La brutta abitudine di Cuba di smentire le previsioni dei giornalisti

gennaio 23, 2009

LATINOAMERICA N. 105 (N. 4 2008)
Francamente, fossi stato così tante volte smentito dai fatti e dal dipanarsi della Storia, mi sentirei in serio imbarazzo, non solo come cronista, ma anche ad accettare che i lettori e gli spettatori tv mi definiscano esperto di America latina. Sto parlando, infatti, dei giornalisti, degli editorialisti, degli esperti di geopolitica, dei commentatori degli accadimenti del mondo, degli storici [o presunti tali] che, negli ultimi cinquanta anni, hanno avuto la ventura di esprimersi su Cuba, di giudicarla e di prevederne, immancabilmente, l’imminente fine.
Ne avessero indovinata una! Salvo poche eccezioni, si sono appiattiti, infatti, sugli analisti di turno del dipartimento di stato nordamericano, del Pentagono, degli organismi di intelligence, che quasi sempre, ora lo sappiamo, esprimevano un desiderio più che giudicare o sviscerare una realtà.
Fino all’ultimo, fino a quando Fidel Castro, nell’agosto del 2006, si è ritirato per infermità dalla politica e nessuno di loro ci ha creduto, continuando a chiedersi pervicacemente: “Che ne sarà di Cuba dopo Fidel?” e diffidando di chi, come il sottoscritto o come molti in America latina, continuava a ripetere che non sarebbe successo nulla.
E così, evento dopo evento, pericolo dopo pericolo, congiuntura drammatica dopo congiuntura drammatica, la rivoluzione cubana ha compiuto i suoi primi cinquant’anni, uscendo ammaccata ma sempre vitale dalle crisi economiche e dagli uragani, dalle strategie eversive montate con i soldi della Cia o con i dollari dei budget presidenziali distribuiti a milioni a quelli che chiamano dissidenti, e perfino dagli attentati terroristici pianificati in Florida e messi in atto nell’isola. e particolarmente in Italia, non fosse così sconcio da accettare tranquillamente dizioni come “guerra umanitaria” o “danni collaterali” o non fosse abituato, non si sa per quale condizionamento storico o psicologico, a chiamare
“guerra” e non “massacro” gli eventi tragici nella Striscia di Gaza, dove i morti da una parte, quella palestinese, sono oltre mille e dall’altra, quella israeliana, non più di quindici, la vicenda di un’isola dei Caraibi che, pur fra errori, contraddizioni e qualche illiberalità, diventa un laboratorio ideologico e culturale alternativo alle scelte di un mondo tradito, tanto dal comunismo quanto dal capitalismo estremo, il compleanno della rivoluzione, il suo rimanere in vita cinquant’anni, avrebbe suggerito qualche spazio sui media, qualche approfondimento più obiettivo e lucido, qualche analisi più onesta, anche solo per non rischiare una figura barbina.
E invece no. Il mondo che si autodefinisce civile e democratico, proprio nell’anno in cui si dissolvono tutte le certezze del famoso mercato che, da solo, avrebbe dovuto mettere a posto tutto e al contrario si è rivelato più che mai una fabbrica di ingiustizia, corruzione, speculazione e disastri, la coincidenza storica riguardante Cuba non ha suggerito l’esigenza di una riflessione, di una ricostruzione approfondita dei fatti e del perché quell’esperienza è ancora in vita.
Crediamo che questo atteggiamento sia dovuto non solo a una presunzione imbecille o a una mancanza assoluta di conoscenza storica, proprio nell’epoca in cui il pubblico, si sostiene, è sommerso dalle informazioni, ma sia il frutto anche della sgradevole conferma dell’inconsistenza delle teorie che, per anni, questi esperti di politica estera si sono fatti ammanire dagli organismi degli Stati uniti addetti alla comunicazione e all’immagine. Sono le teorie che ogni volta devono essere ribadite perché il mondo appaia come i governi di Washington vorrebbero che fosse.
Cuba che, già alla fine degli anni Cinquanta, smentiva questi schemi e pericolosamente faceva balenare per il continente latinoamericano un contesto diverso da come gli Stati Uniti lo pensavano, e forse anche da come l’Unione sovietica lo desiderava, ha pagato per prima sulla sua pelle le spese di questa diversità. Campagne anche feroci di discredito ed eversione, con il contributo costante
di giornalisti senza morale.
Nel 1979 è successo a un’isoletta come Grenada, solo perché si avvaleva della collaborazione di alcuni maestri cubani, poi a un Paese strategico come Panama, bombardata nel 1989 [più di mille i morti innocenti] per catturare il suo dittatorello dell’epoca, Manuel “faccia d’ananas” Noriega, ex asset della Cia, che minacciava rivelazioni sul narcotraffico non proprio edificanti per i governi di Washington. A partire dagli anni Cinquanta è successo anche a moltissime
delle nazioni produttrici di petrolio o considerate strategiche per fa arrivare l’oro nero al mare: l’Iran di Mossadeq, l’Indonesia [il cui presidente golpista Suharto nel 1967 fece trucidare 500mila presunti “comunisti”] e più recentemente l’Afghanistan dei talebani e l’Iraq “delle armi di distruzione di massa”.
Ora il discredito tocca al Venezuela del “colonnello populista” Chávez, alla Bolivia del “cocalero” Evo Morales e all’Ecuador del democristiano di sinistra Rafael Correa, colpevoli di dichiararsi, se non allievi, sicuramente grati proprio alla rivoluzione cubana e alla sua capacità di resistenza, che ha generato l’America latina attuale, più attenta ai diritti di tutti.
Per chi si nega al discredito verso chi non si allinea alle politiche di Washington, la navigazione è stata ed è perigliosa, anche solo per poter sopravvivere. Trent’anni fa un illustre intellettuale, Enzo Santarelli, docente di Storia contemporanea all’Università di Urbino, con l’intrepida compagna Bruna Gobbi e un gruppo di militanti della controinformazione, come Gabriella Lapasini e
Alessandra Riccio, diede vita a Latinoamerica [che non a caso all’inizio si chiamava Cubana] proprio per controbattere quel modo di raccontare il mondo non solo scorretto, ma servile e cialtronesco. Il gruppo riunitosi attorno a Santarelli prese lo spunto proprio dai modi di essere del laboratorio politico e culturale che Cuba, in soli venti anni, era diventata, malgrado tanti errori, come la stagione delle censure [dal ’71 al ’76] denominata El quinquenio gris e che terminò con la creazione, il 30 dicembre del ’76, del ministero della Cultura, affidato a un intellettuale raffinato come Armando Hart.
Casa de las Américas [voluta dal Che e da Haydée Santamaria] nelle lettere, l’Istituto cubano di arte e industria cinematografica [Icaic], la scuola di cinema dove insegna sceneggiatura e scrittura creativa García Marquez, la scuola di balletto di Alicia Alonso [ora arrivata a essere la più prestigiosa del mondo], il movimento musicale della Nueva trova [voluto dal grande Leo Brawer e rappresentato
fra gli altri, all’inizio degli anni Sessanta, da Silvio Rodriguez, Pablo Milanés, Sara Gonzales e Noel Nicola], il fervore delle arti plastiche e figurative, tra cui anche la grande novità della grafica cubana che illustra le pagine di questo numero di Latinoamerica, oltre alla messa a punto di un metodo per combattere l’analfabetismo esportato con successo in molte nazioni del Sud del mondo e alla fondazione di una Scuola di medicina che è diventata un esempio in tutto il continente americano. Tutte queste realtà sono i punti fermi di un Paese che, come ha detto Eduardo Galeano, è attualmente quello che è potuta essere, non quello che avrebbe voluto essere.
C’è un bellissimo film-documentario, Soy Cuba, recentemente riscoperto e rilanciato da Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, che documenta questa febbre, questa nascita di una nazione diversa che ha fatto della più vasta delle isole dei Caraibi, nei momenti creativi ma anche in quelli contraddittori, un vero caso politico ed intellettuale.
La regia era di un maestro del cinema russo dell’epoca, Mihail Kalatosov, la sceneggiatura del poeta Evghenij Evtushenko e la consulenza storica addirittura di Ernesto Che Guevara. Le scene della collaborazione fra la troupe sovietica e i ragazzi che avrebbero in seguito inventato il cinema cubano, inimitabile nel continente, sono allo stesso tempo tenere e picaresche, specie nei momenti in cui questi ragazzi, con soluzioni di fortuna, inventano veri e propri dolly caserecci che consentono arditi movimenti di camera. “È la cubanía, baby!” mi disse una volta Julio García Espinosa, allievo in gioventù di Zavattini e fondatore, con Birri, García Marquez e il compatriota Titón Gutierrez Alea, della scuola di cinema di San Antonio de los Baños che adesso, a 80 anni, è tornato a dirigere.
In nessun altro Paese del continente sono successe cose simili e l’arte ha avuto uno spazio tanto rilevante, malgrado la povertà. Per questo quando si racconta Cuba dimenticando l’assedio che subisce dagli Stati Uniti da mezzo secolo, non si compie solo una profonda ingiustizia,
ma si perpetra un’immoralità. Saul Landau, scrittore e documentarista di molte realtà inquietanti della
società nordamericana, che conosce profondamente per essere stato un ricercatore proprio del dipartimento di stato e che ora dirige i programmi dei mezzi digitali del Politecnico statale della California, non ha esitato, in un articolo che pubblichiamo proprio sul questo numero della rivista, a irridere il grande New York Times Magazine. Questa istituzione dell’informazione, il 2 dicembre 2008, proprio nei giorni caldi della decomposizione del modello neoliberale per lo scorretto meccanismo usato da molte banche del Paese nel concedere prestiti e mutui, non aveva trovato di meglio che pubblicare un reportage del suo inviato a l’Avana Roger Cohen, sulla fine della Revolución, cioè sulla fine della società socialista a Cuba.
Landau non ride tanto per lo stile di un articolo che ripete concetti, certezze e previsioni espresse e mai avveratesi già dal tempo della Crisi dei missili [1962] e poi via via ribadite al tramonto dell’impero sovietico nell’89, o al nascere del periodo especial dovuto alla fine degli scambi commerciali con i Paesi dell’ex Europa socialista, o all’annuncio dell’infermità di Fidel e al suo conseguente ritiro dalla politica. Landau trova comico che l’analisi presuntuosa e superficiale dell’inviato del New York Times venga sviluppata mentre Cuba, con un Pil al 9%, entra nel Gruppo di Rio e si accinge a farlo anche nell’Organizzazione degli stati americani da dove era stata cacciata, per iniziativa proprio di Washington, poco meno di cinquant’anni fa.
Scrive Landau: “L’articolo del New York Times “La Fine della Rivoluzione” è apparso proprio mentre ci giungevano le notizie di un unico parassita [Bernard Madoff ] che era riuscito a sottrarre 50 miliardi di dollari ai più scaltri investitori di Wall Street”. E riflette: “A Cuba nessuno avrebbe potuto rubare impunemente 50 miliardi alla comunità”.
Nel giornalismo italiano di esperti come Cohen, che raccontano Cuba come la vedono a Miami e come insegnano l’Usaid, il Ned e tutti gli altri enti di propaganda della Cia, ce ne sono moltissimi, da anni, per esempio, il 90% dei reportage da Cuba per raccontare un Paese sempre indicato sull’orlo del fallimento, ha dei testimoni fissi, tanto per i giovani giornalisti in cerca di un posto al sole quanto per quelli più esperti in cerca dell’ultimo scoop. I testimoni intervistati sono puntualmente: un taxista insoddisfatto quasi sempre con un bel paio di Rayban sul naso, una jinetera [letteralmente, una “fantina”, come vengono chiamate le prostitute sull’isola], un ragazzotto che si lamenta perché non si può permettere i consumi e i viaggi [che, invece, notoriamente sono la quotidianità per le decine di milioni di abitanti delle favelas latinoamericane], un intellettuale scocciato e malmostoso, di cui però non si può dire il nome per la sua sicurezza personale.
