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Gianni Minà
1/Se il Fondo monetario fa fallire gli stati ma l’italia non lo sa

2/Contro Cuba il solito, triste mercato Usa dei diritti umani

3/ Se Wikileaks smaschera la bloguera ma i nostri media non ne fanno cenno

Sommario completo
Pepe Mujica presidente: una domenica contro l’impunità e per il futuro dell’Uruguay Stampa E-mail
News
di Gennaro Carotenuto   
Martedì 20 Ottobre 2009
Domenica tre milioni di cittadini della riva orientale del Río de la Plata saranno chiamati a votare per il presidente della Repubblica che succederà a Tabaré Vázquez, il primo di centro-sinistra, e per cancellare la vergogna dell’impunità ai militari che torturarono il paese negli anni ’70 fino all’85.
Pepe Mujica
Tutto si tiene perché viene il tempo di Pepe Mujica, l’ex-guerrigliero tupamaro, a lungo prigioniero politico, che con ogni probabilità sposterà ancora più a sinistra l’asse del paese. È lui infatti il favorito e con un colpo di reni potrebbe vincere già al primo turno.Domenica si vota due volte a Montevideo. Il primo voto è quello della normalità istituzionale in democrazia. Dopo quattro anni si vota infatti per eleggere il successore di Tabaré Vázquez, l’oncologo primo presidente della coalizione di centro-sinistra del Frente Amplio (FA), che aveva spezzato 150 anni di dominio dei cosiddetti partiti tradizionali, entrambi espressioni delle oligarchie e che si contendevano il paese dal tempo di Giuseppe Garibaldi. Nell’appartato, tranquillo, laico, pacifico Uruguay il bilancio del prudente Tabaré è tutto sommato positivo anche se, con un basso profilo rispetto ai grandi movimenti di massa della regione, ora il paese sembra pronto ad un salto di qualità candidando la popolarissima figura di Pepe Mujica, ex guerrigliero e sanguigna espressione dell’Uruguay dal basso.
Con una natalità e una densità tra le più basse al mondo, l’Uruguay, soprattutto con la capitale Montevideo, resta un paese di classi medie urbane impoverite dal neoliberismo che però non è mai riuscito a distruggere il ruolo centrale dello Stato. E il FA dalla sua nascita, dalla lotta contro la dittatura e poi negli anni dall’85 al 2004, quando infine per la prima volta riuscì a conquistare la presidenza, è sempre stato più un partito urbano e di classi medie che non espressione delle classi popolari spesso pauperrime nella grande pianura dell’interno rurale. Queste votavano per chi votava il loro padrone, ovvero per i partiti tradizionali. Tutto cambia con la figura di Mujica che batte il paese palmo a palmo e trasforma per la prima volta il FA in una vera forza popolare nell’interno escluso del paese. Si vede come mai in questa campagna elettorale dove dalle rive dei torrenti a Paisandú, ai quartieri popolari di Tacuarembó o Salto, i colori e l’entusiasmo per il Frente Amplio dà per la prima volta a queste genti una rappresentatività che prima non pensavano neanche di possedere.
Alla chiusura di questo articolo i sondaggi sono incerti su una vittoria già al primo turno di Pepe Mujica ma tutto indica che la continuità della sinistra al governo, anche con una figura così forte (e forse stridente fin dall’aspetto così lontano da quello di un politico) come quella dell’ex-dirigente tupamaro, garantisca al paese stabilità, credibilità e pace sociale ben più di quanto possa fare il più solido competitore delle destre, Luís Alberto “Cuqui” Lacalle.
Quest’ultimo, pessimo e corrotto presidente nei primi anni ’90, si è visto opporre con facilità lo slogan di tutta la campagna elettorale di Mujica: “un governo di persone oneste”. È uno slogan che il FA, dopo anni di governo sia nazionale che locale, può permettersi di giocare senza arrossire.
Oltre alla campagna presidenziale un altro voto fa rumore in Uruguay. Si tiene infatti dopo anni di battaglia delle associazioni per i diritti umani il referendum per abolire la “legge di caducità della pretesa punitiva dello Stato” che negli anni ’80 garantì l’impunità ad assassini e torturatori che agirono indisturbati durante la dittatura militare. Gli anni di Tabaré, con le equipe di antropologi forensi finalmente liberi di indagare nelle caserme, hanno dimostrato quanto fosse falsa l’idea che le violazioni dei diritti umani fossero state poche esagerazioni isolate e quanto invece anche in Uruguay fosse stato sistematico il terrorismo di Stato che i presidenti neoliberali, a cominciare da Julio María Sanguinetti, hanno sempre coperto. Domenica potrebbe cadere l’ultima benda sugli occhi del paese e cominciare una nuova stagione nella quale la giustizia possa fare finalmente il proprio corso.
Proprio Pepe Mujica, come il sindacalista Raúl Sendic o lo scrittore Mauricio Rosencof e altri dirigenti della guerriglia urbana dei tupamaros, fu tenuto dai militari per nove anni chiuso in un pozzo, con la sola compagnia degli scarafaggi. Volevano minarne il fisico e la mente. Se il mitico “Papillon” con Dustin Hoffman e Steve McQueen era finzione cinematografica, la tortura permanente della dittatura militare uruguayana ai dirigenti del Movimento di Liberazione Nazionale (MLN-Tupamaros), studiata nei minimi dettagli con l’aiuto di consiglieri della CIA, era pura verità.
I militari però non sono mai riusciti a piegare “el Pepe”. Questo, una volta fuori dai gironi dell’inferno della dittatura, rimase sempre coerente con sé stesso. Già deputato rifiutò tutto quello che eccedeva il salario minimo e continuò per vivere a vendere fiori nei mercati popolari. Quindi, da presidente del parlamento e poi ministro, non smise mai di appartenere all’Uruguay popolare e non smetterà neanche da Presidente della Repubblica. Sarà “un governo di persone oneste”, su questo non c’è dubbio, e sarà una festa in tutti i quartieri popolari da Paysandú a Tacuarembó.



 

Tracce

Sotto la direzione del Presidente Fidel Castro, l’eroico popolo di Cuba ha rovesciato un regime ingiusto e sfruttatore, istituendo un nuovo Stato.

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