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Fidel Castro Ruz
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Sommario completo
| ¡Hasta siempre, Maestro! |
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| News |
| Mercoledì 17 Marzo 2010 |
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Carlos Montemayor (Chiuahua 1947) è morto il 28 febbraio scorso a Città del Messico. Scrittore, traduttore, attivista sociale in difesa delle comunità indigene, era membro dell’Accademia Messicana della Lingua. Aveva studiato la lingua ebrea, il greco, il latino e numerose lingue occidentali ma era soprattutto un esperto di lingue indigene ed è autore –fra l’altro- di un Diccionario del náhuatl en el español de México. Aveva studiato canto ed era un tenore eccellente. Collaborava con la nostra rivista Latinoamerica. ¡Hasta siempre, Maestro! Avevo letto la notizia sulla pagina on line del quotidiano messicano La Jornada la sera di domenica 28 febbraio. Un paio di giorni prima, La Jornada, in un articolo che riportava le dichiarazioni dei medici dell’Istituto nazionale di cancerologia di Città del Messico dove lo scrittore Carlos Montemayor era ricoverato dal 22 febbraio per l’aggravarsi della malattia diagnosticatagli da alcuni mesi, aveva pressoché azzerato le speranze. Carlos aveva 62 anni. A giugno ne avrebbe compiuti 63. Eravamo coetanei, e a volte si scherzava su quella coincidenza anagrafica che ci univa generazionalmente. Perché, sia pure vivendo in due società diverse, eravamo stati presenti agli stessi appuntamenti storici che la nostra generazione aveva dato al mondo. “Era uno dei giovani del ‘68”, ha scritto Hermann Bellinghausen nel ricordarlo. Dei molti modi per affrontare il nostro congedo definitivo, quella sera scelsi quello che aveva a che fare con la prima passione artistica di Carlos Montemayor. Il suo amore per la musica aveva preceduto e in qualche modo favorito l’amore per le lettere. Non aveva ancora nove anni Carlos quando, nella sua nativa Parral (stato di Chihuahua), vide un minatore di sua conoscenza suonare la chitarra. E lo stupore che da quelle mani rovinate, da quelle unghie dure, nere, spezzate potesse sbocciare la musica lo trasformò, dopo anni di studio ed esecuzioni iniziati nella stessa Parral e proseguiti a Città del Mesico e a Madrid, in un tenore di tutto rispetto. Inserii nel lettore il cd di Canciones napolitanas e italianas, uno dei cinque da lui incisi (altri due usciranno postumi, Concierto méxicano e Zarzuela y cantos de España), e la coltivata voce tenorile di Montemayor, accompagnata al piano dal maestro Antonio Bravo, attaccò Mandulinata a Napule. Quando si trovava in compagnia di amici, magari nel corso di una cena o al termine di una riunione ristretta, esprimeva la sua allegria conviviale regalando ai presenti brevi saggi del suo talento canoro. Le arie e i motivi di opere liriche che intonava erano il suo modo speciale per comunicare il suo star bene con gli altri. Nell’aprile del 2003, quasi all’inizio dell’intricato slalom automobilistico per tutta la penisola in occasione della presentazione dell’edizione italiana del suo romanzo Los informes secretos a cui, dietro suggerimento dello stesso autore, fu conferito il titolo della sua prima redazione: La danza del serpente, in un ristorante di Padova a un certo punto Montemayor si mise a conversare fitto con un commensale, di cui aveva appena scoperto la passione per l’opera lirica, su quello che alle mie orecchie barbare suonò come un perfetto Carneade: il baritono di origine senese Ettore Bastianini. E per una mezz’ora buona ascoltai con uno stupore che rasentava l’incredulità l’intrecciarsi di notizie, osservazioni, curiosità e dettagli nel dialogo tra Montemayor e Adone Brandalise sulla vita artistica del Bastianini, sui suoi successi viennesi, le sue tournée negli Stati Uniti, i trionfali concerti giapponesi e la sua partecipazione alla Traviata viscontiana alla Scala. Adesso sono le parole di ‘O surdato ‘nnammorato a ricondurmi agli ultimi giorni della permanenza di Carlos Montemayor in Italia in quell’aprile 2003. Avevamo concluso da poco il “folle” attraversamento in auto della penisola, e Carlos e la moglie Susana (è stata una presenza imprescindibile la sua, che con saggezza squisitamente femminile riuscì a stemperare le irritazioni dell’impulsivo Carlos dovute a disguidi e contrattempi, inevitabili in un viaggio zigzagante come quello), in attesa di ripartire per Città del Messico, erano ospiti in una casa di campagna della Val di Vara nel Levante ligure. Una sera Carlos, iniziando a cantare ‘O surdato ‘nnammorato interrompendo le chiacchiere della sobremesa, si accorse di non rammentarne più le parole. E nessuno dei suoi anfitrioni italiani riuscì ad andare più in là del suggerimento di qualche frammento isolato. Il negozio di dischi in cui piombammo la mattina dopo non era specializzato in libretti di testi di canzoni napoletane classiche, ma riuscimmo comunque a recuperarne un paio. Carlos fu sfortunato perché la sera dopocena si trovò inaspettatamente a che fare con una congerie di coristi stonati che parevano avercela a morte con Melpomene, ma con una accondiscendenza infinita riuscì a portare a termine la sua esecuzione, sovrastando con l’estensione della voce tenorile gli sgradevoli suoni che sortivano dalle nostre ugole atrofizzate. Erano le “antiche e profonde radici” della canzone napoletana, come le definisce Montmayor nel libriccino di presentazione del cd, a interessarlo, ed era probabilmente il ri-vivere questa arte del passato nel presente della sua reinterpretazione a spiegare la propensione di Carlos Montemayor nei confronti della canzone napoletana classica. Alla dialettica tra passato e presente che trasforma il tempo lineare in tempo ciclico, Montemayor ha rivolto sempre particolare attenzione. Quando scendevamo dall’aereo in piccolo gruppo a Città del Messico, sosta preliminare per il viaggio nelle comunità autonome zapatiste in resistenza del Chiapas, la casa di Carlos e Susana nella Colonia Centinela non mancava mai di accoglierci per una “charla amistosa” corroborata da un brindisi, e in quelle preziose conversazioni Montemayor si preoccupava di indicare ai nostri occhi di italiani a digiuno delle peculiarità del mondo indigeno messicano, che vedevano solo l’assoluta novità del messaggio zapatista, l’influenza esercitata dal pensiero e dalla cultura tradizionali indigeni nei comunicati dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale. Non si possono intendere appieno gli zapatisti di oggi, ammoniva Montemayor, senza inserirli nella prospettiva storica dei cinquecento anni di lotta e di resistenza indigene ai ripetuti tentativi fatti in epoca coloniale e intensificatisi in quella repubblicana di trasformare gli indigeni in qualcosa d’altro, cancellandone la specificità e l’alterità culturale non da ultimo mediante il conferimento, voluto dal pensiero liberale, dell’uguaglianza guridico-formale a tutti i cittadini messicani. Con un tratto di penna, lo stato repubblicano aveva cancellato la parola indio dal linguaggio ufficiale, per cui se l’indio non esisteva più per decreto, tantomeno poteva esistere una questione indigena autonoma. Insomma, per quanto riguarda la discriminazione dell’indio, ha fatto più danni il secolo dell’Indipendenza messicana che i tre secoli precedenti della Colonia, soleva affermare Montemayor, durante i quali l’indio almeno esisteva, ed erano consentite le proprietà indigene delle terre. L’incredibile, continuava Montemayor, non è tanto la nascita dell’Ezln, ma è che le comunità indigene continuino a esistere e a esprimere in maniera così precisa e forte i loro valori culturali ancestrali. Ecco perché, diceva, il futuro della resistenza indigena dipende dal loro passato. Ed ecco perché, aggiungeva con una visione dialettica del problema, nella continuità della resistenza indigena intesa come movimento rurale collettivo, hanno fallito ieri e sono inesorabilmente destinate al fallimento oggi le soluzioni di tipo militare intraprese dal governo messicano. E’ merito dell’Ezln aver riconsegnato il fiore della parola al popolo indigeno e aver attirato l’attenzione del mondo sulla condizione di emarginazione e povertà delle comunità chiapaneche, però la solidarietà internazionale non può limitarsi al solo Chiapas: quella dell’Ezln è stata la prima insurrezione indigena in un mondo neo-liberista che credeva scomparsi gli indigeni, ma altri movimenti indigeni stanno organizzandosi in altri stati messicani, e la moltiplicazione dei movimenti sociali armati è il segnale dell’intollerabile situazione di disagio sofferta dalle comunità indigene e contadine nel loro insieme. Ci congedavamo da Montemayor con la consapevolezza che le sue parole ci avevano aperto nuove finestre conoscitive sulla composita e articolata realtà dei movimenti sociali del “Messico profondo”. Maurizio Chierici ha osservato acutamente che nella “curiosità per la lingua degli altri” di Carlos Montemayor radica la sua spiccata passione di studioso e da essa si dipana il filo rosso che su più livelli tiene insieme le sue opere. Dapprima, negli anni ’70, questa “curiosità” lo ha avvicinato alle lingue greca e latina, e furono allora le traduzioni delle Odi di Pindaro, delle poesie di Catullo, dei Carmina Burana a consentirgli di esercitare la sua straordinaria propensione all’apprendimento delle lingue. E questa sua dote si manifestava anche in circostanze di vita quotidiana. Difatti, chi ha avuto modo di ascoltare in Italia una conferenza di Montemayor, ha potuto notare come egli preferisse comunicare direttamente in italiano con il pubblico anziché affidare le sue parole all’opera intermediatrice di un traduttore. Ma quando si mise a studiare le lingue indigene del suo paese, l’alterità divenne