Medea Benjamin

maggio 24, 2013

Che pena vedere l’esile e battagliera Medea Benjamin portata via fra un gruppo di uomini robusti del servizio d’ordine dall’ampia aula della National Defense University di Washington dove il Presidente Obama si decideva, finalmente, a rendere conto di due delle questioni più spinose nel campo dell’etica e della legalità: l’uso dei droni, iniziato nell’era Bush e moltiplicato insensatamente sotto il suo governo. E la scandalosa questione del carcere illegale di Guantánamo dove uno sciopero della fame massiccio di buona parte del centinaio di detenuti costretti in quelle gabbie nonostante la mancanza di imputazioni, ha turbato l’opinione pubblica e indotto una commissione della Croce Rossa Internazionale ad una ispezione il cui rapporto, però, è tenuto segreto.
Medea Benjamin è una pacifista del gruppo prevalentemente femminile “Code Pink”, molto attento alle questioni della pace e dei diritti negli stessi Stati Uniti e la sua colpa è stata quella di dire una verità lapalissiana, quella stessa che, in una famosa fiaba di Andersen, strilla, dall’alto della sua innocenza, un bambino che vede sfilare il Re –che credeva di indossare un ricco abito- nudo come un verme nel silenzio generale di un popolo ingannato a cui era stato detto che i peccatori non avrebbero potuto vedere la magica stoffa in cui era stato tagliato l’abito regale.
In quella sede autorevole e universitaria, mentre Obama si arrampicava sugli specchi, Medea gli ha gridato: “Tu, che sei il comandante in capo, se vuoi puoi chiudere Guantánamo”. L’interruzione non era prevista e non è stata ammessa; un gruppetto di uomini robusti si è precipitato a prelevare Medea dal suo posto e a portarla fuori dall’aula, mentre la piccola e coraggiosa donna continuava a porre domande scomode al Premio Nobel per la Pace.


Articolo di Alessandra Riccio

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