli onori della cronaca di media amici e nemici. Et pour cause! Tre giornalisti della prestigiosa Agenzia di stampa statunitense, Associated Press, Alberto Arce, Desmond Butler e Jack Gillum, hanno rivelato i retroscena di un servizio telematico chiamato “Zunzuneo” che ha coinvolto centinaia di migliaia di cittadini cubani di meno di venticinque anni i cui indirizzi sono stati copiati dalla Compagnia telefonica cubana Cubacell in maniera non ancora del tutto chiarita. Lo scandalo sta nel fatto che l’idea di lanciare il servizio e i molti soldi necessari per attuarlo, provengono dalla famigerata USAID, dipendenza diretta della CIA, in barba ad ogni regola nazionale e internazionale.<br />
Usando argomenti del tutto innocenti quali sport, musica, pubblicità, lo scopo di “ZunZuneo” era di prestare un servizio non richiesto e interessato a monitorare una grande platea di giovani cubani, conoscerne le preferenze e gli umori per potere, al momento opportuno, contare su una grande platea per convocare a massicci concentramenti e manifestazioni per una eventuale “primavera cubana”.<br />
L’inchiesta di AP ha rivelato che i fondi venivano direttamente dall’Agenzia Internazionale degli Stati Uniti per lo Sviluppo (USAID) con l’avvertenza che “assolutamente non bisogna fare menzione della partecipazione del Governo degli Stati Uniti”, una condizione “totalmente cruciale per il successo a lungo termine del servizio e per garantire il compimento della Missione”.<br />
Per questa ragione, la Creative Associates International, di Washington ha ricevuto dal governo degli Stati Uniti molti milioni di dollari per contratti vari fra cui quello in oggetto, cominciando ad operare in Centro America al progetto “ZunZuneo” creando un portale di Internet parallelo al servizio di messaggeria di testo in modo che i cubani potessero iscriversi e scambiarsi messaggi gratuitamente. In questo modo si ottenevano informazioni dei sottoscrittori come sesso, età, tendenze politiche, ecc.  Iniziato nel 2010, ZunZuneo in sei mesi è arrivato a 25.000 sottoscrittori.<br />
In un memorandum di una società a contratto, la Mobile Accord, si legge “Se si scopre che la piattaforma è o è stata appoggiata dal governo degli Stati Uniti, non solo rischiamo che Cubacel chiuda il canale, ma mettiamo a rischio la credibilità della piattaforma come fonte di informazione affidabile, di educazione e di empowerment”; per evitare questo rischio sono state create imprese di comodo in Spagna, in Irlanda e nelle isole Caiman, una pratica che l’avvocato Almeida ritiene illegale: “La diffusione non autorizzata di informazioni è un delitto, e usare questa informazione per creare una lista di persone secondo la loro appartenenza politica è del tutto proibito dalla legge spagnola”, ma anche da una legge di protezione dell’informazione firmata da Stati Uniti e l’Unione Europea nel 2000. Dopo due anni, nel 2012, ZunZuneo scompare misteriosamente.<br />
Questa operazione aveva avuto l’autorizzazione del Presidente e la notifica del Congresso? Il portavoce della Casa Bianca, Jay Carney sostiene che quel “programma di democrazia” non era un’operazione “coperta” ma un programma di sviluppo e che il suo governo, quando lavora in un “ambiente non permissivo”, come nel caso di Cuba, è molto discreto per non mettere nei guai le persone. Ma non si capisce perchè il denaro (un milione e seicentomila dollari) investito nel programma ZunZuneo ufficialmente compare assegnato a un progetto non specificato per l’Afganistan. Giovedì 3 aprile un comunicato del Dipartimento di Stato sostiene: “Insinuare che questi sono programmi coperti è semplicemente scorretto. Il Congresso finanzia programmi per la democrazia a Cuba, per aiutare i cubani ad avere accesso a una maggiore informazione e a rafforzare la società civile”.  Viene da dire: “Troppo buono, eccellenza”.</p>
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		<title>Un bel tipo questo Pepe Mujica!</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Mar 2014 19:19:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/03/20140224_192613-pepe-mujica2.jpg"><img src="/wp-content/uploads/2014/03/20140224_192613-pepe-mujica2-229x300.jpg" alt="20140224_192613-pepe-mujica2" width="229" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-2405" /></a><br />
Proprio un bel tipo questo Pepe Mujica: il Presidente dell’Uruguay, con la sua aria paciosa di anziano agricoltore, ha la capacità di ridurre grandi e complicate questioni, all’essenzialità del buon senso. Lo ha fatto recentemente con la legalizzazione della mariujana, lo ha fatto ora accogliendo la richiesta che Barak Obama ha rivolto da tempo a tutte le nazioni del mondo di accogliere quelle povere vittime dell’isteria post 11 settembre di George Bush che sono i prigionieri della base di Guantánamo, attualmente 155 detenuti senza prove sufficienti, senza condanna eppure sottoposti a torture e mantenuti in un limbo giudiziario senza precedenti. Purtroppo l’esodo di quei poveri diavoli da Guantánamo avviene con il contagocce nonostante l’esistenza di un accordo con l’Unione Europea dal 2009 ma negli ultimi tempi Obama ha potuto “liberarsi” di due algerini, due sauditi e due sudanesi e adesso il Presidente Mujica  ha accettato di dare asilo a cinque detenuti e alle loro famiglie, se lo vorranno. La ragione di questo gesto fa onore al Presidente uruguayano che nella sua vita di militante e di combattente contro la dittatura, ha passato 15 anni in carcere, dunque sa molto bene cosa voglia dire veder passare i giorni, i mesi e gli anni in un carcere dove non vengono rispettati i diritti umani: “Sono stato in carcere un sacco di anni e sono stufo di parole”, ha dichiarato. E poi, tagliando corto su tutte le maldicenze e i retroscena che qualcuno ha voluto immaginare nel suo gesto, ha detto: “Non ci ricamate sopra, non c’è nessun accordo. E’ una richiesta su una faccenda di diritti umani. Ci sono 120 tizi che sono detenuti da 13 anni. Non hanno visto un giudice, non hanno visto un pubblico ministero e il presidente degli Stati Uniti vuole liberarsi di questo problema. Il Senato gli chiede centomila garanzie (per portarli negli Stati Uniti). Per questo ha chiesto a un sacco di paesi se potevano dare asilo a qualcuno di loro e io ho detto di si”.<br />
Parla chiaro il vecchio Mujica!</p>
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		<title>Il “golpe suave” in Venezuela ha già un mese</title>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2014 15:36:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Un mese fa cominciavano in Venezuela manifestazioni studentesche che sono diventate ben presto manifestazioni politiche  di un cartello di partiti che aveva presentato, Enrique Capriles (già perdente contro Chávez) alle elezioni presidenziali del 2013, poco tempo dopo la morte del Presidente, in una sfida contro Maduro che immaginavano facile ma che lo ha visto di [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/03/venezuela31.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2396" alt="venezuela31" src="/wp-content/uploads/2014/03/venezuela31-300x175.jpg" width="300" height="175" /></a>Un mese fa cominciavano in Venezuela manifestazioni studentesche che sono diventate ben presto manifestazioni politiche  di un cartello di partiti che aveva presentato, Enrique Capriles (già perdente contro Chávez) alle elezioni presidenziali del 2013, poco tempo dopo la morte del Presidente, in una sfida contro Maduro che immaginavano facile ma che lo ha visto di nuovo perdente. In quei primi momenti di febbraio in cui si chiedeva con manifestazioni violente l’uscita di scena del presidente eletto, Capriles si è mostrato incerto e debole. Ne ha preso il posto Leopoldo López, sindaco dell’importante distretto di Caracas, Chacao, e leader del partito Voluntad Popular, che si è a tal punto distinto nei disturbi di piazza da essere incriminato dalla giustizia alla quale si è consegnato dopo qualche giorno di latitanza, mentre i disturbi continuano ancora oggi in quel paese che si è misurato con un importante esperimento politico sia in campo nazionale che regionale e che per questo non ha mai avuto vita facile nonostante le diciotto vittorie elettorali su diciannove convocazioni. E’ indubbiamente vero che nelle presidenziali del 2013, Maduro ha vinto con un margine molto piccolo (1), ma le elezioni territoriali di dicembre hanno ampliato quel margine. E’ vero anche che il paese attraversa un momento di difficoltà ma la rivolta degli “studenti” ha avuto fin dall’inizio lo scopo dichiarato di cacciare Nicolás Maduro nonostante il fatto che, visto che la costituzione venezuelana prevede la revoca del mandato a metà nell’incarico, la società civile avrebbe potuto far ricorso a questo strumento per ottenere il suo scopo.<br />
In Italia la grande stampa, da sempre per niente appassionata dell’ esperimento “chavista”, ha sostenuto le ragioni dei manifestanti, ha criminalizzato il governo ma, presa dall’urgenza delle vicende ucraine, a noi molto più vicine, non ha infierito più di tanto. Chi invece si è distinto per faziosità è stato il grande quotidiano di Madrid e uno dei più grandi d’Europa, <i>El País</i>, che, nella sua edizione digitale America, negli ultimi giorni ha schierato veri e propri pezzi da novanta della destra latinoamericana per dare addosso al governo del Presidente Maduro; il 9 marzo scorso, oltre a un articolo di Paulina Games, <i>Patria, socialismo o muerte</i>, hanno scritto Moisés Naim, ex ministro dello Sviluppo nel Governo di Carlos Andrés Pérez e attualmente dirigente della NED (National Endowment for Democracy (2)). E come se non bastasse, c’è anche l’editoriale di Mario Vargas Llosa la cui militanza politica nella grande destra americana è nota. Nei giorni precedenti avevano espresso la propria opinione anti chavista il politologo neoliberista messicano Enrique Krause e il salvadoreño Joaquín Villalobos, ex alto dirigente guerrigliero dell’ERP (Esercito Rivoluzionario del Popolo) che ha poi cambiato radicalmente le sue idee politiche. Insieme a questi opinionisti di prima classe, <i>El Paìs</i> schiera contro il governo del Venezuela i suoi corrispondenti in America Latina che sparano a zero. Per loro Leonardo López è un combattente della società civile, dimenticando la sua partecipazione durante il golpe contro Chávez del 2002, quando aveva fatto irruzione nella casa del ministro degli Interni e della Giustizia, Ramón Rodríguez Chacín, di sua moglie e dei sui figli di sei e nove anni e li aveva esposti alla rabbia popolare, arrestando il ministro ormai ridotto in cattive condizioni, invece il Presidente dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello viene definito come ex golpista, ricordando la sua partecipazione insieme a Chávez al fallito tentativo degli anni novanta.<br />
<i>La OEA cede ante Venezuela con una resolución benevolente</i> è il titolo di un articolo di Eva Saíz in cui da per un atto benevolo, non si sa motivato da cosa, la decisione dell’OEA di non mettere sotto accusa il governo del Venezuela; naturalmente la decisione è stata presa con tre volti contrari: Stati Uniti, Panama e Canada. Lo stesso giornale che martella sulla pesante scure che si abbatterebbe sui mezzi di comunicazione del paese dando per fatto un monopolio informativo di regime, non ricorda che durante le manifestazioni una televisione di stato è stata posta sotto assedio per sei giorni, nè fa sapere ai lettori che il Venezuela, come quasi tutti i paesi latinoamericani, ha una presenza di mezzi di informazione privati assolutamente maggioritaria. Il giornale si mostra meno sensibile quando scrive : <i>Il Messico assesta un colpo storico al Gruppo Televisa e a Carlos Slim</i>, e la giornalista Inés Santa Eulalia racconta che quel gruppo esercita un dominio sul mercato per cui adesso gli vengono imposte misure per favorire la concorrenza. Quel che gli sembra bene per il Messico non è tollerato per il Venezuela (ma neanche per l’Ecuador o per l’Argentina) paese nel quale lo Stato non dovrebbe avere canali di informazione.<br />
Ma il tasto su cui battono le schiere di <i>El País</i> è la “cubanizzazione” del Venezuela descritta come causa del malcontento sociale e come minaccia tangibile, per questo l’ambasciata è stata oggetto di atti ostili, i medici cubani minacciati e molte attrezzature distrutte.<br />
Senza paura del ridicolo, Enrique Krauze ha scritto: “Affrontare il Governo di Maduro significa affrontare la grottesca influenza di Cuba sul Venezuela.[&#8230;] Anche se la Rivoluzione cubana ha perso la sua aura mitica, la democrazia e il liberalismo non si sono potuti radicare in modo definitivo nella cultura politica dell’America Latina [&#8230;] L’appoggio al chavismo è, in fondo, un derivato del prestigio calante, ma stranamente vivo della Rivoluzione cubana.” Quanto al leader emergente López, ecco come ce lo descrive Krauze: “In Messico la stampa di sinistra –con un grande ascendente fra i giovani – appoggia senza se e senza ma Maduro. In questi ambienti, Leopoldo López appare come l’istigatore dell’insurrezione e non ciò che è: un leader disarmato e adesso sottoposto a un processo illegale basato su accuse false e fabbricate”.<br />