Mi piacerebbe vedere cosa verrebbe fuori se, con lo stesso schema e personaggi simili, provassimo a raccontare la Francia delle banlieues, gli Stati Uniti dei ghetti o la stessa Italia. Un’Italia spiegata solo dalle parole dei tassisti romani, eternamente incazzati con Veltroni [anche se non è più sindaco], o da quelle delle prostitute italiane [le statistiche dicono che ne esistono ancora tante, specie “belle di giorno” nelle case di appuntamenti] o dagli sproloqui dei ragazzi insoddisfatti e violenti di molte periferie delle nostre città, ormai senza nessuna speranza per il domani. Insomma, una nazione magari illustrata anche dalle dichiarazioni di uno dei tanti intellettuali del nostro Paese, sconfitti dall’ottusità che tracima dalle tv private e pubbliche di Berlusconi.
Accetteremmo questo racconto come l’unica fotografia che coglie l’essenzadell’Italia?
Mi domando poi perché scrittori come Padura Fuentes [pubblicato in Italia da Tropea] o sceneggiatori come Juan Carlos Tabio [che lavorò al fianco di Titón Gutierrez Alea malato ma non fu il regista di Fragola e cioccolato né Guantanamera, come invece ha sostenuto erroneamente il venerdì di Repubblica] continuino a vivere a Cuba [invece di fermarsi in Europa o in America latina durante uno dei tanti viaggi che fanno ogni anno] se, quando parlano con la stampa estera, sarebbero costretti a chiedere di tacere la loro identità, come sostengono i nostri inviati.
Non c’è di peggio del conformismo, specie se si considera che Cuba è un isola dei Caraibi e non una nazione mitteleuropea, che ha la più bassa mortalità infantile di tutto il continente americano, la più alta media di vita del Sudamerica ed è l’unica nazione capace di difendersi, in quella zona del mondo, dai disastri naturali e dalle derive politiche. disse una volta José Saramago, Nobel portoghese per la letteratura a volte sinceramente critico con i limiti del socialismo cubano: “Alla fine sto sempre con la Rivoluzione, che in cinquant’anni si è risparmiata squadroni della morte, paramilitari, bambini di strada, torture, tanto usuali per anni nell’America latina neoliberale”.
Negli Stati uniti che Barack Obama eredita da W. Bush, quelli che hanno legittimato la pratica della tortura [voluta dall’ex ministro della difesa Rumsfeld] ed eliminato l’habeas corpus, quelli dove i reclusi senza processo erano rinchiusi come i polli nelle stie nella prigione approntata nella base militare di Guantanamo senza aver diritto a nessun diritto, quella di Saramago è un’osservazione indiscutibile, così come la denuncia, fatta dal premio Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel, del terrorismo di stato attualmente praticato in Paesi come la Colombia e il Messico, dove fra l’altro, c’è il più alto numero di giornalisti e sindacalisti assassinati ogni anno anche dalle cosiddette forze di sicurezza.
I cronisti, da anni smentiti dalla rivoluzione cubana, ma che pervicacemente sostengono di andare a cercare la verità a l’Avana, non estendono quasi mai il loro impegno, chissà perché, in questi Paesi senza legge, sempre assolutamente allineati sulle politiche che interessano Washington.
Senz’altro non lo fa Reporters sans Frontiéres, messa sotto indagine negli Usa dal Government Accountability Office [Gao] perché risulta essere uno dei principali beneficiari del Center for a Free Cuba [Cfc] implicato in un gigantesco caso di appropriazione indebita di parte dei 45 milioni di dollari stanziati anche nel 2008 dal governo Bush [malgrado la crisi economica] per destabilizzare la vita politica dell’isola.
Ma da tempo non lo fanno nemmeno molti dei giornalisti che si dicevano comunisti e ora sono pentiti. della straordinaria vicenda di Cuba, da un certo momento in poi, non hanno saputo -o voluto- cogliere l’essenza, la diversità o la modernità, ma solo le contraddizioni. Tutto quello che scrivono adesso sull’argomento è intriso solo di malafede, di pregiudizio ed è la cassa di risonanza delle panzane che da cinquant’anni escono dalle radio accese nelle strade di Miami, quelle come calle Ocho, malgrado la terza generazione, erede dei cubani che hanno lasciato l’isola, si senta ormai estranea a questi veleni.
Questa ultima generazione di cubano-americani probabilmente aspetta solo che Obama cambi la politica verso Cuba, rispetti il diritto di autodeterminazione della maggioranza di un popolo e permetta loro di ritornare a vedere la terra dei loro nonni e magari aiutare economicamente fratelli, cugini, nipoti e parenti. La brutta abitudine di Cuba di smentire le previsioni dei giornalisti vari che, smentendo le aspettative della propaganda Usa degli anni ’60, sono rimasti nell’isola e hanno creduto nella diversità della Revolución e nella possibilità di soddisfare i diritti alla sopravvivenza, all’educazione, alle cure mediche, alla cultura, alla pratica sportiva, che nel mondo desolato che viviamo non sono meno importanti del diritto ai consumi, al mercato, al turismo. E di questa convinzione ci perdoni W. Bush che, andandosene e lasciando in eredità due guerre irrisolvibili e il suo Paese mai così imbavagliato da diritti soppressi, ha affermato con assoluta convinzione: “Lascio un mondo più libero”.
Per un numero così rievocativo e inevitabilmente polemico, non abbiamo risparmiato testimonianze. Oliver Stone, che ha realizzato W. alla vigilia del passaggio delle consegne fra Bush jr e Barack Obama, e Saul Landau ci spiegano la deriva morale degli Stati Uniti nella politica, nella finanza e nella società tutta, come gli editorialisti dei nostri media non hanno mai avuto il coraggio di fare negli ultimi otto anni. Alessandra Riccio insieme a me, a Gennaro Carotenuto, Jean Guy Allard e a Monserrat Ponsa i Torres [che ha intervistato il ministro della Cultura cubano, lo scrittore Abel Prieto] ha cercato di svelare il fascino segreto di un’isola controversa come Cuba, che ci ha fornito anche lo spunto di illustrare questo numero 105 con le perle della sua scuola grafica, rivelatasi, come abbiamo detto, all’inizio degli anni Sessanta.
Sandro Donati, grande uomo di sport e combattente implacabile della piaga del doping, racconta -non tanto a sorpresa- come dietro la falsa lotta alla droga di Usa e Onu ci sia il fallimento del Plán Colombia, un progetto di conquista che stava tanto a cuore a Washington. Adolfo Perez Esquivel è autore di una lettera al Presidente colombiano Uribe in cui denuncia il terrorismo di stato in atto in quel Paese, mentre Giuseppe de Marzo, con la solita competenza, spiega quanto siano innovative le Costituzioni varate, o in procinto di essere varate, in due nazioni indigene, Ecuador e Bolivia, dove finalmente sono riconosciuti i diritti di tutti. Miguel Bonasso fa il bilancio di luci e ombre dei cinque anni di governo dei Kirchner in Argentina. Nel settore Analisi, poi, Carotenuto e Massimo Modonesi ricostruiscono e studiano le ragioni per le quali il Messico stia diventando il più grande narco-stato del mondo, mentre Silvia Baraldini segnala le storie di ordinaria arroganza delle varie intelligence Usa sui cittadini neri o ispanici di Puertorico.
Sensazionali i due reportage di Gianluca Ursini sull’Afghanistan, che sta diventando il Vietnam del 2000 e sul Kosovo, uno stato nato per essere la più estesa base militare nordamericana in Europa. Chiudiamo con due fuoriclasse, come si dice nello sport: Harold Pinter, scomparso a fine 2008, che ricordiamo ai nostri lettori col memorabile discorso civile che scrisse quando fu insignito del Nobel per la letteratura tre anni fa, e Eduardo Galeano, che col consueto sarcasmo dolente commenta la mattanza di Gaza che i media del mondo occidentale, salvo poche eccezioni, non hanno saputo raccontare con l’onestà e la chiarezza che richiedevano. Buona lettura.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà