Perdenti e contenti a sinistra

giugno 25, 2011

Articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano del 25 giugno 2011

Anche dopo il risultato esplicito delle amministrative in città come Milano, Napoli, Cagliari, e Trieste e dopo la devastante sconfitta (per il governo) nella consultazione referendaria su acqua, nucleare e legittimo impedimento, c’è chi a sinistra continua pateticamente ad attribuirsi i meriti della ribellione epocale espressa dalla società civile italiana e, dall’altra parte, nella destra, chi si affanna ancora a negare il significato, la portata di una sconfitta che ha messo Berlusconi e la stessa Lega con le spalle al muro.
La vittoria di un’Italia stanca ma non doma, completamente e palesemente sganciata dai partiti, perfino di parte del cosiddetto centro sinistra, anche dopo settimane, viene elusa, sminuita e c’è perfino chi, nella parte progressista, riprende a fare i soliti discorsi, quelli che hanno portato a tante sconfitte, cominciando dalla bicamerale, un inciucio che salvò dal baratro di seimila miliardi di debiti con le banche il Cavaliere Silvio Berlusconi, permettendogli addirittura di diventare il padrone d’Italia.
E’ triste riascoltare i soliti stantii discorsi, che sottintendono le solite inquietanti concessioni a quella parte della società italiana diventata padrona, senza alcun ritegno, del nostro destino (dalla pervicace elusione del problema legato al conflitto d’interessi di Berlusconi, ai cedimenti di fronte ai ricatti della Lega).
Nanni Moretti, con la lucida preveggenza degli artisti, ci aveva messo, non a caso,  in guardia già nove anni fa. Come ricordano in molti, l’occasione fu una manifestazione organizzata a Roma, a piazza Navona, dalla dirigenza dello spaurito gruppo dell’Ulivo. Nanni, a sorpresa, stupendo coloro che lo consideravano un intellettuale schivo e senza particolare simpatia per la politica, era salito sul palco dove militanti cosiddetti “riformisti” avevano espresso il loro vittimismo, e con la veemenza tipica dei suoi personaggi cinematografici aveva esclamato al microfono: “Con questi dirigenti non vinceremo mai. Offrono uno spettacolo penoso. Quante generazioni dovranno passare, due, tre, quante per poter tornare a vincere?”.
Purtroppo la previsione si è rivelata esatta. Ci è voluto un decennio di mortificazioni e offese (perfino nella promulgazione da parte del ministro Calderoli di una legge elettorale iniqua, “una porcata” come lui stesso l’ha definita) perchè i cittadini dicessero “basta!”.
Mentre molti dei riformisti, per anni, non hanno trovato niente da ridire su un marchingegno che non permette agli italiani nemmeno di scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, ma li obbliga a delegare per questa incombenza proprio l’apparato dei partiti.
Così adesso sentir parlare molti di questi “perdenti contenti” lascia veramente perplessi.
Perchè quella sera del febbraio 2002 a piazza Navona, Nanni Moretti ricevette l’approvazione di Paolo Silos Labini, Massimo Fini e “Pancho” Pardi, ma non certamente quella dei vari Fassino, Rutelli e ovviamente D’Alema, che aveva lasciato la piazza senza nessuna voglia di mettere in discussione le sue idee da tempo senza seguito fra le gente.
In Francia il socialista Lionel Jospin, dopo aver mancato nel 2002 la rielezione a presidente, aveva lasciato ancor giovane ed era uscito dalla politica.
Da noi, invece, con supponenza, le sconfitte, anche a sinistra, non hanno quasi mai sollecitato un atto di umiltà.
Si bombardava Belgrado, si disertava magari, con vera ignavia, il G8 dove la maggior parte dei presunti “eversori” picchiati o torturati erano cattolici con i loro parroci e si arrivava addirittura a definire sinistra estrema, che favoriva Berlusconi, quella che con molta logica continuava a insistere sull’inadeguatezza del Cavaliere, sull’inverecondia delle sue scelte e sul suo insopportabile uso della televisione e di tutti i mezzi di comunicazione, inaudito in qualunque paese democratico del mondo.
Questa volta si è lasciato solo lo scaltro Di Pietro nella scelta di quattro referendum fondamentali per la nostra società, salvo poi ad accodarsi, perchè per fortuna Bersani non è D’Alema.
Certo, Pisapia, il candidato di Vendola che vince a Milano e De Magistris, il candidato di Di Pietro che trionfa a Napoli (dopo un tentativo abortito di far eleggere un rappresentante della vecchia politica sconfitta e inquinata), non depongono sulla perspicacia di un partito democratico che si dice riformista.
Non è un caso che, commentando la debacle, due politici con il pelo sullo stomaco come i ministri Matteoli e Sacconi (il socialista che fece la guerra alle scelte private del povero padre di Eluana Englaro) hanno definito “un modo obsoleto di fare politica” il plebiscito dichiarato del popolo italiano  nell’approvazione dei referendum.
Tutto quello che sa di democrazia non entusiasma questi “politici a parole”.
Così non mi stupisce che ora, anche nel PD, recuperato finalmente ad una battaglia vittoriosa, alzi la voce chi, non avendo nessun merito, vuole dettare la linea e ovviamente, dopo un successo che sa molto di ribellione ad un tran tran politico inverecondo, consigli invece pervicacemente di fare scelte di centro, non progressiste.
Mi viene in mente, a questo proposito, una riflessione di quell’affascinante ed ironico scrittore messicano, Paco Ignacio Taibo II, che commentando una situazione quasi analoga nel suo paese ha scritto: “Todos ahora quieren ir al centro. Pero el centro es la nada” (Tutti adesso vogliono andare al centro. Però il centro è il nulla), aggiungendo: “O eres de izquierda o eres de derecha, todo el resto es disfraz” (O sei di sinistra o sei di destra. Tutto il resto è travestimento).
Se ci si traveste forse si va in Parlamento, ma non si aiuta il paese a tirarsi fuori dal pantano dell’attuale politica.

Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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