Curiosa la visione che questo analista ha della gioventù (e della sinistra) latinoamericana!<br />
Moisés Naim, dimenticando di aver avuto le mani in pasta nel suo paese durante il governo di Carlos Andrés Pérez morto in Florida dove si era rifugiato per sfuggire a un processo per malversazione, abbozza un lugubre scenario per il mondo i cui burattinai sarebbero Putin, Erdogan, Bachar el Assad e il povero Maduro che a mille miglia dagli scenari in cui si muovono gli altri presidenti “canaglie”, cerca di portare avanti l’esperimento di una società inclusiva che pensi anche ai più diseredati.<br />
Villalobos, dall’alto della sua esperienza guerrigliera, modera leggermente i toni e dà consigli che si possono riassumere nell’auspicio di abbandonare ogni pretesa di un socialismo del secolo XXI.<br />
Vargas Llosa, con la sua penna magistrale, invoca <i>La libertà nelle strade</i> ed elogia l’eroismo e la forza dei manifestanti per combattere il pericolo che vede in quel paese: “Il Venezuela è molto più vicino a una dittatura come quella cubana di quanto lo siano, oggigiorno, paesi come il Messico, il Cile o il Perù”. Non ricordo di avergli sentito prendere le parti degli studenti cileni durante le loro prolungate proteste, nè sulla violenza che insanguina un Messico sempre più somigliante a un narcostato, né sulla miseria e sulla discriminazione di una larga fascia di abitanti del suo Perù, meno bianchi e meno acculturati di lui. Forse per una forma di pudore, il premio Nobel non ha citato la Colombia, partner di ferro della politica degli Stati Uniti in America Latina: nella tornata elettorale di domenica 9 marzo, su 32 milioni di aventi diritto al voto, sono andati alle urne solo 14 milioni. Il presidente della delegazione di monitoraggio della OEA si è mostrato preoccupato del fenomeno: “La Colombia si trova, sia nelle elezioni parlamentari che nelle presidenziali, in quel gruppo di paesi in cui l’astensione è più alta, insieme a El Salvador, il Guatemala e il Chile”. Ma per i giornalisti di <i>El País</i>, anche i percorsi elettorali non sono sufficienti a garantire un processo democratico. Cristina Marcano, dopo aver affermato (per chi ancora non lo avesse capito), che “il Presidente è un burattino di Cuba”, ha sentenziato che “con febbraio se ne è andato quel poco che restava di democrazia, al di là del puro esercizio elettorale” ed ha concluso, elogiando il rifiuto a dialogare dei protagonisti delle proteste, con un frase lapidaria: “le rivoluzioni [degli studenti] non dialogano, si impongono!”.</p>
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<p><span style="text-decoration: underline;">(1)</span> &#8211; Atilio Borón ci ricorda che nelle presidenziali degli Stati Uniti del 1960 “John F. Kennedy vinse per una differenza dello 0,1%: 49,7 contro 49,6 di Richard Nixon. E che durante quelle del 2000, George W. Bush con 47,9% ha perso contro Al Gore che aveva ottenuto un 48,4. Ma il fratello di Bush, John Ellis (a) “Jeb”, all’epoca governatore dello stato della Florida, inventò uno scandaloso arzigogolo legale che ha permesso a George W. di imporsi nello stato (dove era stato sconfitto da Gore) prendendosi così i voti elettorali della Florida, per cui ha ottenuto la maggioranza nel collegio elettorale che lo ha consacrato presidente”.</p>
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<p><span style="text-decoration: underline;">(</span>2) &#8211; Secondo il New York Time la NED è stata creata “per portare a termine pubblicamente quello che ha fatto surrettiziamente la CIA (Central Intelligence Agency) durante decenni. Spende 30 milioni di dollari l’anno per appoggiare partiti politici, sindacati, movimenti dissidenti e mezzi d’informazione in decine di paesi” (V. alla voce NED in Wikipedia).</p>
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		<title>Fernando, il Gigante</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Mar 2014 09:42:21 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[<p>A pochi giorni dalla liberazione di Fernando González Llort, il secondo dei Cinque antiterroristi cubani vittime di ingiuste condanne negli Stati Uniti, Gerardo Hernández Nordelo, condannato a due ergastoli più 15 anni di prigione, scrive qualche riga di saluto e affetto al compagno di lotta (A.R.) A ciascuno di noi Cinque tocca essere –ovviamente- il [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/03/fernando.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2387" alt="fernando" src="/wp-content/uploads/2014/03/fernando.jpg" width="300" height="250" /></a>A pochi giorni dalla liberazione di Fernando González Llort, il secondo dei Cinque antiterroristi cubani vittime di ingiuste condanne negli Stati Uniti, Gerardo Hernández Nordelo, condannato a due ergastoli più 15 anni di prigione, scrive qualche riga di saluto e affetto al compagno di lotta (A.R.)</p>
<p>A ciascuno di noi Cinque tocca essere –ovviamente- il più o il meno “qualcosa” fra noi. Proprio come Ramón è il più alto, seguito da vicino da René, a Fernando è toccato essere quello di più bassa statura fisica, mentre a me è toccato strappare il secondo posto in questa categoria a Tony per un pelo (anche se parlare di pelo è un modo di dire). Quel “titolo” di Fernando gli è valso che, in parte per affetto ma anche per la radicata abitudine professionale di evitare i nomi, a volte, fra di noi, lo chiamassimo “il piccolo”.<br />
Quanto detto qui sopra potrebbe sembrare inconsistente, e perfino un po’ frivolo, ma in questi giorni di gioia e di ansia, quando mancano solo poche ore alla sua libertà (e speriamo anche al suo ritorno) mentre ricordo tanti esempi di grandezza offerti da questo nostro fratello, mi sono reso conto dell’ironia racchiusa nel definire “piccolo” questo gigante.<br />
Quando ci hanno arrestato, Fernando aveva ragioni extra per essere angosciato, addolorato, frustrato &#8230; In termini di base-ball che lui tanto ama: lui lanciava anche giochi completi, ma la sua missione a Miami quella volta era di una breve sostituzione. Doveva tornare a Cuba presto. Le sue nozze erano quasi pronte. La sposa, questa Rosa guerriera che ha sacrificato per lui tutto nella vita, è rimasta quasi con l’abito addosso. Anche così, dal gigante non abbiamo mai sentito un lamento.<br />
Ero presente quando l’avvocato del processo, Joaquín Ménedz, gli ha detto con assoluta coerenza professionale che, data la minore gravità delle accuse che gli venivano imputate, qualsiasi difensore che si rispetti, come strategia difensiva, opterebbe per separarlo dagli altri. La risposta di Fernando, come quella di René davanti a un simile consiglio, è stata decisa e inequivocabile. Quindici anni e mezzo dopo, Fernando, come René, uscirà di prigione con la fronte alta. Anche a lui non hanno regalato niente. La sua sentenza è stata la più pesante possibile, e il tempo scontato per buona condotta se lo è guadagnato e glielo dovevano dare per legge.<br />
Noi che lo amiamo e ammiriamo, oggi siamo felici. Convinti che la nostra lotta si rafforza con un altro portabandiera, gli vogliamo fare arrivare un forte abbraccio e gli diciamo:<br />
Auguri, gigante!<br />
Grazie per il tuo esempio!</p>
<p>Gerardo Hernández Nordelo</p>
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		<title>Disordini in Venezuela</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Feb 2014 15:57:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il quotidiano di Caracas El Nacional, intitolava nei giorni scorsi il suo editoriale “Cubanos go home” e dava la notizia che un contingente di “fucilieri”, addestrati a reprimere le manifestazioni di piazza “una specialità nella quale hanno dato prova di grande efficacia e crudeltà”, era partito dall’Avana con destinazione Caracas. Davvero una notizia sballata visto [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2371-disordini-venezuela/">Disordini in Venezuela</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/02/BgfHvlvCMAAn5F-632x303.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2372" alt="BgfHvlvCMAAn5F--632x303" src="/wp-content/uploads/2014/02/BgfHvlvCMAAn5F-632x303-300x143.jpg" width="300" height="143" /></a><br />
Il quotidiano di Caracas <em>El Nacional</em>, intitolava nei giorni scorsi il suo editoriale “Cubanos go home” e dava la notizia che un contingente di “fucilieri”, addestrati a reprimere le manifestazioni di piazza “una specialità nella quale hanno dato prova di grande efficacia e crudeltà”, era partito dall’Avana con destinazione Caracas. Davvero una notizia sballata visto che a Cuba nei più di cinquanta anni di governo “castrista”, le manifestazioni di piazza represse da corpi speciali o no, non si sono mai viste. Comunque, la notizia serve ad acuire le tensioni che stanno attraversando il Venezuela nell’ultima settimana. A tanta distanza, non è facile capire come stanno veramente le cose, e non aiutano certo le documentazioni fotografiche sulle quali ormai sappiamo bene quanto sia facile falsificarle.</p>
<p>Il sito di <em>Rebelión</em> (http://www.rebelion.org/noticia.php?id=180977) dà conto di una serie di foto attribuite agli attuali disordini in Venezuela che invece sono state prese in tempi diversi in Siria, in Egitto, in Spagna e in Cile. E’ davvero utile dargli un’occhiata per capire che oggi come oggi non possiamo neanche più credere a quel che vedono i nostri occhi. Le notizie più recenti ci informano che Obama ha fatto appello al governo di Maduro perché rilasci tutte le persone detenute a seguito delle manifestazioni antigovernative di questa settimana. In quel “tutti”, immagino sia compreso il capo delle sommosse Leopoldo López, che si è appena consegnato alle autorità in una scenografia ben costruita, vestito di bianco e con un fiore in mano, accompagnato dai suoi seguaci e mostrandosi piangente nel momento del suo arresto. Non sembra la stessa persona che, durante il golpe contro Chávez del 2002, aveva fatto irruzione nella casa del ministro degli Interni e della Giustizia, Ramón Rodríguez Chacín, di sua moglie e dei sui figli di sei e nove anni e li aveva esposti alla rabbia popolare, arrestando il ministro ormai ridotto in cattive condizioni. In quell’epoca, López era ormai tornato dagli Stati Uniti dove la sua famiglia gli aveva consentito un’istruzione di primo ordine nell’esclusivo Kenyon College, molto stimato dalla CIA per come educa i suoi studenti. Ha poi frequentato la Kennedy School of Governement presso l’Università di Harvard. Tornato in patria, López entra in politica nel movimento Primero Justicia, oggi guidato da Henrique Capriles, sfidante di Maduro nelle ultime elezioni e oggi contrario ala politica avventuristica di Leopoldo López. Ha poi partecipato al golpe contro Chávez del 2002, si è fatto notare durante le proteste del 2004 nel Chacao di cui era sindaco e ha poi fondato un suo movimento, Voluntad Popular, e promuove le “Redes Populares”, finanziate dalla USAID. Il Tribunale Supremo di Giustizia lo ha condannato a sei anni di proibizione di occupare incarichi di elezione popolare dopo che si era liberato delle imputazioni che gli erano toccate per il caso del Ministro della Giustizia, grazie a un indulto concesso da Chávez.</p>
<p>Oggi López, che ha guidato le violente manifestazioni dei giorni scorsi, si è consegnato alla giustizia dopo averlo annunciato in un video e facendosi ritrarre di bianco vestito, con un fiore in mano e le lacrime agli occhi.</p>
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		<title>L’Ambasciata degli Stati Uniti in Brasile e i medici cubani</title>
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		<pubDate>Mon, 17 Feb 2014 09:35:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>Ormai è una realtà. Circa 6.000 medici di Cuba prestano cure sanitarie a intere popolazioni degli stati del nord e del nordest del Brasile, che vivono in condizioni di isolamento e di estrema povertà. Su questo, fino ad ora, non abbiamo letto un solo reportage nella grande stampa brasiliana e internazionale. Invece è stata notizia [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/02/chegada_cubanos.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2367" alt="chegada_cubanos" src="/wp-content/uploads/2014/02/chegada_cubanos-300x145.jpg" width="300" height="145" /></a>Ormai è una realtà. Circa 6.000 medici di Cuba prestano cure sanitarie a intere popolazioni degli stati del nord e del nordest del Brasile, che vivono in condizioni di isolamento e di estrema povertà. Su questo, fino ad ora, non abbiamo letto un solo reportage nella grande stampa brasiliana e internazionale.<br />
Invece è stata notizia in decine di media di tutto il mondo lo show organizzato da una sola persona, la dottoressa cubana Ramona Rodríguez Matos che, durante una conferenza stampa, ha annunciato che abbandonava il suo posto perché era stata “ingannata” dal suo governo.<br />
Bisogna ricordare che Cuba, il Brasile e l’Organizzazione Panamericana della Salute hanno firmato un accordo per integrare i medici dell’isola nel programma “Mais médicos”, una iniziativa del Governo di Dilma Rousseff per portare servizi di salute nelle aree storicamente abbandonate. In virtù di questi accordi, secondo alcuni media, i cooperanti avrebbero ricevuto fra un 25 e un 40% del totale pagato dal Brasile. Il resto sarebbe stato amministrato dal Ministero della Salute Pubblica di Cuba per autofinanziare i servizi di salute dell’isola.<br />
Cuba ha circa 40.000 cooperanti sanitari in 58 paesi del Terzo Mondo. Nella maggior parte, Cuba copre totalmente i costi e i salari. Ma nel caso di nazioni che hanno delle risorse, come il Venezuela, il Sudafrica, il Qatar o il Brasile, esistono accordi di controprestazione economica che servono, per esempio, a coprire i costi dei servizi sanitari, macchinari o acquisti di medicine per tutta la popolazione dell’isola.<br />
Le campagne di stampa contro la presenza medica cubana non sono una novità. In Venezuela, per esempio, i medici accusavano i cooperanti cubani di essere “agenti” o “spie”. In Brasile, il messaggio centrale dell’attuale campagna di stampa è che sono “schiavi” del governo cubano, visto che destina ad altri fini sociali nell’Isola, una parte del compenso. Si tratta di un contrasto radicale di concetti ideologici: quello che difende uno stato socialista in un paese povero e bloccato come Cuba che, grazie alla formazione di migliaia di professionisti, sostiene un sistema di salute con entrate prodotte all’estero e, dall’altra parte, quello difeso dai mezzi di comunicazione e gli ordini dei medici brasiliani, che difendono le posizioni individualiste e non solidali dei pochi medici cubani che abbandonano l’assistenza a popolazioni vulnerabili, perché aspirano ad entrare nella selettiva classe medica latinoamericana.<br />
Torniamo allo show della dottoressa cubana. Vari mezzi di comunicazione sottolineavano che aveva chiesto asilo in Brasile. Ma si dimenticavano di chiarire dove: all’ambasciata degli Stati Uniti a Brasilia. E si dimenticavano anche di alludere a un elemento di informazione fondamentale per capire tutta questa faccenda: che la dottoressa si era appellata al così detto “Cuban Medical Professional Parole”, programma dei Dipartimenti di Stato e della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti creato per accogliere come rifugiati politici i cooperanti medici di Cuba nel mondo, in qualunque ambasciata o consolato nordamericano. Questa iniziativa, insuperabile per immoralità, non è nemmeno ricordata dalla maggior parte dei media. Il portale della BBC in spagnolo, per esempio, diceva che la dottoressa “si è messa in contatto con l’ambasciata statunitense a Brasilia per (&#8230;) sollecitare un visto che Washington concede a medici cubani in terzi paesi”. Ma neanche una parola sul programma citato, un vero scandalo etico.<br />
Il programma brasiliano “Mais medicos” è sostenuto –secondo un sondaggio realizzato a novembre- dal 84,3% della popolazione del paese, ed ha migliorato la popolarità della presidente Dilma Rousseff. Per questa ragione la destra brasiliana, gli ordini dei medici e la grande stampa cercano di screditarlo con ogni mezzo. I leaders del Partito Democratico, della destra brasiliana all’opposizione, si sono presentati davanti ai mezzi di informazione con questa dottoressa cubana e hanno fatto un appello al resto dei medici cubani affinché la imitassero. La stessa cosa hanno fatto vari ordini dei medici come l’Associazione Medica Brasiliana il cui presidente Florentino Cardoso, curiosamente, aveva qualificato come “scorie” i medici cubani qualche mese prima. Il quotidiano spagnolo <em>El País</em> ci ha messo del suo in questa campagna affermando che “La dottoressa mette in una posizione scomoda il governo di Dilma Rousseff”, mentre il portale in spagnolo della BBC affermava che “La dottoressa cubana (&#8230;) è diventata un problema politico per il Brasile”. Ma i dati smentiscono assolutamente qualunque propaganda. Il Ministro brasiliano della Salute, Arthur Chioro, dichiarava che gli scarsi abbandoni di medici cubani –due verso gli Stati Uniti, più altri 22 che hanno deciso di ritornare a Cuba – costituiscono una cifra “insignificante” rispetto al totale.<br />
I media insistono sulle condizioni salariali dei medici cubani e le paragonano a quelle dei loro omologhi brasiliani. Ma nel paragone fra i due paesi, dimenticano di spiegare perché il sistema capitalista in Brasile ha privato dei servizi di salute pubblica tanti milioni di persone che adesso devono essere curati da professionisti della salute socialista cubana. Il giornale spagnolo ABC scriveva che il Brasile ha appena 1,8 medici per ogni mille persone rispetto ai 4 della Spagna, per esempio. Ma dimenticava di ricordare il dato di Cuba che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Salute, offre la cifra più alta di tutto il mondo: 6,7 medici per ogni mille abitanti.<br />
Il giornale di Miami, <em>El Nuevo Herald</em>, segnalava con grande cinismo che il programma “Cuban Medical Professional Parole” del Governo degli Stati Uniti ha come obbiettivo “sabotare la diplomazia medica cubana” nel mondo. Il fatto è che, per questi media, sarà sempre molto più legittima e democratica la “diplomazia” dei blocchi, dei marines e delle invasioni con cui portare a ferro e a fuoco il progresso in tante parti del mondo.</p>
<p>José Manzaneda</p>
<p>(dal blog <i>La pupila insomne</i> di Iroel Sánchez del 15 febbraio)</p>
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		<title>Povero Messico</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jan 2014 19:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/01/Autodefensas1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2359" alt="Autodefensas1" src="/wp-content/uploads/2014/01/Autodefensas1-300x168.jpg" width="300" height="168" /></a>Il poeta Javier Sicilia ha vissuto un’esperienza terribile che gli ha cambiato la vita: nel 2011, suo figlio Juan Francisco, di appena ventiquattro anni è stato sequestrato e ucciso mentre tornava da una festa insieme ad altre sette persone, sembra per un errore dei sicari del <em>cartel </em>del Pacifico Sud. Quel delitto è ancora impunito nonostante la grande mobilitazione della società civile, il Movimento per la Pace con Giustizia e Dignità (MPJD) i cui limiti lo stesso Sicilia ammette in un interessante articolo (<em>El País</em>, 23.1.2014) a proposito di un nuovo fenomeno che sembra complicare ancora di più lo scenario della violenza in Messico, quello delle <em>autodefensas</em> civiche nello stato di Michoacán, contrastate decisamente dal governo centrale del Presidente Peña Nieto e guardate con sospetto da chi ha memoria degli orrori commessi dalle autodifese colombiane dietro cui si mimetizzavano i <em>narcos</em>.<br />
Sicilia è orientato a favore di queste organizzazioni di autodifesa che, ci ricorda, non sono nuove in Messico: in Chiapas, fin dal 1994, l’EZLN si mantiene in stato di autodifesa, così pure nello stato di Guerrero dove una “Policía Comunitaria” sostituisce lo stato nel controllo dell’ordine e della legalità; nello stesso Michoacán, fin dal 2011 il popolo indigeno di Cherán provvede alla propria difesa. La ribellione zapatista aveva messo allo scoperto il dolore e lo sfruttamento delle comunità indigene reclamando dallo stato un cambio di rotta, altrimenti, scriveva il subcomandante Marcos, “si sarebbero aperte le porte dell’inferno”.<br />
Venti anni dopo si direbbe che quelle porte si siano spalancate, nulla frena la violenza, la brutalità, l’impunità dei più forti, la corruzione, i femminicidi, le connivenze. Lo stesso movimento sorto intorno al poeta, l’MPJD “ha reso visibile le vittime della guerra, ha mobilitato la nazione e tracciato una via d’uscita alla guerra: giustizia per le vittime, cambio delle strategie della sicurezza nazionale per una strategia della sicurezza umana e civica, pulizia nelle fila dello Stato e dei partiti di delinquenti, riforma politica, democratizzazione dei mezzi di comunicazione e riduzione dell’impunità. Dopo tre anni di lotta non violenta e di dialogo con il potere, ha ottenuto molto poco”.<br />
Sicilia arriva a paragonare il livello di violenza nel suo paese con quello della Siria attuale: 100.000 morti, 30.000 scomparsi, 300.000 sfollati senza contare i sequestri, le estorsioni, il pizzo, dal 2006 ad oggi. Si tratta di dati davvero spaventosi che conducono l’autore a rivendicare l’operato del riconosciuto capo delle <em>“autodefensas</em>” di Michoacán, il chiacchierato dottor José Manuel Mireles arrestato anni fa con un sacco di marijuana. Secondo Xavier Sicilia, “questi gruppi di cittadini armati hanno mostrato: 1) che lo Stato, come hanno dimostrato lo Zapatismo e il MPJD a suo tempo, è profondamente corrotto, penetrato dal crimine, pieno di impunità, di vittime senza giustizia, di desaparecidos, di estorsioni, di sequestri, di stupri e di terrore, 2) che il Messico vive una emergenza nazionale e una tragedia umanitaria della cui giusta e spaventosa dimensione non si fanno carico i governi. 3) Che vista l’assenza dello Stato e la violenza atroce, è un dovere legittimo dei cittadini prendere le armi per difendere la propria dignità. 4) Che una cittadinanza unita e ben disposta è più efficace ed efficiente di uno Stato deteriorato fino a non esistere: in meno di due settimane, le autodifese hanno ottenuto quello che in sette anni lo Stato non ha ottenuto con armi e servizi segreti altamente sofisticati: mettere alle corde il crimine organizzato”.<br />
Le parole di Sicilia fanno paura, rivelano il fallimento totale dello Stato e il pericolo che corre un paese dove i cittadini si fanno giustizia da soli, ma la questione del Messico, evidentemente, è ben più grave di quanto sembri a chi non vive in quel paese. L’arcivescovo di Apatzingan, Monsignor Patiño Velázquez, il 16 gennaio scorso, quando l’esercito ha sparato sulla cittadinanza nell’intento di disarmare le autodefensas ha dichiarato: “L’esercito e il governo si sono screditati perché invece di perseguitare i criminali hanno aggredito le persone che si difendono da quelli. Non capiscono che noi ci troviamo in uno stato di necessità?”<br />
“Contro quello che il governo vuole far credere –conclude Sicilia- le <em>autodefensas</em> non sono contro lo Stato, sono a suo favore”.</p>
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		<title>Se ne va Juan Gelman</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Jan 2014 06:49:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/01/2595871-gelman.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2339" alt="2595871-gelman" src="/wp-content/uploads/2014/01/2595871-gelman-300x167.jpg" width="300" height="167" /></a>Il 2014 ci porta la notizia di un’altra, irreparabile perdita per la poesia latinoamericana: il grande poeta argentino Juan Gelman è morto nella sua casa di Città del Messico a 83 anni. Julio Cortázar che lo ammirava, consigliava di entrare nei suoi versi come se si entrasse in un sentiero “seguendone le curve e le salite, fermandosi dove la strada sembra esitare agli incroci e riprendendo il cammino proprio come lo riannoda ciascuna poesia ricollegandosi a quella precedente”; perché la sua vasta opera poetica è tutto un interrogare la poesia e interrogarsi sulla poesia, con la convinzione che essa sia lo strumento insostituibile per scavare nella memoria, un dovere, questo, dal quale non si può esimere, come non può esimersi dal perseguitare l’ingiustizia, affrontare a viso aperto la paura, scoprire i nervi della coscienza con domande perturbanti e necessarie. Le parole di cui si è servito Gelman sono “attive e operanti”, secondo Cortázar, e suscitano nuovi sensi, senza indulgere alla speranza e alla pietà. Un malinteso generalizzato ha etichettato la sua come “poesia política”, eppure Gelman, nel bel discorso pronunciato quando ha ricevuto il Premio Reina Sofia ha detto: “[La poesia] va alla realtà e la fa diventare altra. Aspetta il miracolo, ma soprattutto cerca la materia che lo fa. Nomina ciò che l’ aspettava nascosto nel fondo dei tempi ed è memoria di quel che non è successo ancora. Solo in ciò che è sconosciuto canta la poesia. Che accetta lo spessore della tragedia umana, che non obbedisce al principio di realtà ma all’ordine del desiderio. Si scontra con i limiti della lingua e va oltre nell’intento di rispondere al richiamo di un amore che non cessa.” In Italia si può leggere di lui <i>Gotán e altre poesie</i>, Guanda, 1980.<br />
