Libertà duratura, ma per chi?

marzo 15, 2002

LATINOAMERICA 78 (N. 1 2002)
Scrivo queste note d’introduzione al numero 78 di Latinoamerica al ritorno di un lungo viaggio nel Brasile del Forum di Porto Alegre, nell’Argentina definitivamente affondata dal Fondo monetario internazionale, nel Messico dove proliferano i movimenti dei disperati e a Cuba, dove anche nell’anno 2001 il Pil è stato in aumento malgrado i danni provocati dall’uragano Michelle e dove si tengono seminari con premi Nobel dell’economia come il nordamericano Joseph Stiglitz, incontri tesi a trovare una soluzione alla fame della maggior parte dell’umanità.
Sembra che il mondo si sia capovolto, che siano cambiati i ruoli storicamente concessi dalla comunicazione internazionale alle varie nazioni. E così il Brasile, sesto paese produttore di alimenti nel mondo, ma “campione –come dice Frei Betto– dell’ingiustizia sociale” con dieci milioni di bambini randagi, riesce a organizzare un evento internazionale come il Forum social Mundial, con decine di migliaia di delegati da tutto il mondo che rimpicciolisce, per capacità di proposte e di soluzioni offerte, le pretese del presuntuoso summit economico di New York, addirittura costretto a lasciare la tradizionale sede di Davos, in Svizzera, per non meglio chiariti motivi di sicurezza.
E così, un’isola dei Caraibi come Cuba, capace di produrre da qualche anno un’economia in crescita, malgrado un iniquo embargo quarantennale e una scelta apparentemente fuori moda come quella socialista, rischia di smentire le certezze dei paladini dell’economia neoliberale che sta annientando l’America Latina, come dimostra il caso Argentina e come domani, purtroppo, potrebbe toccare ad Uruguay, Colombia, Ecuador, e perfino al Messico.
Se si riflette su questa realtà, acquista un significato inquietante la politica che gli Stati Uniti hanno fatto seguire agli attentati dell’11 settembre. Una politica che non solo ha aumentato il profitto delle industrie energetiche e delle armi ma, con la scusa della lotta al terrorismo, ha di fatto spinto o costretto la maggior parte dei governi alleati a mortificare o reprimere tutte le lotte sociali o in difesa dei diritti civili e sindacali.
È successo perfino in Italia, a Genova, nel luglio 2001 in occasione del G8 che è stato, ora ne abbiamo la certezza, una specie di prova generale per tentare di eliminare sul nascere un movimento, quello no-global, giudicato pericoloso dalle multinazionali e dai paesi ricchi [Europa occidentale, Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia] per le strategie di profitto disegnate dopo il tramonto del mondo comunista.
Queste scelte hanno fatto capire drammaticamente che, nella logica finanziaria del mondo attuale, ai governi forti importa poco del destino dell’Argentina, dell’Uruguay o della Colombia o domani del dissolvimento della Somalia, del Congo o della Sierra Leone, perché queste lobby politiche, ostaggio della finanza speculativa, ne possono fare a meno.
Se queste nazioni del cosiddetto Terzo mondo non si possono depredare, assoggettare o controllare militarmente [come sta succedendo per esempio nella Colombia di questi giorni dove il governo, sollecitato dai consiglieri militari Usa, bombarda i villaggi dove sta la guerriglia o dà mano libera ai paramilitari di Carlos Castano] meglio abbandonarli al loro destino. Ovviamente dopo averli spolpati, magari con trattati commerciali capestro [come il vecchio Nafta che ha atterrato il Messico o come i nuovi, dal Puebla-Panama all’Alca] che mirano a frantumare subito le nascenti solidarietà sorte tra gli stati del Centro America e del cono sud del continente. L’economia globalizzata e le sue strategie più prossime possono rinviare per un po’ di tempo l’accaparramento delle risorse e anche l’utilizzo dei profitti possibili in questi paesi.
A essere sinceri, l’economia che trionfa è pronta a fare a meno ovunque di una gran parte dei lavoratori e non si cura certo della catastrofe umana che questa realtà, a breve, può causare. Purtroppo, piccoli uomini travestiti da politici, ma manovrati come marionette dalla grande economia speculativa, dettano ora il tempo della storia, o presumono di poterlo fare. I danni che stanno causando li subiranno pure i loro figli [anche se per ora sono al sicuro], ma questi ometti sono troppo mediocri per pensarci.
Ci sono allarmi che lasciano basiti, come quello per esempio, lanciato dalla rete di volontariato cattolico Lilliput, perché non venga stravolta in Italia la legge che consente un controllo pubblico sul commercio delle armi. Come se rendere più facili le famigerate triangolazioni per vendere strumenti di morte anche a paesi instabili o pericolosi sul piano politico, non fosse rischioso ancor prima di essere immorale. La legge 185 varata nel ‘90 era stata una grande conquista civile, voluta dalle associazioni pacifiste e di solidarietà internazionale ed aveva consentito di mettere in crisi le esportazioni di armi verso nazioni che violano i diritti umani o che, incuranti di qualunque risoluzione o mediazione dell’Onu [come Israele] o di altri organismi internazionali, conducono guerre private, locali, efferate, talvolta per conto di mandanti insospettabili, sordi a qualunque sofferenza delle popolazioni, come avviene per esempio in Sierra Leone, nel conflitto dei bambini-soldati.
La scoperta di questi traffici dove anche i Servizi italiani erano coinvolti o facevano finta di non vedere, è costata la vita a Ilaria Alpi. E non è per caso forse che, otto anni dopo, Luciana e Giorgio, i genitori di Ilaria, aiutati dall’avvocato D’Amati, fatichino a squarciare la rete di connivenze che ancora avviluppa questa vicenda, tanto da aver dovuto chiedere al procuratore generale di Roma di avocare a sé il giudizio, dopo aver addotto prove inconfutabili dell’ambiguo comportamento dei nostri servizi di intelligence.
Ma la legge 185/90 non piaceva ai mercanti d’armi perché “scandalosamente” poneva delle “ragioni etiche” al di sopra delle ragioni del profitto. Era quindi inevitabile che un personaggio come Cesare Previti sensibile a queste tematiche per il suo passato non solo di ministro della Difesa, ma anche di membro del consiglio d’amministrazione della fabbrica d’armi Alenia, facesse sentire la sua voce e diventasse relatore insieme a Gustavo Selva del disegno di legge per rendere più facile la circolazione e il mercato delle armi in nome di una presunta “riorganizzazione della difesa europea”. Non sorprende nemmeno che anche il diessino Marco Minniti, che quando era sottosegretario del governo D’Alema aveva tentato invano di far passare una modifica alla legge «per rendere più facile l’esportazione di armi», bloccata allora da Amnesty International e da altre associazioni umanitarie e missionarie, abbia in questa occasione definito [come da resoconti parlamentari] il disegno di legge, «uno straordinario passo avanti» e si sia lamentato solo perché il governo Berlusconi ha deciso di non acquistare gli aerei europei militari da trasporto A400M.
Eppure organizzazioni come Pax Christi o riviste come Nigrizia, avevano segnalato che «non si capiva perché quello della produzione e del commercio delle armi dovesse diventare il primo settore in cui l’Italia rinunciava alla propria avanzata normativa nazionale invece di chiedere agli altri paesi europei maggiore severità nel controllo dell’export delle proprie armi e maggiore impegno nella prevenzione dei conflitti e per il disarmo».
Ma cosa volete che gliene importi a un mondo, che spesso si spaccia perfino per progressista, dell’etica o della correttezza? L’Italia ha venduto il suo super-cannone a Saddam Hussein e cinque pescherecci al dittatore somalo Siad Barre, poi usati come cargo per trasportare armi e rifiuti tossici. E la Francia e il Belgio non sono stati da meno nell’armare le fazioni che hanno trasformato in macelleria il Ruanda, il Burundi e il Congo. E gli Stati Uniti, dopo aver formato, istruito, specializzato tutti i più feroci aguzzini delle dittature e delle false democrazie latinoamericane, nella Esquela de las Americas di Panama, o a Fort Benning, hanno armato prima Saddam Hussein contro l’Iran e poi inventato i talebani, dotandoli fra l’altro dei micidiali lanciamissili Stinger che, ancora adesso risultano “chirurgici” nell’abbattere gli elicotteri delle forze nordamericane arrivate in Afghanistan con l’operazione Enduring freedom.
È il segno di un’ipocrisia senza limiti. Così, nel viaggio in America Latina la sensazione più frequente e angosciante per me non è stata solo quella del dolore per l’uccisione, in sequenza, di due dei più stretti collaboratori di Lula da Silva, per la quarta volta candidato progressista alla presidenza del Brasile, o per l’assassinio in Messico di Digna Ochoa, avvocato degli zapatisti incarcerati per reati politici, da sempre impegnata nella difesa dei diritti civili dei più deboli, no, una uguale sensazione di amaro coinvolgimento, l’ho sentita guardando la faccia attonita di molti argentini, della ex classe media, della piccola borghesia, del proletariato urbano, per la prima volta consci di non avere più nessuna sicurezza, non per il domani, ma per l’oggi, per le più elementari esigenze del quotidiano. Consapevoli di essere stati traditi, giorno dopo giorno per otto anni, da un presidente disinvolto come Menem, che i mezzi di comunicazione, non solo argentini, avevano indicato come l’uomo che avrebbe portato il paese ai fasti degli anni Cinquanta, quando dall’Europa e dall’Italia si emigrava perché là, a Buenos Aires o nelle pampas, c’era il pane e un futuro per tutti. E invece Menem, dopo la feroce dittatura militare, ha svenduto il paese, tradendo la stessa idea sociale del peronismo che lo aveva eletto, per soddisfare le richieste del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, e per perseguire l’obiettivo di diventare il soldatino più fedele della politica degli Stati Uniti in America Latina. Quelle facce stralunate di argentini, non più padroni nemmeno dei risparmi che avevano in banca, e domani di fronte al bivio di una quotidianità scandita o dall’incertezza, o da una guerra civile per neutralizzare il temuto ritorno dei militari al potere, non le potrò dimenticare in breve tempo. Perché quelle facce sono il segno di una precarietà del mondo, che non è meno crudele della stessa impossibilità di sopravvivere per duecento milioni di poveri e di novanta milioni di miserabili latinoamericani o dell’intero continente africano.
Quando si prende coscienza di questa realtà, s’incomincia a capire perché anche il controverso percorso del presidente venezuelano Chávez, contraddittorio, è vero, ma indubbiamente ricco di una certa passione sociale, venga messo in discussione dagli organi d’informazione nordamericani, in alcuni casi già pronti ad accettare un sua eventuale uscita di scena traumatica e antidemocratica.
Chávez non è allineato sul piano Puebla-Panamà e ha già detto di essere contrario all’Alca, un trattato che spezzerebbe i passi in avanti fatti da esperienze come il Mercosur e da tutti i nascenti scambi locali, compatibili fra di loro, ma che sarebbero annientati dalla disparità di un mercato condiviso con gli Stati Uniti che avrebbero alle spalle un know-how, una rete di servizi, un potenziale finanziario, una capacità commerciale, irraggiungibili per qualunque nazione latinoamericana. Anche la comunità europea nacque aiutando le economie più fragili, come Grecia o Portogallo, in modo di farle crescere a livello delle altre. Ma questo, con l’Alca nel continente americano non succederebbe mai. Non lo ha detto soltanto Fidel Castro molto tempo fa e non è solo Chávez ora a negarsi a questa eventualità. Lula da Silva, se sarà eletto presidente del Brasile, non solo rifiuterà l’Alca, ma imposterà per il più grande paese latinoamericano una politica di valorizzazione delle risorse del paese e non di svendita come ha fatto l’Argentina. Forse per questo si sono materializzati verso di lui negli ultimi tempi alcuni segnali intimidatori.
I marines, con la scusa della lotta al narcotraffico, ma anche di collaborazione alle polizie locali per possibili e imprecisate esigenze di ordine pubblico, dovute all’enorme ingiustizia sociale, sono già in Colombia, in Ecuador, in Bolivia, in Perù, in quel dorso di America Latina dove c’è uno dei più grandi patrimoni biogenetici del pianeta e dove deve passare uno dei più grandi oleodotti del moderno sfruttamento del petrolio. Ci sono insomma tutti i presupposti per la conquista totale di un continente. E chi si oppone a questa politica rischia una campagna di discredito come sta succedendo al Venezuela oggi o come succede a Cuba da quarant’anni. Cuba costretta a subire ogni primavera l’ipocrisia della richiesta, pilotata dagli Stati uniti, di una censura dell’Onu [che pure da otto anni condanna l’embargo Usa a Cuba] per la restrizione nell’isola dei diritti civili di alcuni dissidenti della rivoluzione. Una richiesta che sarebbe legittima [anche se il voto contro Cuba viene spesso imposto dal governo di Washington col ricatto a molte nazioni deboli] se nelle nazioni “democratiche” dell’America latina, ancora adesso, gli avversari politici non venissero sistematicamente ammazzati come succede nel Brasile del presidente Cardoso [presunto social-democratico] dove solo l’anno scorso sono stati più di centocinquanta le uccisioni impunite di sindacalisti dei seringueiros o dei Sem tierra. Senza contare tutti i diritti negati a più della metà dei latinoamericani, poveri o addirittura miserabili.
Che significato ha, alla luce di questo contesto e dei progetti del Dipartimento di stato Usa nel continente, dire che siamo tutti impegnati nell’operazione Enduring freedom. “Libertà duratura”, ma per chi?


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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