L’impotenza dell’Occidente

novembre 15, 2001

Ci rendiamo conto con sconcerto che siamo in guerra ma lo dobbiamo dire a bassa voce. Una situazione kafkiana con un apparato militare rivolto per ora contro l’Afghanistan, fra i più poderosi mai messi in campo dall’occidente dalla II guerra mondiale ad oggi, un apparato che siamo costretti però a definire “un’operazione di polizia internazionale”, pena l’accusa di essere tacciati di antiamericanismo, se non addirittura di essere conniventi con i terroristi.
Siamo obbligati infatti, a snidare ed annientare rapidamente il terrorismo, un tumore maligno frutto per ora di movimenti fondamentalisti islamici e capace di essere più spettacolare e apocalittico di un film con Bruce Willis o di un romanzo di Tom Clancy, ma siamo palesemente incapaci di farlo. Perché per troppo tempo, fino a ieri, noi, l’occidente “indiscutibile” e che vanterebbe un primato ideologico, religioso e morale sulle altre civiltà, ha impudicamente trescato col terrorismo, e non solo quello di radice islamica. Una scelta ambigua e ipocrita: gli Stati Uniti, ma non solo loro, si sono dati da fare in prima persona, cosa che li rende ora, ironia della storia, inadeguati moralmente, strategicamente, tecnologicamente ad affrontare con qualche sicurezza di successo, il drammatico problema.
Chi, in un altro 11 settembre, quello del 1973, ha organizzato direttamente (come hanno confermato i documenti declassificati della Cia) il colpo di stato in Cile contro il governo di Salvador Allende, democraticamente eletto dai cittadini? Chi ha accettato e favorito la politica dell’apartehid in Sudafrica? Chi ha ideato e stimolato “l’operazione Condor” in Argentina , Uruguay, Cile, Paraguay, Brasile, per annichilire l’opposizione progressista in quei paesi senza avvertire alcun scrupolo, se in quella strategia veniva usata per la prima volta la infame pratica di far sparire migliaia di persone? Chi ha accettato che in Indonesia venissero eliminati cinquecentomila presunti fautori del comunismo? Chi, solo due anni fa, è stato indicato da un rapporto dell’Onu come complice del genocidio delle popolazioni maya del Guatemala, avvenuto negli anni Ottanta e fino agli inizi degli anni Novanta? Chi ha sempre impedito all’Onu di condannare il Guatemala per violazione dei diritti umani, anche dopo che i rapporti della Chiesa  cattolica e delle Nazioni Unite hanno documentato ogni efferatezza come 30.000 desaparecidos, 627 massacri, 400 villaggi scomparsi dalla carta geografica, 3000 cimiteri clandestini ed hanno segnalato che uno dei generali genocidi, Rios Montt, impudicamente è ora il presidente del parlamento?
Chi ancora recentemente ha varato il “Plan Colombia”, una strategia di presunta lotta ai narcotrafficanti colombiani, che la stessa comunità europea ha respinto, perché “chiaramente suggerito da finalità militari”? Chi sta tentando di mettere in pratica un “Plan Africa” che annienterebbe per sempre ogni speranza di ripresa economica e sociale del continente più povero e martoriato del pianeta? Chi non  ha avuto la voglia o la  forza di aiutare a risolvere il conflitto infinito fra Israele e Palestina, lasciando ultimamente mano libera al generale Sharon, che il tribunale dell’Aja potrebbe presto inquisire per crimini contro l’umanità?
Chi, insomma, negli ultimi trent’anni ha fatto prevalere questa immagine degli Stati Uniti, rispetto a quella generosa, democratica e libertaria, patrimonio della storia moderna del mondo fino alla fine della II guerra mondiale, non sa ora cosa fare, se non come fanno i bambini, buttare all’aria tutto?
Perché purtroppo chi ha trescato e tenuto in piedi i peggiori criminali della politica moderna, in America Latina come in Africa, come in Asia, coinvolgendo anche l’Europa, non ha previsto che la storia un giorno potesse produrre un orrore infinito, ideato proprio da alcuni di coloro che, fino al giorno prima, erano stati creati, istruiti e usati per le strategie più imbarazzanti. Primo fra tutti Saddam Hussein, scelto per annientare l’Iran di Komeini che poteva diventare destabilizzante nel grande mercato del petrolio e dell’energia; e poi Osama bin Laden e i talebani, studenti coranici formati e istruiti in Pakistan, per sloggiare l’Unione Sovietica dall’Afghanistan, terra per sua sfortuna strategica, allora come ora, per il passaggio verso l’Oceano Indiano dei gasdotti e degli oleodotti dalle repubbliche mussulmane ex sovietiche (Turkmenistan, Kazakistan, Tagikistan, Uzbekistan etc.).
Bush padre, ex capo della Cia, sul finire degli anni ’70, si precipitò a Parigi su un aereo privato di un fratello di bin Laden, l’antico compagno d’affari Salem, per trattare con una delegazione di mullah iraniani moderati la possibilità di rilasciare alcuni diplomatici nordamericani, ostaggio del regime dell’ayatollah Komeiny. Era una trappola per far perdere le elezioni al democratico Jimmy Carter e farle vincere al repubblicano Ronald Reagan di cui Bush senior sarebbe diventato vicepresidente. Reagan vinse le elezioni, mentre Salem bin Laden come Amiram Nir, agente del Mossad, anch’egli protagonista dell’incontro di Parigi, sarebbero morti in due diversi incidenti aerei,  il primo in Texas e il secondo in Mesico.
Evidentemente incominciò in quella stagione un legame indecente fra le multinazionali dell’energia di cui George Bush senior era il portavoce e certi ambienti del mondo del petrolio arabo, in particolare quello saudita, che sicuramente ha avuto la sua influenza successivamente nell’evolversi della  politica Usa verso paesi come il Kuwait, Iraq, Iran e Afghanistan. È stato rivelato per esempio che non solo i militari genocidi del Guatemala e di Haiti o i contras in Nicaragua, ma anche l’operazione Iran-Contra e successivamente il sostegno alla guerriglia antisovietica in Afghanistan, furono sovvenzionate dalla Cia attraverso il riciclaggio del denaro del narcotraffico con la connivenza di istituti di credito come la Bank of  commerce and  credit international (Bcci) nel cui consiglio di amministrazione c’era non solo Salem, fratello di Osama bin Laden, ma anche bin Mafouz,  banchiere della famiglia reale saudita, sposato con una sorella di bin Laden.
Un’ inchiesta di Time Magazine del 1991 rivelò per esempio che “poiché gli Usa volevano fornire ai ribelli mujaheddin in Afghanistan missili Stringer e altro materiale militare per combattere l’Armata Rossa, c’era bisogno della piena collaborazione del Pakistan. Così dalla metà degli anni ’80 il distaccamento della Cia da Islamabad divenne una delle sedi più grandi  e operative dei servizi segreti nordamericani. “Se lo scandalo Bcci ha creato un così forte imbarazzo per gli Usa tanto che indagini dirette non sono mai state condotte, è dovuto al fatto che gli Usa avevano dato un tacito via libera ai trafficanti di eroina in Pakistan”, dichiarò un agente della Cia. Il “denaro sporco” riciclato attraverso il sistema bancario –magari attraverso una compagnia anonima di copertura- diventava così “denaro nascosto”, usato per finanziare movimenti di guerriglia come i Contras del Nicaragua e i mujaheddin afgani.
Un tale scenario, aggravato ben presto dalla guerra del Golfo -una guerra bocciata perfino dal Papa e dichiarata solo per assicurarsi il controllo del petrolio arabo nei prossimi decenni– avrebbe dovuto suggerire una maggiore accortezza in un’area di mondo dove la solidarietà dei paesi arabi moderati era stata ottenuta, allora, a sorpresa, con non poca fatica, per vari motivi: religiosi, strategici, culturali. Invece, non si è dato peso nemmeno a segnali inquietanti che arrivavano da tempo e proprio dai settori integralisti come quello dei talebani, gli studenti coranici allevati in Pakistan e catapultati nella tragedia dell’Afghanistan per contribuire a cacciare i sovietici (…).
L’impressione è che in un mondo dove i consigli di amministrazione delle multinazionali, specie quelle dell’energia e della armi, dettano le linee  programmatiche ai governi occidentali (attualmente avari di statistii o anche solo di politici di sicura personalità) gli Stati Uniti e gli alleati si siano improvvisamente trovati di fronte a mostri creati proprio dalla loro politica estera e dalla loro ingordigia economica. Come ha detto Ignacio Ramonet, direttore de Le Monde diplomatique: “Ora, come Frankstein, questi paesi che si credevano poderosi sono aggrediti dalla creatura che hanno generato”. Insomma, come sostengono molti intellettuali degli Stati Uniti (Chomsky, Bellow, Miller, Ramsey Clark e Wayne Smith) che non si possono tacciare certo di essere antiamericani, è chiaro che la politica estera di Washington non è stata e non è innocente.
Questo non assolve certo il criminale attentato alle Torre gemelle e al Pentagono, ma per chi vuole capire e non essere ubriacato di propaganda in favore della guerra, spiega perché la storia moderna l’11 settembre del 2001 si è trasformata in un incubo.       

Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà