La irreversibile crisi di credibilità del giornalismo attuale

febbraio 9, 2006
La irreversibile crisi di credibilità del giornalismo attuale

LATINOAMERICA 93 (N° 4 2005)
Puntuali come un orologio svizzero, i Reporters sans frontieres, che non si sono mai accorti del banale infortunio occorso a ben 17 giornalisti uccisi in Iraq dal “fuoco amico”, cioè dai marines dell’armata d’occupazione Usa, hanno intasato [come fanno ritualmente una volta al mese] la rete telematica su un caso cubano, quello del giornalista Guillermo Farinas, che sta facendo lo sciopero della fame perché all’agenzia indipendente da lui fondata le autorità del suo paese negano l’accesso a internet. Mi dispiace e disapprovo questa misura.
Ma, tralasciando la discriminazione fatta al povero Pannella, che da anni si sottopone allo stesso strazio per cause non meno serie e non è stato mai considerato dai RSF, non riesco proprio a dimenticare che lo stesso silenzio della disinvolta associazione di Robert Menard, ha circondato e continua a circondare i giornalisti, i sindacalisti, gli avvocati dei diritti civili uccisi per esempio nella Colombia del presidente Alvaro Uribe, o nel Brasile prima di Lula, o nel Messico all’epoca dei presidenti Carlos Salinas de Gortari ed Ernesto Zedillo e ancora recentemente nella stagione di Vicente Fox, come conferma l’assassinio di Digna Ochoa.
E poi, si sa, internet in America Latina è nella disponibilità di tutti, specie dei cronisti che attaccano il potere e in special modo in tutte le favelas, per esempio, di Venezuela, Guatemala, Salvador, Honduras, Nicaragua, dove vivono milioni di esseri umani e dove, chi sa perché, l’assistenza sanitaria è arrivata solo recentemente con i medici cubani.
Mi offende l’elusione, l’ipocrisia, l’informazione a comando di questi reporter senza frontiere morali, che fanno proseliti anche in Italia, al servizio non della propria professione, ma soltanto di quello che reputano il potere, e nel caso particolare, delle strategie politiche degli Stati Uniti, il paese egemone che li sovvenziona, attraverso la Cia e i suoi partner privati.
Eduardo Galeano, proprio riferendosi a questo tipo di informazione disonesta e grottesca e al linguaggio che questi reporter vassalli si inventano quando devono riferire fatti imbarazzanti riguardanti le scelte e le guerre del mondo occidentale, ha coniato, per José Antonio Gutiérrez il primo marine caduto in Iraq, la definizione sarcastica “ucciso dal ‘fuoco amico’, come si chiamano ora i proiettili che sbagliano nemico”.
Perché quella dei giornalisti uccisi dal “fuoco amico”, o scampati per miracolo alle pallottole, come Giuliana Sgrena [grazie al sacrificio di Nicola Calipari], è una storiaccia. Una vicenda scabrosa che, come i lettori di Latinoamerica sanno, ha costretto alle dimissioni, l’anno scorso, Eason Jordan, leggendario capo dell’informazione della Cnn, che aveva avuto l’onestà, ma in questo caso forse è più giusto dire l’ardire, di rivelare in un panel al forum di Davos del 2005: “Le truppe in Iraq non vanno tanto per il sottile. Sono a conoscenza dei casi di 12 giornalisti uccisi deliberatamente dai soldati americani proprio in quanto reporter”. Ora i cronisti uccisi sono già 17 e Eason Jordan ha dovuto lasciare la sua creatura, la Cnn per non rischiare di nuocerle. Per i Reporters sans frontiéres e purtroppo anche per Repubblica e Corriere della Sera questa storia però non è mai accaduta.

Notizie eluse dalla grande stampa

A questi reporter di servizio vorrei allora ricordare, nell’occasione, alcune ulteriori notizie che sono loro sfuggite.  
A metà di gennaio l’amministrazione di Gorge W. Bush ha “festeggiato” [diciamo così] il quarto anniversario della scelta di Camp Delta, nel territorio di Guantánamo, nella parte orientale dell’isola di Cuba, come luogo della crudele detenzione di esseri umani, accusati di terrorismo, tenuti come polli nelle stie e provenienti dai luoghi più diversi, dall’Afghanistan al Canada, dalla Giordania all’Inghilterra. In quella enclave di terra cubana gli Stati Uniti hanno, da più di cento anni, malgrado sia scaduto il loro diritto a rimanere, una grande base militare. Ma nell’occasione non c’è stato molto da festeggiare, perché il sistema di segregazione studiato per ottenere “informazioni vitali per la sicurezza nazionale”, appare sempre più scricchiolante.
Il 12 gennaio, per esempio, al tribunale istituito in quel vergognoso e oppressivo luogo di detenzione [condannato da tutti gli organismi internazionali dei diritti umani], era di turno l’interrogatorio di Alì Hamza al Bahlul, uno yemenita che ha rifiutato l’avvocato militare assegnatogli d’ufficio e ha solo dichiarato, con una parola scritta in arabo in un foglietto stretto nel pugno, che boicotterà tutte le udienze: “Siamo prigionieri di guerra e combattenti in base alla nostra religione e alle nostre leggi”, ha ribadito alla fine dell’udienza, in polemica con un tribunale che, per una legge liberticida firmata da Bush nei giorni successivi all’11 settembre, non gli riconosce i diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra per i combattenti catturati in guerra.
Dopo Alì Hamza al Bahlul, davanti al giudice in uniforme, si è seduto Omar Khadr, un 19enne canadese che al momento della sua cattura in Afghanistan aveva solo 15 anni e da allora è rinchiuso nel lager Usa di Guantánamo per aver ucciso in combattimento un medico militare nordamericano. Nello stesso giorno Amnesty International, per una inquietante coincidenza, aveva pubblicato nuove terribili testimonianze su torture d’ogni genere, commesse non solo in quella base, ma in varie carceri usate dalla Cia in diversi paesi europei e non, dalla Polonia al Kosovo, dalla Romania all’Egitto.
La nuova denuncia però è passata sotto silenzio nei grandi media europei e in particolare italiani, che considerano evidentemente gli Stati Uniti autorizzati a compiere qualunque efferatezza, in nome di una presunta difesa della libertà delle persone. Il perché non si sa. Le urgenze sono altre e a quanto pare anche il metro di valutazione e l’etica usata nel diffondere certe notizie insignificanti invece di altre più inquietanti. Perché solo una settimana prima i più importanti giornali italiani, dalla “riformista”  Repubblica, al Corriere della Sera, dedicavano una pagina intera a un lungo dispaccio, chiaramente della stessa fonte o agenzia nordamericana [a giudicare dalla prosa usata], che dava grande risalto al fatto che l’azzardato leader iraniano Mahmoud Ahmadinejad avesse telefonato al nuovo presidente boliviano Evo Morales, per congratularsi della sua elezione e aveva manifestato interesse per stringere nuovi legami con il gruppo di paesi latinoamericani più esposti alle politiche spregiudicate degli Stati Uniti.
Il presidente iraniano, che aveva chiamato anche Fidel Castro e Hugo Chávez [Iran e Venezuela stanno insieme nell’Opec, l’associazione dei paesi produttori di petrolio rilanciata proprio dal presidente bolivariano] aveva incassato anche una dichiarazione del vecchio leader cubano, che sosteneva il diritto dell’Iran, come qualsiasi altro paese, di produrre energia atomica per fini pacifici e di avere accesso alle tecnologie più moderne. Castro si era anche chiesto perché solo le grandi potenze fossero autorizzate ad avere, senza alcun controllo di fatto, il monopolio delle armi di distruzione di massa. Un interrogativo legittimo per chi si ricorda di Hiroshima e Nagasaki.
La Repubblica aveva molto sbrigativamente riassunto il tutto nel titolo Castro si schiera con l’Iran e con il sottotitolo [molto gratuito fino a questo momento] l’Avana appoggia il progetto nucleare di Teheran. Nella seconda metà della pagina, poi, aveva sintetizzato questo scambio di telefonate con un approfondimento preoccupato Tre cavalieri dell’Apocalisse [Fidel, Chávez e l’indio Morales] per l’America latina anti-Bush, corredato da una cartina del Sudamerica dove il colore rosso di paesi governati da poco da amministrazioni progressiste [Brasile, Argentina, Uruguay, Venezuela, Bolivia e Cile] prevaleva sul blu di Colombia, Paraguay e per ora anche Perù, nazioni invece in linea con le politiche, che hanno spolpato il continente, ma che sono ancora auspicate, per l’America latina [malgrado il palese fallimento], da Washington, dal Fondo monetario internazionale e dalla Banca mondiale.

Sulle vittime della revolución garantisce il senatore Usa Robert Torricelli, quello dell’omonima legge contro Cuba

Il Corriere della Sera, in compenso, aveva fatto di più. Nel piede della pagina aveva pubblicato un reportage della corrispondente da New York, Alessandra Farkas, in un centro ricerche con sede nel New Jersey che afferma di raccogliere i nomi di chi è morto, a suo parere, in cinque decenni di regime cubano, per colpa della dittatura. “Per ora le vittime sarebbero 9mila, ma a fine lavoro, considerati i tanti esodi di balseros succedutisi negli anni, pensiamo di arrivare a 86mila”, sosteneva il direttore di questo centro, incurante dei vari rapporti di Human Right Watch e di Amnesty che, tanto per essere precisi, nel suo periodico volume di denuncia, pubblicato nel 2005, dedica, non tanto a sorpresa, tre pagine alle violazioni di Cuba e nove a quelle degli Stati Uniti d’America.
Peccato che la redazione esteri del Corriere della Sera si sia anche dimenticata di segnalare che il Cuba Archive Project, il centro di cui parliamo, lavora da anni con le sovvenzioni del senatore Robert Torricelli. Questo influente politico nel ’92, frantumando le intenzioni di dialogo con Cuba che il presidente Clinton aveva fatto balenare a Gabriel García Márquez in una storica conversazione nelle isole di Martha’s Vineyard, era stato il motore e l’artefice della legge che porta il suo nome, sull’inasprimento delle sanzioni contro l’isola. Questa legge liberticida, nel 1992, rese ancor più duro infatti il quarantennale immorale embargo degli Stati Uniti verso la Revolución, prima che altri due senatori, Helms e Burton, spingessero, anni dopo, la durezza delle sanzioni verso il governo dell’Avana a un livello tale da ledere perfino i diritti di paesi terzi che hanno relazioni e commerciano con Cuba.
Sicuramente è una pura dimenticanza, nella completezza dell’informazione. Ma c’è anche il dubbio legittimo, che un certo modo di presentare ai lettori questi governi non allineati, questi capi di stato insubordinati, non convenienti alle mire dell’economia occidentale o delle multinazionali, sia una maniera per preparare la gente ad accettare qualunque ritorsione o aggressione contro questi leader o contro i paesi, che governano con ricette economiche o modelli sociali che mettono in discussione le nostre certezze e il nostro benessere.
Non voglio dire certo che non sia legittima una ricerca sugli errori della rivoluzione cubana o di qualunque altro paese, ma non bisogna mentire su una realtà che non è quella disperata del resto dell’America latina che ha scelto il capitalismo. Cuba, all’avanguardia sociale nel continente per medicina, educazione, cultura, ricerca scientifica e arte, non ha commesso più peccati di altre nazioni, anche di quelle che si autodefiniscono democratiche e che poi, come gli Stati Uniti, si macchiano di delitti inauditi, senza sentire alcun sussulto etico, come dimostra il vicepresidente Cheney, quando chiede la “licenza di tortura” per le forze armate nordamericane in azione nel mondo. Su questo argomento spinoso della deriva illiberale, innescata da Bush jr dopo l’11 settembre, basterebbe ricordare la taglia di cento dollari pagata da gruppi di ex studenti conservatori alla UcLa, famosa università californiana, per assoldare, come al tempo del maccartismo, giovani studenti disposti a denunciare professori “troppo di sinistra”. O sarebbe sufficiente ricordare, oltre ai tremila cittadini statunitensi desaparecidos per le leggi antiterrorismo volute da Bush e dei quali non abbiamo saputo più niente, anche il caso del quale proprio Angela Merkel, neo cancelliere tedesco, ha chiesto ragione al presidente degli Stati Uniti, e che riguarda Kaled el Masri, il cittadino tedesco di origine libanese rapito, internato e torturato per mesi dalla Cia, prima di essere rilasciato quando è apparso chiaro che si trattava di un clamoroso scambio di persona.
Non si sono accorti di questa storia infame e non hanno protestato i mitici Reporters sans frontiéres, che hanno verso gli Stati Uniti che li foraggiano, un rapporto così prono ed elusivo della verità da fare pena. Le notizie che abbiamo enumerato finora in questo articolo, e che dimostrano un atteggiamento infastidito verso l’America Latina che sta cambiando, non hanno mai toccato la loro sensibilità. A loro, in questi giorni, come ho detto, interessa solo la vicenda di Guillermo Farinas.
È la disonesta difformità di atteggiamento riguardo gli accadimenti di Cuba e alle vicende invece di paesi una volta bandiere della democrazia come gli Stati Uniti, a suscitare disagio e sfiducia per il comportamento dei media cosiddetti riformisti e di presunti campioni della libertà come i RSF.

Le imbarazzanti smentite del presidente del NED, megafono della Cia

Nel numero 90/91 di Latinoamerica, uscito a maggio del 2005, chiamavamo, per esempio, direttamente in causa l’associazione creata dal disinvolto Robert Menard sui finanziamenti che riceveva, non solo dal NED [National Endowment for Democracy, l’agenzia di propaganda della Cia attiva nelle “guerre sporche” in America latina, e più recentemente, nelle ambigue politiche dei candidati favorevoli alle strategie nordamericane in Ucraina e Bielorussia], ma anche da tutte quelle corporation private, dalla Coca Cola alla Bacardi, passando per Publicis, che hanno sempre appoggiato con i loro budget le spericolate avventure belliche degli Stati Uniti.
Menard ci rispose stizzito con un’intervista sul Corriere della Sera, che, in quell’occasione ebbe la cortesia di ospitare una nostra replica. Ma ad agosto, a sorpresa e senza preavviso, cercò di smentirci pateticamente il presidente italiano di Reporters sans frontiéres, Mimmo Candito, e perfino il presidente del NED Carl Gershman [che onore sapere che ogni mattina a Washington qualcuno legge quello che abbiamo scritto sul Manifesto e su Latinoamerica]. Quest’ultimo negava in modo grottesco che il National Endowment for Democracy, sponsor dei RSF, fosse uno strumento di propaganda della  Cia.
In questo numero di Latinoamerica, in distribuzione dalla metà di febbraio nelle librerie Feltrinelli, questa smentita viene ridicolizzata da Bruce Jackson, professore di cultura americana alla Buffalo University dello stato di New York e studioso di diritto penale, e da Wayne Smith, il diplomatico nordamericano che più si è occupato di Cuba negli ultimi 50 anni. Da quando, nel ’61, era secondo segretario all’ambasciata Usa all’Avana sotto la presidenza di John Kennedy, a quando, per conto di Jimmy Carter, trattò, per la prima e unica volta nella storia moderna, la pace fra il governo di Washington e quello dell’Avana. Forse il Corriere della Sera, che non mi ha concesso l’estate scorsa il diritto di replica al presidente del NED, ora dovrebbe sentire il bisogno di pubblicare un estratto del saggio di Wayne Smith.
Ma non avverrà. Le notizie ormai prescindono dalla verità. Conta la linea scelta dall’editore e qualche volta dal direttore, attenta agli interessi economici e politici del gruppo, indipendentemente dalla realtà dei fatti. È questa la crisi del giornalismo.

Esce il libro sul terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba

In questi giorni, per esempio, è uscito in libreria, nella collana Continente desaparecido di Sperling & Kupfer Editori, il libro Il terrorismo degli Stati Uniti contro Cuba, che ha per sottotitolo Il caso dei Cinque: una storia inquietante censurata dai media. È un’opera realizzata da Salim Lamrani, ricercatore alla Sorbona di Parigi, con saggi di studiosi, come Noam Chomsky, Zinn, Blum uomini di cultura, docenti universitari, veterani delle battaglie per i diritti civili e del giornalismo senza padroni, come Ignacio Ramonet, che ho voluto nella collana che dirigo perché rappresenta la prova lampante della contraddizione di molti giornalisti “democratici”. C’è anche una testimonianza di Gabriel García Márquez, latore di un messaggio inascoltato di Fidel Castro a Bill Clinton.
È la storia, infatti, di René González, Fernando González, Gerardo Hernández, Ramon Labañino e Antonio Guerrero, cinque agenti dell’intelligence cubana, infiltrati, una decina di anni fa, negli Stati Uniti, per individuare e denunciare le centrali terroristiche che dalla Florida organizzavano attentati nell’isola [oltre 3500 vittime in trent’anni, tra cui l’italiano Fabio Di Celmo]. Il lavoro di indagine dei Cinque, che per questa missione rinunciarono a un pezzo della propria vita privata, dette i suoi frutti e stanò il terrorismo pianificato in Florida e nel New Jersey verso Cuba, dai vari Luis Posada Carriles, Orlando Bosch, Rodolfo Frometa o dai Fratelli per il riscatto di José Basulto, criminali tesi ad atterrare l’ultima risorsa economica dell’isola, il turismo. L’indagine scoperchiò una realtà inquietante per il paese ritenuto leader della democrazia occidentale e che ora si vanta di combattere il terrorismo, ed evidenziò responsabilità negli attentati anche ai più alti livelli dell’apparato dello stato.
C’era, allora [era l’epoca della seconda presidenza Clinton], una diplomazia sotterranea fra Cuba e gli Stati Uniti e per questo il governo dell’Avana ebbe la debolezza, per una volta, di tentare un dialogo, consegnando il dossier all’Fbi, che mandò nell’isola alcuni funzionari per ricevere il plico. A sorpresa, però, l’Fbi, invece di fermare i terroristi individuati, arrestò coloro che li avevano scoperti e la giustizia nordamericana, dopo averli tenuti in carcere per tre anni in condizioni inumane, li sottopose a processo [accusandoli di spionaggio] proprio a Miami, un luogo dove è palese l’incompatibilità ambientale a sottoporre a giudizio imputati, oltretutto fedeli alla Rivoluzione. Le condanne furono tombali, inaudite [anche due ergastoli e svariati anni].
Solo l’estate scorsa, dopo sette anni, la Corte di appello federale di Atlanta [che ha giurisdizione sulla Florida] ha revocato la sentenza emessa dal tribunale di Miami nella primavera del 2003. Una risoluzione storica che rivela il disagio morale, non solo della giustizia, ma di una parte sostanziosa della società civile nordamericana. Un disagio che nasce dalla preoccupazione per la deriva illiberale che sta travolgendo i diritti civili nel paese, per le leggi presuntamente “antiterrorismo” varate da Bush jr dopo l’11 settembre 2001 e ribadite recentemente.
Adesso ad Atlanta i cinque cubani stanno affrontando il processo d’appello. È imbarazzante constatare che né Repubblica né il Corriere della Sera, per esempio, né altri giornali in Italia, salvo il Manifesto, hanno mai raccontato questa storia e dato risalto al caso. Ma i famosi media “liberi” degli Stati Uniti non hanno fatto di meglio. Perfino il New York Times ha eluso la storia dei Cinque per molto tempo, finché per farla conoscere alcuni componenti di un comitato di solidarietà internazionale [composto, fra gli altri, da Noam Chomsky, dall’ex ministro della giustizia degli Stati Uniti Ramsey Clark, oltre che dal vescovo di Detroit, Thomas Gumbleton e dal Nobel per la Pace Rigoberta Menchú] hanno dovuto, il 3 marzo 2004, comprare, pagando 60mila dollari, una pagina del giornale, come i lettori di Latinoamerica sanno da tempo.
Inutile aggiungere che per i Reporters sans frontiéres anche questa storia non è mai accaduta, forse perché non riguardava presunti dissidenti cubani o oppositori di Chávez in Venezuela ed era scomoda per il governo nordamericano, l’Fbi e la Cia.


Articolo di Redazione

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