Luis Sepúlveda, celebrando nel 2008 l’attribuzione del premio Cervantes al poeta argentino, ne scriveva un sintetico ed esatto epitaffio: “Sono molte le cose, i temi e i tanghi che mi uniscono a Juan Gelman [&#8230;] Lo amo e lo ammiro per la sua rabbia tenace, costante, senza quartiere contro tutto quel che puzza di autoritarismo, di uniformi, di mediocrità bugiarda. Lo amo e lo ammiro per la sua infinita tenerezza di uomo che ha perso quanto di più amato, suo figlio, sua nuora incinta nei labirinti dell’orrore dittatoriale, e questa stessa tenerezza gli ha dato il vigore per continuare a lottare fino a riuscire a recuperare la nipote “desaparecida”, fino a che l’amore è stato di nuovo abbraccio e speranza”. In quella stessa occasione, scrivendo per Le Monde Diplomatique, lo scrittore cileno ricordava di aver incontrato Gelman a Piacenza, quando “Carovane”, la rassegna culturale che Gianni Minà organizzava in quella città, aveva insignito il poeta argentino del Premio intitolato a Nicolás Guillén e che in precedenza avevano ricevuto Roberto Fernández Retamar, Carmen Yáñez, Mario Benedetti ed Ernesto Cardenal.<br />
Militante comunista, poi montonero, alla fine esiliato e distante dagli uni e dagli altri, esiliato dalla dittatura militare, agita in Europa la coscienza di chi non sa o non vuole sapere cosa accade in Argentina. Fra i tanti, anche suo figlio e sua nuora vengono prelevati, torturati, desaparecidos. Torna clandestinamente in Argentina, nel 1978, per documentarne gli orrori. E’ un giornalista di gran razza e riesce a scuotere l’interesse di Olof Palme e di Mitterand ma non perdona al Cardinale Bergoglio il men che tiepido interessamento della Curia argentina. Pur potendo tornare in Argentina, indultato dal Presidente Menem, Gelman resterà in Messico fino alla morte, ma da lì combatterà la sua battaglia per sapere dove e come sono morti suo figlio Marcelo e la nuora María Claudia e soprattutto per ritrovare la nipote Macarena, nata in cattività in Uruguay, grazie al sinistro accordo fra stati dittatoriali noto come Plan Cóndor, e data in adozione. Dopo 23 anni di ricerca, nonno e nipote si sono ritrovati. La morte –e il suo vizio del fumo- gli hanno dato il tempo di vedere questo miracolo. Sarà stato sufficiente a lenire le sue inumane sofferenze?<br />
La morte di Gelman ha avuto una grande ripercussione in America Latina sia per la grandezza del poeta che per il suo coraggio e la sua etica. Fra i molti omaggi, ho scelto di tradurre l’addio che gli hanno rivolto su Página 12, il quotidiano di cui era editorialista, gli H.I.J.O.S., l’associazione argentina dei figli dei desaparecidos che hanno combattuto e combattono  affinché emerga la verità su tutte le atrocità commesse durante la dittatura militare, compresa la ricerca di tutti i figli di desaparecidos sottratti alle loro madri, poi fatte scomparire, e dati in adozione:<br />
“Ecco che se ne va Juan, forse a una riunione con Rodolfo [Walsh], con Paco [Urondo] e con tanti altri compagni. Ecco che se ne va Juan, a raccontare a quei 30.000 che ha potuto trovare sua nipote Macarena. Se ne va Juan a raccontare ai suoi figli, Marcelo e Nora, e a sua nuora María Claudia, come è Macarena, come è quella vita che non sono riusciti ad uccidere. Se ne va Juan, in quel tempo dei passi eterni, per raccontare ai nostri padri e alle nostre madri che tutti loro sono sempre vivi nelle nostre lotte.<br />
Se ne va il compagno, il nostro padrino, il nostro poeta a continuare a regalare parole al mondo, a continuare a guardare con occhi di dolore e di speranza. Se ne va Juan Gelman: nel posto più giusto in cui possa andare un uomo come lui. Come ogni compagno, come ogni uomo impegnato e solidale, se ne va per restare per sempre in questa terra che non trema di paura per il popolo, ma per il timore dei traditori di tanti figli della rivoluzione”.</p>
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		<title>La pagliuzza nell&#8217;occhio altrui e la trave nell&#8217;occhio di chi giudica</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Jan 2014 09:59:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[<p>A giudicare dalla stampa mainstream, è strana davvero la nostra sensibilità sul problema dei diritti umani! Non si batte ciglio né ci si allinea alla richiesta portata avanti dal Pakistan presso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite affinché non vengano usati gli aerei senza pilota (i famigerati droni) come misure per combattere il [&#038;hellip</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2013/03/imgres4.jpeg"><img class="alignleft size-full wp-image-2161" alt="imgres" src="/wp-content/uploads/2013/03/imgres4.jpeg" width="275" height="183" /></a>A giudicare dalla stampa <em>mainstream</em>, è strana davvero la nostra sensibilità sul problema dei diritti umani! Non si batte ciglio né ci si allinea alla richiesta portata avanti dal Pakistan presso il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite affinché non vengano usati gli aerei senza pilota (i famigerati droni) come misure per combattere il terrorismo, analogamente a quanto, il 18 dicembre scorso, l’Assemblea Generale ha deliberato e cioè di esigere che non si faccia più ricorso a questa misura. E’ tragicamente umoristico il fatto che la risoluzione si mantiene sul vago e non nomina l’unico stato che –fino ad oggi- ha fatto uso di questo metodo abominevole nella sua insensata e fallimentare lotta al terrorismo: gli Stati Uniti d’America.<br />
Non si batte ciglio quando il <em>Washington Post</em> del 22 dicembre rivela che l’incursione delle forze aeree colombiane in Ecuador per bombardare nel 2008 un accampamento delle Farc ed eliminare con una bomba intelligente Raúl Reyes (con qualche morto e ferito in più come danno collaterale) è stato pilotato, supportato e monitorato dalla CIA in ossequio a un programma segreto lanciato nel 2000 durante l’amministrazione di George W. Bush secondo il quale l’Agenzia di Intelligenza nordamericana si impegnava ad affiancare le forze armate colombiane nel lavoro sporco di assassinare leaders delle Farc individuati grazie ai metodi più sofisticati, dai monitoraggi elettronici all’inserimento di chips degli stivali dei capi guerriglieri come nel caso di Jorge Briceño,<em> el Mono Jojoy</em>.<br />
E per restare in Colombia, non leggo espressioni di indignazione per la destituzione della Senatrice Piedad Córdoba, nota per il suo lavoro di mediazione nella spinosa questione dei sequestri operati dalle Farc, che dal 2010 è stata privata dei diritti politici per 18 anni! E’ accusata di collaborare con le Farc e promuoverle, come se il lavoro di mediazione non comportasse una collaborazione e un dialogo ravvicinati con la controparte.<br />
Anche la notizia dell’avvenuta esecuzione capitale in Florida di un condannato lasciato in attesa del momento fatale fin dal 1975 non turba la sensibilità dei nostri mezzi di comunicazione che sembrano aver dimenticato l’indignazione che suole far seguito ad ogni esecuzione capitale in qualsiasi parte del mondo, specie nei barbari paesi del Terzo Mondo o negli spietati paesi comunisti o ex comunisti.<br />
Non mi pare di aver visto neanche commenti sul tristissimo 12° anniversario dell’apertura di un carcere illegale nella base navale che gli Stati Uniti mantengono altrettanto illegalmente a Guantánamo, nell’isola di Cuba. Il doloroso lamento di Shaker Aamer, che ricorda di essere entrato in quel carcere il 14 febbraio 2002, lo stesso giorno in cui è nato il suo figlio più piccolo, Faris, non sembra commuovere né indignare, mentre la solenne promessa di Obama durante la sua prima campagna elettorale di chiudere quel carcere resta ancora lontana dal compiersi.<br />
Sotto il mantello della difesa dei diritti umani, le amministrazioni statunitensi continuano da decenni a gridare per il pelo nell’occhio altrui e a non vedere il trave nel proprio riuscendo a convincere una gran parte dell’opinione pubblica che le violazioni messe in atto per ragioni di sicurezza nazionale sono legittime solo nel caso che la sicurezza sia quella degli Stati Uniti d’America.<br />
Un articolo di cronaca di uno sperimentato giornalista, Ignacio Ramonet, pubblicato in mezzi di comunicazione ufficiali o alternativi di mezzo mondo, è costato a <em>Il Manifesto</em> gli aspri rimbrotti di Pigi Battista, editorialista del <em>Corriere della Ser</em>a che ci ricorda che “Cuba è un carcere a cielo aperto”, ignorando sovranamente i monitoraggi e le statistiche degli organismi internazionali che danno di Cuba una immagine molto diversa e dimenticando di ricordare che –contro le unanimi votazioni dell’Assemblea Generale dell’ONU- Cuba continua ad essere tormentata dal blocco finanziario, economico e commerciale decretato più di cinquanta anni fa dagli USA. Se Obama riconosce che qualcosa non va nella politica del suo paese verso Cuba se è ancora la stessa di quando lui non era ancora nato e Castro aveva già preso il potere, ma non fa seguire a questa constatazione i fatti, nessuno ne chiede il perché. Delle pessime relazioni fra i due paesi si parla come di una nevrosi reciproca e non si ricorda che Cuba non aggredisce, non sabota, non destabilizza, che si dichiara disponibile a discutere di tutto in maniera paritaria e senza veti previi, così come gli Stati Uniti hanno fatto e fanno con molti paesi del mondo i cui governi non hanno le loro stesse finalità e vedute. Si dimentica sempre che sono gli Stati Uniti ad aver dichiarato Cuba “paese nemico”.<br />
E’ una storia ormai vecchia come vecchio è ormai Fidel Castro che, se se ne sta  tranquillo in casa a scrivere, a pensare, a ricevere amici, eppure resta comunque, nella vulgata, la tenebrosa eminenza grigia che mantiene le fila di uno stato poliziesco; se ogni tanto esce in forma privata, suscita il raccapriccio di Mimmo Candito che lo scopre “claudicante, perfino commiserevole &#8230; infagottato in una palandrana pesante, al collo la sciarpa similmilitare (sic)”.  Il giornalista ricorda pure che “alle spalle della piccola folla cortigiana della foto c’è la storia di migliaia di uomini qualunque che sono stati ammazzati”; sarebbe il caso che Candito che ha questa informazione ci facesse sapere chi, come, dove e quando Castro ha ammazzato queste migliaia di uomini.</p>
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		<title>Lecturas críticas. Lecturas posibles</title>
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		<pubDate>Fri, 10 Jan 2014 13:43:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[alessandra_riccio]]></dc:creator>
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“Stavo passeggiando nel Cimitero Municipale di Chillán, era aprile del 2011, senza cercare nulla, semplicemente curiosando. Mi ha trattenuto una grande pietra verticale. Era un Monumento ai Fucilati e ai Desaparecidos. Ho guardato la lista con rispettosa curiosità. &#8220;Fucilati Politici della Provincia di Ñuble 1973-1990&#8243;. Come se si fosse ingigantita all&#8217;improvviso, una linea con un nome e un cognome si è imposta accecandomi.</p>
<p>BARTOLOME&#8217; SALAZAR VELIZ QUINCHAMALI&#8217; 27 aprile 1974 31 ANNI</p>
<p>Era &#8220;Tolo&#8221;, compagno di corso al Pedagogico, a Macul. Era &#8220;Tolo&#8221;, non molto alto e forte, con i suoi eterni occhiali. Era quel &#8220;Tolo&#8221; che viveva in uno dei Padiglioni perché veniva dalla provincia, mi pare da Linares. Era &#8220;Tolo&#8221;, che io ricordo più mentre giocava al calcio che facendo politica, fra il 1965 e il 1969, quando studiavamo per diventare Professori di Spagnolo. Lui poi aveva insegnato al Liceo Femminile di Chillán fino al 17 aprile 1974, giorno in cui i militari l&#8217;avevano arrestato e portato nella Caserma di Chillán. Dieci giorni dopo era stato trovato crivellato di colpi, vicino a un fiume, presso Quinchamalí. Era &#8220;Tolo&#8221; e aveva 31 anni, una moglie e un figlio. Ma al principio di marzo del 1974 l&#8217;hanno dovuto seppellire come NN Bartolomé Salazar Véliz, &#8220;Tolo&#8221;.<br />
Alla sua memoria e al suo ricordo, voglio dedicare questo libro, e a tutti i compagni del Dipartimento di Spagnolo, quel centinaio di giovani che erano arrivati, felici, nel 1965, in quel vivaio di utopie che era il Pedagico dell&#8217;Università del Cile, dove eravamo convinti che avremmo cambiato il mondo e lo avremmo reso più giusto. Il costo è stato brutale &#8230; Lo sappiamo. Senza dimenticare, voglio evocare &#8220;Tolo&#8221; mentre corre nel campo sportivo e ride perché ha fatto goal. Preferisco evocare il nostro desiderio di apprendere; la nostra paura per gli esami; la passione per la lettura; i professori. Preferisco evocare canti, discussioni, marce, risate, vitalità, che tornano ancora e ancora quando ci ritroviamo, ancora, con amicizia, con affetto, ritrovandoci, e parliamo del passato, ma situandoci nel -e dal- presente (non è così, cara Ivonne Martí?).<br />
Aver deciso di iscrivermi per studiare al Pedagogico dell&#8217;Università del Cile nel 1965 è stato, è e sarà per me una delle migliori decisioni della mia vita, che mi ha segnato per sempre e a cui sono grata. La mia gratitudine è per tutti quelli che hanno partecipato con la stessa decisione, a quella tappa, a questa traiettoria.”</p>
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