L’abitudine a mentire e nascondere dell’informazione del nostro tempo

ottobre 26, 2005

LATINOAMERICA 92 (N° 3 2005)

Quando si dice la buona informazione, equilibrata e bipartisan!

Venerdì 14 ottobre il collega Alessandro Oppes de la Repubblica -da sempre sodale dei Reporters sans frontiéres- e il collega Maurizio Caprara del Corriere della Sera, hanno concordemente lanciato, sui loro giornali, una bizzarra teoria, secondo la quale Fidel Castro non era andato a Salamanca al summit dei capi di stato latinoamericani con i premier di Spagna e Portogallo, perché la nuova legge voluta da Zapatero sulla possibilità della giustizia del suo paese di perseguire i responsabili di genocidio anche quando fra le vittime non ci siano cittadini spagnoli, avrebbe potuto avere delle conseguenze antipatiche per il leader cubano.
Fidel poteva essere arrestato. Una tesi singolare, visto che a Cuba non è mai avvenuto alcun genocidio, e, semmai, complici di questa pratica infame ultimamente, per esempio, erano stati gli Stati Uniti, il paese simbolo della democrazia moderna, come ha sancito nel 1999 il rapporto Onu sul genocidio delle popolazioni Maya in Guatemala negli anni ’80. Un rapporto stilato dal giurista tedesco Christian Tomuschat e dopo il quale Bill Clinton si era sentito obbligato a recarsi a Città del Guatemala per chiedere scusa a quel popolo.
Il giorno dopo l’annuncio della bizzarra teoria di Oppes e Caprara, il summit iberoamericano di Salamanca votava, invece, all’unanimità il rifiuto al blocco [non all’embargo, proprio al blocco] economico e politico perpetrato da più di 40 anni dagli Stati Uniti nei confronti di Cuba, e inasprito recentemente con leggi liberticide anche nei riguardi di paesi terzi.
E non basta. Sempre a Salamanca i paesi latinoamericani votavano un documento dove veniva chiesta al governo di Washington l’estradizione immediata, in Venezuela o a Cuba -dove ha organizzato delitti esecrabili-, del famoso terrorista Luís Posada Carriles, in questo momento ospite scomodo ma protetto nella Florida di Jeb Bush. L’estradizione di Posada Carriles, che recentemente, con un messaggio non proprio criptico, ha fatto sapere al presidente Bush che sul suo caso «sarebbe stato opportuno porre il segreto di stato», è stata negata a settembre da un giudice di El Paso [Texas] con la giustificazione che in Venezuela o a Cuba l’accusato potrebbe essere torturato. È inutile sottolineare il ridicolo di questa sentenza nell’anno delle oscene vessazioni messe in atto dai militari nordamericani a Guantanamo e ad Abu Ghraib, ma è imbarazzante anche constatare la faziosità della cosiddetta stampa libera quando si parla di nazioni scomode, come Cuba o il Venezuela, per la politica estera degli Stati Uniti.
Il summit di Salamanca ha segnato una vittoria diplomatica e strategica per il giovane ministro degli Esteri cubano, Felipe Perez Roque, e probabilmente  anche per il suo collega spagnolo Moratinos, grande stratega del cambio di atteggiamento della Ue nei riguardi Cuba e il nuovo vento politico, critico verso gli Usa, che soffia in America Latina. Ma ha sottolineato anche l’ennesima disfatta di chi, sui giornali prestigiosi del nostro paese, ci “informa” sulle vicende delle nazioni che rappresentano un’anomalia rispetto al pensiero unico neoliberista.
Spesso questo immane sforzo di supporto alle strategie e alle azioni del governo di Washington raggiunge toni grotteschi. Ho tenuto da parte una “terza pagina” del Corriere della Sera di giovedì 6 ottobre dedicata a un libro di Paolo Mastrolilli e Maurizio Molinari, L’Italia vista dalla Cia, edito da Laterza. Su sette colonne il titolo è «Grazie, Cia, hai dato una mano all’Italia», e poi il sottotitolo rincara «Benefica per la democrazia l’azione dei sevizi segreti Usa».  Non conosco Mastrolilli ma ho ben presente Molinari, corrispondente dagli Stati Uniti de La Stampa, come il collega, e non posso dimenticare il suo sforzo indefesso, al tempo del G8 di Genova, nella difesa dello sconsiderato agire delle nostre forze dell’ordine e nel tentativo di sostenere acriticamente le grottesche tesi nordamericane sugli interventi che i paesi del G8 stavano per prendere, in teoria per lenire la sofferenza dei più poveri. Molinari, che già qualche tempo fa è stato incorretto in un articolo sulla Baraldini, dove le attribuiva reati mai commessi o dai quali è stata assolta dalla giustizia nordamericana (Silvia non ha mai partecipato a nessun assalto armato nella sua vita), ha la debolezza, spesso, di prendere per buona, acriticamente, qualunque informazione venga data da un’agenzia o da un ministero nordamericano. E’ una malattia di cui soffrono in molti.
Mi è sfuggito però cosa il collega abbia scritto quando è risultato chiaro che Bush, come Blair, sui motivi della guerra in Iraq ha mentito al paese. E non so cosa opini riguardo al fatto che la Cia e il presidente degli Stati Uniti continuino a non dire la verità ai cittadini nordamericani e di tutto il mondo sull’11 settembre 2001. Quello che mi appare chiaro, invece, è che questo libro arriva in soccorso della Cia dopo l’inquietante rapimento a Milano da parte di un drappello di agenti dell’intelligence nordamericana, del cittadino egiziano Abu Omar, presunto connivente delle trame del terrorismo islamico, carcerato e torturato ora nel suo paese senza alcun diritto alla difesa.
Ma quello che veramente mi piacerebbe sapere da Mastrolilli e Molinari [e più ancora da Danilo Taino, che sul Corriere ha fatto la recensione del libro-spot sulla Cia] è se fra i benefici  per la nostra democrazia elargitici dai servizi segreti nordamericani c’è anche l’attentato terroristico commesso a piazza Fontana e tutti gli altri sanguinosi atti eversivi della “strategia della tensione” messi in atto in Italia con il contributo dei vari servizi segreti degli Stati Uniti e per i quali [sono sette o otto] ancora aspettiamo una verità definitiva. Pongo questa domanda perché non so se gli autori de  L’Italia vista dalla Cia e il Corriere della Sera sanno dell’esistenza di una fotografia, mostrata in un dibattimento e scattata in una pizzeria di Verona, dove Digilio [indagato per la strage di Piazza Fontana e accusato da Martino Siciliano] cenava con il responsabile per il Norditalia dell’intelligence nordamericana in ambito Nato. Con lui Marcello Soffiati ed alcuni suoi compari di Ordine Nuovo, informatori del Sisde e dei servizi Usa.
Sempre per la completezza dell’informazione, ovviamente .
Una completezza che mi piacerebbe spingesse Pierluigi Battista, vicedirettore del Corriere della Sera, che ha dedicato giustamente una pagina intera alle “stragi senza pietà” compiute dai vincitori dopo il 25 aprile 1945,  e rievocate dal libro Sconosciuto 1945 di Giampaolo Pansa,  a dare finalmente altrettanto spazio a L’armadio della vergogna, di Franco Giustolisi. Questo libro, della piccola casa editrice Nutrimenti, uscito senza l’eco della grande stampa nell’aprile del 2004, mette insieme subito all’inizio in un’agghiacciante cartina geografica dell’Italia, le migliaia di stragi compiute dai nazifascisti nell’Italia occupata dall’agosto ’43 al maggio ’45. Non ci sono stati solo gli eccidi di Marzabotto o di Sant’Anna di Stazzema. Vecchi, donne e bambini sono stati trucidati dai nazisti e dai loro complici repubblichini ovunque, come, con testimonianze inoppugnabili e dolorose, documenta un vecchio leone del giornalismo investigativo come Giustolisi.
Vorrei questo da Battista e anche da Pansa, se avrà voglia di impegnarsi su una realtà che potrebbe mettere sotto un’altra luce i suoi libri più recenti. I massacri de L’armadio della vergogna, raccontati spesso dai verbali dei carabinieri dei vari luoghi dell’orrore nazifascista, non giustificano certo le rappresaglie del dopo 25 aprile, ma spiegano e chiariscono la genesi di certa crudeltà dei vincitori sui vinti. E, visto che questa conoscenza è stata negata agli italiani per cinquant’anni, proprio da quella politica che ora fomenta una revisione discutibile della nostra storia, questi dati avrebbero il merito di completare un’informazione per ora disequilibrata sul “sangue dei vinti”. Sempre se si parla di pluralità e onestà dell’informazione.

Proprio a questo proposito credo non sia inutile offrire ai nostri lettori la prefazione che ho scritto a un libro costruito da Salim Lamrani, ricercatore alla Sorbona di Parigi,  riunendo i saggi di quindici intellettuali, da Chomsky a Ramonet, sulla scabrosa vicenda dei cinque agenti dell’intelligence cubana che avevano smascherato il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba, e per questo sono rinchiusi in carceri nordamericane da sette anni, nel disinteresse colpevole dei grandi mezzi d’informazione.

Se cinque cubani smascherano il terrorismo di stato Usa
Martedì 9 agosto 2005 la Corte d’Appello federale di Atlanta (che ha giurisdizione sulla Florida) ha revocato la sentenza, espressa dal tribunale di Miami nella primavera del 2003, contro i cinque cubani prigionieri da sette anni, perché accusati di spionaggio e condannati in primo grado a pene inaudite (anche due ergastoli più svariati anni). E’ una risoluzione storica che rivela il disagio morale non solo della giustizia, ma di una parte sostanziosa della società civile nordamericana. Un disagio che nasce dalla preoccupazione per la deriva illiberale che sta travolgendo i diritti civili nel paese, per le leggi presuntamente “antiterrorismo” varate dal presidente Bush dopo l’11 settembre 2001 e ribadite recentemente.
René Gonzales, Fernando Gonzales, Gerardo Hernandez, Ramon Labañino e Antonio Guerrero, cinque agenti dell’intelligence cubana infiltrati una decina di anni fa negli Stati Uniti per individuare e denunciare le centrali terroristiche che dalla Florida organizzavano attentati nell’isola (oltre 3.500 vittime in trent’anni, tra cui l’italiano Fabio Di Celmo), sono usciti infatti, per ora, da un incubo e da una trappola che aveva annientato le loro vite e ogni loro diritto alla difesa, anche se il 27 settembre il procuratore federale della Florida ha presentato appello e ha chiesto spudoratamente ai giudici di Atlanta di rivedere la loro decisione.
Una storia tanto più inquietante perché praticamente ignorata dai grandi mezzi di informazione internazionali, come se, per un accordo non dichiarato, bisognasse evitare di dare spazio alle notizie che smentiscono la pervicace convinzione che gli Stati Uniti, anche dopo gli orrori commessi a Guantanamo, Abu Ghraib e nelle guerre in Afghanistan e Iraq, possano ancora essere indicati come l’esempio, la bandiera delle democrazie moderne.
Questo libro di saggi sul modo terroristico dei governi di Washington di intendere i rapporti con Cuba, fin dai tempi della Guerra di indipendenza dalla Spagna alla fine dell’800, è nato proprio per il rifiuto di veder calpestare in questo modo il diritto dell’isola della revolucion di difendersi da una guerra non dichiarata dagli Stati Uniti nei modi classici, ma esplicita, continua, crudele, combattuta con ogni mezzo scorretto, economico, politico, propagandistico, che è incominciata dal primo giorno di indipendenza di Cuba e si è inasprita dal 1959, da quando nell’isola è trionfata la rivoluzione di Fidel Castro, Che Guevara e Camilo Cienfuegos.
Prima che il Tribunale di appello di Atlanta denunciasse l’ennesima offesa, l’ennesima prepotenza, per ora sospesa, verso Cuba da parte di un organismo degli Stati Uniti, un gruppo di studiosi, uomini di cultura, docenti universitari, vecchi combattenti per i diritti civili, o vecchi giornalisti come me, convinti che l’informazione non sia qualcosa che si possa manipolare a seconda degli interessi di chi è più forte, avevano deciso, su invito di Salim Lamrani, ricercatore alla Sorbonne di Parigi, di unirsi per pubblicare un libro che spezzasse l’elusione e il silenzio sul caso dei “cinque cubani”, mutuamente decretato dalla maggior parte dei media occidentali. Ne era nato un libro, la prima edizione in lingua spagnola, che ora, un anno dopo, più che mai val la pena pubblicare anche in italiano, dopo che, per esempio nel nostro paese, il Corriere della Sera (giornale della borghesia illuminata), ha praticamente eluso la notizia e la Repubblica (il grande quotidiano della sinistra che si definisce “riformista”) l’ha data in una “breve”, senza mai citare che i “cinque cubani” si erano infiltrati nella società nordamericana per individuare e neutralizzare i gruppi terroristici che dagli Stati uniti organizzavano attentati nell’isola. Con triste cinismo, il redattore si limitava a segnalare che nell’ambiente degli anticastristi della Florida (una comunità non proprio edificante degli Stati Uniti, coinvolta negli eccidi dei Kennedy, di Luther King e anche nel caso Watergate) i cinque agenti dell’intelligence cubana illegalmente sottoposti al carcere duro per sette anni, venivano considerati “cinque cretini”.
E questo anche se la loro odissea non è finita, perché dovranno affrontare un nuovo processo e, in base al Patriot Act, la liberticida legge per la sicurezza, varata da Bush jr dopo l’11 settembre, nell’attesa non verranno nemmeno liberati. I tre giudici della Corte d’appello di Atlanta che potevano intervenire solo se avessero accertato (come è avvenuto) errori legali e di diritto commessi nel primo giudizio, hanno voluto sottolineare il fatto che non si poteva svolgere un processo per spionaggio a imputati cubani, oltretutto fedeli alla rivoluzione, in una città come Miami dove c’erano pressioni esplicite della comunità anti-castrista nei riguardi dei giudici e anche minacce pesanti di rappresaglie.
“Sentenza viziata dal pregiudizio per Fidel Castro e da troppe omissioni riguardo i diritti degli imputati e riguardo la valutazione delle prove da loro addotte” hanno decretato i giudici di Atlanta.
Il lavoro di indagine degli imputati sul terrorismo pianificato in Florida verso Cuba dai vari Luis  Posada Carriles, Orlando Bosh, Rodolfo Frometa, o dai Fratelli del riscatto di José Basulto, tesi ad atterrare l’ultima risorsa economica dell’isola, il turismo, aveva scoperchiato infatti una realtà inquietante per il paese ritenuto leader della democrazia occidentale ed aveva evidenziato responsabilità negli attentati anche ai più alti livelli dell’apparato dello stato.
Un verdetto chiaramente imbarazzante per il governo degli Stati Uniti, perché segnala non solo una prepotenza perpetrata per sette anni dall’apparato giudiziario del paese, ma rafforza la certezza che gli Stati Uniti, paladini della guerra al terrorismo, siano responsabili a loro volta, come mandanti o come complici, di attentati a danno di innocenti o di popolazioni indifese.
Inoltre, proprio negli stessi giorni in cui venivano rese note le violazioni dei diritti umani e civili perpetrate ai danni dei “cinque cubani”, il governo Bush si impantanava nel caso Posada Carriles, il feroce “terrorista-amico”, del quale ampiamente si parla in molti dei saggi di questo libro. Questo vecchio attrezzo delle “guerre sporche” dei governi di Washington, dopo averla fatta franca per decenni con la protezione della cia, era stato alla fine arrestato a Panama e condannato a sette anni, per l’ennesimo tentativo di uccidere Fidel Castro. Ma, all’inizio dell’anno, il giorno prima del termine del suo mandato, l’ex-presidente di quel paese, Mireya Moscoso, l’aveva messo su un aereo insieme ai suoi complici e l’aveva rimpatriato in Florida.
Posada Carriles, una sorta di Bin Laden però autorizzato dagli Stati Uniti ad uccidere, in nome della democrazia, nel ’76 aveva partecipato alla pianificazione dell’eccidio a Washington di Orlando Letelier ex ministro degli esteri cileno del governo Allende e poi aveva fatto esplodere in volo un aereo passeggeri della Cubana de Aviacion. Nel prosieguo degli anni, fra tante imprese efferate, aveva anche collaborato all’organizzazione degli attentati messi in atto nel ’99 a Cuba per atterrare l’industria turistica dell’isola. Forte di questo curriculum, però, appena rientrato a casa aveva chiesto asilo politico al governo Bush, e poiché la risposta era stata fredda, aveva immediatamente lanciato, come detto, un avvertimento ben preciso ai suoi protettori: “Al mio caso chiedo di applicare il segreto di stato”. Immediatamente un tribunale di El Paso (Texas) ha negato la sua estradizione a Cuba e Venezuela che ne avevano fatto richiesta per i delitti commessi da Posada Carriles ai danni di propri cittadini. La giustificazione per questa stravagante decisione è che in quei paesi il terrorista avrebbe potuto subire delle torture. Una scusa grottesca se si tiene presente che, dopo gli orrori di Guantanamo e Abu Ghraib, è proprio il governo degli Stati Uniti ad essere sotto accusa di tutti gli organismi internazionali di diritti umani per l’abitudine a questo tipo di pratiche. Molti dei 3.000 desaparecidos per le leggi antiterrorismo varate dal governo di Bush jr., sono stati addirittura consegnati ai servizi segreti di paesi come Egitto, Pakistan, Arabia Saudita che, come nel caso di  Abu Omar sequestrato a Milano, hanno fatto il “lavoro sporco”  per conto del potente alleato.
Sarebbe interessante sapere se l’Italia avesse la dignità di chiedere l’estradizione di Posada Carriles come mandante dell’attentato del quale, nel 1999, è rimasto vittima all’Avana il giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo, che cosa risponderebbe il governo di Washington.
In un mondo per davvero democratico e morale storie sarebbero ancora sulle prime pagine dei giornali, insieme alle riflessioni sull’incapacità degli Stati Uniti, il paese che pretende di imporre le sue direttive di vita al mondo occidentale, di tutelare e difendere dalle catastrofi naturali i propri cittadini più fragili e più poveri.
Invece i media occidentali si sono guardati bene dall’informare i propri lettori su queste storie emblematiche, che frantumano tutte le tesi di quelli come Magdi Allam, che sul Corriere della Sera di Milano quasi ogni giorno lancia una fatwa, una maledizione contro il terrorismo, ma si dimentica sempre del terrorismo economico e di stato, che fa molte più vittime ed è appunto quello praticato attualmente dal governo degli Stati Uniti.
Lo stesso atteggiamento tengono i mitici Reporters sans frontieres, che disinvoltamente si fanno sovvenzionare da tutto l’apparato, pubblico e privato, che sostiene le politiche e le guerre di Bush jr, e per questo nel loro sito web lanciano scomuniche contro la rivoluzione cubana o quella bolivariana messa in atto da Hugo Chàvez in Venezuela, ma per quanto riguarda le gesta compiute dai militari Usa ad Abu Ghraib e Guantanamo, si limitano a pubblicare i comunicati ufficiali degli organismi istituzionali nordamericani. Dicono di aver preso i soldi dal ned (National Endowment for Democracy), un’agenzia di propaganda voluta nell’84 da Ronald Reagan che appoggia le strategie della cia (dalla Bolivia, alla Colombia, all’Ucraina alla Bielorussia) solamente per aiutare alcuni giornalisti africani in difficoltà. E dimenticano stranamente che i reporter del “continente nero” sono quasi sempre in pericolo proprio per le iniziative della cia in quelle terre dimenticate.
I Reporters sans frontieres non si sono nemmeno accorti che in Iraq , mentre scrivo, ci sono, da più di cento giorni, sette reporter arrestati senza spiegazioni dall’armata d’occupazione nordamericana e che sono inoltre già diciannove i giornalisti uccisi dal “fuoco amico”. Una storiaccia, quest’ultima, che ha costretto alle dimissioni, alcuni mesi fa, Eason Jordan, leggendario capo dell’informazione della Cnn, che aveva avuto l’onestà, ma in questo caso forse è più giusto dire l’ardire, di rivelare in un panel al forum di Davos “Le truppe in Iraq non vanno tanto per il sottile. Sono a conoscenza dei casi di dodici giornalisti uccisi deliberatamente dai soldati americani proprio in quanto reporter”. Ora i cronisti uccisi sono già diciassette.
E’ la ridicola e corrotta informazione del nostro tempo a imporre questa fuga dalla verità. La storia dei cinque agenti cubani che hanno smascherato il terrorismo che viene dagli Usa è scabrosa. Perfino il New York Times l’ha elusa per molto tempo, finché, per farla conoscere, alcuni componenti di un comitato di solidarietà internazionale (composto fra gli altri da Noam Chomsky, dall’ex ministro della giustizia degli Stati Uniti Ramsey Clark, oltre che dal vescovo di Detroit Thomas Gumbleton e dal Nobel per la Pace Rigoberta Menchú) ha dovuto il 3 marzo 2004 comprare, pagando sessantamila dollari, una pagina del giornale. Un episodio che ribadisce la irreversibile crisi di credibilità di un giornalismo supponente e ipocrita, teso ormai a nascondere tutto quello che non conviene alla politica e all’economia degli Stati Uniti e di buona parte dell’Occidente.
Notizie come il progetto Cuba libre, un documento di 550 pagine reperibile nel sito del Dipartimento di Stato Usa, che pianifica una strategia per un cambio “rapido e drastico” a Cuba, con i metodi “democratici” messi in pratica in Iraq dai vari Bremer, Allawi e Negroponte, o notizie come le invettive del reverendo Pat Richardson, che invoca pubblicamente un’azione “sporca” della cia per eliminare, secondo i cari vecchi metodi, l’ingombrante presidente venezuelano Hugo Chávez.
E ancora realtà come la creazione in Paraguay di una nuova poderosa base militare degli Stati Uniti a soli 200 chilometri dal confine con i territori della Bolivia in resistenza, dove operano le comunità indigene più attive nel negarsi alla svendita delle risorse del paese alle multinazionali, o realtà come la scoperta che in Perù, negli anni ’90, Fujimori (come aveva fatto Rios Montt in Guatemala negli anni ’80), ha messo in atto un vero e proprio genocidio, coperto dai governi di Bush senior e Clinton. Una repressione dell’opposizione, giustificata dall’esigenza di neutralizzare la ferocia di Sendero Luminoso, che ha causato sessantanovemila morti.
Nessuno si indigna. Qualcuno chiede solo farsescamente più spietatezza da parte dei giornalisti. Più spietatezza verso la verità?
Il tema dell’estate è stato stabilire se Che Guevara era ancora un simbolo o una icona consumistica. Se lo chiedevano gli stessi che hanno ridotto il giornalismo a merce. E la colpa sarebbe di Che Guevara, che avendo partecipato a una rivoluzione contro Fulgencio Batista, un torturatore che governava Cuba per conto degli Stati Uniti, insieme ai mafiosi Vito Genovese, Frank Costello e Lucky Luciano, avrebbe sparato qualche colpo di troppo e sarebbe stato, quindi, un “guerrigliero spietato” e non un esempio morale, come sostiene il prestigioso teologo Giulio Giradi nel suo libro Il Che visto da un cristiano. Il valore etico della sua scelta rivoluzionaria.
C’è una campagna palese e martellante contro Cuba, che non ha più colpe di qualunque altro paese al mondo, ma permette a Bush jr. di pagare il debito elettorale contratto con le associazioni più estreme degli anticastristi della Florida che gli hanno regalato, in modo rocambolesco, la sua prima elezione a presidente. La campagna ha tante facce, dal già citato piano Cuba libre, che fa strame di ogni diritto di autodeterminazione dei popoli, all’invio di un incaricato di affari all’Avana come James Cason (ora, dopo tre anni, trasferito non a caso in Paraguay) fornito di oltre cinquantatre milioni di dollari di budget annuo per destabilizzare l’isola, fomentando una sorta di “strategia della tensione” nell’isola ingaggiando o inventandosi dissidenti che, come Marta Roque, addirittura parlavano in diretta via satellite con George W. Bush dalla palazzina dell’Ufficio di interessi degli Stati Uniti a Cuba. Lo scrittore uruguaiano Daniel Chavarria si è chiesto ironicamente che cosa sarebbe successo se un musulmano, un pacifista o un no-global nordamericano avesse fatto la stessa cosa dalla rappresentanza cubana a Washington. In questo contesto il governo Bush ha stanziato anche cinque milioni di dollari per la propaganda in tutto il mondo, pagando mezzi di informazione e giornalisti, pronti a ignorare il caso dei cinque cubani e la emblematica sentenza della Corte di Atlanta, ma disposti a sottolineare via via notizie-non notizie che preparino l’opinione pubblica ad accettare e giustificare qualunque azione il governo di George Bush jr. decida di prendere sui destini della patria di José Martí.
Un lavoro vile, di una professione sempre più disposta a vendersi. Una deriva della quale, anche a sinistra, non si accorge solo chi non vuole accorgersene.
D’altronde, c’è una campagna dichiarata e capziosa contro chiunque smonti le tesi dell’economia neoliberale, quelle che legittimano le guerre senza alcuna giustificazione se non quella del profitto di pochi. Chi tenta di smascherare questo apparato osceno che, come nel caso dei cinque agenti dell’intelligence cubana, fa vedere che il re è nudo, viene emarginato, escluso, insultato. Non a caso, come in tutte le epoche buie, è l’arte che si ribella con più forza a questo stato di cose. George Clooney, che non era reputato dalla critica snob un intellettuale del cinema, ha scritto e diretto un film avvincente, Good night and good luck, che racconta come Edward R. Murrow, pioniere del giornalismo televisivo nordamericano, abbia avuto il coraggio di dare battaglia, negli anni ’50, al senatore Joseph McCarthy, uno che, come oggi Berlusconi, vedeva comunisti da ogni parte, e ora sarebbe stato sicuramente un neocon e un fan di Bush jr. Fu l’epoca più nera della democrazia nordamericana del dopoguerra, quella in cui i diritti civili fondamentali furono, come ora, in pericolo anche nel paese bandiera dell’occidente. “Oggi, in tempi di persuasori occulti e di comunicazioni ‘manipolate’, sul filo del rasoio di un nuovo e non ancora esplicito maccartismo, non è certo inopportuno ricordarlo”, ha detto al Festival di Venezia George Clooney.
La storia dei cinque cubani, ignorata dalla maggior parte dei media mondiali, è emblematica in questo senso, e il giornalismo per non morire dovrebbe sentire l’esigenza etica di combattere questo triste modo di essere dell’informazione attuale, perché, come ha ribadito sempre Clooney: “il maccartismo, quella ‘paura rossa’ che non ha più ragione di esistere ma è stata sostituita da altre, non è mai neutrale e, implicitamente o esplicitamente, assume sempre i contorni di un attacco del potere alle minoranze politiche.” E’ il pericolo sul quale battono tutti gli autori dei sedici saggi di questo libro, in molti ripetendo ossessivamente i particolari di una storia indecente, il processo ai cinque cubani, che ha suscitato l’indignazione di tutti e offeso il loro senso di giustizia, ma non ha scalfito l’opportunismo immorale dell’informazione del nostro tempo e nemmeno ha toccato la sensibilità di quei politici occidentali che si definiscono liberaldemocratici o che ancora si dichiarano di sinistra e sono sempre molto intransigenti verso Cuba.
Ma qual è la loro etica?

 


Articolo di Redazione

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