Felici di ballare sul Titanic del neoliberismo

luglio 29, 2002

LATINOAMERICA 79-80 (N. 3/4 2002)
 
Gli Stati Uniti hanno ottenuto, dopo un’imbarazzante trattativa all’Onu, che i loro militari e i loro funzionari impegnati in varie operazioni nel mondo, in caso commettano reati, siano per un anno immuni da qualunque possibilità di sanzione da parte del neonato Tribunale penale internazionale. Questo tribunale, al quale il governo di Washington, come Russia, Cina o Israele non hanno aderito, dovrebbe processare i crimini di guerra o contro l’umanità ovunque vengano commessi.
L’impunità per i cittadini nordamericani coinvolti in iniziative umanitarie (peacekeeper) o in vere e proprie “guerre sporche”, è rinnovabile di anno in anno. Un compromesso miserabile, che Amnesty International ha definito “scandaloso” e denunciato come un ricatto che, se salva la missione delle forze Nato in Kossovo, apre di fatto l’inquietante logica secondo la quale sono gli Stati Uniti, con l’avallo complice del Consiglio di sicurezza dell’Onu, a decidere dove i diritti fondamentali di tutti gli uomini vanno tutelati e dove invece no. Ma il Consiglio di sicurezza venerdì 12 luglio 2002 ha fatto di più: nel tentativo di risolvere il problema della forza di interposizione in Kossovo, che il governo di Washington minacciava di lasciare, ha esteso l’impunità e il privilegio di essere giudicati soltanto da tribunali dei loro paesi a tutti i militari e funzionari delle nazioni attualmente impegnate in attività di peacekeeping, mortificando l’integrità e l’autorità giurisdizionale del tribunale, prima ancora che i suoi giudici possano incominciare a svolgere il loro lavoro. In un’altra epoca, questa infamia avrebbe scatenato una reazione difficilmente contenibile. Ma nell’attuale momento storico, dove il potere imperiale giudica, ma non può essere giudicato, perfino i grandi giornali d’opinione e le televisioni apparentemente ineccepibili nel soppesare e dare le notizie, hanno proposto commenti di basso profilo tentando, in alcuni casi, di rimpicciolire, mortificare o addirittura eludere la notizia. Nella prestigiosa rubrica dedicata ai lettori, che fu di Indro Montanelli, è sorprendente, per esempio, vedere Paolo Mieli giustificare in una risposta l’atteggiamento degli Stati Uniti, accettando le tesi grottesche dell’amministrazione nordamericana [“non lasceremo le nostre truppe alla mercè di denunce frivole o fondate su pregiudizi politici”], tesi che dopo i rilievi anche del New York Times, Bush ha cambiato, affermando che “intendeva solo tutelare i diritti costituzionali del personale militare Usa, in particolare il diritto di essere processato da una giuria by jury of peers [a parità di condizioni]” cioè solo da tribunali militari nazionali. Il contrario di quanto sostenuto per Milosevic e i suoi crimini, che dovevano essere giudicati da una corte internazionale veramente neutrale, per proteggere imparzialmente i diritti fondamentali di tutti gli uomini. Una posizione più che legittima, ma che non esime nemmeno gli Stati Uniti dall’obbligo di rispettarla. Mieli evidentemente ha dimenticato che, ancora recentemente, il paese leader delle democrazie occidentali non è stato per nulla vittima di “denunce frivole e fondate su presunti pregiudizi politici”, ma anzi è stato inchiodato da responsabilità precise, dal colpo di stato contro Salvador Allende in Cile, al piano Condor, origine tra l’altro in Sud America della tragedia dei desaparecidos, alla imbarazzante complicità per trent’anni con Sawimbi in Angola, causa di migliaia e migliaia di morti e di innocenti saltati sulle mine. Purtroppo, per l’etica di questa nostra società occidentale che si crede immune da misfatti o da colpe come quelle del governo di Milosevic, per esempio, soltanto tre anni fa, proprio una commissione dell’Onu ha chiamato in causa come complice del genocidio negli anni Ottanta delle popolazioni Maya in Guatemala, il governo degli Stati Uniti d’America. Il rapporto Memorie del silenzio, dopo quello della Chiesa cattolica [Guatemala nunca mas] per il quale il vescovo Juan Gerardi è stato assassinato senza che i mandanti del suo omicidio abbiano ancora pagato, è stato tranciante sull’argomento e ha portato alla luce documenti inoppugnabili. Militari delle forze speciali, agenti della Cia e funzionari di varie strutture e di vario tipo del governo degli Stati Uniti, non hanno solo istruito a Fort Benning o alla Escuelas de Las Americas in Panama, i torturatori e i repressori dell’esercito del Guatemala, ma hanno partecipato con loro a varie e indiscriminate azioni di annientamento delle popolazioni