L’incapacità del vecchio continente di percepire il segnale che arriva dal Sud

dicembre 22, 2003

LATINOAMERICA 85 (N. 4  2003)

Quando nel mese di ottobre 2003 un grande movimento di base di indigeni boliviani costrinse alla fuga il presidente Sanchez de Losada che per difendere la svendita del gas nazionale alla California, attraverso un consorzio che raggruppa la Repsol-Ypf, la British Gas e la Panamerican Energy, aveva cinicamente fatto sparare sulla folla, mi aspettavo che quotidiani di importanza nazionale come La Repubblica o il Corriere della Sera o altri valorizzassero la notizia in prima pagina.
Perché non si trattava solo di una inversione di  tendenza  rispetto allo   sciagurato andazzo o all’arroganza dell’ economia e della politica negli ultimi dieci anni in cui la finanza speculativa si era permessa qualunque prepotenza. Quella protesta rappresentava anche il risveglio di un’umanità erede della cultura indigena che, esplicitamente, riusciva a imporre il suo diritto alla vita pur non avendo, teoricamente, armi o strumenti adeguati per farlo.
Invece non è stato così. I grandi mezzi d’informazione, che pure avevano segnalato la piega dolorosa che la difesa dell’ultima ricchezza del paese (oltre alla foglia di coca) stava prendendo, scelsero di eludere la notizia finale, o almeno di nasconderla nelle pagine interne, al contrario di come era avvenuto nei giorni precedenti, quando Sanchez de Losada, detto Goni, l’uomo degli Stati uniti, era ancora in sella.
Questa scelta è stata, per me, un segnale in più del tramonto non solo dell’idea di autonomia e indipendenza del giornalismo attuale nei cosiddetti paesi democratici, ma anche la conferma di una ormai insanabile diversità di vedute fra America latina ed Europa nel modo di interpretare il mondo che viviamo, di leggere i suoi aneliti e i suoi obiettivi e del modo di raggiungerli. E non parlo solo delle vedute degli intellettuali, parlo delle speranze dei popoli del Sud del mondo e del diverso significato che, hanno le parole libertà, democrazia e rispetto dei diritti se non abiti in quello che è chiamato “primo mondo”.
Per questo considero la raccolta di scritti e di saggi di Frei Betto intitolata Gli dei non hanno salvato l’America,  come uno degli esempi più espliciti di questa frattura, di questa incapacità di intendersi fra il vecchio continente e le nazioni latinoamericane spesso popolate, negli ultimi cento anni, dai figli e dai nipoti proprio di quella umanità, esclusa e scartata, nel secolo scorso, dall’economia capitalista dell’Europa e costretta per forza a cercare una vita altrove.
Perfino Piero Fassino, segretario dei Democratici di sinistra, il partito che viene del movimento comunista italiano,  intervistato a San Paolo, in occasione dell’Internazionale socialista, ha affermato di apprezzare il vento di rinnovamento politico che soffia in Brasile (anche se i Ds fino alla vigilia della vittoria di Lula propendevano per il suo avversario Cardoso) in Argentina e in Uruguay ma non quello che spira in Venezuela e in Bolivia. Ora si può anche discutere la linea populista dell’ex colonnello Hugo Chavez, che comunque, finora, non ha mai violato le libertà costituzionali. Il colonnello però , per ora, non sembra peggio di un “socialdemocratico” come Carlos Andres Perez, che si spartì il potere a Caracas con il democristiano Calderas per quasi vent’anni e che adesso, dopo alcuni mandati presidenziali in cui il petrolio venezuelano era venduto “privatamente” agli Stati Uniti, è indicato come il quinto uomo più ricco dell’America Latina.
Quello che lascia perplessi è che un politico avveduto come Fassino non abbia avvertito il pericolo di generalizzare, di confondere il contesto, ma più ancora non abbia colto l’importanza e il messaggio insito nella ribellione indigena in Bolivia contro la politica “sporca” di un presidente, forse democraticamente eletto, ma che si è comportato fino all’ultimo come il più spietato dei tiranni. E malgrado la sua potenza e l’appoggio del governo nordamericano (che ha in Bolivia da tempo migliaia di marines, in teoria per contrastare il traffico di cocaina) sia stato costretto a scappare dal paese come un ladro dopo che le forze di polizia avevano sparato sulla folla causando, in pochi giorni, oltre cento morti e cinquecento feriti. 
In questa occasione, come in altre che riguardano la violazione di diritti elementari perpetrata in Colombia, in Perù, in Messico, in Guatemala, in  Salvador (per parlare solo di casi d’attualità in America latina), l’Internazionale socialista ha girato gli occhi da un’altra parte e in particolare gli ex comunisti italiani, di cui Fassino è segretario, non hanno chiesto nessun dibattito parlamentare, né hanno indetto una giornata dedicata all’accaduto come, invece ancora recentemente, si erano affrettati a fare con Cuba dopo la dura reazione del governo de l’Avana  alla campagna di destabilizzazione tentata dall’amministrazione Bush contro la revolución.
Eppure l’anima della protesta popolare in Bolivia, era stata la comunità indigena, scesa dai luoghi più impervi e poveri del paese e che, come aveva fatto tre anni prima a Cochabamba per contrastare vittoriosamente la tentata privatizzazione dell’acqua, era ritornata alla resistenza di fronte alla possibilità che il presidente Sanchez de Losada svendesse al solito consorzio fantasma di multinazionali, per pochi centesimi di dollaro al metro cubo, il gas di cui è ricco il paese e che sul mercato vale, invece, cinque dollari al metro cubo.
Ancora una volta, questa umanità dolente, che, spesso, sopravvive masticando la foglia di coca per vincere i morsi della fame e che per i rilevatori internazionali non esiste, è riuscita dunque a fermare un obbrobrio, un’infamia di quell’economia neoliberista che si autodefinisce civile e democratica perché “lascia fare al mercato”.
Come non cogliere il messaggio che viene da questi eventi? E perché sui nostri mezzi d’informazione spariscono notizie come il referendum in Uruguay sulle privatizzazioni, una consultazione nella quale il popolo ha detto un rotondo no al progetto del presidente Jorge Battle? O notizie come la sconfitta del blocco conservatore nemico di Hugo Chavez in Venezuela, che aveva tentato di indire un referendum per liquidare il presidente? Un’azione estrema per sovvertire l’esito di elezioni democratiche, dopo che questo blocco conservatore non era riuscito nell’intento, né con un colpo di Stato tentato nell’aprile 2002 né con uno sciopero ad oltranza e pilotato (dicembre 2002-febbraio 2003) che ha solo contribuito a impoverire il paese.  
E come è possibile non rilevare la contraddizione per la quale l’Italia e parte dell’Europa, pur consapevoli di questi fatti imbarazzanti, decidono sanzioni (perfino culturali) solo verso Cuba per la durissima risposta del governo dell’Avana, nella primavera del 2003, al tentativo di destabilizzazione tentato dagli Stati Uniti nell’isola (tre dirottamenti aerei e uno di un ferryboat in quindici giorni e altri sedici pianificati), dimenticando che per il dodicesimo anno di seguito l’Onu, con 174 voti e 3 contrari (Stati Uniti, Israele e Isole Marshall) ha votato la condanna dell’embargo nordamericano a Cuba?
È il trionfo dell’ipocrisia, della doppia morale che fa ignorare i misfatti dei governi convenienti all’economia occidentale (compresa la feroce repressione  dell’armata russa in Cecenia o le migliaia di fucilati ogni anno in Cina), ma spinge perfino gli eredi di quello che era il socialismo sulle posizioni dell’attuale governo degli Stati uniti magari ritenendo che questa mossa, anche se ambigua, potrebbe aiutare a far accettare a Washington una coalizione di sinistra che vincesse le prossime elezioni in Italia.
Questo bisogno di assenso al proprio operato da parte degli Stati Uniti  è il limite attuale di molti rappresentanti dell’Internazionale socialista, incuranti della logica grottesca, di considerare progressista un governo come quello di Tony Blaire che ha attuato, fino all’ultimo dettaglio, la politica economica della Tatcher (una conservatrice quasi reazionaria) e ha sposato l’ineluttabilità della guerra in Iraq fino al limite di truccare le carte sulle presunte armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein.
Cosa è rimasto dell’idea socialista in questi partiti, in questi leaders?