appartenenza e arricchì la sua identità di messicano che considerava le culture indigene come proprie, di modo che anche un mestizo di Parral, nato cioè in una zona del Messico confinante con gli Stati Uniti, poteva legittimamente sentirsi parte integrante della pluriculturalità e della multietnicità che definiscono il Messico, benché queste non siano mai state accettate dalle élites di potere e dai governi di turno. A partire dal 1980 l’infaticabile attività di traduttore in castigliano dalle lingue indigene, soprattutto maya, e di editore di decine di opere di autori indigeni, di cui vanno almeno ricordati l’antologia in due tomi Escritores indígenas actuales (1992) e El cuento indígena de tradición oral (1996), fu il ponte teso da Montemayor tra la cultura meticcia e quella indigena e nel contempo fu lo strumento con cui rafforzò la sua solidarietà intellettuale e politica verso il mondo rurale indigeno, che sul piano dell’analisi storico-sociale si espresse negli studi Chiapas, la revolución indígena de México (1996, tradotto in italiano nel 1999) e Los pueblos indios de México hoy (2000). Alla distanza “scientista” che lo studioso accademico frappone tra lui e l’oggetto della sua indagine, e benché fosse membro dell’Accademia messicana della lingua e corrispondente della Reale accademia spagnola, Montemayor ha sempre privilegiato lo sguardo partecipativo proprio del militante sociale che individua nei movimenti indigeni attuali i soggetti non secondari della storia contemporanea messicana. A questo proposito si può dire che la caratteristica principale dell’intera produzione saggistica di Montemayor, uno dei più importanti esperti a livello mondiale dei movimenti guerriglieri latinoamericani, sia la contrapposizione costante della realtà sociale e delle condizioni umane dei dominati e dei vinti alla versione ufficiale della storia fornita dai vincitori. Un esempio della sua partecipazione soggettiva all’oggettività dell’evento storico si riscontra nel suo romanzo più celebre, Guerra en El Paraíso del 1991 (traduzione italiana del 1999), che tratta della guerriglia del maestro Lucio Cabañas dei primi anni ’70 nella sierra dello Stato di Guerrero, la cui repressione, la famigerata guerra sucia, ha lasciato una sanguinosa scia di scomparse ed esecuzioni sommarie di militanti di organizzazioni sociali dei quali ancor oggi i familiari chiedono conto ai governi statali e federali. Abbiamo parlato prima della curiosità di Montemayor per i linguaggi degli altri. Nella sua produzione romanzesca tale curiosità si traduce nell’assunzione di linguaggi specialistici e tecnici, nella commistione oggettivizzante di stili e nella pluralità e compresenza di voci narrative dotate ciascuna di un punto di vista “performativo” che disloca la cronaca degli avvenimenti sui diversi piani della narratività. Congiuntamente a ciò i suoi romanzi sono congegnati da un meccanismo circolare o a spirale del tempo narrativo, come, ad esempio, in Las armas del alba, 2003, dove l’avvenimento storico si conclude riportando all’inizio la narrazione del fallito attacco alla caserma di Madera, nella sierra di Chihuahua, del primo gruppo guerrigliero messicano il 23 settembre 1963. Nel 2008 l’organizzazone guerrigliera dell’Esercito popolare rioluzionario (Epr), in un comunicato, chiede al governo federale messicano di chiarire la scomparsa di due suoi membri avvenuta nel marzo dell’anno prima nella città di Oaxaca istituendo una Commisione di mediazione (Comed) a cui partecipi Carlos Montemayor. Della commissione faranno anche parte il vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas Samuel Ruiz, il giornalista Miguel Ángel Granados Chiapas, l’avvocato Juan de Dios Hernández, l’accademico Henrique González Ruiz, la senatrice Rosario Ibarra e l’antropologo Gilberto López y Rivas. Nell’aprile 2009 la Comed si scioglie dopo aver verificato la mancata disponibilità del governo messicano a partecipare al dialogo. Fu quello l’ultimo impegno sociale militante di Carlos. “Non ci bastano le lacrime per poter calmare il nostro dolore e la nostra impotenza verso la morte che ci ha sottratto uno degli uomini più illustri del XX secolo e dell’inizio del XXI, Carlos Montemayor. La sua allegria contagiosa, i rischi che consapevolmente correva nel denunciare la scomparsa forzata e le morti degli altri lottatori sociali che ci sono stati sottratti, sono virtù che solo poche volte si danno in un unico uomo [...] Ci uniamo al dolore della sua famiglia, dei membri della Comed e di tutti coloro che lo hanno amato, e speriamo che le sue ceneri, sparse là dove egli ha voluto, cadano su un terreno fertile, affinché il suo esempio possa dare frutti”. Con queste parole, in un comunicato del 1° marzo 2010, l’Epr ha ricordato Carlos Montemayor. Soltanto adesso mi accorgo che il cd è terminato. ¡Hasta siempre, Maestro! |
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