Respira Brother, respira

marzo 15, 2012

Benché abbia scontato la sua condanna a dodici anni e benché la sua libertà vigilata lo costringa per altri tre anni a restare lontano da Cuba, dalla sua famiglia e da sua moglie alla quale è stato sempre negato il visto per poterlo visitare in carcere, le condizioni della sua detenzione prevedono la possibilità di far visita alla famiglia per gravi ragioni. Invece, il giudice a cui toccava autorizzare il viaggio di René González a Cuba per abbracciare il fratello gravemente malato, ha deciso di negargli il permesso dimostrando ancora una volta l’accanimento della giustizia degli Stati Uniti verso i Cinque cubani che stanno pagando fin troppo la loro attività antiterroristica svolta in Florida più di venti anni fa. René, come i suoi quattro compagni che scontano condanne senza speranza, ha dimostrato sempre una straordinaria forza di carattere; dopo aver saputo del diniego del giudice ad autorizzare il suo viaggio all’Avana ha scritto al fratello questa lettera:

Da sinistra a destra: i fratelli Roberto e René Gonzalez, insieme alla madre di entrambi Irma Sehwerert, in una visita al carcere di Marianna, dove René è stato prigioniero per 13 anni

“24 febbraio 2012

Mio Brother di tutta la vita:

Non avrei mai pensato di doverti scrivere questa lettera. Io e te condividiamo la stessa noncuranza rispetto allo scambio epistolare, cosa abbondantemente dimostrata durante le nostre rispettive missioni internazionaliste o –più chiaramente- nell’esperienza unica degli ultimi venti anni.

In altre parole, solo condizioni straordinarie come quelle attuali avrebbero potuto indurmi a scriverti. Se le condizioni fossero ordinarie queste cose te le starei dicendo personalmente, e molte non te le dovrei neanche dire.

Dovrebbe essere sufficiente per te questa battaglia strenua contro una malattia che cerca di divorarti, invece ci si aggiunge il fatto di dover affrontare una malattia umana molto più letale: l’odio. L’odio che non mi permette di restituirti tutti i tuoi sforzi con il meritato abbraccio che vorremmo darti noi Cinque. L’odio che non mi permette di unire la mia risata a ciascuna delle trovate che sgorgano dal tuo immenso coraggio. L’odio che mi obbliga a indovinare dalla forza del tuo respiro, attraverso il telefono, l’accidentato progredire delle linee del fronte della battaglia che stai combattendo. L’odio che mi impone l’angustia di non potere accompagnare nella cura di te tutti coloro che ti amano; e che mi impedisce di stare lì ad appoggiare Sary e i ragazzi. L’odio che mi vieta di vedere come crescono i nostri nipoti che in questi anni stanno diventando uomini e donne. Devi sentirti davvero orgoglioso dei tuoi figli! L’odio che semplicemente mi impedisce di abbracciare mio fratello.

Che mi obbliga a seguire da una assurda e distante limitazione di libertà un processo di cui dovrei far parte, come qualsiasi persona che ha scontato una sentenza di prigionia, di per sé sufficientemente lunga, dettata proprio dall’odio; ma che gli sembra ancora insufficiente. Che fare davanti a tanto odio?

Suppongo che faremo quello che abbiamo fatto sempre: Amare la vita e lottare per lei, sia per la nostra che per quella degli altri. Affrontare tutti gli ostacoli con un sorriso sulle labbra, con uno scherzo opportuno, con l’ottimismo che ci hanno inculcato nell’infanzia. Andare avanti, mostrare coraggio, non arrendersi mai; sempre insieme e sempre vicini, per quanto facciano per separarmi dai miei affetti per castigarci tutti. Oggi mi tornano in mente quelle belle giornate dei tuoi tempi di atleta. Tu in piscina e noi sulle gradinate, gridando il tuo nome mentre tu davi bracciate e il suono della nostra voce ti arrivava intermittente ogni volta che sollevavi la testa per respirare. Poi ci avevi raccontato di come a volte sentivi il tuo nome per intero, a volte il principio e a volte la fine. Allora noi ci siamo allenati ad aspettare che tu sollevassi la testa dall’acqua e in quel preciso momento tutti noi, all’unisono, gridavamo il tuo nome. Non ci potevi vedere, ma il clamore della nostra presenza arrivava fino a te e sapevi che stavamo con te anche se non potevamo intervenire direttamente nella lotta che si scatenava nella piscina. Oggi la storia si ripete. Mentre tu affronti con tutte le tue forze questa sfida io continuo ad incitarti, adesso insieme alla famiglia che allora non avevi ancora costruito. Anche se non puoi vedermi, sai che sono qui, insieme ai tuoi che sono miei.

Sai che questo fratello, dal suo insolito esilio, dall’angustia della separazione forzata, nelle condizioni di libertà vigilata più assurde, dalla dignità della sua condizione di patriota cubano come sei tu e dall’affetto seminato dal sangue e dalle esperienze di vita che ci uniscono; è e starà sempre con te. Ogni volta che solleverai la testa potrai sentire i miei incitamenti insieme a quelli dei miei nipoti. Respira Brother, respira!

Ti vuole bene tuo fratello René”


Articolo di Alessandra Riccio

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