Come i media occidentali manipolano l’informazione su Cuba

ottobre 3, 2006

La notizia che dieci giornalisti, della Florida e non, erano pagati da agenzie del Dipartimento di Stato americano per produrre informazione falsa riguardo o contro Cuba, non ha occupato più di un paio di giorni i democratici media europei e italiani, come se la cosa fosse del tutto leggittima, o fosse un argomento fastidioso e per questo da eludere. Con tanti saluti alla completezza e trasparenza dell’informazione.
Eppure era una rivelazione del mitico Miami Herald, che era stato costretto, addirrittura, a dare il benservito a Pablo Alfonso, editorialista di tutta l’informazione dell’Herald stesso sull’isola della Revolución [pagato con 175mila dollari “dei contribuenti Usa”, come ha sottolineato Chomsky], di Olga Connor, freelance specializzata nell’informazione culturale [comprata con 71mila dollari] e di Wilfredo Cancio Isla, ex responsabile delle pagine sulla comunità cubana di Miami [premiato più modestamente con 15mila dollari].
La storia, però, era ed è scabrosa perché mette in discussione il modo con il quale i nostri media [anche i più prestigiosi o, in teoria, progressisti] riportano, senza alcun controllo sulla veridicità delle notizie, l’informazione su Cuba, che viene confezionata, manipolata e diffusa specialmente dalla Florida e dal New Jersey, capisaldi della “guerra sporca” nei riguardi della Revolución. Anzi, spesso, invece di prendere le distanze, il nostro mondo della comunicazione amplifica il sapore grottesco di queste notizie. E non si capisce il perché.
È la guerra stolida, insensata e, per ora, persa, degli ultimi nove presidenti su dieci degli Stati Uniti. Una pratica alla quale si è negato solo l’onesto Jimmy Carter e alla quale non hanno saputo sottrarsi diversi “democratici” occidentali [moltissimi italiani] malgrado Cuba rivoluzionaria abbia commesso illiberalità, ma non più di quasi tutti gli altri paesi del mondo, che troppo spesso e ipocritamente discettano e ostentano diritti umani che non rispettano, come sicurezza di vita dei cittadini, educazione, sanità, previdenza sociale e le stesse sbandierate libertà civili.
L’esistenza di un mercato di giornalisti disposti a colpire Cuba a comando è, d’altronde, in linea con i metodi di un governo, quello di Bush jr che, come si sa, ha stanziato ottanta milioni di euro, oltre ai sessanta già elargiti dal Congresso, per favorire un cambio “democratico” a l’Avana e che sempre più rafforza i dubbi sull’autenticità della dissidenza .
Ma la scoperta di questa realtà ha messo in crisi la credibilità di un mondo che non aveva battuto ciglio neanche dopo che associazioni come Reporters sans Frontiéres, specializzate in campagne di discredito contro Cuba, Venezuela, Bolivia o altri paesi non convenienti alle politiche degli Stati Uniti, avevano dovuto ammettere di essere sovvenzionate dal Ned [National Endowmento for Democracy], agenzia di propaganda della Cia, da Publicis, la concessionaria in esclusiva della promozione delle forze armate Usa, e da aziende come Coca Cola o Bacardi, sempre al fianco delle iniziative e dei conflitti più spericolati dei governi di Washington. Per questo era meglio far scomparire la notizia sui giornalisti anticubani a libro paga delle agenzie del Dipartimento di Stato.
Oltretutto, a scorrere l’elenco dei professionisti comprati, si poteva inciampare in personaggi come Carlos Alberto Montaner, editorialista del quotidiano di destra spagnolo Abc e collaboratore dello stesso Miami Herald, tante volte indicato anche dai nostri giornali come il possibile premier di una Cuba “liberata” e liberale. Per anni Montaner, che vive in Spagna e conta sul consenso dell’illustre scrittore peruviano Vargas Llosa, ex comunista pentito che traccia la linea anticastrista su el País, è stato intervistato più volte, con deferenza, sui destini dell’isola, anche da La Repubblica. Adesso sappiamo con quale palese indipendenza Montaner vede il futuro della sua patria.
Certo, Montaner non è Armando Valladares, ex poliziotto del tempo del dittatore Fulgencio Batista, presunto poeta invalido, presunto perseguitato politico della Revolución dopo essere stato accusato di terrorismo, che le spara grosse, fino al limite del grottesco, sul Corriere della Sera riguardo a Cuba dopo Fidel. Ma l’abitudine a compiacere le campagne del Dipartimento di Stato americano è una triste costante della nostra informazione, evasiva per motivi di businnes o di bassa politica sui diritti violati in Cina o in Colombia, ma intransigente sui 300 prigionieri d’opinione cubani.
Inoltre, la certezza che la democrazia si possa comprare o vendere, come dimostrano i recenti accadimenti in Iraq, è una fissazione costante degli apparati di Washington. Nel 2002, per esempio, come ha ricordato Roberto Zanini sul Manifesto, il Pentagono fu costretto a chiudere il suo Office of strategic influence, creato solo l’anno prima a Baghdad, dopo che si era sparsa la voce che quella struttura aveva intenzione di piazzare articoli falsi sui media internazionali. Non è detto che non l’abbia fatto. È emblematico solo che, un anno dopo, quel tramestio sia stato seguito dalla guerra e che l’armata di occupazione nordamericana abbia fatto in modo, dopo l’uccisione da parte del “fuoco amico” di una decina di giornalisti “non embedded”, di sconsigliare la presenza in Iraq ad altri reporter.
Non sorprende, quindi, che Fidel Castro, al vertice del Mercosur in Argentina, alla domanda di Juan Manuel Cao [anch’egli parte del sopracitato elenco di penne prezzolate] preoccupato perché Cuba non rilasciasse un visto d’uscita alla dissidente Hilda Molina, abbia controbattuto a bruciapelo: «Chi ti paga?». Cao, piccato, ha reagito dicendo: «Nessuno. Fare domande è il mio mestiere», ma purtroppo ha dimenticato di aggiungere che dopo era solito presentare fattura al Dipartimento di stato.
D’altro canto non è certo il Miami Herald, nonostante la denuncia che è stato costretto a fare, l’esempio più cristallino di un’informazione onesta su Cuba.
Come si può, infatti, credere al quotidiano di Miami che il 12 settembre scorso, in un articolo a firma Alfonso Chardy e riguardante l’inquietante tentativo di George W. Bush di mandar libero il terrorista Luis Posada Carriles, presenta questo bin Laden latinoamericano come un “militante esiliato”.
Esiliato da dove, visto che è un cubano anticastrista con passaporto venezuelano? E militante di che? Del terrore, vista la sua quarantennale carriera? O forse della Cia, che lo ha formato alla vecchia Escuela de las Americas di Panama e lo ha utilizzato e coperto in tutte le sue avventure criminali?
D’altronde questo è il panorama classico dell’informazione occidentale.
A metà settembre, per esempio, un magistrato federale di El Paso [Texas] Norbert Garney, ha sollecitato, nel disinteresse generale di Magdi Allam e di tutti coloro che in Italia affermano di combattere il terrorismo, la liberazione da parte dell’ufficio di immigrazione e dogana di quello stato, proprio di Posada Carrilles, “terrorista di fiducia”, unitamente a Orlando Bosch, della famiglia Bush. Il vecchio Posada, un paio di anni prima a Panama, era stato liberato a sorpresa mentre scontava una condana a sette anni per l’ennesimo tentativo fallito di attentare alla vita di Fidel Castro. L’imbarazzante decisione era stata presa dalla Presidente uscente di quel paese, Mirella Moscoso, grande amica della “famiglia reale” che governa attualmente gli Stati Uniti.
Il mandante dell’attentato nel quale perse la vita il giovane imprenditore italiano Fabio Di Celmo, dopo essere riparato in Honduras, era entrato “clandestinamente” negli Usa, dove era stato arrestato il 17 maggio 2005 nel distretto di Miami-Dade. Sapeva di avere dei crediti con l’amministrazione Bush e voleva riscuoterli, tanto da dichiarare pubblicamente: «Io credo che il governo di Washington sul mio caso dovrebbe eccepire il segreto di stato».
Ora, dopo un anno e mezzo, il giudice Garney segnala che, avendo il Dipartimento di sicurezza federale trasmesso il suo dossier, ma non presentato ufficialmente prove delle sue responsabilità né richiesto per lui alcun procedimento di espulsione, la sua attuale detenzione contraddice, di fatto, una sentenza del 2001 della Corte Suprema degli Stati Uniti che proibisce la reclusione indefinita di stranieri che non possono essere deportati. Venezuela e Cuba, che hanno avuto decine di cittadini vittime dell’attività terroristica di Posada Carriles, hanno fatto da tempo richiesta di estradizione, negata dal tribunale di El Paso con la scusa singolare [da parte di chi gestisce i diritti dei prigionieri di Guantanamo e Abu Ghraib] che il vecchio terrorista, in quei paesi, potrebbe subire torture.
 Ora, poiché ben sette paesi (Canada, Messico, Guatemala, Costa Rica, Panama e perfino Salvador e Honduras, vere colonie Usa), hanno respinto l’inquietante offerta degli Stati Uniti di dare asilo all’ingombrante personaggio, Posada Carriles, per la capziosa Giustizia nordamericana, deve essere messo in libertà.
Il presidente Bush, in questa storia, è evidentemente all’angolo, tanto da essere pronto, come sottolinea in questo numero di Latinoamerica il Presidente del parlamento cubano Ricardo Alarcón, a violare due trattati internazionali per la lotta al terrorismo firmati anche dagli Stati uniti e perfino a tradire lo spirito delle leggi da lui stesso varate dopo gli attentati dell’11 settembre: “Tutti gli Stati che accolgono e danno rifugio o protezione a un terrorista sono colpevoli quanto il terrorista stesso, e per questo devono rendere conto”.
Qualcuno della libera stampa italiana ed europea si è accorto di questa contraddizione, di quest’aberrazione?
Ogni mattina quando leggo i giornali ho la conferma dell’ipocrisia incontenibile che pervade ormai la professione di chi fa cronaca o dice di raccontare il mondo. Ci sono a volte notizie che lasciano senza fiato, come quella sul solito George W. Bush che, come segnalavano i media domenica 17 settembre [e nonostante la bocciatura subita dalla Corte Suprema, che non è certo un covo di garantisti] trattava con alcuni amici repubblicani del Senato l’approvazione di un disegno di legge tendente a vanificare l’articolo 3 della Convenzione di Ginevra sul trattamento umano da riservare ai prigionieri di guerra. E questo dopo che, con decisione autonoma, il governo di Washington li aveva definiti, nelle recenti guerre in Afghanistan e Iraq “combattenti nemici”, privandoli di qualunque diritto o rispetto.
I senatori McCain, Warner, Graham e Collins, assaliti evidentemente da un sussulto di coscienza, si opponevano a un simile obbrobrio. E non a caso. Il progetto infatti mira a istituire delle commissioni militari, ossia dei tribunali speciali per i processi dei detenuti a Guantanamo, e dà via libera a tutte le “procedure alternative” recentemente adottate dalla CIA negli interrogatori a questi poveri disgraziati. Così la commissione difesa del Senato, con l’apporto dei quattro senatori repubblicani, aveva respinto quella che il Washington Post ha definito “la legge delle torture”.
Una storiaccia senza morale, che avrebbe meritato uno straccio di editoriale, due righe di commento delle penne democratiche del nostro paese o della satolla Europa. E invece silenzio di tomba, anche se il tentativo di Bush di riscrivere la convenzione di Ginevra ha lo scopo non solo di lasciare il massimo margine di azione alla CIA, ma anche di evitare ai militari e agenti segreti nordamericani di essere giudicati per crimini di guerra in relazione alle stragi dei civili in Iraq e alle sevizie nel carcere di Abu Ghraib.
Ma la latitanza morale dei nostri più prestigiosi editorialisti diventa ancor più colpevole quando, meno di una settimana dopo, è arrivata la notizia che Bush jr aveva trovato un accordo con i senatori “ribelli”, ribelli a che cosa?
È incredibile invece che chi ha tentato di negarsi a un progetto di violazioni ai più elementari diritti di un essere umano venga definito un ribelle. E tutto questo in nome della libertà e della presunta democrazia che l’attuale governo degli Stati Uniti vorrebbe esportare .
Andrè Glucksmann ha perfino il coraggio di affermare, in un saggio pubblicato in Italia dal Corriere della Sera: “Difendo Bush, il capro espiatorio”. Mi domando fino a quando questi filosofi del “pensiero unico” potranno continuare a prenderci per i fondelli con la connivenza della grande stampa.
“Se l’America [ndr: come in pratica farà da domani], violasse la convenzione di Ginevra spingerebbe il mondo a dubitare delle basi morali della nostra lotta al terrorismo”. Lo ha detto Colin Powell, rompendo con Condoleezza Rice. Ma Glucksmann evidentemente si era distratto. Sapete quali erano le proposte di variazione di Bush jr riguardo alla Convenzione di Ginevra? Fra le altre:
1] L’accusato non può esaminare le prove.
2] Si escludono dichiarazioni ottenute con la coercizione o con la tortura solo se il giudice sentenzia che le circostanze in cui sono state ottenute le rendono inaccettabili o mancanti di valore probatorio.
Quali sono le “circostanze inaccettabili”?  Le scariche elettriche ai genitali, l’uso dei cani [raccomandato dal ministro Rumsfeld] o alcuni litri di acqua pompati nel corpo di un interrogato?
Lo domando al mio vecchio amico Gianni Riotta, ex vicedirettore del Corriere della Sera e ora direttore del più autorevole telegiornale della tv di stato, convinto che Cuba non possa stare nel Consiglio dei Diritti umani dell’Onu e gli Stati Uniti invece sì. Riotta recentemente si è visto rispondere da Richard N. Haas, l’ambasciatore che ha coordinato la politica estera al Dipartimento di Stato durante il primo mandato di Bush jr e ora dirige il prestigioso Council of foreign relations, «La guerra in Iraq è stato un errore storico». Haas ha inoltre aggiunto: «Esportare la democrazia? Sono scettico. Non credo sia efficace parlarne come di una merce. Al massimo potremo tentare di diffonderla».
Perché ogni azione, anche la più arrogante, intrapresa dagli Stati Uniti deve essere sempre giustificata? Perché ci siamo dovuti sentire “tutti americani” e poi apprendere, cinque anni dopo, che la liberazione dell’Afghanistan è fallita, perché lì comandano nuovamente i Signori del guerra e i grandi coltivatori d’oppio? Perché abbiamo dovuto credere che la guerra in Iraq fosse giustificata, e poi apprendere non solo che Saddam non aveva armi di distruzione di massa, ma, come ha ribadito il documento “Fase 2” dell’apposita commissione d’indagine del Senato degli Stati Uniti, non aveva alcun rapporto con Al Qaeda?
Fino a quando, in nome di un modello di democrazia che non è più tale dovremo continuare a essere ostaggio di questa manipolazione dell’informazione?

L’infermità di Fidel Castro, che ha scatenato, all’inizio di agosto, le peggiori abitudini dell’attuale circo mediatico e la più grottesca disinformazione, mi ha convinto ad andare a Cuba per capire di persona dove stesse andando quel paese, raccontato in quei giorni da sgangherate immagini televisive e da improbabili cronache. Dal viaggio ho ricavato due reportage, in parte anticipati da il Manifesto e ora pubblicati completi in questo nuovo numero di Latinoamerica, insieme alla puntuale analisi di Ricardo Alarcón su come Bush stia tentando di salvare dalla giusta punizione quell’avanzo di galera di Luis Posada Carriles. Ha spazio anche l’odissea senza fine dei Cinque cubani imprigionati per aver smascherato il terrorismo Usa, e ora nuovamente bloccati dall’ultima sentenza della Corte di appello di Atlanta allargata da tre a nove membri, che si è rimangiata il giudizio con il quale aveva annullato le condanne inflitte loro a Miami contro ogni civiltà giuridica. La crisi politica del Messico è raccontata da Jaime Avilés, Salvador Del Rio e Massimo Modonesi, mentre le nuove frontiere del Mercosur, dopo il vertice di Cordoba, sono analizzate da Gennaro Carotenuto.
Arricchiscono il numero le riflessioni di Adolfo Peréz Esquivel ed Eduardo Galeano sul conflitto Israele-Palestina, tracimato in Libano. Una lettera di Roberto Fernández Retamar mai recapitata al Che e una puntuale recensione di Osvaldo Martínez al libro degli appunti critici di Guevara all’economia politica sovietica danno lustro a questo numero 96 della rivista, ancora una volta scandito dalle vicende di Cuba dopo che Fidel Castro ha lasciato, “temporaneamente” o no, il governo del paese.
La riflessione che segue il messaggio alla nazione di Fidel e che ho scritto di getto il 31 luglio, vuole tentare, appunto, di interpretare un paese che, da quasi mezzo secolo, smentisce tutti i luoghi comuni del mondo moderno.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà