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Bicentenario messicano: va in scena il passato Stampa E-mail
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Venerdì 05 Marzo 2010
Inaugurata nello Zócalo di Città del Messico dal presidente Felipe Calderón la grande mostra fotografica “México en tus sentidos” che dà il via alle grandi iniziative previste per il bicentenario del paese e realizzata da Willi Souza in una struttura metallica costruita dall’architetto Sordo Madaleno. “Poesia visuale con tecnologia” viene definita. È la prima occasione per capire come il paese ufficiale (e Televisa che sponsorizza) vuole presentare sé stesso a cento milioni di messicani ed al mondo intero. È meravigliosa, ma per celebrare il bicentenario offre un Messico ad una dimensione: il passato, il folklore, la tradizione, perfino la colonia. Si cancella il XX secolo in un paese che guarda al futuro con angoscia.
CITTÀ DEL MESSICO Lo spazio espositivo è di prim’ordine. Occupa uno spazio di circa un quarto dell’enorme piazza dello Zócalo, il cuore del paese, e appare come una sorta di gigantesca piramide arancio e nera in due navate preispaniche nella forma ma modernissime nella concezione. Dopo una congrua coda, quando la mostra si chiuderà l’avranno vista in milioni, si accede nella sequenza di sale che compongono la grande esposizione. Ti accoglie un tripudio di colori pluridimensionali che ti colpiscono da ogni direzione da enormi foto e maxi schermi. Le foto sono bellissime, perfette, prendono al cuore e causano emozioni. Volti soprattutto indigeni (una sovraesposizione restitutoria?) ti guardano intensi in costumi tradizionali coloratissimi, nei momenti di festa, religiosi, nei rituali, nei voladores, nella bellezza femminile, nei cieli azzurri e nel lavoro contadino di un paese senza più agricoltura. Se le foto emozionano già un po’ meno può la musica, dove la classica si alterna al jazz e perfino al pop, tutto importato sembra.
La visita è breve con l’imponente servizio d’ordine che induce, ma senza mettere fretta, a circolare. Bastano una ventina di minuti. In fondo è un omaggio a questo paese e sono le sensazioni che danno il titolo al tutto: “México en tus sentidos”, “Messico nei tuoi sensi”. Solo il penultimo spazio espositivo diventa un tripudio di tricolori con lo scudo di Benito Juárez. Non sorprende e non infastidisce, in fondo è il bicentenario della Nazione e un po’ di religione civile è necessaria. Bambini, giovani, adulti, anziani, donne, uomini, indigeni, meticci e gueri (bianchi)… molti Messico in una sola bandiera.
Nell’ultima enorme sala tre maxischermi preannunciano un video di nove minuti. Il pubblico si siede sull’asfalto dello Zócalo, si spengono le luci e la maggior parte delle foto prendono movimento. Riscorrono impeccabili i rituali, le chiese, i cieli azzurri, il Popocatepetl innevato, il lavoro dei campi, il taglio dell’agave che dà la tequila, i costumi, i volti, le rovine preispaniche e poi di nuovo alla fine il tripudio di bandiere.
Per essere un videoclip turistico mancano un po’ di spiagge, belle ragazze in bikini e giovani pettoruti col surf sotto il braccio. Per essere una celebrazione del bicentenario manca tutto, manca perfino l’indipendenza visto che neanche gli Hidalgo e i Morelos, i padri dell’indipendenza sono rappresentati, manca il presente, manca il Messico di oggi, manca la modernità, la metropoli, la cultura di un paese che si dichiara nuovo e ha paura di esserlo.
La Rivoluzione si liquida in un fotogramma di Pancho Villa, il XX secolo in un’inquadratura dell’angelo (il monumento che celebrò il primo centenario ed è oggi simbolo della capitale), il XXI va colto nel fotogramma di una mountain bike. Null’altro, neanche i muralisti, Siqueiros, Orozco, Rivera così presenti nella cultura messicana for export sono rappresentati. Emerge così un Messico antico, affascinante quanto si voglia, ma ancorato e rappresentato solo dalla propria tradizione e dal proprio folklore.
La mostra è bellissima ma mette in scena una volta di più l’eterno Messico lindo, querido e immobile ed è una cartina tornasole di un paese che preferisce celebrare il proprio passato, meglio se quello della colonia, deluso dal proprio presente e spaventato dal proprio futuro dietro le spalle.
 

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