Tutelare socialmente le persone che fanno più fatica significa non accettare le politiche economiche che il mercato neoliberista impudicamente propone. Sono gli uomini che hanno deciso l’attuale logica della finanza speculativa a creare i presupposti per l’insopportabilità di questo stato di cose. Non c’è nessun Dio che impone questo sfruttamento. I meccanismi dell’economia capitalista li decidono in pochi e potrebbero essere cambiati senza che gli equilibri del mondo rischino di tremare. Anzi questi mutamenti aiuterebbero ad attenuare l’attuale clima di incertezza e di paura. Si tratterebbe solo di mettere un freno all’avidità di qualcuno, convinto di poter decidere per tutti e di poter scegliere chi ha il diritto di vivere e chi no.
  E’ una questione di etica e di coerenza che Frei Betto, non solo “come teologo della liberazione”, ma come antico combattente civile che ha provato il carcere, la tortura, ed ha vissuto per cinque anni in una favela per conoscere e lenire la sofferenza della gente più esclusa, segnala senza mezzi termini. Un grido di allarme e di sdegno di chi sa, per esperienza quotidiana, che non si può rispondere agli aneliti dell’80% dell’umanità accettando le contraddizioni, l’ambiguità, le bugie. Insomma le strategie del capitalismo estremo quando afferma che “l’economia è così” e che “non si può cambiare nulla”.
In America Latina uno dei continenti più lacerati dall’ingiustizia economica e politica del neoliberismo questa realtà è ormai chiara alla maggior parte della gente, malgrado le repressioni, la mediocrità, la miseria di parte dei mezzi dell’informazione e l’egoismo, la difesa del proprio orticello privilegiato di alcuni partiti che furono o si dicono di sinistra.
È il vento che ha cominciato a spirare dieci anni fa con la novità imposta  all’agenda politica del Messico dal movimento zapatista, un movimento indigeno erede della solidale civiltà Maya sollevatosi contro il saccheggio delle proprie terre in Chiapas e contro un ingiustizia che dura da sempre. Questo vento è continuato con la contestazione del WTO da parte di molti paesi del sud del mondo, con il movimento no-global e le varie iniziative indigene che stanno cominciando a cambiare il volto dell’America Latina senza che la colta Europa e nemmeno l’Internazionale socialista se ne sia accorta. Eppure “questo mondo pieno di cuori ha cominciato a sussultare con i pugni caldi dal desiderio di morire per ciò che è suo di conquistare i suoi diritti beffati per quasi cinquecento anni dagli uni e dagli altri”. Lo ha detto quarant’anni fa Che Guevara quando scosse l’Onu con un memorabile discorso. Forse la storia che cammina lenta ma inesorabile segnala che quella predizione non era campata in aria.
Frei Betto, che nel governo di Lula da Silva esperimenta quotidianamente, con il programma  Fame Zero, quale tipo di sfida sia riuscire a dar da mangiare tre volte al giorno a tutti i 176 milioni di brasiliani, ha ben presente questo stato delle cose. In Gli dei non hanno salvato l’America  (che nell’edizione brasiliana si intitola più semplicemente Un grappolo d’uva) sottolinea con passione e raffinatezza intellettuale la sordità del mondo che conta e l’incomprensione ormai palese fra chi nel Sud del mondo combatte sempre più battaglie di sopravvivenza e chi queste battaglie ignora o magari afferma di farle in  nome del socialismo, accettando però gli schemi, i pregiudizi, le ambiguità del più deteriore e perdente capitalismo.
Fratel Betto, frate domenicano, che entra in polemica perfino con  lo scrittore franco-spagnolo Jorge Semprun sulla superficialità con la quale quest’ultimo aveva affrontato i recenti accadimenti cubani  ignorando che quello è l’unico paese dell’America Latina dove sono soddisfatti per tutti i diritti vitali, non esita a dedicare una lettera aperta a Che Guevara. Qualcosa che per molti apparirebbe fuori luogo, perfino poco trendy, per il pensiero politico “leggero” dell’Internazionale socialista dei nostri giorni, ma che invece ,sempre più, appare attuale in un continente dove troppa umanità è ormai con le spalle al muro, e non si è rassegnata come l’Africa. “Ora sì, la storia dovrà fare i conti con i poveri d’America, con gli sfruttati e vilipesi dell’America Latina, che hanno deciso di cominciare a scrivere essi stessi e per sempre la loro storia”, aveva detto ancora il Che quella mattina all’Onu. Frei Betto e, come lui, la maggior parte degli intellettuali latinoamericani (da Galeano  a Sepúlveda da Adolfo Perez Esquivel a Rigoberta Menchú)  e  quella gran parte del continente, che non ha smesso di sperare, pensano che quelle furono parole  profetiche. Quando se ne accorgerà la l’opulenta Europa e quella che fu l’Internazionale socialista?

C’é, in realtà, un grande bisogno di chiarezza. E il maggiore sforzo in questo senso lo devono fare i mezzi di comunicazione, ormai esitanti, impauriti, incapaci di rappresentare la realtà così com’é, perché questo esercizio può essere poco conveniente. Come si fa, per esempio, a passare senza commenti o addirittura a sposare tesi come: “Si può violare la sovranità di uno stato per portare la democrazia” espresse recentemente dal segretario nordamericano alla Difesa Rumfield e non provare pena per sé stessi.
Affermazioni come questa servono per preparare, domani, dopo l’intervento in Iraq, quello in Iran, in Siria, in Venezuela o a Cuba. Per portare la democrazia poi? Quale democrazia? Quella che gli Stati Uniti non hanno portato, dal dopoguerra ad oggi, in nesuno dei paesi dove hanno deciso di intervenire?, Marco D’Eramo ha dimostrato questa realtà in modo definitivo, nell’inchiesta fatta per il Manifesto. Ed è imbarazzante constatare questa verità, specie quando si scopre che questa attitudine scorretta e imperiale ha incominciato ad influenzare anche l’Europa satolla della Comunità di Bruxelles e in particolare l’Italia che, nella propria Costituzione, ha ribadito il rifiuto della guerra e il proponimento di risolvere pacificamente ogni contesa.
Ebbene, questa Italia governata da Berlusconi, senza che i cittadini lo sapessero, sul finire dell’anno appena trascorso, ha deciso in modo unilaterale,  e diversamente da altri paesi europei, di sospendere la sua cooperazione allo sviluppo con Cuba che avrebbe potuto raggiungere, quest’anno, quasi quaranta  milioni di euro. Questa decisione ha, in particolare, colpito:
1) un credito d’aiuto per 17,5 milioni di euro che avrebbe consentito il miglioramento dei sistemi di irrigazione e l’incremento della produzione di alimenti nelle provincie di Granma e dell’Avana;
2) un credito d’aiuto per 7,4 milioni di euro destinati alla Piazza del Cristo, all’Avana vecchia. Il suddetto finanziamento avrebbe consentito la riabilitazione delle abitazioni di circa 500 famiglie, di due scuole e dei servizi di acqua potabile, di elettricità e di fognature della popolazione residente nella zona;
3) una donazione di  400mila euro per la creazione di un Centro d’attenzione all’adulto maggiore, nell’antico convento di Belén, che offrirebbe servizi a circa duecento anziani e sarebbe amministrato dall’Ufficio dello Storico della città, dalle autorità locali della Sanità e dall’Ordine delle Sorelle della carità;
4) una donazione di 6,8 milioni di euro, attraverso il Programma della Nazioni unite per lo sviluppo (pnud) da utilizzare per appoggiare a livello locale i servizi sociali basici come l’istruzione, la sanità, l’attenzione agli handi cappati e a persone della terza età;
5) una donazione di 6,8 milioni di euro, attraverso il (pnud), per l’acquisto di equipaggiamento, destinato fondamentalmente al settore della sanità e della produzione di alimenti, per le provincie orientali;
6) una donazione di 534mila euro per sostenere un programma di collaborazione e scambio tra l’Università italiana di Tor Vergara e l’Università dell’Avana.
Questo, copiando le scelte del premier spagnolo Aznar, che ha usufruito di una sostanziosa donazione degli anticastristi di Miami per la sua campagna elettorale, è il modo scelto dal governo italiano per difendere i diritti umani del popolo cubano.
L’ambiguità non sta solo nel fatto che il nostro Parlamento, compresa buona parte della sinistra, non si é mai curato di chiedere ragione al governo di George W. Bush della messa in marcia, nuovamente e senza ragione, di una politica aggressiva verso Cuba, favorendo sequestri o dirottamenti di aerei, ignorando l’attività in Florida di gruppi terroristici che continuano a preparare attentati o attività eversive da mettere in atto nell’isola e infine,  con uno stanziamento ufficiale di 55 milioni di dollari per “organizzare una opposizione alla revolución” assegnati al nuovo aggressivo incaricato d’affari Usa all’Avana, James Cason. Il nostro Parlamento, nella sua ignavia, non si é nemmeno ricordato di domandare notizie al governo di Washington sui duemila desaparecidos di cui, in questo numero di Latinoamerica, Bruce Jackson, docente all’Università di Buffalo, racconta l’odissea nel completo disinteresse del cosiddetto mondo libero. “Alcuni di loro non sono più in grado di nuocere” affermò il presidente Bush un anno fa e Rumfield aggiunse: “La maggior parte di loro sono innocenti, ma per la sicurezza nazionale non possiamo liberarli”.
Siamo contro la pena di morte e per questo abbiamo stigmatizzato la pena di morte inflitta a tre dei sequestratori del ferry boat della baia de L’Avana, ma ci pare agghiacciante che per la morale dei nostri politici, anche di buona parte di quelli che si dicono di sinistra, la sorte di duemila cittadini nordamericani di radici arabe, non conti quanto quella dei tre cubani.
Ancor meno comprendiamo l’ambiguità che suggerisce ai nostri mezzi di informazione di ignorare completamente il fatto. Nello scorso settembre, per la settimana letteraria a Carovane, sono venuti a Piacenza tanto Bruce Jackson, quanto Wayne Smith, proprio il giorno dopo che il prestigioso diplomatico aveva deposto alla Commissione Tesoro del Senato degli Stati Uniti, sulla politica nordamericana nei riguardi di Cuba, giudicata nella sua esposizione, insensata.
Tre dei più importanti quotidiani italiani, mandarono un inviato per intervistarlo. Soltanto uno, La Stampa di Torino, pubblicò l’articolo, oltre al quotidiano locale La Libertà. Per carità di professione, sorvolo sugli altri due giornali che lo hanno censurato. Anche un liberal nordamericano, professore alla Hopkins University di Washington, può rischiare di infastidire il manovratore? E che ne pensa la sinistra italiana di questo stato delle cose?
Purtroppo, la rilettura scorretta della storia, anche di quella più recente, é un esercizio che paga. A Francoforte, durante il Salone del libro dello scorso ottobre, un editore spagnolo ha annunciato l’uscita di un libro di Norberto Fuentes su Cuba, prossimamente pubblicato anche in Italia, nel quale, fra le altre cose, si sostiene che fu Fidel Castro a chiedere l’eliminazione di Ernesto Che Guevara. Questo tipo di comunicazione, però, non arretra nemmeno di fronte al grottesco. Pensate un pò, a Fidel Castro che telefona a Felix Rodriguez, il capostazione della Cia in Bolivia (che ora vive a Miami) e  gli ordina di costringere i militari della dittatura fascista boliviana a  dare seguito all’esecuzione. Ma non basta: nell’articolo del Corriere della Sera che, con risalto, ha ripreso la notizia, si dipingeva Norberto Fuentes come il mitico capo, per anni, dei servizi segreti cubani, quando tutti sanno che l’uomo che per quarant’anni ha tenuto in scacco gli Stati Uniti dirigendo quell’ufficio, era Manuel Piñeiro, detto Barbarossa per il colore dei suoi capelli, un intellettuale scomparso tre anni fa, buon amico di scrittori come García Marquez o di raffinati uomini di chiesa come monsignor Carlos Manuel de Cespedes, per anni assistente del cardinale dell’Avana.
Norberto Fuentes, in realtà era uno di quegli intellettuali che non sanno dire no al potere, al punto che aveva accettato di lavorare per i servizi cubani nella guerra in Angola. Al ritorno dall’Africa ebbe un ripensamento e sparse la voce di essere prigioniero in casa sua. Stava per nascere un caso internazionale, ma proprio García Marquez lo andò a prendere e se lo portò in Messico, dove, fino a qualche tempo fa, risiedeva. L’autore del presunto libro-rivelazione su Cuba, anni fa, scrisse una brillante opera su Hemingway, ma questo non lo autorizza a prendere in giro la gente.

 


Articolo di Redazione

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