Latinoamerica e tutti i sud del mondo è una rivista trimestrale che si occupa dei paesi annientati dalla povertà
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In questo numero:

Editoriale:
Gianni Minà
1/Se il Fondo monetario fa fallire gli stati ma l’italia non lo sa

2/Contro Cuba il solito, triste mercato Usa dei diritti umani

3/ Se Wikileaks smaschera la bloguera ma i nostri media non ne fanno cenno

Sommario completo
Urrà per Piedad Córdoba Stampa E-mail
Giovedì 05 Febbraio 2009

Con la liberazione di Alan Jara e di Sigifredo López si è completato il rilascio dei sei sequestrati dalla Forze Armate Rivoluzionarie (Farc) in Colombia. Si trattava di ostaggi “canjeables”, ossia scambiabili con militanti delle Farc detenuti dal Governo di Uribe. Il 21 dicembre l’organizzazione politico-guerrigliera aveva promesso il rilascio unilaterale dei sei ostaggi, operazione che si è conclusa, non senza contattempi e ostacoli, il 4 febbraio. Ma c’è voluta tutta la pazienza e l’energia dei benemeriti operatori della Croce Rossa Internazionale e dei membri dei “Colombianos por la Paz”, ma soprattutto dell’energica, decisa e “pietosa” senatrice Piedad Córdoba, per poter portare a buon fine questa delicata operazione. Non va dimenticato che nella “hollywoodiana” operazione che condusse alla liberazione di Ingrid Betancourt insieme ad altri, fra cui alcuni “consiglieri” nordamericani, il governo non si fece scrupolo di usare le insegna della Croce Rossa ed altri sistemi spicci per una manovra orchestrata alla perfezione sia sul piano operativo che su quello mediatico.


Qualche settimana prima, sull’onda dell’emozione per il testo di una lettera della Betancourt alla madre e per la diffusione di una foto che la mostrava gravemente sciupata e ammalata, ho firmato una petizione per candidare al premio Nobel per la Pace quell’infelice prigioniera. Oggi ne sono francamente pentita. E non solo perché è ormai chiaro a tutti che né prima né durante né dopo la sua prigionia la Betancourt abbia fatto niente, non dico per la pace nel mondo, ma per la pace nella sua martoriata Colombia. Il mio pentimento è comnciato quando l’ho vista in tuta mimetica abbracciare quel generale Molina e quegli altri militari colpevoli di reati così detestabili nei confronti della popolazione civile, degli indigeni e dei diseredati di quel vasto paese.

 E’ continuato quando l’ho sentita a Roma, accolta come una eroina e sempre accompagnata da un grande battage pubblicitario. Si è rafforzato quando ho letto che aveva già prenotato un grande albergo di Parigi per festeggiare il Premio Nobel che era sicura di ricevere. E adesso, dopo aver letto il doloroso commento di Carla Mariani, una delle persone che, in Italia, lavorano di più a favore delle popolazioni civili maltrattate dal governo, dai paramilitari e persino dalla situazione in cui opera la guerriglia, una attiva funzionaria dell’Ufficio Pace del Comune di Narni, vorrei davvero non aver mai messo quella firma.


Carla Mariani racconta che il 25 gennaio scorso la Betancourt ha ricevuto a Terni il Premio San Valentino – un anno d’amore- 2009 in un teatro gremito di pubblico. Fra le personalità accorse a festeggiare c’era anche il vescovo di Terni, il colto e dotto monsignor Vincenzo Paglia che ha parlato d’amore e di libertà con l’ex deputata, ex ostaggio e attuale vedette dei buoni sentimenti. Carla si è ricordata di un altro incontro del monsignore con una donna colombiana, doña María Brígida González, rappresentante della Comunità di Pace di San José de Apartadó (uno dei territori più massacrati dall’insensatezza della guerra sporca) che veniva ad implorare un “accompagnamento religioso” per la sua comunità scampata al massacro del 21 febbraio 2005. Il Monsignore non ha ancora dato risposta a quella supplica portata nelle sue stanze da una donna india che è rimasta rispettosamente in piedi durante tutto l’incontro.


Una donna insignificante la María Brígida, una povera contadina. Più importante e visibile, invece, la donna per la quale –oggi- firmerei una candidatura al Nobel della Pace. Parlo della ostinata, vistosa, colorata, determinata e coraggiosa senatrice Piedad Córdoba, che le prova tutte per contribuire alla liberazione dei sequestrati, che è stata capace di smuovere capi di Stato, che non esita a infilarsi in jeep o elicotteri per esporsi ai rischi del delicato momento della consegna. Ancora in questo ultimo caso, Piedad si è recata (dopo che Uribe aveva dovuto reintegrarla nel suo ruolo di mediatrice a istanza della Croce Rossa Internazionale) sul luogo insieme ai cinque militari brasiliani membri dell’equipaggio del mezzo aereo e ai tre delegati della Croce Rossa Internazionale. Non parla tanto d’amore Piedad Córdoba, ma lo pratica (fuori dai riflettori).

 

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