|
Tucuman - Argentina. Cammino con Sara Rosenberg, romanziera, drammaturga, pittrice, per le strade di Tucumán, nel Nord dell’Argentina. "Qui viveva la mia famiglia, lí c'era il cinema rionale, nel grande Parco la mia Università, proprio dove sta adesso.” E nella stessa grande casa coloniale dal tetto basso e un grande patio ombreggiato da un albero secolare c`é la scuola dove Sara ha studiato. Le ragazze portano lo stesso grembiule bianco col colletto a pois celesti ed hanno la stessa gioia di vivere di Sara quando sedeva in quei banchi. “La mia era una scuola meravigliosa” afferma. Ma appena uscita da quelle aule, dopo pochi mesi di ebbrezza universitaria, quando cominciava appena a conoscere il mondo e a giudicarlo, quando credeva che bastasse la volontà e la fede della gioventù per cambiare la società, Sara era finita in prigione, rea di aver partecipato ad un esproprio proletario. Per questo si è salvata; poco tempo ancora e sarebbe incorsa, come tutti i suoi coetanei, nelle “prove di genocidio” che il generale Acdel Vilas prima, e Domingo Antonio Bussi poi hanno messo in pratica a Tucumán fra il 1975 e il 1976. A 35 chilometri dalla capitale, nella tristemente nota “Escuelita”, piú di duemila giovani sono stati reclusi, torturati e infine fatti scomparire. Lì sono stati sperimentati i metodi di tortura, i campi di concentramento, le tecniche di eliminazioni di massa che si estesero poi a tutta l’Argentina.
Cammino con Sara Rosenberg per le strade di Tucumán e so che Sara è uno dei pochi sopravvissuti di quegli anni terribili. Me lo conferma una strana, struggente cerimonia nel museo d’Arte Contemporanea dove si inaugura una mostra di pittura tucumana degli anni Settanta e Ottanta. Gli artisti posano per una foto ufficiale: ciascuno ha in mano un cartello con il nome di un compagno scomparso. Ci avviamo verso l’albergo quando una coppia di anziani ci ferma e abbraccia Sara, che da trent’anni vive a Madrid, come se avessero ritrovato una figlia: sono i genitori di Eduardo Serra, desaparecido a vent’anni. Non si rassegnano all’idea che l’assassino del loro figlio possa passare, libero, accanto a loro per le strade della città ed hanno ragione perché grandi cartelli annunciano la candidatura di Bussi (ma si tratta del figlio) alle prossime elezioni comunali. A lettere cubitali il cognome di questo noto ed esecrato torturatore si fa beffe del dolore di tanti, di migliaia di cittadini.
Accompagno Sara sulla salita che si inerpica sulla cordigliera preandina. Andiamo al Bosco della Memoria, una vasta distesa di giovani alberi, ognuno a ricordare una vittima della repressione del Governo Militare. Sono migliaia e sono rigogliosi. All’uscita un cartello: “Bosco della Memoria – Universitá di Tucumán”.
|