<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Latinoamerica &#187; News</title>
	<atom:link href="/category/c36-news/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it</link>
	<description>Latinoamerica e tutti i sud del mondo</description>
	<lastBuildDate>Thu, 18 Jun 2015 15:38:37 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=4.2.5</generator>
	<item>
		<title>HANNO VINTO GLI STATI UNITI O CUBA?</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2475-vinto-gli-uniti-cuba/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2475-vinto-gli-uniti-cuba/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2015 19:10:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[gianni_mina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Cuba]]></category>
		<category><![CDATA[rapporti]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2475</guid>
		<description><![CDATA[<p>Sono tramontate le ideologie ma la Revolución è sempre lì. Evidentemente tutte le analisi erano state sbagliate. ALLA FINE, DOPO 55 ANNI, GLI STATI UNITI SI SONO DOVUTI ARRENDERE e accettare, apparentemente, che Cuba scegliesse da sola il proprio destino. La nostra informazione, inguaribilmente prona di fronte agli interessi del governo di Washington, ha subito [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2475-vinto-gli-uniti-cuba/">HANNO VINTO GLI STATI UNITI O CUBA?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono tramontate le ideologie ma la <em>Revolución</em> è sempre lì. Evidentemente tutte le analisi erano state sbagliate.</p>
<p><a href="/wp-content/uploads/2015/04/0.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2477" src="/wp-content/uploads/2015/04/0-300x225.jpg" alt="0" width="300" height="225" /></a>ALLA FINE, DOPO 55 ANNI, GLI STATI UNITI SI SONO DOVUTI ARRENDERE e accettare, apparentemente, che Cuba scegliesse da sola il proprio destino. La nostra informazione, inguaribilmente prona di fronte agli interessi del governo di Washington, ha subito tentato maldestramente di affermare che aveva vinto la lungimiranza di Obama, dimenticandosi di aggiungere che, a parte lo scambio di alcuni agenti dei servizi segreti dei due paesi e un paio di strette di mano per soddisfare i media, ci sono voluti 5 mesi perché Obama e Raul Castro finalmente si incontrassero e incominciassero a confrontarsi. Sono molti a pensare che l’itinerario sarà lungo e accidentato, specie considerando che le prossime elezioni nordamericane, secondo molti, le vinceranno i repubblicani. Certo nessuno pensava che alla fine Cuba avrebbe ottenuto quello che più anelava, cioè la liberazione degli ultimi tre dei cinque agenti della propria <em>intelligence</em> capaci di smascherare il terrorismo organizzato in Florida e messo in atto a Cuba e che nell’arco di 35 anni aveva causato più di tremila morti.</p>
<p>Ma gli Stati Uniti avevano l’interesse sovrano di far rilasciare, dopo 6 anni di galera a L’Avana, Alan Gross che ufficialmente era andato a Cuba per rifornire di apparecchiature tecnologiche, la comunità ebraica, anche se questa comunità ha affermato che non aveva mai richiesto le suddette attrezzature a nessuno. La moglie di Gross alla fine aveva tirato un sasso nello stagno facendo presente che, se Alan fosse rimasto intrappolato a Cuba sarebbe stato costretto a rivelare qualcosa di strategicamente non conveniente per gli USA. Sembra la sequenza di un film di 007, ma è solo la resa, per ora, di fronte a una logica che ha portato Cuba ad avere tutto un continente che la sostiene e Obama, il Presidente nordamericano, a dover dichiarare con onestà intellettuale: “Abbiamo fallito”.</p>
<p>In verità il Presidente degli Stati Uniti già da tempo si era accorto che certi at- teggiamenti della politica estera nordamericana erano perdenti e non solo in Ucraina o in Siria o quando avevano avallato l’azzardata strategia riguardo alla Libia. Una strategia che aveva portato all’eccidio di Gheddafi, ma anche all’assassinio dell’ambasciatore nordamericano in quel territorio. Così quando Obama, con molta sincerità, aveva dichiarato: “Non sono interessato a guerre nate prima di me” si era capito che forse stava per finire la politica di ingerenza USA nel continente, specie in una nazione che ancora non riesce ad affermare completamente i diritti dei neri e degli ispani.</p>
<p>Oltretutto, finora, è fallito anche il tentativo di levarsi rapidamente dai piedi Maduro, il successore di Chávez in Venezuela, specie dopo che tutta l’Organizzazione degli Stati Americani aveva ribadito che non c’era nessun motivo per intervenire sul governo di Caracas. Il primo Presidente nero degli Stati Uniti, anni fa aveva dichiarato: “i 70mila medici cubani all’opera nei paesi più poveri del mondo hanno prevalso su qualsiasi altra strategia da noi provata”.</p>
<p>Evidentemente pur avendo accettato, tristemente, di iscrivere Cuba e il Venezuela come “paesi canaglia”, cioè terroristi, su pressione dei grandi elettori della Florida, Obama si era reso conto che non si poteva continuare ad angariare un paese solo perché aveva scelto un sistema politico non gradito agli Stati Uniti. Questo non significa, però, che certi atteggiamenti non torneranno d’attualità. La politica è spesso cinica e basta ricordare la frase del Presidente George Bush senior per essere scettici sul futuro: “Non mi metterò mai a un tavolo per discutere il livello di vita preteso dai cittadini degli Stati Uniti”.</p>
<p>La logica delle grandi nazioni è sempre la stessa, ma certe volte la situazione ti impone di moderare i termini, per questo non penso che <em>el bloqueo</em> sarà tolto a breve e che altri particolari della vita di Cuba non saranno disturbati dalla prepotenza dell’economia neoliberale o dall’arroganza delle borse-valori o dalle multinazionali o dall’apparato militare e industriale del paese.</p>
<p>Credo, però, che certe sconfitte possano servire per un po’ di anni di tregua. Per merito di Cuba e più recentemente di Hugo Chávez, Lula Da Silva, Evo Mo- rales, Rafael Correa e delle Presidenti donne di Brasile, Cile e Argentina tira un’altra aria nel continente. Bisognerà ora vedere quanto Cuba saprà adattarsi per aprirsi a un’economia mista e al mercato. In questo senso c’è una rinnovata fiducia nel Presidente Raul Castro che smentendo l’immagine integralista e ideologica che gli avevano affibbiato a Miami quando era ministro della Difesa, ha condotto con maestria diplomatica questa apertura storica con il vecchio nemico. È interessante constatare che in questo cambio epocale abbia pesato fortemente la nuova chiesa di Papa Francesco, l’argentino venuto da lontano. 55 anni fa, la maggior parte dei preti cubani, educati nella Spagna del dittatore Francisco Franco era contraria alla rivoluzione. Perfino l’attuale arcivescovo de L’Avana, Jaime Ortega, da giovane transitò brevemente nei campi di lavoro. Era la stagione in cui Cuba doveva difendersi da molti nemici e vedeva nemici dappertutto, una comprensibile “sindrome dell’assedio”. Adesso il cardinale Ortega, che ha una politica molto ecumenica, non è simpatico ai duri e antidemocratici di Miami. È evidente che altri valori, come solidarietà e convivenza, hanno guidato l’evolversi di un paese che ha saputo resistere in ogni momento storico a prove durissime. L’informazione occidentale, specie quella dello spagnolo <em>El Pais</em>, quotidiano fondato da un’ex franchista, e che in modo molto discutibile influenza tutta l’Europa sulle vicende del continente latinoamericano non è disposta a condividere il cambio in atto a sud del Texas. Questione di interessi, questione anche di un’egemonia, quella spagnola, ormai tramontata. Forse anche di miopia, se è vero che l’obiettivo di questo riavvicinamento storico, voluto dagli Stati Uniti, ha come proposito palese, quello di riavvicinare, di recuperare l’America Latina. È più difficile, invece, capire l’atteggiamento succube e omertoso dell’informazione italiana. A meno che non stia aspettando ancora di conoscere la linea che desidera Washington. È vero che, come hanno scritto maestri come Bocca o Biagi, è finito il giornalismo, ma interpretare il cambio dei rapporti tra Cuba e Stati Uniti come una vittoria di questi ultimi significa travisare la storia e questo la storia stessa lo smentirà facilmente.</p>
<p>Estratto dal <em>Latinoamerica</em> n. 128/129/130 nelle librerie in questi giorni</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2475-vinto-gli-uniti-cuba/">HANNO VINTO GLI STATI UNITI O CUBA?</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2475-vinto-gli-uniti-cuba/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CONTRORDINE COMPAGNI: IN ITALIA C’È LIBERTÀ DI STAMPA (MA A CHE PREZZO?)</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2462-contrordine-compagni-in-italia-ce-liberta-stampa-prezzo/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2462-contrordine-compagni-in-italia-ce-liberta-stampa-prezzo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Apr 2015 14:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2462</guid>
		<description><![CDATA[<p>Un giorno di primavera di un bel po’ di anni fa, in un tavolino di un bar di S. Maria in Trastevere, mi stavo lagnando con Marcia Scantlebury, giornalista cilena, compagna di lotte e di torture di Carmen Yanez, poetessa e moglie di Luis Sepúlveda, ma soprattutto amica mia, sulla difficoltà di mandare avanti questa [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2462-contrordine-compagni-in-italia-ce-liberta-stampa-prezzo/">CONTRORDINE COMPAGNI: IN ITALIA C’È LIBERTÀ DI STAMPA (MA A CHE PREZZO?)</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2015/04/LATINOAMERICA-128129130.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2463" alt="LATINOAMERICA 128:129:130" src="/wp-content/uploads/2015/04/LATINOAMERICA-128129130-212x300.jpg" width="212" height="300" /></a>Un giorno di primavera di un bel po’ di anni fa, in un tavolino di un bar di S. Maria in Trastevere, mi stavo lagnando con Marcia Scantlebury, giornalista cilena, compagna di lotte e di torture di Carmen Yanez, poetessa e moglie di Luis Sepúlveda, ma soprattutto amica mia, sulla difficoltà di mandare avanti questa rivista, presa in mano da Minà più per diletto che per bisogno, ma poi per sopravvivenza, non avendo più potuto, ad un certo punto della sua carriera, collaborare regolarmente per i quotidiani in cui era solito scrivere: <i>Repubblica, Corriere della Sera, Unità</i>&#8230;</p>
<p>Mi lamentavo sulla mancanza di libertà di stampa, sul fatto che nessun giornale <i>mainstream</i> avesse mai fatto una recensione sulla nostra fatica trimestrale, sulla rabbia delle notizie distorte che leggevo e che noi regolarmente denunciavamo su <i>Latinoamerica</i> ma che nessun giornalista riprendeva. Insomma una vera e propria ingiustizia. Mi pareva, in quel lontano 2003, 2004, che non si poteva assolutamente andare avanti.</p>
<p>Marcia mi fece finire e poi con un sorriso beffardo e accattivante mi disse: “No, qui in italia c’è una libertà pazzesca di dire, di scrivere quello che si vuole. Finchè non viene nessuno a bussarti a casa tua, a prenderti, a violentarti e a torturarti, a farti sparire per quello che scrivi, bè, allora c’è libertà”. Quel giorno me lo ricordo bene, perché ricollocò la mia insofferenza, ma anche la mia precoce rassegnazione in un alveo più produttivo. Mi dette la spinta per andare avanti. fino ad ora.</p>
<p>Non ci sono più soldi per continuare, anche se siamo stati toccati dalla generosità dei nostri abbonati che hanno rinnovato la loro fiducia nonostante tutto, nonostante i ritardi accumulati nella stampa degli ultimi numeri. Molti mi chiedono: ma qual è la causa? Molte e nessuna: è tutto più difficile, da poste italiane che nelle loro scelte gestionali hanno tralasciato la consegna della posta (a molti non arriva mai e, ad esempio, c’è sempre bisogno del doppio invio) oppure il costo della carta e quindi della stampa veramente esorbitante. Questo particolare, insieme alla crisi economica che ha obbligato molti a rinunciare a comprare la rivista o a rinnovare il proprio abbonamento, a fare tagli sulla cultura piuttosto che sul pane quotidiano, ha fatto sì che moltissimi piccoli editori come noi, in poco tempo non hanno avuto più ossigeno per stampare. Curiosamente, le sovvenzioni per la carta, in questo nostro paese, ce l’hanno le grandi case editrici. Sicché i grandi diventano più grandi e i piccoli&#8230; scompaiono. Non oso pensare cosa succederà con l’inglobazione della Rcs in Mondadori. Un’unica grande casa editrice che sceglierà cosa pubblicare e cosa no, quale scrittore portare in auge, e quale affondare. E poi il mancato pagamento di molte librerie, soprattutto nel Sud, che mi hanno costretto ad abbandonarle per strada, ma soprattutto il ritardato pagamento di quasi tutti riguardo le fatture emesse, tanto che a volte ho pensato fosse una strategia.</p>
<p>io non lo so, non credo che ci sia un colpevole in particolare, ma un giorno, quando sono stata cinque ore al telefono, a pregare per il pagamento di una copia, mi sono chiesta, onestamente, che senso aveva questo nostro impegno?</p>
<p>D’altro canto, a fronte di una effettiva stanchezza fisica che aumenta sempre di più con il passare del tempo, silenziare questa voce nel deserto culturale, mi pare proprio un peccato, anzi uno spreco. Molti mi dicono: ma perché non cerchi sovvenzioni statali?</p>
<p>È vero, ma se dovessimo sperare nel fondo per le riviste di alto valore culturale, a cui <i>Latinoamerica</i> con onore appartiene, ci si spartisce tra gli altri briciole che non servono, francamente a nulla. Nel 2009 è arrivata a 1314 euro l’anno,</p>
<p>(<a href="http://www.librari.beniculturali.it/opencms/opencms/it/news/novita/novita_db607.html">http://www.librari.beniculturali.it/opencms/opencms/it/news/novita/novita_db607.html</a>)</p>
<p>poi sempre meno. Onestamente non segnalo sostanziali differenze nell’operato quotidiano con questo popò di cifra&#8230;</p>
<p>Quest’anno, l’Italia è scesa al 73° posto nella libertà di stampa, scivolando di ben 23 posizioni in un anno. Qualcosa quindi, di preoccupante sta succedendo. Qualcosa di complesso. Non è solo una questione di scarsa preparazione di alcuni giornalisti, della loro scarsa cultura, di molti, di troppi legati ai poteri di turno; non è solo una questione di mezzi di comunicazione trasformati più o meno platealmente in mezzi di controllo, megafoni di potentati di turno; non è solo una questione di internet come unico vero mezzo di voce libera (sic). No. Non è tutto questo, ma è altro. È difficile trovare il senso a questa questione.</p>
<p>O meglio, è qualcosa di diverso: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo, infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell&#8217;ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo» (Pippo Fava. &#8220;Lo spirito di un giornale&#8221;, articolo dell&#8217;11 ottobre 1981).</p>
<p>Ecco, è per questo che siamo costretti ad andare avanti. Anche solamente online, se non troviamo i mezzi finanziari per stampare le copie che possiamo vendere. Anche se continuiamo, dopo 15 anni, a sentirci in mezzo al deserto e chiediamo se davvero vale ancora la pena. Forse si, forse no&#8230; forse.</p>
<p>Fateci sapere cosa ne pensate: &#x73;&#x65;&#x67;&#x72;&#x65;&#x74;&#x65;&#x72;&#x69;&#x61;&#x40;<span class="oe_displaynone">null</span>&#x67;&#x69;&#x61;&#x6e;&#x6e;&#x69;&#x6d;&#x69;&#x6e;&#x61;&#x2e;&#x69;&#x74;.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Loredana Macchietti</p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://gmeshop.it/shop/latinoamerica-128129130-versione-cartacea/">http://gmeshop.it/shop/latinoamerica-128129130-versione-cartacea/</a></p>
<p style="text-align: left;"><a href="http://gmeshop.it/shop/latinoamerica-128129130-versione-pdf/">http://gmeshop.it/shop/latinoamerica-128129130-versione-pdf/</a></p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2462-contrordine-compagni-in-italia-ce-liberta-stampa-prezzo/">CONTRORDINE COMPAGNI: IN ITALIA C’È LIBERTÀ DI STAMPA (MA A CHE PREZZO?)</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2462-contrordine-compagni-in-italia-ce-liberta-stampa-prezzo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Nostalgia di Gabo e il suo amore per il cinema neorealista</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2455-nostalgia-gabo-suo-amore-per-cinema-neorealista/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2455-nostalgia-gabo-suo-amore-per-cinema-neorealista/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 18 Jun 2014 14:36:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2455</guid>
		<description><![CDATA[<p>&#8220;Un omaggio a García Márquez e al suo amore per il cinema neorealista&#8221; L’Ambasciata della Repubblica di Colombia in Italia, in collaborazione con la rivista &#8220;Latinoamerica e tutti i sud del mondo&#8221; organizzano presso la Casa del Cinema di Roma, martedì 24 giugno, ore 17:30, un omaggio allo scrittore premio Nobel, Gabriel García Márquez, recentemente scomparso. [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2455-nostalgia-gabo-suo-amore-per-cinema-neorealista/">Nostalgia di Gabo e il suo amore per il cinema neorealista</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/06/10425102_10152606039559796_2655275681180972918_n.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2456" alt="10425102_10152606039559796_2655275681180972918_n" src="/wp-content/uploads/2014/06/10425102_10152606039559796_2655275681180972918_n-300x182.jpg" width="300" height="182" /></a><br />
&#8220;Un omaggio a García Márquez e al suo amore per il cinema neorealista&#8221;</p>
<p>L’Ambasciata della Repubblica di Colombia in Italia, in collaborazione con la rivista &#8220;Latinoamerica e tutti i sud del mondo&#8221; organizzano presso la Casa del Cinema di Roma, martedì 24 giugno, ore 17:30, un omaggio allo scrittore premio Nobel, Gabriel García Márquez, recentemente scomparso.<br />
La manifestazione intitolata &#8220;Nostalgia di Gabo e il suo amore per il cinema neorealista&#8221; (da cui prese ispirazione il suo realismo magico), si svolgerà alla Casa del Cinema (Villa Borghese) e vedrà la partecipazione di:</p>
<p>&#8211; Juan Sebastián Betancur, Ambasciatore della Colombia in Italia.</p>
<p>&#8211; Francesco Rosi, regista di &#8220;Cronaca di una morte annunciata&#8221;, tratto da un romanzo di García Márquez.</p>
<p>&#8211; Fernando Birri, regista argentino, compagno di Gabo al Centro Sperimentale di Roma e fondatore, con il Nobel colombiano, della scuola di cinema di Cuba, dedicata al padre del neorealismo, Cesare Zavattini.</p>
<p>&#8211; Alessandra Riccio, docente di letteratura ispano-americana e condirettrice della rivista &#8220;Latinoamerica&#8221;.</p>
<p>&#8211; Gianni Minà, direttore della rivista &#8220;Latinoamerica&#8221; e autore di film-documentari e libri sul continente latinoamericano.</p>
<p>A seguire un incontro con i relatori.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2455-nostalgia-gabo-suo-amore-per-cinema-neorealista/">Nostalgia di Gabo e il suo amore per il cinema neorealista</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2455-nostalgia-gabo-suo-amore-per-cinema-neorealista/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il tentativo demagogico di denigrare, con argomenti discutibili, il Mondiale di calcio brasiliano</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2446-tentativo-demagogico-denigrare-argomenti-discutibili-mondiale-calcio-brasiliano/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2446-tentativo-demagogico-denigrare-argomenti-discutibili-mondiale-calcio-brasiliano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Jun 2014 14:18:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2446</guid>
		<description><![CDATA[<p>Questa interessantissima analisi del professor Gennaro Carotenuto sull’accortezza di organizzare un Mondiale di calcio in Brasile è emblematica del pregiudizio del mondo occidentale verso l’America Latina, piena di contraddizioni, ma anche capace di riscattare se stessa in un mondo dove, invece, i lavoratori in occidente stanno perdendo, uno per volta, tutti i diritti guadagnati con [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2446-tentativo-demagogico-denigrare-argomenti-discutibili-mondiale-calcio-brasiliano/">Il tentativo demagogico di denigrare, con argomenti discutibili, il Mondiale di calcio brasiliano</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/06/Mondiali-FIFA-Brasile-2014-1130x572.jpg"><img src="/wp-content/uploads/2014/06/Mondiali-FIFA-Brasile-2014-1130x572-300x151.jpg" alt="Mondiali-FIFA-Brasile-2014-1130x572" width="300" height="151" class="alignleft size-medium wp-image-2447" /></a>Questa interessantissima analisi del professor Gennaro Carotenuto sull’accortezza di organizzare un Mondiale di calcio in Brasile è emblematica del pregiudizio del mondo occidentale verso l’America Latina, piena di contraddizioni, ma anche capace di riscattare se stessa in un mondo dove, invece, i lavoratori in occidente stanno perdendo, uno per volta, tutti i diritti guadagnati con le lotte sindacali e sociali, un vero trionfo dell’ipocrisia che il professor Carotenuto denuncia e condanna con indiscutibile chiarezza.<br />
L’unica critica che mi viene da fare è al titolo, che può confondere la chiarezza di interpretazione del lettore.<br />
[G.M.]</p>
<p><strong>Mondiali di calcio: ovunque ma non in Brasile?</strong></p>
<p>Di Gennaro Carotenuto</p>
<p>Girano e gireranno articoli e commenti sprezzanti e/o indignati tendenti a sostenere che il Brasile sia inadeguato a ospitare i Campionati del mondo di calcio. Addirittura rimbalzano sui social network foto-bufala e articoli contriti con fiumi di sangue che documenterebbero presunti massacri di bambini di strada orditi dal governo di Dilma Rousseff per ripulire le strade e dare una buona immagine del paese ai turisti.<br />
A ciò si aggiungono denunce ragionevoli e condivisibili (ma generiche e spesso dai numeri amplificati) sui morti nei cantieri degli stadi, sui costi esorbitanti e sul giro di corruzione legato al grande evento. Sono critiche sensate soprattutto quando sono documentate e non ciclostilate da Facebook. Lo sono molto meno quando tali critiche attribuiscono i problemi all’indolenza o alla corruttela congenita di uno stereotipato paese del Sud del mondo. Viene veicolata la convinzione, molto di sinistra (ma anche questa poco o affatto documentata), che gli investimenti -o sprechi- per la Coppa sarebbero stati stornati da programmi sociali. Sono quelli stessi che spesso vengono criticati come clientelari, ma che sono stati decisivi per permettere a decine di milioni di brasiliani di migliorare la loro condizione durante i tre mandati di governi di centro-sinistra di Lula prima e di Dilma ora.<br />
Non è vero che i progetti d’inclusione sociale siano stati tagliati per i mondiali. È semmai discutibile l’ingente investimento pubblico nella Coppa sul modello di Italia ’90:  soldi pubblici, profitti privati. Era un crinale difficile da percorrere diversamente per un paese che ha basato la propria trasformazione sulla non belligeranza dei mercati. Centrifugato tutto ciò nella naturale solidarietà che il complesso disinformativo-industriale inietta per le proteste altrui (v. alla voce Venezuela), salvo definire terroristi i nostri studenti e lavoratori precari ogni volta che scendono in piazza, in molti concludono che sia inaccettabile che un paese con le disuguaglianze e le contraddizioni del Brasile organizzi eventi come un mondiale di calcio.<br />
Non sarà chi scrive a difendere la logica dei grandi eventi, e i cortocircuiti di interessi privati che tali manifestazioni comportano, né è questa la sede per discutere dell’industria capitalista dell’intrattenimento sportivo. Tali grandi eventi, pur criticabili, esistono e, a meno che non si pensi che gli unici paesi abilitati ad ospitarli a turno siano la Danimarca, la Svezia e la Norvegia, bisogna fare i conti con la materialità del capitale culturale e simbolico messo in moto in questi casi rispetto alla perfettibilità della natura umana. Rigiocare dopo 64 anni i mondiali nel paese che simboleggia il calcio più di ogni altro, nel momento storico nel quale questo finalmente s’incammina a realizzare il proprio “destino manifesto” di potenza globale, rappresenta il sovvertimento di gerarchie mentali consolidate. Il Brasile è un grande paese moderno, una potenza che guarda al resto del mondo in maniera più solidale di quanto non facciano le altre, come ha testimoniato mettendosi alla testa della lotta contro l’ALCA, e che non sarebbe stato certo migliore se i mondiali non li avesse organizzati.<br />
Non sono i mondiali ad incidere sui problemi dello sviluppo, sull’agroindustria, sulle miniere a cielo aperto, sulla pedofilia legata alla prostituzione minorile e su altre mille contraddizioni di un paese come il Brasile ma non è giusto dire che vi saranno bambini brasiliani che non mangeranno per colpa dei mondiali. Giova in questo ricordare che, fuor da complottismi, alcune proteste (come quella dei trasporti a San Paolo, capace di gettare nel caos la grande metropoli) appaiono sospette di eterodirezione a secondi fini e che in ballo c’è il passaggio elettorale del 5 ottobre, quando le destre contano di spodestare Dilma Rousseff e il Partito dei Lavoratori per riportare il paese nella palude del neoliberismo duro e puro. Sarebbe questo allora a privare di pane, salute ed educazione milioni di brasiliani.<br />
Alla maniera di come possono esserlo i grandi eventi simbolici, il mondiale in Brasile è quindi sovversivo rispetto a gabbie, colonialismi mentali e gerarchie. Da destra e da sinistra, ogni dettaglio sarà osservato criticamente e rinfacciato ad un paese impegnato nell’impresa di uscire da un destino di marginalità nel quale era stato relegato dal sistema mondo coloniale e post-coloniale e che invece, all’alba del XXI secolo, si è saputo ritrovare al centro di un mondo multipolare.<br />
I Mondiali di Calcio in Brasile (e nel 2016 i giochi olimpici) fotografano tale mondo multipolare uscito dalla gabbia della centralità dell’Occidente, generata dalla vittoria nella guerra fredda e dal neoliberismo trionfante e rapidamente avvizzito sul delirio neoconservatore e sull’esplosione di tante realtà diverse nel mondo che non si sentono più seconde ai cosiddetti paesi centrali. Dopo le Olimpiadi in Cina e i mondiali di calcio in Sud Africa, il Brasile è il terzo membro dei Brics (poi toccherà alla Russia, resta per ora fuori l’India) ad ospitare uno dei due più popolari eventi sportivi mondiali. Ci piacciono questi paesi? Non ci piacciono? Sono perfetti? Sono meglio o peggio di noi? Hanno titolo per ospitare un grande evento o dobbiamo paternalisticamente dettar loro altre priorità? Ciò ricorda il periodico ridicolo dibattito se un’impresa privata come la “SSC Napoli” possa acquistare Hasse Jeppson, Beppe Savoldi o Diego Maradona, operando in una città dove, secondo informatissimi critici, non vi sarebbero né l’Università né le fogne.<br />
Nessuno meglio del Brasile, un grande, complicatissimo paese di 200 milioni di abitanti, può rappresentare il fronte progressista di questo mondo multipolare che è sotto i nostri occhi. Nessuno come il Brasile, con tutte le contraddizioni, nell’ultimo decennio ha fatto di più per ridurre (se speravate di vederle annullare siete ingenui o in malafede) disuguaglianze e ingiustizie plurisecolari, con 50 milioni di persone uscite dalla povertà negli ultimi anni e con livelli d’indigenza ai minimi storici. Ora questi ex-poveri alzano l’assicella delle loro esigenze, criticando governi ai quali devono molto. Bene che lo facciano, vedremo chi saprà dare risposte sfondando un nuovo tetto di cristallo per questo grande paese.<br />
Sulla terribile violenza che da molti anni caratterizza l’America latina, soprattutto a causa del narco, possiamo indignarci finché vogliamo. Sicuramente i governi integrazionisti, il Venezuela oltre al Brasile,  non si sono distinti in questi anni per i successi contro la violenza ma neanche si sono registrati picchi da guerra civile come in Messico o in Honduras. In Brasile gli squadroni della morte che fanno “pulizia sociale” esistono da decenni, agli ordini soprattutto di interessi privati che utilizzano la corruzione dei corpi di polizia a tali fini. Non li ha scoperti un giornalista danese nel 2014 ed è falso e tendenzioso affermare che dietro l’assassinio di tanti “meninos de rua” (due al giorno in media nella sola San Paolo) vi sia dietro il governo di Dilma Rousseff. Anche rispetto alle inefficienze, queste sono create ad arte innanzitutto dalle imprese appaltatrici, che ricattano il governo creando ritardi per poter spillare aumenti rispetto ai contratti originali. Del resto, chi legge in italiano, avrà sentito parlare di appalti per la Salerno-Reggio Calabria, o per l’Expo di Milano, il Mose di Venezia e sa come vanno codeste cose. In merito le parole di Pelé, da una vita uomo-immagine di tutte le destre, dittatura militare compresa, e riportate con grande risalto dai media internazionali, proprio non sono meritevoli di credito.<br />
Si potrebbe continuare a lungo. Il Brasile non è certo una società perfetta (chi lo è?) e i mondiali di calcio sono anche catalizzatori di problemi che come tali vanno denunciati e devono essere oggetto di critica sociale. Quello che non è tollerabile è il giudizio astratto, tipico di una visione occidentalista del mondo, che, di fronte alla denuncia spesso male o affatto documentata se non falsa e tendenziosa, trae la conclusione paternalistica e conservatrice che certuni non sarebbero adatti, perché culturalmente impreparati o indegni, a ricoprire determinati oneri e onori. Io sto con il Brasile.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2446-tentativo-demagogico-denigrare-argomenti-discutibili-mondiale-calcio-brasiliano/">Il tentativo demagogico di denigrare, con argomenti discutibili, il Mondiale di calcio brasiliano</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2446-tentativo-demagogico-denigrare-argomenti-discutibili-mondiale-calcio-brasiliano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Latinoamerica 127</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2440-latinoamerica-127/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2440-latinoamerica-127/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 28 May 2014 15:35:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2440</guid>
		<description><![CDATA[<p>La rivista Latinoamerica ricorda Garcia Marquez E’ dedicato a Gabriel Garcia Marquez il nuovo numero di Latinoamerica e tutti i sud del mondo, la rivista di geopolitica e cultura diretta da Gianni Minà e Alessandra Riccio. Il ricordo di Garcia Marquez è affidato all’inizio a due articoli (Il Gabo che conosco e Io, Marquez Nobel [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2440-latinoamerica-127/">Latinoamerica 127</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/05/LA-127.jpg"><img src="/wp-content/uploads/2014/05/LA-127-210x300.jpg" alt="LA 127" width="210" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-2441" /></a><br />
<strong>La rivista <em>Latinoamerica</em> ricorda Garcia Marquez</strong></p>
<p>E’ dedicato a Gabriel Garcia Marquez il nuovo numero di <em>Latinoamerica e tutti i sud del mondo</em>, la rivista di geopolitica e cultura diretta da Gianni Minà e Alessandra Riccio.<br />
Il ricordo di Garcia Marquez è affidato all’inizio a due articoli (<em>Il Gabo che conosco</em> e <em>Io, Marquez Nobel sempre all’erta</em>) che Minà presentò anni fa rispettivamente su <em>Io, Donna</em> e in una lunga intervista pubblicata dal <em>Corriere della Sera</em>.<br />
 Ci sono poi due veri scoop:<br />
1)	<em>Gabo y yo, storia di un’amicizia</em>, dove Fidel Castro racconta il suo legame con il grande scrittore premio Nobel deceduto in Messico il 17 aprile.<br />
2)	<em>Il mestiere della parola parlata</em>, un saggio di 12 pagine che lo scrittore colombiano propose come prologo all’intervista di 16 ore che Minà fece nell’87 con il leader cubano.<br />
La rivista dà ampio spazio, inoltre, ad articoli di Salim Lamrani, Atilio Boron, Mark Weisbrot, Frei Betto e del premio Nobel per la Pace, Adolfo Perez Esquivel sul diritto di sopravvivere del Venezuela di Maduro.<br />
Uno studio di Ignacio Ramonet sul controllo illegale del mondo da parte degli USA, attraverso le piattaforme multimediali, e un ricordo di Juan Gelman, il grande poeta argentino recentemente scomparso e che fu tra i più prestigiosi collaboratori di Latinoamerica, arrischino questo numero speciale della rivista che è distribuita dalle librerie Feltrinelli e nel sito <a href="http://gmeshop.it/shop/latinoamerica-127-versione-cartacea/">gmeshop.it</a>.</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2440-latinoamerica-127/">Latinoamerica 127</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2440-latinoamerica-127/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Subcomandante Marcos ha annunciato il suo ritiro</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2435-subcomandante-marcos-annunciato-suo-ritiro/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2435-subcomandante-marcos-annunciato-suo-ritiro/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 25 May 2014 18:04:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Chiapas]]></category>
		<category><![CDATA[Ezln]]></category>
		<category><![CDATA[Subcomandante Marcos]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2435</guid>
		<description><![CDATA[<p>Un annuncio inatteso che ha bisogno di una interpretazione perchè così come l&#8217;insurrezione zapatista vent&#8217;anni fa rappresentò l&#8217;inizio del riscatto dell&#8217;America Latina, il ritiro dalla resistenza del Subcomandante Marcos ha probabilmente una spiegazione profonda che sicuramente preannuncia novità. Speriamo non solo negative. Quanto prima cercheremo di fornire ai nostri lettori un&#8217;analisi adeguata, anche se, come [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2435-subcomandante-marcos-annunciato-suo-ritiro/">Il Subcomandante Marcos ha annunciato il suo ritiro</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/05/Sub_Comandante_Marcos1.jpg"><img src="/wp-content/uploads/2014/05/Sub_Comandante_Marcos1-300x221.jpg" alt="Sub_Comandante_Marcos1" width="300" height="221" class="alignleft size-medium wp-image-2436" /></a> Un annuncio inatteso che ha bisogno di una interpretazione perchè così come l&#8217;insurrezione zapatista vent&#8217;anni fa rappresentò l&#8217;inizio del riscatto dell&#8217;America Latina, il ritiro dalla resistenza del Subcomandante Marcos ha probabilmente una spiegazione profonda che sicuramente preannuncia novità. Speriamo non solo negative. Quanto prima cercheremo di fornire ai nostri lettori un&#8217;analisi adeguata, anche se, come era prevedibile, l&#8217;informazione occidentale, stonata come sempre, non ha ospitato nemmeno la notizia. (G.M.)</p>
<p>A las 2:08 de la madrugada de hoy, el Subcomandante Marcos anunció que a partir de ese momento deja de existir. En conferencia de prensa ante los medios libres que asistieron al homenaje a Galeano, el zapatista asesinado en la comunidad zapatista de La Realidad, el jefe militar del Ejército Zapatista de Liberación Nacional (EZLN), indicó: “si me permiten definir a Marcos, el personaje, entonces les diría sin titubear, que fue una botarga”.<br />
Luego de más de 20 años al frente de la organización político-militar que se levantó en armas el primero de enero de 1994, Marcos anunció su relevo. Indicó que después de los cursos de la Escuelita Zapatista del año pasado y principios de este, “nos dimos cuenta que ya había una generación que podía mirarnos de frente, que podía escucharnos y hablarnos sin esperar guía o liderazgo, ni pretender sumisión o seguimiento”. Entonces, dijo, “Marcos, el personaje, ya no era necesario. La nueva etapa en la lucha zapatista estaba lista”.<br />
En la comunidad emblemática de La Realidad, la misma en la que el pasado 2 de mayo un grupo de paramilitares de la Central Independiente de Obreros Agrícolas y Campesinos Histórica (CIOAC-H), asesinó al base de apoyo zapatista Galeano, el subcomandante Marcos apareció de madrugada frente a los representantes de los medios libres de comunicación, acompañado de seis comandantes y comandantas del Comité Clandestino Revolucionario Indígena y del Subcomandante Insurgente Moisés, a quién en diciembre pasado anunció como su relevo al mando.<br />
 “Es nuestra convicción y nuestra práctica que para revelarse y luchar no son necesarios ni líderes ni caudillos, ni mesías ni salvadores; para luchar sólo se necesita un poco de vergüenza, un tanto de dignidad y mucha organización, lo demás o sirve al colectivo o no sirve”, dijo Marcos.<br />
Con un parche negro con el dibujo de una calavera de pirata cubriendo su ojo derecho, el hasta ahora vocero zapatista rememoró la madrugada del primero de enero 1994, cuando “un ejército de gigantes, es decir, de indígenas rebeldes, bajó a las ciudades para con su paso sacudir el mundo. Apenas unos días después, con la sangre de nuestros caídos aún fresca en las calles, nos dimos cuenta que los de afuera no nos veían. Acostumbrados a mirar desde arriba a los indígenas, no alzaban la mirada para mirarnos; acostumbrados a vernos humillados, su corazón no comprendía nuestra digna rebeldía. Su mirada se había detenido en el único mestizo que vieron con pasamontañas, es decir, que no miraron. Nuestros jefes y jefas dijeron entonces: ‘sólo ven lo pequeño que son, hagamos a alguien tan pequeño como ellos, que a él lo vean y que por él nos vean’”.<br />
Ese fue el nacimiento de Marcos, fruto de “una compleja maniobra de distracción, un truco de magia terrible y maravilloso, una maliciosa jugada del corazón indígena que somos; la sabiduría indígena desafiaba a la modernidad en uno de sus bastiones: los medios de comunicación”.<br />
La nota de la conferencia, firmada por “medios libres, alternativos, autónomos o como se digan”, dada a conocer en diversos portales de comunicación alternativa como Radio Pozol, Promedios y Reporting on Resistences, recrea un ambiente de aplausos y vivas al EZLN luego del anuncio de la Comandancia.<br />
La figura del subcomandante Marcos le dio la vuelta al mundo desde las primeras horas del primero de enero de 1994. La imagen de un hombre armado con carrilleras rojas y un R-15, y ataviado con un uniforme café y negro cubierto por un chuj de lana de Los Altos de Chiapas, cubierto el rostro con un pasamontañas y fumando pipa, fue la primera plana de los periódicos más influyentes del planeta. En los días y semanas posteriores trascendieron sus comunicados cargados de ironía y humor, desafiantes e irreverentes. Unas hojas blancas escritas a máquina de escribir que eran literalmente arrebatadas por la prensa nacional e internacional. Veinte años y más de cuatro meses después, Marcos anuncia el fin de esta etapa.<br />
“Difícil creer que veinte años después aquel ´nada para nosotros´ resultara que no era una consigna, una frase buena para carteles y canciones, sino una realidad, La Realidad”, dijo Marcos. Y añadió: “si ser consecuente es un fracaso, entonces la incongruencia es el camino del éxito, la ruta del poder. Pero nosotros no queremos ir para allá, no nos interesa. En estos parámetros, preferimos fracasar que triunfar.”<br />
“Pensamos”, dijo, “que es necesario que uno de nosotros muera para que Galeano Viva. Así que hemos decidido que Marcos debe de morir hoy”.<br />
http://desinformemonos.org/2014/05/adios-al-subcomandante-marcos-nace-galeano/</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2435-subcomandante-marcos-annunciato-suo-ritiro/">Il Subcomandante Marcos ha annunciato il suo ritiro</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2435-subcomandante-marcos-annunciato-suo-ritiro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>I 5 RICEVONO IL PREMIO PER I DIRITTI UMANI NEGLI U.S.A</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2431-i-5-ricevono-premio-per-i-diritti-umani-negli-u-s/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2431-i-5-ricevono-premio-per-i-diritti-umani-negli-u-s/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 12 May 2014 12:49:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2431</guid>
		<description><![CDATA[<p>San Francisco, 8 Maggio -Il Palazzo delle Belle Arti, noto monumento vicino all&#8217;ingresso della Baia di San Francisco , ha aperto le porte per la XII Consegna del Premio per i Diritti Umani di Global Exchange. Il palazzo è stato originariamente costruito per lesposizione Panama-Pacifico del 1915 e per esporre opere d&#8217;arte, ma da ieri [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2431-i-5-ricevono-premio-per-i-diritti-umani-negli-u-s/">I 5 RICEVONO IL PREMIO PER I DIRITTI UMANI NEGLI U.S.A</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2012/12/liberta-per-i-cinque.jpeg"><img src="/wp-content/uploads/2012/12/liberta-per-i-cinque-300x275.jpeg" alt="liberta-per-i-cinque" width="300" height="275" class="alignleft size-medium wp-image-2083" /></a>San Francisco, 8 Maggio -Il Palazzo delle Belle Arti, noto monumento vicino all&#8217;ingresso della Baia di San Francisco , ha aperto le porte per la XII Consegna del Premio per i Diritti Umani di Global Exchange. Il palazzo è stato originariamente costruito per lesposizione Panama-Pacifico del 1915 e per esporre opere d&#8217;arte, ma da ieri sera il suo scopo è quello di riconoscere e rendere omaggio ai combattenti per la pace, alla giustizia e ad un mondo migliore.<br />
Nominati dal Comitato Internazionale per la Libertà dei 5 Cubani con proposta del Global Exchange, quest&#8217;anno i 5 antiterroristi cubani sono risultati vincitori nella categoria Premio Selezionato dalla Gente .<br />
Ted Lewis, Direttore del Programma per i Diritti Umani di Global Exchange , che ha fatto la presentazione del premio per i Cinque, ha detto che più di 29.000 persone sono entrate nella pagina web del Premio Selezionato dalla Gente per votare tra i diversi candidati, e che i Cinque sono stati quelli che hanno ottenuto il maggior numero di voti in quella categoria.<br />
María Eugenia Guerrero affettuosamente conosciuta da familiari e amici come Maruchi, sorella di Antonio Guerrero ha ricevuto il premio a nome dei Cinque. Questa è la prima volta che un parente dei 5 Cubano parla pubblicamente, a nome loro , negli Stati Uniti.<br />
Prima di introdurre Maruchi, Lewis ha detto che i Cinque hanno sicuramente meritato il premio e per spiegare in breve il caso è stato presentato un video dell&#8217;attore Danny Glover, che spiega chi sono i Cinque e quale era la loro missione negli Stati Uniti. Lewis ha detto che Obama può procedere a rilasciarli dicendo che &#8220;lui non ha iniziato questo pasticcio, ma lo può finire&#8221;, ed ha proceduto a introdurre Maruchi.<br />
Mentre si avvicinava al palco per ricevere il premio, il pubblico si è alzato in piedi ad applaudire con ovazioni alla dignità dei Cinque e delle loro famiglie, in unespressione di sostegno e solidarietà. La reazione spontanea del pubblico ha fatto capire che ( linformazione ) ha raggiunto più persone, e che gli sforzi per portare questo caso alla luce del giorno stanno facendo grandi progressi.<br />
Maruchi ha ringraziato Global Exchange per aver incluso i Cinque nellinvito spiegando che, sebbene i Cinque abbiano ricevuto riconoscimenti in molti paesi, questa è la prima volta che viene concesso un premio negli Stati Uniti ed il fatto che sia un Premio per i Diritti Umani è ancor più importante . Ha pure aggiunto che sua madre Mirta ha già 82 anni ed il tempo stringe. &#8220;Lei trascorre ogni minuto della sua vita a difendere la causa dei Cinque e il suo più grande desiderio è quello di vedere suo figlio Antonio, Gerardo e Ramón liberi con le loro famiglie e nel loro Paese &#8220;.<br />
Maruchi ha concluso invitando i presenti a partecipare alla Conferenza &#8220;5 giorni per i 5 Cubani &#8221; a Washington DC , dal 4 al 10 giugno.<br />
Oltre al premio per i Cinque , Global Exchange ha consegnato il Premio nazionale in onore del 50° Anniversario delle Scuole della Libertà .Charlie Cobb , inventore visionario delle Scuole della Libertà e Phillip Agnew , Direttore Esecutivo dei Difensori dei Sogni hanno ricevuto il Premio Nazionale .<br />
Nellevento María Estela Barco Huerta, attivista nota per le sue attività contro le sementi geneticamente modificate , che ha svolto un ruolo di primo piano nellorganizzazione degli interscambi di apprendimento agroecologico nel Chiapas -Messico ha ricevuto il Premio Internazionale .</p>
<p>http://elblogdelapolillacubana.wordpress.com/2014/03/05/los-cinco-nominados-a-premio-de-derechos-humanos-de-global-exchange/</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2431-i-5-ricevono-premio-per-i-diritti-umani-negli-u-s/">I 5 RICEVONO IL PREMIO PER I DIRITTI UMANI NEGLI U.S.A</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2431-i-5-ricevono-premio-per-i-diritti-umani-negli-u-s/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il Gabo che conosco</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2425-gabo-conosco/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2425-gabo-conosco/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2014 15:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[gianni_mina]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2425</guid>
		<description><![CDATA[<p>Se ne è andato da questo mondo Gabriel García Márquez, probabilmente il più prestigioso scrittore del XX secolo. Aveva praticamente imposto, nella letteratura del nostro tempo, un nuovo stile e un nuovo modo di raccontare. Questo stile ha avuto molti adepti e ha imposto la letteratura latinoamericana nel mercato della cultura. Era un uomo schietto [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2425-gabo-conosco/">Il Gabo che conosco</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/04/1975-Prima-intervista-di-Minà-a-Gabriel-Garcia-Marquez.jpg"><img src="/wp-content/uploads/2014/04/1975-Prima-intervista-di-Minà-a-Gabriel-Garcia-Marquez-300x199.jpg" alt="1975 - Prima intervista di Minà a Gabriel Garcia Marquez" width="300" height="199" class="alignleft size-medium wp-image-2427" /></a><br />
Se ne è andato da questo mondo Gabriel García Márquez, probabilmente il più prestigioso scrittore del XX secolo.<br />
Aveva praticamente imposto, nella letteratura del nostro tempo, un nuovo stile e un nuovo modo di raccontare.<br />
Questo stile ha avuto molti adepti e ha imposto la letteratura latinoamericana nel mercato della cultura.<br />
Era un uomo schietto e ironico che ho avuto la fortuna di frequentare e con il quale ho condiviso sogni ed emozioni.<br />
E&#8217; stato leale fino all&#8217;ultimo con la rivoluzione cubana conscio, quando lo sottolineava con ironia, che un sistema, quello dell&#8217;economia neoliberale, non può insegnare niente a nessuno, nemmeno ai comunisti, se continua ad essere una fabbrica di repressione e dolore per gli esseri umani.<br />
In questo <em>Gabo</em> fu esplicito pur non avendo mai sposato ideologie, a differenza di Vargas Llosa che è stato, dopo una gioventù comunista, sempre connivente con il sistema capitalista e inguaribilmente geloso di un amico di gioventù, García Márquez, che, ai suoi occhi, aveva commesso il peccato di vincere il Nobel 30 anni prima di lui.<br />
Pensate che per questa scelta controcorrente di non condividere la linea dei potenti, anche oggi, in cui si dovrebbe solo ricordare con commozione i suoi racconti, la sua prosa innovativa, i suoi inarrivabili inizi di capitolo, c&#8217;è stato chi, invece di ricordare il miracolo di romanzi irripetibili come <em>Cent&#8217;anni di solitudine, L&#8217;autunno del patriarca, Cronaca di una morte annunciata, L&#8217;amore ai tempi del colera, Il generale nel suo labirinto</em> e tanti altri, ci ha tenuto a sottolineare criticamente che era stato &#8220;inguaribilmente castrista&#8221; e i capolavori che aveva scritto non lo salvavano dal fuoco dell&#8217;inferno.<br />
Per molti è ancora insopportabile il riscatto dell&#8217;America Latina nato, pur fra tanti errori, proprio con la rivoluzione cubana e prosperato ultimamente con Lula, Chavez, Evo Morales, Correa e grazie all&#8217;inattesa unità latinoamericana.<br />
Questo che segue è dunque <em>il Gabo che conosco io, che ci manca, ma non ci abbandona e non ci abbandonerà.</em><br />
(G.M.)</p>
<p>La prima volta che García Márquez stuzzicò la mia ambizione di giornalista che non concepiva l&#8217;idea di lasciarsi sfuggire un colpo, uno scoop, fu al Festival di Cannes nell&#8217;82. Era già lo scrittore di Cent&#8217;anni di solitudine, L&#8217;autunno del patriarca e di Cronaca di una morte annunciata, ma il Nobel lo avrebbe vinto mesi dopo.<br />
Nella televisione che facevamo allora, occuparsi di cultura per il pubblico della domenica pomeriggio non era una presunzione o una scelta fuori luogo.<br />
Io, ogni domenica pomeriggio, facevo, con la trasmissione Blitz, concorrenza alla Domenica In di Pippo Baudo ma con Giovanni Minoli, capostruttura di Rai Due che produceva il programma, condividevamo l&#8217;idea che niente era impossibile per la televisione servizio pubblico, se eravamo consci del prestigio di cui godeva allora  la massima industria culturale del paese.<br />
Come sempre succede nelle maratone televisive in diretta, quella domenica di maggio in trasferta sulla Costa Azzurra eravamo in ritardo sulla scaletta, tanto che Rita Salci Carano, una delle più efficienti assistenti al programma, decise di condurre <em>Gabo</em> a fare un giro in motoscafo al largo della città del Festival per evitare di dover rinunciare alla sua partecipazione.<br />
Poi, continuando il ritardo, registrai l&#8217;intervista durante un intermezzo sportivo. García Márquez fu, come sempre, diretto e critico: “Il mondo latinoamericano- mi disse- è un mondo socialmente conflittuale e il cinema occidentale, che da tempo ha lasciato da parte l&#8217;impegno politico, vede l&#8217;America latina in modo convenzionale, secondo schemi europei”.<br />
Fu disponibile, anche se confessò che non amava essere una figura pubblica mentre, come presidente della giuria del Festival, gli toccava “fare lo streap-tease”, nel senso che aveva trentacinque, quaranta richieste di interviste da evadere. Ma l&#8217;amore per il cinema, che aveva appreso in gioventù in Italia al Centro Sperimentale come allievo di Cesare Zavattini, e la grande amicizia con l&#8217;allora ministro francese della cultura Jack Lang,  glielo imponevano.<br />
Anni dopo mi avrebbe rivelato che al cinema non sapeva proprio negarsi perché era stato il neorealismo di Miracolo a Milano ad ispirare il suo modo di far letteratura, di dar vita al realismo magico o fantastico, che avrebbe reso mitico il suo mondo, da Macondo alla Invincibile e triste storia della candida Eréndira e caratterizzato la sua scrittura e quella di un&#8217;intera generazione.<br />
C’eravamo conosciuti in Messico che è stato, insieme a Cuba, la sua seconda patria, tutte le volte che ha dovuto lasciare la sofferta Colombia, sempre dilaniata dai cartelli dei narcotrafficanti, dai metodi repressivi voluti dagli Stati Uniti per combattere e perdere sistematicamente la guerra al mercato della cocaina. Una guerra sempre dichiarata dai politici che si succedevano nel paese, ma mai affrontata con un credibile piano di riscatto sociale per le popolazioni.<br />
D&#8217;altronde il Messico, che pure ha vissuto, e sta vivendo a sua volta stagioni repressive, è sempre stato un approdo sicuro per gli intellettuali in fuga dalle dittature latinoamericane e non solo.<br />
La Rai mi aveva mandato a seguire un viaggio di stato in Messico del Presidente Pertini che poi era previsto proseguisse per la Colombia.<br />
García Márquez, nuovamente minacciato nel suo paese, si era rifugiato ancora una volta nella rivoluzionaria terra di Zapata.<br />
Lo cercavamo in molti. Il mio amico Pedro Armendariz, grande attore e figlio di un mito del cinema, aveva promesso di farmi chiamare e una notte il futuro premio Nobel lo fece: “Soy Gabo, me dijo Pedro que me estas buscando. Que quieres?” (“Sono Gabo, mi ha detto Pedro che mi stai cercando, cosa vuoi?”) mi disse con un tono che non prometteva condiscendenze.<br />
Spiegai che, come tanti giornalisti, lo volevo intervistare. Invece di rifiutare subito, mi propose: “Facciamo un affare: io ti do l&#8217;intervista ma tu mi fai incontrare il tuo Presidente, perché io gli possa spiegare tante cose e lui non vada nella mia patria senza conoscere a fondo la situazione”.<br />
Per una richiesta così esplicita chiesi aiuto a Enzo Biagi, decano del nostro giornalismo, anche lui, in quell&#8217;occasione, inviato al seguito di Pertini. Antonio Maccanico, segretario generale del Quirinale a cui Enzo scelse di sottoporre il problema, decise, per evitare complicazioni diplomatiche, di incontrare personalmente, insieme a noi García Márquez e poi di riferire a Pertini. Il racconto di Gabo fu chiaro e inquietante, tanto che Pertini decise di aggiustare il tono dei discorsi preparati per la visita in Colombia.<br />
Biagi, che avrebbe avuto in esclusiva il reportage, decise invece di aspettare che il filmato che avevo montato con alcune dichiarazioni dello scrittore colombiano arrivasse, due giorni dopo, in aereo in Italia e potesse essere mandato in onda in anteprima. L&#8217;articolo di Biagi uscì l&#8217;indomani. Una correttezza che, nel mondo dell&#8217;informazione, non usa più.<br />
L&#8217;amicizia con Gabo è cresciuta nel tempo e in tanti incontri in Messico e a Cuba.<br />
L&#8217;autore de L&#8217;amore ai tempi del colera o Il generale nel suo labirinto ha nutrito, infatti, sempre una tenerezza verso l&#8217;isola della Rivoluzione che conobbe come giovane reporter fin dal suo nascere politico e che pur non risparmiandole critiche quando era il caso, ha spesso protetto con la sua credibilità.<br />
Gabo non ha fatto mai dichiarazioni ideologiche, come spesso ha fatto per esempio Vargas Llosa,  comunista pentito, ma non si è tirato in dietro quando si è trattato, per esempio, di dar corpo, più di vent&#8217;anni fa alla nascita, a San Antonio de Los Baňos, della Scuola di cinema più importante del continente, un sogno realizzato con l&#8217;argentino Fernando Birri e i cubani Titon Gutierrez Alea e Julio Garcia Espinoza, suoi compagni al Centro sperimentale di cinematografia a Roma negli anni &#8217;50.<br />
García Márquez, negli anni &#8217;90, quelli difficili per l’economia cubana dopo la fine del comunismo nell&#8217;Est europeo, è stato anche il sostegno pratico della Scuola, dove ancora adesso tiene corsi di sceneggiatura e scrittura creativa.<br />
Ma il premio Nobel non ha avuto dubbi ad esporsi nemmeno quando, alla fine degli anni &#8217;90, Fidel Castro, preoccupato per la proliferazione degli attentati terroristici organizzati in Florida e messi in atto a Cuba, gli chiese, conoscendo l&#8217;ammirazione che il presidente degli Stati Uniti Clinton aveva per lui, di portare un messaggio privato alla Casa Bianca. Il leader cubano cercava di segnalare quanto fosse pericoloso la condiscendenza del governo Usa nei riguardi di molti organizzatori di attentati.<br />
Quella volta, però, lo scrittore non riuscì a vedere Clinton e dovette accontentarsi di consegnare il  messaggio allo staff presidenziale della Casa Bianca.<br />
Il racconto di questa avventura fu l&#8217;occasione di una cronaca in prima persona dello stesso Gabo , che conosce molto bene le contraddizioni del mondo occidentale.<br />
García Márquez, oggi ottantaquattrenne, ama l&#8217;asciuttezza e i toni bassi. Ricordo con vera nostalgia la sera in cui finii a cena a Trastevere con una formazione irripetibile: Gabo, Sergio Leone, Robert De Niro e Cassius Clay-Muhammad Alì. Pendevamo tutti dalle parole del campione, ma chi apprezzava di più il sussurro del suo racconto, ronco e a mezza voce, era proprio Márquez . “Parece un cura” (“Sembra un sacerdote”) commentava ammirato alle mogli e alle compagne, relegate, per una sera dagli uomini, nel tavolo accanto.<br />
Quando accettò di scrivere il prologo al libro tratto dalla mia intervista di sedici ore con Fidel Castro, ci mise qualche mese per farlo e alle mie telefonate, per le pressioni che ricevevo da Leonardo Mondadori, una volta sbottò: “Ma ti rendi conto che soppeseranno ogni parola, ogni lettera, che scrivo su Fidel? E tu mi metti fretta? Non c&#8217;è spiegazione a questa intransigenza nei riguardi di Cuba, ma il mondo va così… Vaffanculo!”.<br />
Dopo tre giorni Mercedes, sua moglie, mi annunciava l&#8217;invio del saggio che era caustico ed esplicito, secondo la sua abitudine. Citerò, per capirci, tre passaggi. Il primo afferma: “Fidel non ama i discorsi scritti perché eliminano il maggior stimolo della sua vita: l&#8217;emozione del rischio” poi prosegue: “Indipendentemente da dove, da come e con chi è, Fidel è li per vincere. Non c&#8217;è un cattivo perdente peggiore di lui” e infine “L&#8217;ho visto spesso arrivare a casa mia portandosi dietro le ultime briciole di un giorno smisurato”. Questo è il suo stile.<br />
Quando nel 1992 pubblicò I dodici racconti raminghi, mi propose un altro baratto che io accettai. Dovevo realizzargli, in cambio della solita chiacchierata, un’intervista filmata con Maradona per una tv colombiana nella quale insegnava ad alcuni ragazzi a fare giornalismo d’inchiesta. Quel giorno, alle mie domande, però, rispondeva in modo quasi scocciato: “Ma l’hai letto il libro?&#8230; Questo c’è nel libro, non c’è bisogno di ripeterlo nell’intervista… Ma l’hai letto?”. Chiaramente, giocava. Si infervorò solamente ricordando che in un salotto buono del nuovo cinema romano, quando si era vantato: “Io sono stato allievo di Zavattini”, aveva ricevuto per risposta un inquietante: “Zavattini chi?”. Quell’intervista faticosa, quando ascoltai il registratore, si rivelò invece, una affascinante pagina per il Corriere della Sera.</p>
<p>Gianni Minà</p>
<p><em>Io donna</em>, 23 luglio 2011</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2425-gabo-conosco/">Il Gabo che conosco</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2425-gabo-conosco/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una &#8220;campagna di terrore&#8221;</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2410-verita-venezuela-rivolta-dei-ricchi-non-campagna-terrore/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2410-verita-venezuela-rivolta-dei-ricchi-non-campagna-terrore/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 27 Mar 2014 14:17:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2410</guid>
		<description><![CDATA[<p>Sul quotidiano inglese The Guardian è comparso questo interessante articolo del politologo Mark Weisbrot che ha sentito il dovere di andare in Venezuela a verificare le notizie sui disordini che nel mese scorso (e ancora oggi) hanno attirato l’attenzione non disinteressata di molti media internazionali. (A.R.) Mark Weisbrot * The Guardian, 20 de marzo 2014 [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2410-verita-venezuela-rivolta-dei-ricchi-non-campagna-terrore/">La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una &#8220;campagna di terrore&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/03/images.jpeg"><img src="/wp-content/uploads/2014/03/images.jpeg" alt="images" width="259" height="194" class="alignleft size-full wp-image-2411" /></a>Sul quotidiano inglese The Guardian è comparso questo interessante articolo del politologo Mark Weisbrot che ha sentito il dovere di andare in Venezuela a verificare le notizie sui disordini che nel mese scorso (e ancora oggi) hanno attirato l’attenzione non disinteressata di molti media internazionali. (A.R.)</p>
<p>Mark Weisbrot *<br />
<em>The Guardian</em>, 20 de marzo 2014</p>
<p>Le immagini modellano la realtà, ciò che mandano le televisioni, i video, fino alle fotografie sono un potere che scava in profondità nelle menti delle persone, senza che esse se ne rendano conto. Io mi credevo immune a questi ripetitivi ritratti del Venezuela come uno Stato fallito in mezzo a una rivolta popolare. Non ero però preparato a ciò che ho visto a Caracas, in questo mese: quanto poco della vita quotidiana sembra essere colpita dalle proteste, alla normalità prevalente nella maggior parte della città. Anch&#8217;io ero stato ingannato dalle immagini dei media.<br />
I grandi media hanno riferito che i poveri in Venezuela non hanno aderito alle proteste dell&#8217;opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non sono solamente i poveri che si astengono &#8211; a Caracas, ma sono quasi tutti, eccetto alcune aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti entrano in scontri notturni con le forze di sicurezza, lanciando pietre, bombe incendiarie e gas lacrimogeni.<br />
Camminando dentro il quartiere popolare Sabana Grande, al centro della città, non ci sono segni che il Venezuela sia sull&#8217;orlo di una &#8220;crisi&#8221; che richieda l&#8217;intervento dell&#8217;Organizzazione degli Stati Americani (OAS), nonostante ciò che John Kerry afferma. Anche la metropolitana funziona molto bene, nonostante non abbia potuto inoltrarmi nella stazione di Altamira, dove i ribelli avevano stabilito la loro base di operazioni almeno fino a quando non li hanno tirati fuori questa settimana.</p>
<p>Sono riuscito a vedere le barricate per la prima volta a Los Palos Grandes, zona dell’alta classe, dove i manifestanti hanno il sostegno popolare e i vicini gridano a chiunque cerchi di rimuovere le barricate &#8211; una cosa rischiosa da provare (almeno quattro persone sono state apparentemente uccise per averlo fatto). Ma anche nelle barricate, la vita era abbastanza normale, tranne che per il forte traffico. Durante il fine settimana, Parque dell’Est era pieno di famiglie e corridori sudati con una temperatura di trentadue gradi – che prima di Chávez, avrebbero dovuto pagare, mentre,i residenti, mi è stato detto, erano rimasti delusi, perché si era permesso ai meno agiati di entrare gratis. </p>
<p>I ristoranti continuano a essere pieni di notte.</p>
<p>Viaggiare aiuta a verificare la realtà ed io ho visitato Caracas per ottenere informazioni soprattutto in campo economico, nonostante fossi scettico riguardo al racconto riportato quotidianamente dai media, che la mancanza di materie prime era stato il motivo delle proteste. Gli abitanti di Altamira e Los Palos Grandes, dove ho visto le proteste, avevano però servitori che facevano la coda, per quello di cui necessitavano e hanno reddito e spazio per accumulare le scorte.</p>
<p>Queste persone non stanno soffrendo – e se la passano molto bene. I loro guadagni sono cresciuti a ritmo sostenuto da quando Chávez prese il controllo dell&#8217;industria petrolifera, un decennio fa. Hanno anche un grande sostegno del governo: chiunque abbia una carta di credito (tranne i poveri e milioni della classe operaia), ha diritto a 3.000 dollari l&#8217;anno, a un tasso di cambio agevolato. Essi possono quindi vendere sei volte più caro il dollaro di quanto l’hanno pagato, il che rende una sovvenzione annuale di svariati milioni di dollari per i privilegiati &#8211; eppure sono loro la base delle truppe di sedizione.<br />
La natura di classe di questa lotta è sempre stata forte e inconfutabile, ora più che mai.</p>
<p>Passeggiando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per l&#8217;anniversario della morte di Chávez il 5 marzo, ho visto una marea di venezuelani della classe operaia, decine di migliaia di loro. Non c&#8217;erano vestiti costosi o scarpe da 300 dollari. Che contrasto con le masse scontente di Los Palos Grandes, che possedevano Grand Cherokee SUV di 40,000 dollari elevando lo slogan del momento: VENEZUELA SOS.</p>
<p>Per quanto riguarda il Venezuela, John Kerry sa da quale parte è la guerra di classe. La scorsa settimana, proprio quando sono andato via, il Segretario di Stato ha raddoppiato la sua retorica contro il governo, accusando il presidente Nicolas Maduro di fomentare una &#8220;campagna di terrore contro il proprio popolo&#8221;. Kerry ha anche minacciato di invocare la Carta Democratica dell&#8217;OEA contro il Venezuela, così come di applicare sanzioni.<br />
Vantarsi della Carta democratica contro il Venezuela è quasi come minacciare Vladimir Putin con un voto del’Onu sulla secessione in Crimea. Forse Kerry non se n’è accorto, ma pochi giorni prima delle sue minacce, l&#8217;OAS ha approvato una risoluzione che Washington aveva introdotto contro il Venezuela, ma che è stata rivoltata, dichiarando &#8220;la solidarietà&#8221; dell’organismo regionale con il governo di Maduro.  E’ stata approvata da ventinove paesi e solo i governi di destra di Panama e Canada si son alleati con gli Stati Uniti contro di essa.</p>
<p>L&#8217;articolo 21 della Carta Democratica dell&#8217;OSA si applica davanti &#8220;all’incostituzionale l&#8217;interruzione dell&#8217;ordine democratico di uno Stato membro&#8221; (come il colpo di stato militare in Honduras 2009, che Washington ha contribuito a legittimare o il colpo di stato militare 2002 in Venezuela, sempre con il contributo degli States). Grazie a questa votazione recente, l’OAS potrebbe invocare la Carta Democratica, più contro il governo degli Stati Uniti per decessi causati da loro droni sui cittadini americani, che per ciò che potrebbe farsi contro il Venezuela.</p>
<p>La retorica della &#8220;campagna di terrore&#8221; di Kerry è scissa dalla realtà e com’era prevedibile, ha provocato una risposta equivalente del cancelliere del Venezuela, che ha definito Kerry &#8220;un assassino&#8221;. Questa è la verità circa le accuse di Kerry: da quando sono iniziate le proteste in Venezuela, sempre più persone sono morte per mano dei manifestanti che per le forze di sicurezza. Secondo i decessi segnalati dal CEPR (Centro di Ricerca in Economia e Politica) nel corso del mese passato, in aggiunta alle morti per cercare di togliere le barricate, almeno sette sono apparentemente morti a causa degli ostacoli creati dai manifestanti – compreso un motociclista decapitato dal filo metallico posto sulla strada e cinque ufficiali della Guardia Nazionale sono stati uccisi. Per quanto riguarda la violenza da parte delle forze di sicurezza, presumibilmente tre persone potrebbero essere state uccise dalla Guardia Nazionale e da altre forze di sicurezza &#8211; tra cui due manifestanti e un attivista che appoggiava il governo. Alcune persone accusano il governo per altri tre morti di civili armati, in un paese con una media di oltre 65 omicidi il giorno, è del tutto possibile che queste persone agissero per conto proprio. Un totale di 21 membri delle forze di sicurezza sono in stato di arresto per presunti abusi, tra cui da alcuni degli omicidi. Questa non è una &#8220;campagna di terrore&#8221;.</p>
<p>Allo stesso tempo, è difficile trovare una seria denuncia circa la violenta opposizione dei leader più importanti. Secondo i dati dell&#8217;indagine, le proteste sono in gran parte rifiutate in Venezuela. I sondaggi suggeriscono anche che la maggior parte dei venezuelani vedono questi disturbi per quello che sono: un tentativo di rovesciare un governo eletto.</p>
<p>La politica interna della posizione di Kerry è abbastanza semplice. Da un lato è appoggiata dalla lobby cubano-americana di destra della Florida e dei suoi alleati neoconservatori che sono a favore del rovesciamento. A sinistra … non c’è nulla.  A questa Casa Bianca importa poco l&#8217;America Latina e non comporta conseguenze elettorali che la maggior parte dei governi dell&#8217;emisfero si infastidiscano con Washington.</p>
<p>Forse Kerry pensa che l&#8217;economia del Venezuela crollerà, portando alcuni venezuelani non ricchi a manifestare contro il governo. La situazione economica, però, si sta stabilizzando &#8211; l&#8217;inflazione mensile è scesa nel mese di febbraio e il dollaro sul mercato parallelo è sceso drasticamente, di fronte alle notizie che il governo sta introducendo una nuova tariffa basata sul mercato. Le obbligazioni sovrane del Venezuela hanno avuto un rendimento dell’11,5 % dall’11 febbraio (il giorno dell’inizio delle proteste) al 13 marzo: il più alto rendimento, secondo gli indici del Bloomberg Usd Emerging Market (Index Obbligazionari Paesi Emergenti).</p>
<p>Naturalmente, questo è esattamente il problema principale dell&#8217;opposizione: le prossime elezioni saranno entro un anno e mezzo e a quel momento, la carenza economica e l&#8217;inflazione, che sono aumentati negli ultimi 15 mesi, scenderanno. In questa direzione, l&#8217;opposizione perderà molto probabilmente le elezioni, così ha perso tutte le elezioni negli ultimi 15 anni. In più, l’attuale strategia insurrezionale non sta aiutando la sua causa: pare che abbia diviso le opposizioni e unito gli chavisti.</p>
<p>L&#8217;unico posto dove l&#8217;opposizione sembrerebbe guadagnare consensi è a Washington.</p>
<p>*Mark Weisbrot è co-direttore del Centro per  la Ricerca Economica e Politica (CEPR come sigla in inglese, Center for Economic and Policy Research) a Washington, D.C. E’ anche presidente del Just Foreign Policy (www.justforeignpolicy.org).</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2410-verita-venezuela-rivolta-dei-ricchi-non-campagna-terrore/">La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una &#8220;campagna di terrore&#8221;</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2410-verita-venezuela-rivolta-dei-ricchi-non-campagna-terrore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>El País e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela</title>
		<link>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2398-el-pais-e-la-rivoluzione-bolivariana-venezuela/</link>
		<comments>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2398-el-pais-e-la-rivoluzione-bolivariana-venezuela/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 17 Mar 2014 11:50:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Redazione]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Editoriale]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.giannimina-latinoamerica.it/?p=2398</guid>
		<description><![CDATA[<p>Da quando ha vinto la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela con l’elezione del Presidente Hugo Chávez nel 1998 (fino al 2013) e con la vittoria del suo successore Nicolás Maduro nelle ultime elezioni presidenziali dell’aprile 2013, El País, il più importante quotidiano spagnolo e formatore di opinione, ha abbandonato l’imparzialità nel trattamento della realtà di quel [&#038;hellip</p>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2398-el-pais-e-la-rivoluzione-bolivariana-venezuela/">El País e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="/wp-content/uploads/2014/03/cha.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2399" alt="President Hugo Chavez makes campaign visit to Petare slums" src="/wp-content/uploads/2014/03/cha-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a>Da quando ha vinto la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela con l’elezione del Presidente Hugo Chávez nel 1998 (fino al 2013) e con la vittoria del suo successore Nicolás Maduro nelle ultime elezioni presidenziali dell’aprile 2013, <i>El País</i>, il più importante quotidiano spagnolo e formatore di opinione, ha abbandonato l’imparzialità nel trattamento della realtà di quel paese. Peggio, il quotidiano spagnolo ha lasciato il giornalismo equilibrato a favore di una critica sistematica e a una sola direzione del potere democraticamente eletto a Caracas.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una democrazia?</p>
<p>In una tribuna del 9 marzo 2014, <i>El País</i> espone il suo punto di vista e dichiara che “Il Venezuela ormai non è un paese democratico”.<a title="" href="#_ftn1">[1]</a> Non importa che si siano svolte 19 consultazioni popolari dal 1998 e che i <i>chavistas</i> abbiano vinto 18 di queste elezioni che tutti gli organismi internazionali, dall’Organizzazione degli Stati Americani fino all’Unione Europea passando per il Centro Carter, hanno giudicato trasparenti. Addirittura, l’ex Presidente degli Stati Uniti, qualifica il sistema elettorale venezuelano come “il migliore del mondo”.<a title="" href="#_ftn2">[2]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La libertà di stampa</p>
<p>Il giornale di Madrid deplora “un’asfissia sistematica della libertà dì espressione”. Anche questa affermazione non supera l’esame. Secondo un rapporto del Ministero della Comunicazione e dell’Informazione del 2011, nel 1998 esistevano in Venezuela 587 radio e televisioni delle quali il 92,5% erano private e il 7,5% pubbliche. Nell’attualità ce ne sono 938, delle quali il 70% private, il 25% comunitarie e il 5% pubbliche. Al contrario, la Rivoluzione Bolivariana ha moltiplicato il numero dei media televisivi e radiofonici e il settore privato domina ancora il paesaggio mediatico. Invece di essere stati zittiti, i media privati sono aumentati del 28,7% in 12 anni.<a title="" href="#_ftn3">[3]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La Rivoluzione Bolivariana, un fallimento?</p>
<p>Un anno dopo la morte di Hugo Chávez per un cancro folgorante il 5 marzo 2013, <i>El País</i> tratteggia un panorama piuttosto scuro della situazione venezuelana per la penna del suo corrispondente a Miami: “Chávez ha lasciato in eredità un’opportunità persa, un’economia in fallimento che oggi si sostiene a forza di indebitamenti e di speculazioni”. Il giornale aggiunge che “Durante gli ultimi dieci anni del suo governo, le entrate petrolifere del Venezuela sono state sette volte superiori a quelle del 1998, quando ha preso il potere”. Ciò nonostante, “l’inflazione e la mancanza di rifornimenti sopportata ciclicamente da questo paese durante gli ultimi dieci anni, hanno raggiunto punte allarmanti, specialmente nei settori più impoveriti”.<a title="" href="#_ftn4">[4]</a></p>
<p>Leggendo questa conclusione, si deduce che la Rivoluzione Bolivariana è stata un fallimento. Ma, in realtà, <i>El País</i> nasconde la verità dei fatti. Primo, il giornale di Madrid omette di sottolineare che se il prezzo del petrolio si è quasi moltiplicato per dieci è stato soprattutto grazie a Chávez che è riuscito a riattivare una OPEP moribonda, limitando la produzione del petrolio e portando il prezzo del barile da 16 dollari ai più di 100 dollari di oggi.</p>
<p>Secondo, il giornale evoca la situazione dei “settori più impoveriti” senza offrire nessuna cifra e presenta “l’inflazione e la mancanza di rifornimenti” come una conseguenza della politica <i>chavista</i>. In realtà, l’inflazione ha caratterizzato l’economia venezuelana da almeno 70 anni e le statistiche disponibili sulla realtà sociale del paese smentiscono senza pietà il punto di vista di <i>El País</i>. In effetti, dal 1998, circa un milione e mezzo di venezuelani hanno imparato a leggere e scrivere grazie alla campagna di alfabetizzazione denominata Missione Robinson I. A dicembre del 2005, l’UNESCO ha decretato che era stato eliminato l’analfabetismo dal Venezuela. Il numero di bambini scolarizzato è passato da 6 milioni nel 1998 ai 13 milioni del 2011 e il tasso di scolarizzazione adesso è del 93,2%. La Missione Robinson II è stata pensata per portare l’insieme della popolazione a raggiungere il livello superiore. Così, il tasso di scolarizzazione nella scuola superiore è passato da un 53,6% del 2000 a un 73,3% nel 2011. Le Missioni Ribas e Sucre hanno permesso a decine di migliaia di giovani di intraprendere gli studi universitari. Così il numero di studenti è passato da 895.000 nel 2000 a 2,3 milioni nel 2011, con la creazione di nuove università.<a title="" href="#_ftn5">[5]</a></p>
<p>Quanto alla salute, è stato creato il Sistema Nazionale Pubblico per garantire l’accesso gratuito alle cure mediche per tutti i venezuelani. Fra il 2005 e il 2012 si sono creati 7.873 centri medici in Venezuela. Il numero di medici è passato da 20 ogni 100.000 abitanti nel 1999 a 80 ogni 100.000 nel 2010, ossia un aumento del 300%. La Missione Barrio Adentro I ha permesso di realizzare 534 milioni di visite mediche. Circa 17 milioni di persone sono state visitate mentre nel 1998 meno di tre milioni di persone avevano accesso regolare alla salute. Sono stati salvati 1,7 milioni di vite fra il 2003 e il 2011. Il tasso di mortalità infantile è passato da un 19,1 per mille nel 1999 a un 10 per mille nel 2012, cioè una riduzione del 49%. La speranza di vita è passata da 72,2 anni nel 1999 a 74,3 anni nel 2011. Grazie all’Operazione Miracolo, lanciata nel 2004, 1,5 milioni di venezuelani vittime di cataratte o di altre malattie oculistiche, hanno recuperato la vista.<a title="" href="#_ftn6">[6]</a></p>
<p>Dal 1999 al 2011, il tasso di povertà è passato da un 42,8% a un 26,5%. Il tasso di denutrizione infantile si è ridotto di un 40% dal 1999. E il tasso di estrema povertà di un 16,6% nel 1999 a un 7% nel 2011. Cinque milioni di bambini ricevono adesso alimenti gratuiti grazie al Programma di Alimentazione Scolastica. Erano 250.000 nel 1999. Il tasso di denutrizione è passato da un 21% del 1998 a meno del 3% nel 2012. Secondo la FAO, il Venezuela è il paese dell’America Latina e del Caribe più avanzato nell’eliminazione della fame.<a title="" href="#_ftn7">[7]</a></p>
<p>Nella classifica dell’Indice dello Sviluppo Umano (IDH) il Venezuela è passato dal posto 83° nel 2000 (o,656) al posto 73° nel 2011 (0,735) ed è entrato nella categoria delle nazioni con l’IDH più elevato. Il coefficiente GINI, che permette di calcolare la disuguaglianza in un paese, è passato dallo 0,46 nel 1999 allo 0,39 nel 2011. Secondo il PNUD, il Venezuela mostra il coefficiente GINI più basso dell’America Latina, è il paese della regione dove ci sono meno disuguaglianze.<a title="" href="#_ftn8">[8]</a></p>
<p>Nel 1999, l’82% della popolazione aveva accesso all’acqua potabile. Adesso è un 95%. Prima del 1999, solo 387.000 anziani ricevevano la pensione. Adesso sono 2.1 milioni. Durante la presidenza di Chávez le spese sociali sono aumentate di un 60,6%. Dal 1999 sono state costruite 700.000 case in Venezuela. Il tasso di disoccupazione è passato da un 15,2% nel 1998 a un 6.4% nel 2012, con la creazione di più di 4 milioni di posti di lavoro.<a title="" href="#_ftn9">[9]</a></p>
<p>Dal 1999 il Governo ha consegnato più di un milione di ettari di terra agli aborigeni del paese. La riforma agraria ha permesso a decine di migliaia di agricoltori di essere padroni delle loro terre. In totale sono stati distribuiti più di tre milioni di ettari. Nel 1999 il Venezuela produceva il 51% degli alimenti che consumava. Nel 2012, la produzione è di un 71%, mentre il consumo di alimenti è aumentato dell’81% rispetto al 1999. Se il consumo del 2012 fosse simile a quello del 1999, il Venezuela produrrebbe il 140% degli alimenti consumati a livello nazionale. Dal 1999, il tasso di calorie consumate dai venezuelani è aumentato del 50% grazie alla Missione Alimentazione che ha creato una catena di distribuzione di 22.000 magazzini di alimenti (MERCAL, Casas de Alimentación, Red PDVAL), dove i prodotti sono sovvenzionati per un 30%. Il consumo di carne è aumentato di un 75% dal 1999.<a title="" href="#_ftn10">[10]</a></p>
<p>Il salario minimo è passato da 100 bolívares (16 dollari) del 1998 a 2.047,52 bolívares (330 dollari) nel 2012, ossia, un aumento di più del 2000%. Si tratta di uno dei salari minimi più alti dell’America Latina. Nel 1999, il 65% della popolazione attiva guadagnava il salario minimo. Nel 2012 solo il 21,1% dei lavoratori dispone di questo livello salariale. Gli adulti di una certa età che non hanno mai lavorato dispongono di un mensile di protezione equivalente al 60% del salario minimo. Le donne prive di protezione, le persone non autosufficienti, ricevono un aiuto equivalente all’ 80% del salario minimo. L’orario di lavoro è stato ridotto a 6 ore al giorno e a 36 ore settimanali senza abbassare il salario. Il PIB per abitante è salito da 4.100 dollari nel 1999 a 10.810 dollari nel 2011.<a title="" href="#_ftn11">[11]</a></p>
<p>Lungi dall’immagine apocalittica che presenta <i>El País</i>, la Rivoluzione Bolivariana è un innegabile successo sociale. Così, secondo il rapporto annuale World Happiness del 2012, il Venezuela è il secondo paese più felice dell’America Latina dopo il Costarica, e il diciannovesimo a livello mondiale, davanti alla Germania e alla Spagna.<a title="" href="#_ftn12">[12]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il caso del quotidiano <i>El País</i> illustra l’ incapacità dei media occidentali –la maggioranza è nelle mani di conglomerati economici e finanziari- di rappresentare in modo imparziale ed equilibrato la Rivoluzione Bolivariana. C’è una ragione: il processo di trasformazione sociale iniziato nel 1999 ha scosso l’ordine e le strutture stabilite, ha messo in discussione il potere dei dominanti e propone un’alternativa sociale nella quale –con tutti i suoi difetti, imperfezioni e contraddizioni che conviene non minimizzare- il potere del denaro non la fa da padrone e le risorse sono destinate alla maggioranza dei cittadini, non a una minoranza.</p>
<p>di Salim Lamrani</p>
<p>(Docente alla Sorbona di Parigi e all’Università de La Reunion. E&#8217; uno specialista dei rapporti fra Cuba e gli Stati Uniti. Il suo ultimo libro, con prologo di Eduardo Galeano, è <i>Les médias face au défi de l’impartialité</i>, Parigi, Editions Estrella, 2013.)</p>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[1]</a> &#8211; Mario Vargas Llosa, “La libertad en las calles”, <i>El País</i>, 9 de marzo de 2014.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[2]</a> &#8211; <i>Correo del Orinoco</i>, « James Carter: Proceso electoral de Venezuela es ‘el mejor del mundo’ », 20 de septiembre de 2012. <a href="http://www.correodelorinoco.gob.ve/nacionales/james-carter-proceso-electoral-venezuela-es-%E2%80%9Cel-mejor-mundo%E2%80%9D/">http://www.correodelorinoco.gob.ve/nacionales/james-carter-proceso-electoral-venezuela-es-%E2%80%9Cel-mejor-mundo%E2%80%9D/</a> (sitio consultado el 10 de marzo de 2014)</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[3]</a> &#8211; Juan Carlos Figueroa, « Medios públicos venezolanos casi se triplicaron en 12 años », <i>El Tiempo</i>, 12 de agosto de 2012. <a href="http://eltiempo.com.ve/venezuela/politica/medios-publicos-venezolanos-casi-se-triplicaron-en-12-anos/61589">http://eltiempo.com.ve/venezuela/politica/medios-publicos-venezolanos-casi-se-triplicaron-en-12-anos/61589</a> (sitio consultado el 10 de marzo de 2014).</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[4]</a> &#8211; Maye Primera, « Un año sin el ‘comandante supremo’ », <i>El País</i>, 5 de marzo de 2014.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[5]</a> &#8211; Salim Lamrani « 50 verdades sobre Hugo Chávez y la Revolución Bolivariana », <i>Opera Mundi</i>, marzo de 2013.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[6]</a>  &#8211; Ibid.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[7]</a> &#8211; Ibid.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[8]</a> &#8211; Ibid.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[9]</a> &#8211; Ibid</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[10]</a> &#8211; Ibid.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[11]</a> &#8211; Ibid.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref">[12]</a> &#8211; Ibid.</p>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a rel="nofollow" href="/2398-el-pais-e-la-rivoluzione-bolivariana-venezuela/">El País e la Rivoluzione Bolivariana in Venezuela</a> sembra essere il primo su <a rel="nofollow" href="/">Latinoamerica</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.giannimina-latinoamerica.it/2398-el-pais-e-la-rivoluzione-bolivariana-venezuela/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