indigene e di chiunque si opponeva all’operazione Tierra rasada decisa dai dittatori Lucas García, Mejía Victores e Rios Montt per soddisfare le esigenze economiche delle multinazionali agroalimentari come la United Fruits e delle quattordici famiglie che controllano l’83% dell’economia del Paese. Un piano per sloggiare le popolazioni Maya dai loro territori ricchi anche di minerali strategici. Fu un genocidio dai dati agghiaccianti: duecentomila morti, più di trentamila desaparecidos, 627 massacri accertati, 400 villaggi scomparsi dalla carta geografica, quasi tremila fra cimiteri clandestini e fosse comuni. Nessuno ha pagato per questo scempio, perché con il ritorno di una presunta democrazia, agli inizi degli anni Novanta, la solita amnistia ha lasciato tutti questi crimini impuniti. Perché allora i funzionari nordamericani implicati in questi delitti contro l’umanità dovrebbero continuare ad essere esentati da ogni fastidio giudiziario? E perché altri funzionari che in questo momento, in varie parti del mondo, con la scusa della lotta al terrorismo, stanno mortificando i diritti civili e umani di tante persone, andando perfino oltre alle disposizioni ricevute, dovrebbero farla franca? Lo sa Paolo Mieli che proprio in Guatemala l’attuale presidente del parlamento, favorito dalla grottesca democrazia voluta dagli Stati Uniti dopo la fine degli anni del terrore, è il generale Efrén Rios Montt, uno dei tre militari genocidi ai quali accennavo prima? Perché chi ha collaborato con questo inquietante personaggio non dovrebbe essere giudicato? E perché gli Stati Uniti che vollero tribunali internazionali ad hoc per i crimini perpetrati in Ruanda e nell’ex Jugoslavia, non si sono sognati di chiedere che anche a Rios Montt toccasse la sorte almeno di Milosevic? Quel Rios Montt che ha coperto i militari assassini del vescovo Gerardi e che, con tutta probabilità, conosce la verità sul recente omicidio di Guillermo Ovalle, responsabile amministrativo della fondazione Rigoberta Menchú, presa di mira perché aiuta i parenti delle vittime del genocidio che non hanno possibilità economiche, a presentare le denuncie contro i militari responsabili delle migliaia di morti, riesumati in questi ultimi mesi nelle fosse comuni da medici patologi arrivati da tutto il mondo e già minacciati. Perché queste notizie non trovano spazio nei nostri giornali o sono trascurate, minimizzate? Chi non valuta questi compromessi del mondo moderno con la equità dovuta, rischia di far perdere ogni credibilità alle tesi che sostiene. D’altro canto, come dobbiamo giudicare adesso, un paese come gli Stati Uniti dove lo stesso presidente Bush junior e il vice presidente Cheney [che Kissinger definì l’uomo più spietato mai incontrato nella sua vita] fregandosene dei diritti degli azionisti e del destino dei dipendenti delle aziende di cui erano padroni o manager, hanno lucrato in un passato recente, enormi guadagni in borsa, ben sapendo che quelle stesse aziende erano sull’orlo di un fallimento?
Inside trading: è la definizione di un reato che ha come base la viltà e l’avidità. Bush ha avuto perfino la faccia tosta di tuonare contro i manager corrotti, chiedendo che assaggino la galera. Ha evidentemente dimenticato di essere stato uno degli antesignani di questa ennesimo borseggio del capitalismo che va di moda. Rubare, approfittarsi della buona fede altrui, circuire e poi mortificare chi crede nella legge, dichiarare che l’economia non può avere paletti, né laccioli, per accaparrarsi quello che è degli altri o della comunità, in nome dell’esigenza di un’economia più libertina che libera, tutti questi comportamenti, ora più che mai, sono legittimati ogni giorno negli editoriali di opinionisti una volta prestigiosi, o addirittura progressisti, e ora invece pronti a giustificare con qualunque contorcimento dialettico ogni azione mediocre o riprovevole commessa in nome degli interessi della finanza speculativa, mascherata ipocriticamente come “macroeconomia”.
È in nome di un argomento come questo che la Spagna con navi da guerra e truppe da sbarco riconquista Perejil, l’isola del prezzemolo, incontestabilmente marocchina dal punto di vista geografico, ma da qualche secolo spagnola. C’è, in questo atto del governo Aznar, la paura di dover affrontare a breve la legittimità del possesso di Ceuta e Melilla, le due enclave iberiche in terra marocchina. Ma c’è anche tutto il cinismo di un mondo autodefinitosi civile e democratico, che è permissivo e complice quando il Marocco si appropria della terra e del deserto del popolo Saarawi, ma si stupisce e si adonta se Mohammed IV, erede di quel famoso “democratico” di Hassan II, decide di riprendersi un isolotto che dalla costa nordafricana chiunque può raggiungere a nuoto. D’altronde, quando Mohammed IV alla morte del padre, un paio di anni fa, ha ereditato il potere, i mezzi di comunicazione occidentali non tentennarono nel definirlo un libertario e riformatore perché il suo primo atto di governo fu quello di liberare dodicimila prigionieri politici ingiustamente carcerati dal padre, molto apprezzato dall’occidente come alleato prezioso in un panorama di nazioni musulmane non certo ben disposte nei confronti delle nostre strategie politiche.
Un atteggiamento ambiguo simile a quello tenuto con la Turchia, che continua a reprimere i curdi alla stessa stregua di Saddam Hussein. Nessuno, incredibilmente, si pose allora l’inquietante interrogativo su come il mondo che insiste nell’autodefinirsi “civile e democratico”, avesse potuto accettare per anni che, a meno di due ore di aereo dalle prestigiose capitali europee o dal comando Nato, un monarca alla fine del secondo millennio, potesse, indisturbato, mettere in galera chi non gli andava a genio violando qualunque regola o diritto. E questo, mentre gli Stati Uniti chiedevano ritualmente la censura di Cuba per violazione dei diritti umani e la comunità europea, pur continuando a fare affari con Cuba, si accingeva a schierarsi con le nazioni che, ogni anno, in autunno, condannano l’embargo nordamericano all’isola di Castro e in primavera accettano il ricatto del governo di Washington teso a mortificare l’isola della revolución. Quello che è successo in Marocco o quello quello che continua a succedere nel Guatemala del presidente Portillo e del suo burattinaio, il generale Rios Montt, non ha mai sfiorato Cuba, pur legittimamente criticata a volte per i suoi integralismi. Ma questo dato incontestabile non scuote la memoria e le coscienze di chi trova legittimo che il tribunale penale internazionale nasca paralizzato per l’esigenza di impunità dei funzionari e dei militari del governo degli Stati Uniti, specie sotto la presidenza di George Bush jr., l’uomo eletto dalle multinazionali delle armi, dell’energia e del petrolio. Per questo, mi fa sorridere l’atteggiamento di premi Pulitzer come Andrès Openheimer, il columnist di origine argentina del Miami Herald quando scrive di Cuba e della sua politica. Il prestigioso scrittore, alla metà degli anni Ottanta si fece una fama con la scoperta del caso Irangate, sorvolando sul fatto, però, che l’artefice di quel brutto pasticcio che fece rilasciare in ritardo gli ostaggi nordamericani sequestrati dal regime degli ayatollah di Komheini per favorire l’elezione di Ronald Regan a scapito di Jimmy Carter, era stato George Bush senior capo della Cia e successivamente vice del presidente venuto da Hollywood. Bush padre, infatti, era andato a trattare l’imbroglio con i servizi iraniani, sull’aereo personale del fratello di Bin Laden, in quell’epoca socio della famiglia Bush negli affari riguardanti il petrolio. Recentemente, dopo la censura a Cuba della commissione diritti umani dell’Onu, [sanzione ottenuta dagli Stati Uniti, comprandosi letteralmente, con un prestito, la possibilità che il disperato governo dell’Uruguay presentasse la mozione], Openheimer, ha scritto, sulle pagine di El Pais, sulla politica attuale e futura di Cuba. Non contesto le sue tesi, chiaramente allineate con le analisi del governo di Washington. Ricordo soltanto che dodici anni fa il premio Pulitzer scrisse un libro intitolato L’ora finale di Castro. E lascio immaginare ai lettori l’allegria che le nuove previsioni di Openheimer hanno suscitato nella rivoluzione cubana. Le nazioni che ora sembrano avere in mano i destini del mondo, pur essendo costrette a rinchiudere in una tenda canadese i loro dirigenti per decidere improbabili strategie da far accettare al terzo mondo, devono incominciare a capire che il tempo della spoliazione dell’80% dell’umanità in nome delle “indiscutibili leggi ed esigenze dell’economia” è finito. L’ingordigia che, alla fine della gita a Calgary, fa stanziare una cifra per combattere l’Aids capace di lenire appena il 4% dei cittadini del terzo mondo, è autolesionistica, oltre che criminale, perché la storia non perdona. Ma molti premier, ministri finanziari, arroganti presidenti delle varie confindustrie, che pure a fine agosto dovrebbero andare a Johannesburg per il vertice Onu sullo sviluppo sostenibile, continuano ad ignorarlo, felici di ballare sul Titanic del neoliberismo che sta inesorabilmente affondando.

Articolo di Gianni Minà

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