Se il G8 decide di fare la guerra ai poveri

giugno 20, 2001

LATINOAMERICA 75 (N. 2 2001)
I paesi del G8, i famosi sette grandi più la Russia, che si riuniranno a Genova dal 20 al 22 luglio, stanno per stabilire un record inimmaginabile alla fine della seconda guerra mondiale o alla caduta nell’89 del muro di Berlino e dell’impero sovietico. Stati Uniti, Canada, Giappone, Gran Bretagna, Germania, Francia e Italia più la Russia (accolta alla corte dei ricchi più per quello che rappresentava un tempo che per quello che rappresenta oggi), stanno per sancire infatti l’indiscutibile diritto di esistere solo per il 20 % dell’umanità a scapito del rimanente 80 %. Anzi, il mondo che non ce la fa sarà per sempre indicato come il vero pericolo dell’umanità, il terrorismo contro cui lottare.
Insomma, come ha scritto Eduardo Galeano, “il mondo che si autodefinisce civile e democratico non essendo riuscito a risolvere i problemi della povertà, ha deciso di fare la guerra ai poveri”.
Questa inaccettabile decisione è già nei fatti se, da mesi, solo per celebrare questo rito dell’egoismo di pochi sulla pelle dei più, si stanno studiando tutti i possibili modi per vietare l’entrata a Genova (blindata come una fortezza) e per proibire il diritto di associazione, di parola o di divulgazione, a chiunque non sia allineato al modello di sviluppo di chi del pianeta s’è già preso quasi tutto, senza nemmeno chiedere il permesso e adesso pretende anche di scandire le regole, le leggi e perfino la filosofia e la morale che giustifica questo spudorato latrocinio.
Questo numero 75 di Latinoamerica si occupa quindi per forza, con più puntiglio di sempre, di una realtà ogni giorno più arrogante, quella dei paesi che dominano l’economia del mondo, e che anche quando sono amministrati da governi socialdemocratici (Gran Bretagna, Germania, Francia e fino a maggio anche l’Italia) non sanno più negarsi a una ripartizione della ricchezza del pianeta, ormai palesemente disonesta, feroce. Questi paesi leader, alcuni dei quali in teoria progressisti non trovano il coraggio, in nome del mercato, o di presunte leggi dell’economia, o di opportunismo elettorale, di rifiutare questa logica di saccheggio ai danni della maggior parte dell’umanità e di dire magari coraggiosamente ai loro elettori: “Quello che possedete attualmente, il livello di vita che vi è permesso da qualche anno è già un privilegio, qualcosa che non potrà continuare e che quindi non posso più promettervi. A meno che non siate convinti dell’esistenza di un dio disposto a sancire che solo una piccola parte dell’umanità, quella dove voi vivete, abbia diritto alla vita e gli altri no. Ma poiché questo dio non esiste e le leggi dell’economia le fanno gli uomini, è chiaro che per ora ha dominato la prepotenza di qualcuno sui diritti della maggior parte ed è chiaro quindi che anche se il comunismo ha fallito per i suoi errori e orrori, non sono finite le condizioni di ingiustizia che hanno spinto Marx a teorizzare la lotta di classe. Per questo, in tutta onestà devo ribadire che come politico cosciente ed etico non posso promettervi di più di quello che avete, semmai di meno.”Sarebbe un discorso di verità, che presto la storia obbligherà a fare a quei governanti non disposti a chiudere completamente gli occhi davanti alla tragedia del mondo, davanti a 25 milioni di malati di Aids in Africa, davanti a 20 milioni di bambini randagi in Brasile, davanti a milioni di bambini del sud del mondo usati come forza lavoro o come pezzi di ricambio per il mercato degli organi del nord del mondo, davanti a un miliardo di persone che non dispone di acqua potabile, davanti a una possibile invasione biblica dal sud della terra verso i famosi paesi del G8 e a quell’altra ventina di nazioni più piccole (Olanda, Belgio, per non parlare della Spagna o dell’Australia) che vivono gli stessi privilegi di quelli che fanno parte del G8.
La storia non perdona, ma qualcuno sembra essersene dimenticato, con un egoismo che rivela anche scarso amore e attenzione per la famiglia e i figli, valori sempre sventolati da questi moralisti ipocriti anche se poi sono stupidi adoratori del mercato e contribuiscono così a creare un mondo futuro che sarà invivibile e pieno di tensioni proprio per i figli e i nipoti che questi imprenditori, finanzieri, economisti, spesso ostentatamente credenti cristiani, dicono di voler tutelare.
Venerdì 25 maggio il Corriere della sera caratterizzava la pagina 6 con un titolo fra virgolette molto allarmante: “I consumi dei ricchi uccideranno la Terra” e nel sottotitolo tutto era spiegato: “Rapporto del Worldwatch: in occidente si mangia sempre di più, ma 2 miliardi di persone soffrono la fame”. E già, un terzo dell’umanità è relegato per la sussistenza al bidone dell’immondizia, un quinto dell’umanità vive (sarebbe più giusto dire muore) con un dollaro al giorno, duemila lire. E anche il quotidiano della borghesia illuminata, se n’è dovuto accorgere! Perché allora la proprietà del Corriere della sera si è schierata alle elezioni italiane in favore di Berlusconi, il propugnatore del più estremo neoliberismo, quello che Papa Karol Woityla ha definito “capitalismo selvaggio”?
Qualche volta purtroppo il pragmatismo confina con il cinismo, perché non può che allarmare tutte le persone di buona volontà, anche quelle più moderate, un rapporto come il Vital Signs del Worldwatch, che denuncia l’aumento smisurato dei consumi di cibo ed energia nella parte più sviluppata del mondo con effetti devastanti sulla salute umana e sull’habitat.
Jeremy Rifkin, ecologo e futurologo, presidente della Fondazione sulle tendenze economiche di Washington e impegnato nelle crociate contro i cibi transgenici e la clonazione, è esplicito e definitivo con Ennio Caretto che lo intervista per il Corriere della sera: “Il solco fra chi può difendere la sua salute e chi non è in grado, non è mai stato così profondo al mondo, se si pensa che dei due miliardi di persone affamate, un miliardo non riesce a lavorare abbastanza per sopravvivere, mentre più del 40% della ricchezza dell’umanità è concentrato nelle mani di 366 persone”.
Una situazione spaventosa, ma la notizia è ancora più inquietante se si pensa che la maggior parte di questi padroni del mondo si celano dietro sigle di società e molti di loro sono i nuovi ricchi a miliardi di dollari, soltanto per aver saputo giocare con perizia con un mouse in mano e speculare un guadagno indebito ed esagerato, senza avere alcun merito se non quello di saper approfittare di un gioco perverso che l’alta finanza e la borsa permettono ai più disincantati e cinici uomini d’affari.
Una volta, per creare un’industria e quindi un patrimonio, ci volevano due generazioni di una famiglia e, spesso, tanto lavoro. Adesso, nella civiltà informatica e globalizzata, bastano pochi minuti e un po’ di pelo sullo stomaco.
In questo numero di Latinoamerica e tutti i sud del mondo questa realtà è evidente nei due eventi che raccontiamo con dovizia di documentazione e analisi. Il primo è il Forum antiglobalizzazione di Porto Alegre, spiegato da Frei Betto, teologo della Liberazione che è stato una delle anime della manifestazione e da Emir Sader, che ha ideato questo incontro di idee, di progetti, di morale, nel sud del Brasile, proprio in risposta a quel mondo del G8 che fa finta di riflettere sulla fatica del mondo a Davos o a Cernobbio, ma in realtà programma solo l’ennesima strategia finanziaria per soddisfare gli interessi di pochi poteri economici, dei quali spesso i governanti dei paesi ricchi sono solo dei portavoce.
Per questo ha ragione Beppe Grillo (ancora una volta un comico che dice sarcasticamente quello che i prestigiosi studiosi ed editorialisti non hanno il coraggio di rivelare). Grillo ha ricordato, infatti, che a Genova dal 18 al 21 luglio, si riuniranno capi di stato che dovranno solo annunciare pubblicamente decisioni già prese da altri, in consessi finanziari o consigli di amministrazioni di multinazionali, dove i diritti della gente sono al massimo una frase fatta e senza valore.
Il secondo evento che caratterizza questo numero di Latinoamerica è inoltre la marcia della Comandancia zapatista in rappresentanza delle popolazioni Maya del Chiapas che ha attraversato dodici stati simbolo del Messico per raggiungere lo Zocalo, il cuore di Città del Messico e del paese, per gridare “Aqui estamos!” (Siamo qui). Una sintesi eccezionale per ricordare i diritti negati delle popolazioni autoctone e per ribadire che l’insurrezione di sette anni fa, nel nome di Emiliano Zapata, l’eroe della prima rivoluzione del secolo appena passato, non era un atto di terrorismo come purtroppo perfino il Nobel per la letteratura Octavio Paz, aveva superficialmente affermato sostenendo l’esistenza di un complotto “comunista” internazionale ai danni del Messico (lui che era stato comunista militante in gioventù). L’insurrezione delle popolazioni Maya in Chiapas è stato invece un atto di resistenza, come ha rilevato più volte Danielle Mitterand, vedova di un grande presidente francese, impegnata per i diritti civili, stanca di vedere mortificare la lotta per la sopravvivenza di molti popoli oppressi con un’accusa scorretta di terrorismo, tesa a nascondere ogni verità sulla resistenza di chi non si adegua o non accetta il modello di società o di sviluppo (quale? e a quale prezzo?) suggerito dal Fondo monetario internazionale o dalla Banca mondiale che, con le loro ricette economiche stanno costringendo la parte più debole dell’umanità ad una esistenza peggiore di venti o trent’anni fa.
Ha spiegato ancora Jeremy Rifkin a Ennio Caretto: “Questa crisi, che è destinata ad aggravarsi, nasce essenzialmente dalla trasformazione dell’agricoltura. Oggi, un terzo della produzione alimentare è di foraggio per le bestie, che una volta si nutrivano d’erba. La terra non viene più sfruttata per gli esseri umani. In questo modo infatti, i ricchi come noi, hanno a disposizione sempre più proteine animali. Noi mangiamo carne piena di grassi e per combattere gli effetti nocivi, poi prendiamo medicine sofisticate. Nello stesso tempo i poveri non hanno carne e in più vengono privati di cereali”. E al corrispondente da Washington del Corriere della sera, che gli chiedeva se la soluzione poteva essere rappresentata dai cibi transgenici, Rifkin ha risposto seccamente: “E’ una sciocchezza. I cibi transgenici sono pericolosi, bisogna invece ridare la terra ai poveri e battersi contro la formazione di enormi latifondi.”
E il pensiero è inevitabilmente andato al Brasile, alla lotta dei milioni di Sin tierra contro terratenientes che hanno ancora oggi proprietà grandi come tutto il Nord Italia e ai guardiaspalle di questi signorotti medievali che spesso uccidono i sindacalisti e i combattenti per la terra senza essere nemmeno indagati dalla polizia e processati dai giudici di un paese, il Brasile dove l’ex sociologo di sinistra Cardoso, governa attento agli interessi dei latifondisti, tanto da non essere riuscito a varare ancora – dopo aver espletato già un mandato e mezzo alla guida della nazione – uno straccio di riforma agraria. Una conquista per il diritto alla terra di chi la coltiva che nei paesi europei è stata sancita alla fine dell’Ottocento. E non migliore è la situazione in Messico, dove pure “la terra ai contadini” fu la bandiera del Pri, il partito nato dalla prima rivoluzione del secolo. In Chiapas il lavoro quotidiano di un uomo vale ancora in molte fazendas meno del prezzo di una gallina. E eludendo le leggi che pur esistono, ci sono proprietari che grazie a cavilli giuridici hanno espropriato gli indigeni o si sono accaparrati la terra acquisendo la proprietà non solo degli animali, ma anche degli esseri umani che ci vivevano sopra.
Questa realtà che ha prodotto la ribellione zapatista e costretto anche il nuovo governo del Messico del presidente Fox a prendere coscienza dei diritti negati agli indigeni Maya, malgrado la rivoluzione di inizio secolo, è ampiamente raccontata nel numero 75 di Latinoamerica da Carlos Montemayor, storico dei movimenti indigeni, dalla scrittrice Helena Poniatowska, da una profonda riflessione di Roberto Bugliani e da un’intervista esclusiva al subcomandante Marcos fatta alla facoltà di antropologia dell’università autonoma del Messico introdotta da un prologo di Manuel Vasquez Montalban. La marcia è stato un evento che molti mezzi d’informazione occidentali, ormai incapaci di interpretare gli avvenimenti che segnano il mondo, non hanno voluto leggere in tutta la sua grandezza storica e in tutta la sua forza innovativa. Perché, ora è chiaro a molti osservatori, che l’insurrezione zapatista in Chiapas, il primo gennaio del ’94, ha anticipato quel risveglio dei muscoli più sensibili della società che viviamo, sfociati poi nella protesta del “popolo di Seattle”. Sconfitte le ideologie (anche quella capitalista come dimostrano i dati che abbiamo fin qui citato), sta nascendo evidentemente un universo di uomini e donne non disposti ad accettare come una fede religiosa il mercato e un modello di vita stolto, pericoloso, e certamente non foriero di un domani confortante.
L’Argentina, sull’orlo del baratro, e dove gli incubi del passato ritornano con l’aggressione e la tortura ai danni della figlia di Hebe de Bonafini, figura storica delle Madri di piazza di maggio, l’Argentina, dicevo, è costretta – come ci racconta Alicia Martinez Pardiés – ad accettare mentre è al potere un governo di centrosinistra, le “ricette” di Domingo Cavallo, uomo del Fondo monetario, che nel ’91 portò il paese alla convertibilità fissa con il dollaro (un peso, un dollaro) e al disastro del deficit che affligge tuttora il paese. Adesso la sua grande trovata è la riconversione del debito, come vuole il Fmi. Questa operazione dalla quale il governo del presidente De La Rua spera di racimolare all’incirca 17 milioni di dollari di riduzione del debito, che assomma a 150 miliardi di dollari, servirà al massimo a placare le ansie della comunità internazionale, preoccupata dalla possibile insolvenza dell’Argentina, ma non certo a far respirare il paese. La terza più grande economia dell’America Latina, come ha ricordato Maurizio Galvani sul manifesto, ha infatti un prodotto interno lordo (beni e servizi), che ammonta a 280 miliardi di dollari, ma un debito pubblico di 128 miliardi di dollari. Il responsabile di questa tragedia, l’ex presidente Carlos Menem, una volta citato dai mezzi d’informazione occidentali come lo statista moderno, convertitosi al neoliberismo, che avrebbe riportato l’Argentina ai suoi antichi splendori, sta per risposarsi con la cilena Cecilia Balocco, ex miss universo, ma intanto è stato inquisito per associazione a delinquere e traffico d’armi, sfiorato per la seconda volta da uno scandalo (come dieci anni fa per la droga) in cui è coinvolto il suo ex cognato Emir Yoma, marito della sua ex capo di gabinetto Amira Yoma e l’ex ministro della difesa e suo grande amico personale Erman González. Quella di Menem, pupillo degli Stati Uniti, per i quali contestava sempre nei vertici latinoamericani le tesi di Fidel Castro, è una vicenda che ricorda quella di Carlos Salinas De Gortari, il presidente messicano che per primo mandò i carri armati per fermare in Chiapas la ribellione dei poveri eredi della civiltà Maya e poi, dopo essere stato ripetutamente osannato dall’informazione occidentale per aver scelto la linea neoliberista, precipitò il paese nella più grande bancarotta economica della sua storia, evitata solo per un megaprestito di Bill Clinton, garantito, guarda caso dall’uranio e dal petrolio del Chiapas.
Perché dovremmo continuare a eludere queste realtà mediocri, non molto diverse da quella che continua a martoriare per esempio l’Angola, dove un criminale internazionale come Sawimbi, sovvenzionato e armato dagli Stati Uniti e da altre insospettabili potenze occidentali, condanna un paese a una guerra di posizione che non finisce mai e continua a far saltare sulle mine antiuomo fabbricate in Europa e anche in Italia, un’umanità innocente ignara che la sua quotidianità dolorosa è dovuta ai diamanti che da sempre qualcuno del Nord del mondo si vuol portar via dalla sua terra e per questo non si fa scrupoli di usare un personaggio come Sawimbi, certamente non meno squalificato e pericoloso del serbo Milosevic.
E’ la stessa umanità innocente del popolo Sarawi, documentata dalle toccanti fotografie di Patrizio Esposito, introdotte da Mario Martone, che caratterizzano questo numero 75 della nostra rivista e che documentano l’irresponsabilità del mondo che conta. Da anni questo mondo accetta che il Marocco disattenda le decisioni dell’Onu sull’indipendenza di una popolazione dell’Africa subshariana, così ricca di civiltà da raccogliere le foto private trovate nelle giubbe dei poveri soldati marocchini, mandati a morire contro di loro, per riunirle in una mostra viaggiante contro la guerra.
E’ l’ipocrisia del mondo che si autodefinisce civile e democratico, ma che poi è costretto a rimuovere dall’immaginario collettivo la verità riguardante Timothy McVeigh, l’autore dell’attentato di Oklahoma City nel 1995 dove morirono 158 persone fra cui molti bambini, e che risulta essere affiliato a una di quelle associazioni razziste e neonaziste che proliferano anche negli Stati Uniti e che ogni tanto cospirano. Sì, perché mentre il governo nordamericano dà la caccia a terroristi o presunti terroristi di tutto il mondo (preferibilmente arabi, neri o di radice ispanica) nelle pieghe più oscure della sua società, (magari favoriti dal Controintelligence program varato da Nixon agli inizi degli anni ’70 per combattere i sovversivi) sono cresciute associazioni, sette, nuove chiese che hanno obiettivi che è poco definire terroristici. Queste realtà trovano sostegno spesso nello stesso apparato dello stato, se è vero come è vero che l’Fbi non aveva consegnato alla difesa di McVeigh migliaia di pagine di documenti raccolti nel corso delle indagini, ufficialmente per intoppi burocratici, in realtà per nascondere le prove che dietro all’attentato dell’ex marine ci fosse una vera e propria cospirazione.
Perché il problema non è tanto la colpevolezza di McVeigh (da lui stesso ammessa), ma i suoi collegamenti con i circuiti dell’ultradestra e le collusioni dell’ultradestra con l’amministrazione dello stato, insomma, un affaire che il quotidiano britannico The Independent ha semplicemente definito, dopo un’accurata indagine, “Il complotto”. D’altronde, come segnalammo nel numero scorso di Latinoamerica, negli Stati Uniti trovano accoglienza non da oggi organizzazioni come quelle legate alla fondazione cubana-americana di Miami, pronte ad essere complici in episodi di terrorismo interno (gli assassini di Kennedy, di Luther King, il caso Watergate) o addirittura di esportare la violenza, come nel caso del salvadoregno ingaggiato dal terrorista “in libertà” Posada Carriles per mettere esplosivo in alcuni alberghi dell’Avana allo scopo di allontanare il turismo, prima fonte economica di Cuba.
Sono contraddizioni come queste che hanno portato alla clamorosa esclusione degli Stati Uniti da due strategiche commissioni Onu, quella per i diritti umani (che ha sede a Ginevra) e quella per la lotta al narcotraffico. La prima ha a che fare con le problematiche legate al traffico d’armi, al protocollo non firmato sulla messa al bando delle mine antiuomo, sul rifiuto di George W. Bush, neopresidente, di ottemperare agli impegni presi da Clinton con gli accordi di Kyoto sulla difesa dell’ecosistema. La seconda esclusione ha a che fare invece con la politica praticamente imposta dagli Stati Uniti a Colombia, Bolivia, Ecuador, Perù per la lotta al narcotraffico e esemplificata dall’inquietante Plan Colombia, un piano prevalentemente militare respinto dalla comunità europea.
Sono realtà allarmanti che hanno portato alcune nazioni storicamente amiche degli Stati Uniti, a votargli contro, ma i media più importanti quasi non se ne sono accorti, come le storie che Giorgio Oldrini racconta sul Cile, in questo numero di Latinoamerica, o Giulio Girardi sul Nicaragua, o Dino Frisullo sul Kurdistan. E ci sono anche ricordi che si tende a rimuovere e che possono riguardare perfino l’etica di un buon cristiano. Arturo Paoli e Ettore Masina sottolineano proprio queste contraddizioni della Chiesa che avrebbe tutto il prestigio morale per far sentire la sua voce, come fecero i vescovi Arnulfo Romero e Juan Gerardi, entrambi assassinati a distanza di diciott’anni l’uno dall’altro in Salvador e in Guatemala perché lasciati soli dal Vaticano, nel loro rifiuto dell’ingiustizia e della violenza verso i più deboli.
Ma c’è’ ancora chi non ritiene ineluttabile la sconfitta e l’annientamento della maggior parte degli esseri umani. Il saggio del grande poeta cubano Roberto Fernández Retamar sull’inizio del nuovo millennio, l’articolo intitolato “Da Macondo a Playa Giron” di Franco Avicolli, la stessa inattesa intervista “politica” di un ex calciatore ribelle e controverso, come Maradona o la speranza che si respira nel suggestivo studio sul cinema latinoamericano di Walter Salles ( il regista brasiliano candidato all’Oscar tre anni fa per Central do Brazil) ci confermano questa voglia di resistenza. Così come l’articolo, sempre in questo numero 75 di Latinoamerica, di un hacker sconosciuto che ci spiega dalla parte di un ragazzo ribelle del cosiddetto mondo evoluto i motivi e il perché di una opposizione che sembra avere le stesse ragioni spiegate dal subcomandante Marcos, dell’umanità riunita a Porto Alegre a gennaio e di tutti coloro che da Seattle in poi cercano di far sapere che il mondo così come lo intende ora la globalizzazione economica non ha speranza, non ha futuro. Ed è un diritto inalienabile, contestarlo.
 


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà