Messico: da quando Calderón è presidente 5.397 desaparecidos

aprile 7, 2011

Dan Jeremeel Fernández era un ragioniere di 35 anni, senza alcun precedente penale né problemi particolari. Il 19 dicembre 2008 partì in macchina per raggiungere la madre per le feste di Natale a Torreón, nello stato di Coahuila, nel Nord del paese. Non arrivò mai. Da allora sua madre, Yolanda Morán, lo sta cercando. Nella ricerca ha dovuto passare una trafila nota a tutte le madri di desaparecidos del Continente: alzate di spalle, spiegazioni insultanti, estorsioni.
Come Yolanda si trovano, senza alcun interesse da parte dei media internazionali, migliaia di madri in Messico. Secondo il CNDH (Comisión Nacional de Derechos Humanos), l’organizzazione pubblica e finanziata dallo stato che si occupa di violazioni dei diritti umani, a volte criticata per collateralismo con la politica ma comunque un passo avanti importante, dal 2006 ad oggi, ovvero da quando la presidenza di Felipe Calderón ha impostato la lotta al narcotraffico come una vera guerra, e nella quale secondo la maggior parte degli osservatori l’esercito si comporta come una delle parti in conflitto, sarebbero 5.397 le persone svanite nel nulla in Messico. Si aggiungono ai circa 35.000 morti ammazzati da quando il governo ha deciso di usare l’esercito. 40.000 vittime di una delle guerre negate nei nostri anni.

Per i desaparecidos messicani, per due terzi uomini, quasi sempre giovani, e per un terzo donne, nessuno ha mai chiesto un riscatto. Sono persone sparite nel nulla in una serie di circostanze diverse ma riconducibili a poche categorie tipiche. Una parte di loro furono sequestrati in strada. Alcuni, ma certo non tutti, probabilmente avevano un ruolo minore in qualche cartello. Altri semplicemente sono spariti e il numero di giovani lavoratori senza alcun collegamento noto con organizzazioni criminali dei quali non si sa più nulla è in forte aumento. La sorte di quasi tutti è purtroppo stata la morte ma ai loro familiari non è permesso elaborare il lutto: Yolanda, e come lei chissà quante altre madri, fantastica perfino che suo figlio possa lavorare per i cartelli, piuttosto che essere stato semplicemente fatto svanire nel nulla. Nel 2009 un membro del cartello dei fratelli Arellano Félix confessò di aver sciolto nell’acido almeno 300 persone. In altri casi si sono trovate fosse comuni, come quella scoperta a Taxco, nel Guerrero, con 55 corpi di assassinati dai cartelli. In un paese dove far trovare il corpo del nemico ucciso, spesso orribilmente seviziato, è parte di una politica di potenza dei cartelli, la sparizione di persone è una variante sul tema.
La loro sparizione ha comunque la funzione codificata fin dal Piano Condor: tortura permanente verso i familiari, monito, terrore. È un monito che però si estende alla società civile tutta: il terrorismo nel quale si identifica con difficoltà la linea di separazione, se pure esiste, tra quello delle organizzazioni criminali e il terrorismo di Stato vero e proprio. Sono soprattutto le Nazioni Unite, che supportano le stime di varie ONG, nel considerare che un numero in grande crescita di desaparecidos si deve all’esercito federale. Con 50.000 uomini che occupano militarmente molti stati del paese, e che quasi sempre partecipano attivamente nel traffico di stupefacenti ma anche taglieggiano, stuprano, delinquono, è facile pagare con la vita una parola sbagliata ad un posto di blocco, una tangente non pagata, l’aver visto qualcosa di sbagliato. La CNDH avrebbe il potere di investigare su tutti quei casi dove si teme che corpi dello Stato, comprese polizia ed esercito, siano coinvolte in violazioni dei diritti umani. La mancanza di fondi, la paura e la mancanza o sparizione di indizi, rendono tale potere solo virtuale.

Articolo di Gennaro Carotenuto

Gennaro Carotenuto ha scritto 255 articoli su Latinoamerica.


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