Se anche Google copre gli autori del terrorismo Usa contro Cuba

febbraio 7, 2011

La storia che mi accingo a raccontare è emblematica dell’ipocrisia e della doppia morale del mondo occidentale quando si toccano gli interessi o le strategie dei paesi che contano, in particolare gli Stati uniti, per difendere i quali i media sono pronti a scrivere tutto e il contrario di tutto, a ignorare platealmente ogni etica e a giustificare le decisioni più efferate.

Alla metà di gennaio è cominciato a El Paso, Texas, un giudizio contro Luis Posada Carriles, una sorta di bin Laden latinoamericano che, anni fa, si è vantato delle sue azioni terroristiche contro Cuba perfino in un’intervista concessa al New York Times. Il processo però, sorprendentemente, non punta a chiarire le infami vicende di cui il personaggio è stato responsabile: dall’aver fatto esplodere in volo, nel 1976, un aereo di linea della Cubana de Aviación causando 73 vittime, all’aver organizzato l’assassinio a Washington di Orlando Letelier, ex ministro degli esteri di Allende, ad aver pianificato una serie di attentati in centri turistici e alberghi di Cuba che, in un caso, nel 1997, costò la vita al cittadino italiano Fabio Di Celmo.

Posada Carriles, infatti, è giudicato a El Paso solo per aver mentito al giudice quando, nel 2005, violò le leggi migratorie degli Stati uniti. Per quel reato Posada passò due anni in un centro di accoglienza e poi, avendo “dimenticato” Alberto Gonzales, ministro della giustizia di Bush jr, di inviare al giudice l’inquietante dossier che l’Fbi aveva raccolto su di lui, è stato, secondo la legge, liberato e ha stabilito la sua residenza fittizia nella casa della ex moglie in Florida.

Ora i suoi fans della comunità cubana di Miami, per aiutare il vecchio assassino a pagare le spese legali, hanno deciso di costituire un “Fondo di assistenza legale Luis Posada Carriles”. All’inaugurazione dell’iniziativa, nella Peña de El Versailles, di fronte al ristorante omonimo della famosa Calle 8 di Miami, c’era tutta la crema dell’anticastrismo più feroce e perfino il parlamentare repubblicano David Rivera che ha sostituito, nel Congresso degli Stati uniti, il più conosciuto Lincoln Diaz Balart e che, con un braccio sulle spalle dell’ormai ottantenne terrorista, gli ha espresso il suo appoggio e la sua solidarietà. Per il rappresentante di un paese che sostiene di combattere il terrorismo e che da mezzo secolo giura di avere l’autorità morale per accusare Cuba di violazione dei diritti umani, non c’è male, specie considerando che, nel momento in cui consente a Posada di restare impunemente in Florida, il governo degli Stati uniti viola le sue stesse leggi antiterrorismo. Oltretutto non si può dimenticare, come ha chiarito Peter Kornbluh, direttore del “Progetto su Cuba” del National Security Archive che, quando a Posada fu concesso di rimanere nel paese, le autorità federali di migrazione giudicarono che  “la sua liberazione rappresentava un pericolo tanto per la comunità come per la sicurezza nazionale degli Stati uniti”. Ma quell’avviso rimase inascoltato.

Posada, che ha lavorato tutta la vita per la Cia, è sicuro evidentemente di non poter essere toccato, come già è accaduto al suo compare di stragi Orlando Bosch che, anni fa, fu tolto d’impaccio da un provvidenziale indulto di Bush padre. “Entro l’anno torneremo a Cuba” ha affermato con sicurezza Posada nell’adunata alla Peña de il Versailles ed ha aggiunto con sfrontatezza: “I nostri servizi hanno prodotto risultati e noi ancora non siamo passati all’incasso”.

Un simile linguaggio, a 50 anni dal trionfo della Revolución sembra addirittura irreale, ma qualcuno ha filmato questo summit fuori tempo e Cubadebate, un sito di informazione che appoggia la rivoluzione, ha realizzato un servizio che, come recentemente è avvenuto tante volte, è stato messo in rete su YouTube, proprietà di Google.

Bene, il 12 gennaio scorso il centro tecnico di YouTube ha comunicato la chiusura forzata del canale di Cubadebate per una denuncia di infrazione del copyright fatta dall’autore di quella ripresa, utilizzata in quel servizio solo per un frammento e che già era circolata in rete senza che fosse richiesta alcuna autorizzazione. In quel momento il canale aveva più di 400 video e, dalla sua apertura 3 anni fa, aveva avuto oltre 1.6 milioni di visite.

Quando si dice la libertà di stampa e la possibilità di esprimersi in un sito alternativo di un paese sotto embargo. Perché a Cuba, grazie al divieto da parte degli Stati uniti di connettere l’isola ai grandi cavi sottomarini del continente [divieto che ora Cuba sta aggirando con l’aiuto del Venezuela], l’accesso a internet è solo satellitare e la pubblicazione su siti come YouTube è l’unica strada per mettere filmati in rete per una nazione che non dispone delle risorse minime per gestire server con contenuti multimediali, come avviene invece a oppositori come Yoani Sanchez, che ha un potentissimo server tedesco a disposizione del suo blog. Per di più, grazie sempre all’embargo, Cuba non può neanche acquistare regolarmente i diritti su materiali prodotti negli Stati uniti.

Ma queste considerazioni sono sfuggite, non tanto sorprendentemente, a molti media occidentali. E, credo, sia ormai una realtà che ha a che vedere con la diversa interpretazione dei fatti del mondo esistente fra i paesi del nord e quelli del sud del pianeta.

Al delicato processo in atto a El Paso, per esempio, la Jornada di Città del Messico, il quotidiano dove scrivono i più prestigiosi intellettuali del continente, ha un inviato, mentre a chi fa le pagine dei nostri giornali o monta il minutino di esteri per i telegiornali, sfuggono, sull’argomento, perfino le “brevi” che circolano in rete. Se è una rogna per la credibilità degli Stati uniti o di qualche organizzazione sovranazionale come la Banca mondiale o la Nato, è meglio eludere, lasciar perdere. È sufficiente considerare come si è tentato di disinnescare, minimizzando, la bomba WikiLeaks che, per esempio, anche per quanto riguarda l’argomento Cuba ha ridicolizzato i luoghi comuni dell’informazione sistematicamente montata a Washington contro la Revolución.

I quattro saggi di Salim Lamrani, docente dell’università Paris Descartes, che pubblichiamo in questo numero 113 di Latinoamerica, sono emblematici. Jonathan D. Farrar, attuale responsabile dell’ufficio di interessi degli Stati uniti a l’Avana, in un dispaccio al Dipartimento di stato, portato alla luce da WikiLeaks, è drastico: i famosi dissidenti “hanno pochissimi contatti con la gioventù cubana, e il loro messaggio non interessa a questo segmento della società […] Nonostante le affermazioni secondo cui rappresenterebbero migliaia di cubani, non abbiamo nessuna prova di un tale appoggio, almeno per quanto riguarda l’Avana, dove noi ci troviamo”. Farrar è addirittura sarcastico sui veri obiettivi di questi oppositori, interessati solo agli introiti che il business della dissidenza può portare: “Il loro sforzo maggiore è teso ad ottenere risorse sufficienti per vivere comodamente […] La loro preoccupazione principale sembra essere quella di criticare ed emarginare le attività dei loro concorrenti per mantenere il potere e l’accesso alle risorse”. E chiude affermando: “I dissidenti non hanno nessun ascendente sulla società cubana e non offrono un’alternativa politica al governo di Cuba”. Farrar ha anche segnalato che i rappresentanti dell’Unione europea, durante una riunione da lui convocata, hanno screditato questi presunti oppositori storici negli stessi termini usati proprio dal governo di Cuba, insistendo cioè sul fatto che non rappresentano nessuno.

Il diplomatico Usa, considerando poi il lavoro di Yoani Sánchez in un altro dei suoi cables, non fa certamente un piacere alla pretesa di indipendenza della bloguera perché, mentre valuta che lei potrebbe giocare un ruolo a lungo termine in una Cuba post Castro, consiglia il Dipartimento di stato di concentrare il suo impegno su questa “dissidente” e offrirle maggior sostegno.

Mi piacerebbe sapere cosa pensano in Italia la rivista Internazionale e il quotidiano La Stampa che a questa “eroina della libertà”, che in tre anni di premi a lei assegnati dai più diversi organismi occidentali ha portato a casa 250mila dollari, hanno addirittura dato una rubrica fissa. In un continente dove, solo quest’anno sono stati 40 i giornalisti assassinati [soprattutto in Messico, Honduras e Colombia, antichi sodali delle politiche Usa in America latina] credo che questo sia veramente un fenomeno da guinnes dei primati, che forse spiega anche perché la Sánchez non sia rimasta in Svizzera dove era approdata, ma abbia preferito tornare nella “invivibile” Cuba delle sue cronache.

Quasi tutta l’informazione su Cuba è fasulla o drogata, come non succede a nessun altro paese al mondo perché, con tutti i suoi limiti ed errori, la Revolución ha smentito il progetto neoliberista che gli Stati uniti avevano riservato all’America latina, e ha influenzato molti dei processi di cambio sociale in atto in questi ultimi anni nel continente a sud del Texas.

