Correa parla chiaro

aprile 3, 2012

Parla chiaro il Presidente dell’Ecuador Rafael Correa, accusato spesso dai nostri mezzi di comunicazione di voler censurare la stampa libera per aver querelato un giornale di Quito che lo aveva diffamato.

President Correa. Source: Associated Press

Il Presidente ha vinto la causa e ottenuto un risarcimento di grande entità al quale ha poi rinunciato dichiarandosi soddisfatto di aver visto trionfare la sua ragione nei tribunali e lasciando con un palmo di naso il suo avversario già frettolosamente emigrato a Miami da dove dichiarava di essere un perseguitato politico.

Correa è così; meno appariscente del Presidente aymara Evo Morales, meno populista di Hugo Chávez, meno affascinante di Cristina Fernández, meno tosto di Dilma Roussef, meno tormentato e ambiguo di Mújica, ma francamente molto chiaro nei suoi comportamenti e nel suo agire.

La questione è la seguente: fin dal 1994 e quindi dopo la fine della guerra fredda, gli Stati Uniti hanno cominciato a convocare una Cumbre, un Vertice delle Americhe  invitando tutti i paesi dell’intero continente americano tranne Cuba, adducendo la ragione che l’isola ribelle non fa parte dell’Organizzazione degli Stati Americani, da cui è stata sospesa nel 1962 non si sa per quali colpe terribili, dato che per altri Stati governati da dittatori sanguinari (Trujillo, Pinochet, Duvalier) non fu mai richiesta l’espulsione.

Nel 2009, in un incontro a Trinidad Tobago con il Presidente Obama, la riammissione di Cuba fu sollecitata dai paesi dell’Alba e non solo. Obama era stato eletto da poco e si nutrivano ancora molte speranze circa la sua linea politica e poiché non reggevano più i pretesti addotti per l’espulsione, Cuba avrebbe potuto essere riammessa su sua richiesta ma ciò avrebbe comportato il dovere di sottoscrivere la Carta Democratica della OEA che Cuba ritiene falsa e non accettabile. Dunque niente di fatto quanto all’Organizzazione degli Stati Americani, ma la Cumbre de las Américas è un’altra cosa e dunque a Correa è parso naturale armare una campagna per l’inclusione dell’isola in un incontro dove sul tappeto ci sarebbero state importantissime questioni geopolitiche regionali. Ha dichiarato da subito che o andava anche Cuba o lui non sarebbe andato all’appuntamento di Cartagena in Colombia. Il Presidente Santos è entrato in panico: era quella la vetrina dove avrebbe voluto mostrare il volto “buono” di una Colombia dinamica, democratica e ospitale facendo dimenticare l’ambiguità politica di Uribe e la sua guerra sporca. Dunque Santos si è precipitato all’Avana per chiedere a Raúl Castro di persuadere gli amici dell’ALBA a non tirare tanto la corda, per scusarsi con il suo omologo cubano e per cercare di risolvere il caso con il minor danno possibile. Effettivamente i Presidenti hanno confermato la loro adesione, tranne Correa che, dopo averci riflettuto a lungo, ha pensato semplicemente, che non poteva, con la sua presenza al Vertice, avallare l’ipocrisia che Cuba non possa essere invitata per mancanza di consenso quando, invece, tutti sanno che si tratta del veto imposto da un paese egemonico, sopruso davvero inaccettabile nel secolo XXI e in una America fortemente cambiata.

Le ragioni di Correa sono scritte in una lettera al Presidente Santos che sarebbe bello immaginare permeabile alle nobili ragioni di Correa che gli ricorda che è inaccettabile che in un incontro di quel livello non si parli del blocco contro Cuba e del persistere di fenomeni di colonizzazione come nel caso delle Malvinas. Per il presidente dell’Ecuador c’è un interesse superiore, quello della Patria Grande, sognata da Bolívar e che finalmente sembra essersi messa in marcia. E lo dice a chiare lettere.

 

 


Articolo di Alessandra Riccio

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