Latinoamerica e tutti i sud del mondo è una rivista trimestrale che si occupa dei paesi annientati dalla povertà
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In questo numero:

Editoriale:
Gianni Minà
Il vizio di nascondere dei nostri media

Fidel Castro Ruz
La lezione di Haiti
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Bicentenario messicano: va in scena il passato
di Gennaro Carotenuto   
Venerdì 05 Marzo 2010
Inaugurata nello Zócalo di Città del Messico dal presidente Felipe Calderón la grande mostra fotografica “México en tus sentidos” che dà il via alle grandi iniziative previste per il bicentenario del paese e realizzata da Willi Souza in una struttura metallica costruita dall’architetto Sordo Madaleno. “Poesia visuale con tecnologia” viene definita. È la prima occasione per capire come il paese ufficiale (e Televisa che sponsorizza) vuole presentare sé stesso a cento milioni di messicani ed al mondo intero. È meravigliosa, ma per celebrare il bicentenario offre un Messico ad una dimensione: il passato, il folklore, la tradizione, perfino la colonia. Si cancella il XX secolo in un paese che guarda al futuro con angoscia.
CITTÀ DEL MESSICO Lo spazio espositivo è di prim’ordine. Occupa uno spazio di circa un quarto dell’enorme piazza dello Zócalo, il cuore del paese, e appare come una sorta di gigantesca piramide arancio e nera in due navate preispaniche nella forma ma modernissime nella concezione. Dopo una congrua coda, quando la mostra si chiuderà l’avranno vista in milioni, si accede nella sequenza di sale che compongono la grande esposizione. Ti accoglie un tripudio di colori pluridimensionali che ti colpiscono da ogni direzione da enormi foto e maxi schermi. Le foto sono bellissime, perfette, prendono al cuore e causano emozioni. Volti soprattutto indigeni (una sovraesposizione restitutoria?) ti guardano intensi in costumi tradizionali coloratissimi, nei momenti di festa, religiosi, nei rituali, nei voladores, nella bellezza femminile, nei cieli azzurri e nel lavoro contadino di un paese senza più agricoltura. Se le foto emozionano già un po’ meno può la musica, dove la classica si alterna al jazz e perfino al pop, tutto importato sembra.
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Diritti umani
di Alessandra Riccio   
Giovedì 04 Marzo 2010
Cuba fa parte, da qualche anno e dopo molte battaglie di denuncia del vecchio meccanismo di controllo dell’esercizio di quei diritti, del rinnovato Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il 3 marzo, qualche giorno dopo la morte del detenuto Orlando Zapata causata da 85 giorni di sciopero della fame, Bruno Rodríguez, Ministro degli Esteri della Repubblica di Cuba, è intervenuto nel 13° periodo di sessione del Consiglio con un intervento di cui traduco una parte, per completezza di informazione:
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Perchè i media su Cuba continuano ad essere scorretti?
di Gianni Minà   
Mercoledì 03 Marzo 2010
E’ sempre triste la morte di un uomo, specie se qualcuno che doveva occuparsene non ha avuto abbastanza attenzione per quella vita umana.
Così la morte, dopo ottantacinque giorni di sciopero della fame, dell’operaio cubano Orlando Tamayo Zapata, in carcere per vari reati comuni, ma anche per villipendio dell’ex Presidente Fidel Castro, e che protestava per la condizione carceraria, ha dato adito sui nostri media a molti interrogativi sulla qualità della democrazia della Revolucion.
Le critiche, a mio parere, sono sempre legittime, anche quando capziosamente si dimentica, per esempio, che in Italia i suicidi di persone in carcere sono arrivati nel 2009 a cifre imbarazzanti e che da noi, come dimostra il caso di Stefano Cucchi, si può morire mentre si è in detenzione non solo per mancanza di adeguato soccorso, ma perchè “pestato” dalle cosiddette forze dell’ordine.
E questa evidentemente è un’abitudine nella nostra democrazia, se ancora adesso, nove anni dopo,  quella che un pubblico ministero ha definitio “una notte di macelleria cilena”, convince la pubblica accusa, nel processo d’appello, a chiedere circa cento anni di carcere per i picchitori in divisa. Presunte forze dell’ordine che, in quelle giornate infauste del G8 di Genova, repressero a sangue alla scuola Diaz e frantumarono le ossa di molti ragazzi inermi colpevoli solo di aver sfilato e protestato contro la logica spietata del neoliberismo.
Mi soffermo su questo dettaglio non banale perchè giovedì 25 febbario questa sconcertante pagina della vita italiana avrebbe dovuto condividere, sui nostri media, lo spazio con il racconto della tragica fine di Orlando Tamayo Zapata, ma un solo giornale del mio paese, Il Manifesto, ha avuto la sensibilità e sentito il dovere di non dimenticare questo obbligo.
Il problema, antico, sta nell’onestà dell’informazione su Cuba e su tutti i paesi non convenienti per la loro politica agli interessi degli Stati Uniti e dell’Occidente.
Così, ancora una volta, non si è voluto spiegare, ricordare, da cosa nasce un caso come quello di Orlando Tamayo Zapata, che non era propriamente un dissidente, ma un cittadino da anni con qualche problema con la giustizia che è diventato via, via insofferente alla condizione carceraria fino ad accumulare diverse altre condanne.
 Zapata, in prigione, si è accostato alle idee de las Damas en blanco che rappresentano una delle anime più ambigue della sparuta dissidenza cubana.
Il cattivo della storia è stato indicato però solo nel repressivo Stato cubano, anche se è noto fin dai tempi del Presidente Usa Ronald Reagan che molte di queste associazioni controrivoluzionarie sono sovvenzionate da gruppi terroristici di Miami tese a mettere in atto una “strategia della tensione” continua nell’isola, perfino a discapito dell’opposizione possibile e seria alla Rivoluzione stessa, molte volte confusa e lacerata da questo assedio senza fine.
Per fare un esempio, tutti i giornalisti seri che hanno voglia di conoscere quello che succede e non quello che fa piacere al Dipartimento di Stato nordamericano, sanno (è facile trovarne testimonianza nella rete) che recentemente, in un processo che si svolgeva in Florida, Santiago Alvarez, un vecchio terrorista al soldo della CIA, come Posada Carrlies e Orlando Bosh, ha ammesso di essere uno dei sovvenzionatori de las Damas en blanco, alla cui leader, Marta Roque, faceva arrivare mensilmente un congruo malloppo di dollari. Essendo stato sorpreso con un’automobile piena di armi ed esplosivo si è scusato dicendo che quella “santabarbara” serviva per mettere in atto alcuni attentati a Cuba, ma ha anche rivelato che, per non interrompere questo flusso di denaro, Michael Parmly, ex responsabile dell’Ufficio di interessi degli Stati Uniti all’Avana, si era offerto di anticipare in prima persona il vitalizio alle “Dame in bianco”, in attesa che, proprio Santiago Alvarez, potesse farlo di nuovo personalmente. Una mossa generosa, anche se azzardata diplomaticamente, considerato che Santiago Alvarez è stato condannato a una pena di 4 anni, poi ridotta a 30 mesi.
Perchè, verificati questi antefatti, uno non dovrebbe dubitare del tipo di democrazia che gli Stati Uniti, da cinquant’anni, vorrebbero imporre a Cuba, incuranti delle vittime che, come Orlando Tamayo Zapata, queste strategie producono?
Nel 2003, per chi se lo fosse dimenticato, il governo di Bush Jr tentò la spallata finale alla Revolucion. Ci furono tre dirottamenti aerei nel giro di due settimane e un tentativo di sequestro del ferry boat di Regla, tentato, coltelli alla gola dei turisti, da un gruppo di presunti oppositori che volevano andarsene a Miami.
Tre dei protagonisti di questo tentato sequestro furono condannati alla pena capitale. Una sentenza estrema che interruppe la moratoria sulla pena di morte che la Revolucion rispettava da anni e che ha ripreso a rispettare dopo quella drammatica emergenza che mise in pericolo la sopravvivenza stessa della Rivoluzione.
Ci furono anche settantacinque arresti di persone accusate di eversione. Cinquantatre sono ancora in carcere adesso.
Di questa dura intransigenza è sicuramente responsabile il governo dell’Avana, come lo è quello di Washington per le centinaia di scomparsi dovuti alle leggi antiterrorismo varate da Bush jr dopo l’11 settembre, e di cui riviste prestigiose, come The Nation, hanno chiesto più volte ragione allo stesso Bush senza ottenerla. Inoltre il governo degli Stati Uniti, ora diretto da Barack Obama, quando finirà di tenere in piedi questo stato d’assedio a Cuba che non ha nessuna giustificazione nè politica nè morale?
E quando il governo nordamericano la finirà di stanziare fondi (140 milioni di dollari nel 2008, 55 milioni nel 2009, malgrado la crisi economica) per favorire l’eversione a Cuba, violando il diritto di autodeterminazione di un poplo? Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, si è recentemente stupito per il fatto che l’informazione che conta non affonda la sua critica più di tanto quando parla di Cuba, ma lo fa, invece, quando condanna per esempio le repressioni della giunta militare birmana.
Io non so quale sia l’etica di Pigi Battista, ma so qual’è il prestigio sociale di cui gode Cuba presso tutti gli organismi internazionali e non ho mai sentito parlare di medici birmani che salvano la vita a poveri esseri umani del sud del mondo, dall’Africa all’Himalaya, ad Haiti, come fanno, invece, settantamila dottori cubani.
Ci vuole stomaco per sostenere certi argomenti, specie dopo aver magari dimenticato di scrivere anche solo una riflessione sull’ultimo massacro di civili  in Afghanistan, compiuto il 22 febbraio nella provincia di Uruzgan da un elicottero Usa. Trentatrè vittime, tra cui donne e bambini, che tentavano di scampare dall’offensiva sferrata dalle truppe dell’Alleanza Atlantica contro i talebani, in teoria proprio per “proteggere” i civili. E ci vuole vero cinismo se magari, come ha fatto Battista, non si è spesa nemmeno una parola di sdegno per l’assassinio su commissione di uno dei fondatori di Hamas, Mahmoud Al- Mabouh, compiuto in un albergo di Dubai il 20 gennaio da un drappello di una decina di 007 israeliani che, per superare i controlli, hanno usato passaporti e carte di credito di cittadini europei, dopo averli rubati e clonati, tanto da suscitare “inquietudine e preoccupazione” da parte dell’Unione Europea.
Importante, per il Corriere della Sera, è stato solo deprecare l’immobilismo della Cuba di Raul Castro, che continua ad essere uguale a se stessa.
E’ singolare, però, che pochi si siano accorti come in questo caso siano gli Stati Uniti, invece, a non aver saputo cambiare politica, come ci si attendeva. Obama ha firmato il rinnovo di un anno dell’embrago a Cuba e il suo apparato, evidentmente prigioniero ancora delle logiche di Bush Jr, ha inserito, senza pudore, l’isola della Revolucion nell’elenco delle nazioni terroriste, nonostante abbia avuto tremila vittime per gli attentati organizzati in Florida e messi in atto nell’isola.
Un atteggiamento schizofrenico, che permette a Raul Castro di ricordare che a Cuba non è mai stato assassinato nessuno nè, come ammette la stessa Amnesty International, torturato qualcuno o siano state praticate esecuzioni extragiudiziali. “A Cuba –ha sottolineato- si è torturato, però nella base navale nordamericana di Guantanamo, e non nel territorio governato dalla Rivoluzione”.
 
Orlando Zapata
di Alessandra Riccio   
Venerdì 26 Febbraio 2010
Dicono che Orlando Zapata era fondatore del partito Alternativa Repubblicana ma non sappiamo di questo partito né i programmi né la consistenza. Dicono che era un prigioniero politico ma sappiamo che dal luglio del 1990 entrava e usciva dalla galera con le accuse di possedere armi bianche, due volte per truffa, per esibizionismo, per disordine pubblico e resistenza, due indiscipline che ha continuato a praticare nel carcere.
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