Così può succedere che quando nel 2010 parte la campagna del Dipartimento di stato per segnalare gli scioperi della fame di dissidenti come Orlando Zapata e Guillermo Fariñas, si cita la manifestazione di popolo svoltasi a Miami per iniziativa della cantante Gloria Estefan, figlia di un ex guardaspalle del dittatore Fulgencio Batista, ma ci si dimentica di segnalare che in testa a quel corteo c’era il terrorista Luis Posada Carriles. Oppure quando si fa in modo che il premio Sakharov per la libertà di pensiero promosso dall’Unione europea venga assegnato per la terza volta in nove anni a un dissidente cubano, Guillermo Fariñas, ci si dimentica di alcuni particolari che poi WikiLeaks rivela. Per esempio che Fariñas, durante lo sciopero della fame, veniva tenuto in salute dalle pillole energetiche usate dalla Nasa per sostenere gli astronauti e che, non si sa come, arrivavano da coloro che avevano montato questa rappresentazione.

Quello che più sconcerta è che tutto questo avvenga ormai senza alcun pudore etico. Al giudizio in corso a El Paso contro Posada Carriles per aver mentito durante il processo del 2005 per le sue infrazioni alla legge migratoria, è venuto fuori, per esempio, che la giudice responsabile dell’inaudito verdetto sancito a Miami contro i cinque agenti dell’intelligence cubana che avevano smascherato il terrorismo organizzato in Florida e messo in atto negli anni a Cuba, è la stessa che si rifiutò di sporgere denuncia penale per terrorismo contro lo stesso Posada proprio in quel processo del 2005. Caroline Heck-Miller decise così [o fu costretta dal ministro Gonzales a decidere così] nonostante una richiesta formale dello stesso Dipartimento di sicurezza interna degli Stati uniti.

 “È inquietante constatare come l’uomo che ha orchestrato per anni la campagna terrorista contro Cuba, la stessa che i Cinque cubani hanno tentato di bloccare per salvare vite umane, sia lo stesso al quale la giudice Heck-Miller ha permesso di sottrarsi alla giustizia mentre ha incarcerato per sempre chi lottava contro il terrorismo”. Questo il commento dell’avvocato José Pertierra, antico combattente dei diritti civili che, nel giudizio di El Paso, rappresenta gli interessi del Venezuela che chiede l’estradizione di Posada Carriles per il delitto riguardante l’abbattimento dell’aereo della Cubana de Aviación dove viaggiavano molti cittadini venezuelani.

Cosa pensano di questa storia tanti giornalisti “democratici” quando sentono che Posada Carriles, il bin Laden latinoamericano, continua a scommettere che la giustizia nordamericana non lo condannerà, com’è avvenuto finora? E questo malgrado la stessa Cia, che lo ha utilizzato per anni, lo consideri un tipo “pericoloso”?

D’altro canto, il tipo di umanità che accompagna questo vecchio assassino ha lo stesso stile. Uno di loro, per esempio, Gilberto Díaz Morellon, veterano della Brigada 2506 e di Alpha 66, antichi gruppi militanti dell’eversione anticastrista più sanguinaria, è arrivato addirittura a minacciare pubblicamente l’avvocato Pertierra. L’episodio, rivelato dallo stesso Pertierra al quotidiano la Jornada, è avvenuto il 10 gennaio. Díaz Morellon si è avvicinato a lui nell’aula di El Paso e, piantandogli un dito sulla faccia, gli ha chiesto: “Ti servono fiori, hai bisogno di fiori, cane?”. Pertierra ha spiegato che “perro”, cane, è la stessa parola in codice che Posada Carriles e Orlando Bosch, al tempo dell’abbattimento dell’aereo della Cubana, usarono per comunicare che il loro sporco piano era stato eseguito: “Tutti i cani sono morti”. I cani erano 73 passeggeri di varie nazionalità.

Mi domando se Barack Obama, Presidente degli Stati uniti portatore di un’etica che annunciava “cambiamento, speranza e progresso” nonché premio Nobel per la pace “sulla fiducia”, proprio non possa far nulla perché i parenti delle vittime non vedano finalmente puniti gli autori di questi crimini. O perché, finalmente dopo 12 anni, i Cinque cubani che, con il loro sacrificio, sono riusciti a smascherare e fermare questa macchina di morte, non tornino come è giusto a riabbracciare le loro famiglie.

O dobbiamo tristemente rassegnarci al fatto che, nonostante le rivelazioni di WikiLeaks, tutta questa storia continuerà ad andare avanti sui vecchi binari dell’ingiustizia e dell’ipocrisia?

Questo è un rischio che si corre anche parlando del caso Bsttisti, dimenticando che Battisti rischia di non pagare mai il suo debito con la giustizia perchè l’Italia, il suo paese, non è ancora riuscita a fare i conti con il suo recente passato, con gli anni di piombo.

All’estero questo lo sanno, e sanno che prima dell’apparizione delle Brigate rosse in Italia c’erano state già alcune stragi, fasciste o di stato, ancora, per la maggior parte, impunite.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà