Ma in Iraq non dovevamo esportare la democrazia?

maggio 20, 2004

LATINOAMERICA 86/87 (1/2 2004)
Non molte sere prima di scrivere questo editoriale, ero al Teatro Gustavo Modena di Genova, diretto da Giorgio Gallione, per condurre un’intervista pubblica a Rigoberta Menchú, Nobel per la pace 1992, invitata per le manifestazioni indette nella città capitale europea della cultura per il 2004. Le immagini delle torture perpetrate dai militari nordamericani e inglesi in Iraq, sconvolgenti come quella, qualche giorno dopo, della feroce decapitazione del volontario civile nordamericano Berg, avevano colpito la sensibilità di tutti ed era difficile parlarne senza farsi condizionare dalle proprie convinzioni sulla assurtità o sulla inevitabilità dell’impegno militare in Iraq, scelto dal nostro governo.
Rigoberta però fin dall’inizio, con la schiettezza naturale di molte donne intrepide come lei, specie se segnate nella carne dalle ferite dell’ingiustizia, della sopraffazione, del dolore, per l’eliminazione forzata di tanti esseri cari, scelse da subito di essere esplicita fino a farci sentire a disagio: “La tortura è stata sempre praticata dal mondo che si è autoeletto bandiera della democrazia e della civiltà del nostro tempo. In Guatemala, il paese dei miei avi, nei quasi quarant’anni di dittature militari che lo hanno martoriato, fatto soffrire, punire, offendere, dilaniare i corpi di chi si opponeva all’arroganza del potere economico e poliziesco, alle sue menzogne e alla sua repressione, la tortura era una norma. Fin dall’inizio, dal colpo di stato contro Jacopo Arbenz, un presidente liberale che si era illuso di poter fare la riforma agraria nonostante gli interessi della multinazionale nordamericana United Fruit, gli istruttori, i maestri di quelle vessazioni, di quegli oltraggi gratuiti a esseri umani che volevano difendere solo la loro minima possibilità di sopravvivenza, erano esperti degli Stati Uniti, che avevano insegnato e praticato direttamente le tecniche di annientamento di chi combatti.
Tutti i nostri aguzzini più rinomati avevano, d’altronde, fatto pratica nelle due università del settore gestite dall’esercito nordamericano, la Escuela de Las Americas di Panama e quella di Fort Benning, ed avevano imparato ogni efferatezza. Mio fratello Patrocinio subì ogni violenza prima di essere ucciso, e dopo che papà, catechista cristiano, era morto bruciato vivo nell’Ambasciata di Spagna con altri campesinos che come lui avevano occupato simbolicamente la sede diplomatica del governo di Madrid, per denunciare la repressione in atto contro le popolazioni in resistenza, mia madre, levatrice e seguace della medicina Maya, era stata torturata, violentata, assassinata e data in pasto agli animali e poi anche mio fratello Victor e mia cognata e tanti altri familiari e amici. Lo scrissi, quasi 25 anni fa, fin dalle prime pagine del libro che mi fece conoscere e che, secondo alcuni, ha fatto più male alla tirannia militare del mio paese di qualunque guerriglia. E’ stato sempre così. Quindi di che cosa dobbiamo sorprenderci? Gli esperti, gli ufficiali, i soldati degli Stati Uniti, negli ultimi cinquant’anni, per quanto io ne so, hanno sempre praticato la tortura dove sono intervenuti militarmente, e se non l’hanno fatto sempre direttamente, hanno fatto eseguire questo lavoro sporco da qualcuno da loro ben istruito.”
Il silenzio che accompagnava le sue parole rivelava nel pubblico un sentimento misto di disagio e incubo, specie quando io sottolineavo non solo i numeri del penultimo genocidio del secolo appena terminato [l’ultimo è stato quello del Rwanda], ma anche la coerenza della Menchú quando, dopo il rapporto della Chiesa cattolica [per il quale mons. Juan Gerardi, vescovo primate della capitale guatemalteca, fu assassinato], e quello dell’Onu, il governo degli Stati Uniti fu chiamato in causa direttamente come “complice del genocidio”. Bill Clinton, allora presidente [era il 1999], corse subito a Città del Guatemala a chiedere scusa al popolo erede dei Maya. Ma Rigoberta, già premio Nobel da sette anni, non volle partecipare a quella cerimonia che sentiva strumentale, insincera.
“Io avrei voluto – spiegò –  che Clinton avesse il coraggio non solo di dire più volte I’m sorry, mi dispiace. Avrei voluto che assumesse l’impegno di dire che avrebbe chiesto la punizione di tutti i funzionari e militari del suo paese che avevano partecipato alle violenze, agli stupri, alle torture compiute o fatte eseguire verso migliaia e migliaia di fratelli Maya, colpevoli solo di resistere o di non voler lasciare le nostre terre, ricche purtroppo (dico adesso) di minerali strategici sulle quali avevano messo gli occhi gli oligarchi di sempre del mio paese e le solite multinazionali degli Stati Uniti. Se Clinton avesse avuto la forza di compiere quest’atto io sarei stata al suo fianco. Ma, avendo capito che nemmeno un presidente democratico avrebbe rifiutato di avallare l’impunità, ho preferito mancare a quella cerimonia. Poco tempo dopo Bush jr, diventato presidente avrebbe rifiutato di firmare la sua adesione al tribunale speciale contro i delitti di lesa umanità. Se Clinton avesse avuto, quel giorno a Città del Guatemala, uno scatto etico, forse in Iraq l’armata americana non si sarebbe sentita autorizzata a fare dei prigionieri o dei poveracci rinchiusi ad Abu Ghraib quello che gli pareva.”
Chi sa perché pochi hanno ritenuto opportuno, quando è esploso lo scandalo delle torture in Iraq, andare indietro nel tempo, neanche di molti anni e ricordare che tutti i “mostri” creati a Panama e Fort Benning per “combattere la sovversione” in Argentina, Uruguay, Cile, Brasile, Paraguay, Guatemala, avevano fatto il loro lavoro di pulizia facendo sparire decine di migliai a di persone, assistiti, consigliati, coadiuvati da esperti di “antiguerriglia” nordamericani, che in realtà erano esperti solo di come annientare un altro essere umano, non tanto “per farlo cantare”, ma per il gusto di farlo. In questi metodi efferati il mondo capitalista non è stato meno del comunismo sovietico, anche se adesso la moda sospetta della revisione storica sta tentando di cancellare questa verità inconfutabile.
Nell’ambito del Plan Condor, una delle strategie di repressione più infami messe in atto nel mondo le intelligence militari dei paesi che prima ho citato, collaboravano fra di loro e eseguivano assassini  di sovversivi su commissione. Il progetto era stato ideato e varato a Washington. Uno dei suoi strateghi, come raccontiamo in questo numero di Latinoamerica, è stato Henry Kissinger, per ironia della storia, insignito pure qualche anno fa, del premio Nobel per la pace. I documenti recentemente declassificati dalla Cia, hanno confermato che fu lo stratega del feroce colpo di stato in Cile, che portò  Augusto Pinochet al potere e che autorizzò il “terrore” della giunta militare argentina a patto  che “la pulizia nei riguardi degli oppositori fosse rapida”, per non incappare nel “moralismo” del Congresso Usa. Quando si dice uno stratega!

Ogni volta che l’attualità impone di riflettere su eventi inquietanti come la tortura inferta da un esercito vincitore sui poveri cristi battuti, ti domandi perché, in questi frangenti desolanti, non solo i governi hanno taciuto, eluso, nascosto, ma anche buona parte dei mezzi di informazione hanno tentennato, girato la testa da un’altra parte, e molte volte ignorato, come se le azioni scellerate compiute da chi detiene il potere, devono avere per forza una giustificazione, e non essere rifiutate, anche se compiute in nome di presunti valori della nostra civiltà [quale?] o del nostro credo.
In questi giorni, per esempio, è inquietante constatare come ad una stretta feroce decisa dagli Stati Uniti per affogare, annientare definitivamente Cuba e il suo modo di essere e governarsi, non sia corrisposta non dico una indignazione, una dichiarazione di rifiuto di questi metodi assolutamente incuranti del diritto di autodeterminazione dei popoli [sarebbe chiedere troppo a un mondo ormai abituato a leccare i piedi di chi è più forte], ma almeno il dovere di informare su questa preoccupante deriva del diritto internazionale.
Il governo di George Bush jr, evidentemente per motivi di risarcimento elettorale a chi, come gli anticastristi della Florida gli aveva fatto vincere le elezioni contro Al Gore in maniera rocambolesca e probabilmente illegale, ha dato il via, ai primi di maggio, ad una serie di provvedimenti che non solo infrangono o ignorano i diritti di Cuba, ma di molti altri paesi e degli stessi cittadini degli Stati Uniti. Le misure, ha detto il presidente, hanno l’obiettivo”di accelerare il giorno in cui Cuba sarà libera. Successivamente il piano è stato spiegato, senza alcuna remora, da Roger Noriega, sottosegretario di stato degli affari dell’emisfero occidentale e uno dei promotori, qualche anno fa, sotto Clinton, della legge Helms-Burton, un vero manuale della più sfacciata ingerenza nella vita di un altro paese e di assoluto spregio delle libertà politiche e commerciali di tutti i paesi desiderosi di avere rapporti con Cuba.
In 450 pagine divise in sei capitoli, il manuale proposto al governo da una fantomatica “Commissione d’aiuto a una Cuba libera”, identifica come compiti strategici per riuscire ad abbatter il governo cubano: l’incremento dell’appoggio alla controrivoluzione interna, l’aumento delle campagne internazionali contro Cuba, l’inasprimento delle azioni eversive e della disinformazione sull’isola, l’adozione di nuove misure per dannegiare l’economia cubana e “colpire alla radice i piani di successione del regime”.
In un mondo normale che non vivesse di opportunismo e avesse ancora uno straccio di morale politica, ce ne sarebbe abbastanza per una sollevazione di tutti coloro che rispettano il diritto di un popolo a scegliere come vivere, come governarsi  e perfino come morire. Ma questo atteggiamento che ha a che fare con la parola legalità, non interessa più, almeno in Italia, a molte delle forze che una volta si definivano di sinistra, e nemmeno a quelle cosiddette libertarie, tipo i radicali, che per bocca del presidente del gruppo al Parlamento Europeo, Maurizio Turco, invece di allarmarsi per le nuove misure decise dal governo di Washington e che porteranno ulteriore sofferenza, indigenza, insicurezza a migliaia e migliaia di cubani, ha trasmesso un appello urgente ai presidenti del Consiglio e della Commissione Europea sottoscritta da 124 eurodeputati che chiede “l’invio urgente, prima della fine della legislatura, di una delegazione nelle carceri dove sono detenuti i condannati nel processo sommario del 10 aprile 2003”. Ai radicali che, per esempio, non si sono mai interessati dei 12mila prigionieri politici del Perù, o dei 200 cittadini messicani scomparsi nell’ultimo anno negli uffici di polizia di quella repubblica, o delle 1500 esecuzioni ogni sei mesi compiute dai paramilitari colombiani di Carlos Castaño e Salvatore Mancuso,  complici del governo Uribe, non frega nulla che, come pubblicato da autorevoli mezzi d’informazione nordamericani, Cuba, nella primavera del 2003 sia stata vittima di una stratagia, portata avanti dal nuovo incaricato d’affari nordamericani James Cason, che aveva prodotto quattro dirottamenti aerei in due settimane e il sequestro del ferry boat di Regla [nella Baia dell’Avana] sicuramente non opera di semplici “dissidenti” [veri o falsi che fossero], ma di persone ingaggiate, a migliaia di dollari, per svolgere un lavoro sporco di destabilizzazione. Questa evidenza non iustifica certo la durissima reazione del governo dell’Avana [tre fucilazioni dopo aver rispettato, al contrario degli Stati Uniti, per quattro anni la moratoria sulla pena di morte], ma spiega il contesto e da dove nasce la tensione e il pericolo.
James Cason per dar vita alle operazioni sopracitate e creare una opposizione consistente nell’isola, aveva avuto,  in dotazione, più di 53milioni di dollari, come è stato recentemente rivelato dagli stessi media nordamericani. Cosa succederebbe non dico negli Stati Uniti [dove al primo dirottamento di un aereo scatterebbe lo stato d’assedio, e al secondo si andrebbe a bombardare lo stato organizzatore di queste azioni], ma in Europa, in Italia se succedesse qualcosa di simile. Che iniziative sarebbero prese se si scoprissero un giorno,  prove così esplicite che il governo di un certo paese, sta tentando di abbattere, per esempio, con sequestri e intimidazioni, il governo Berlusconi?
Il progetto messo in atto il 6 maggio da Bush jr è molto più di questo, ma ai radicali, come a molti membri dell’Internazionale socialista, che a Bruxelles non ha avuto nessun problema a incontrare proprio l’inquietante presidente colombiano Uribe,  questa realtà non scalfisce neanche un poco la famosa sensibilità democratica.
Non parliamo poi dell’informazione, che ha completamente ignorato la notizia della nuova campagna contro Cuba dell’attuale amministrazione nordamericana, stigmatizzata non solo da studiosi seri come Noam Chomsky o Wayne Smith, ma perfino da quasi tutti i leaders della dissidenza cubana, quelli autentici e quelli contraffatti. Gli autonominati Reporters Sans Frontières, per i quali l’Onu recentemente ha iniziato un processo di espulsione del ruolo di entità consultiva per “atti incompatibili con i principi e gli obiettivi della Carta delle Nazioni Unite”, causa il loro lavoro, non sempre trasparente e non sempre da giornalisti, riguardo a Cuba, hanno ignorato l’iniziativa eversiva degli Stati Uniti, così come avevano fatto, nel loro rapporto annuale, riguardo alle imprese  compiute dal governo Bush nel 2003. Non hanno invece perso tempo nel richiedere in Italia un incontro urgente con Marco Tronchetti Provera [presidente del consiglio di amministrazione di Telecom Italia], che controlla il 29,3% del capitale di ETECSA, l’unico provider internet di Cuba.  Per i Reporter Sans Frontiére, attenti all’esigenza di comunicazione dei dissidenti dell’isola, sarebbe forse un sogno lasciare incomunicata tutta la repubblica di Cuba? Quando dei giornalisti arrivano a un grado così alto di doppia morale, è chiaro che non fanno più il loro mestiere, eppure, se avessero ancora rispetto per questo lavoro, dovrebbero, se non allarmarsi, almeno essere interessati al fatto che, per esempio, l’ufficio di interessi Usa all’Avana avrà altri 59 milioni di dollari, nei prossimi due anni, per finanziare azioni tese alla distruzione della rivoluzione o a creare un “fondo internazionale per lo sviluppo della società civile a Cuba”. O per appoggiare quelli che chiamano “sforzi in favore nella democrazia dei giovani, delle donne e dei cubani di origine africana”, che, come i sagaci cronisti di questa associazione sanno bene, erano molto tutelati all’epoca in cui, prima della rivoluzione,  gli Stati Uniti avevano a Cuba, come proconsoli,  padrini di razza come Vito Genovese, Frank Costello e Lucky Luciano. E lo sono ancor di più in tutte le isole dei Caraibi dove non c’è il socialismo, come Haiti, Santo Domingo, Giamaica, o in quei paradisi come qualità della vita che sono Honduras, Nicaragua, Salvador, Guatemala. Non sono tuttavia le campagne pubbliche contro Cuba all’estero [che il governo di Washington, con 5 milioni di dollari di budget ha chiesto di incrementare, promettendo il cash], o il lavoro di delegittimazione, ripreso con più veemenza dentro l’isola, a spaventare chi ha a cuore i destini finali del paese.
La limitazione del permesso di effettuare rimesse o di inviare pacchi da parte dei parenti residenti negli Stati Uniti, la riduzione  delle possibilità di viaggiare per vedere i propri parenti limitata, ora, a una volta ogni tre anni, la diminuzione della quantità di denaro che i cubani residenti negli Usa possono portere durante le loro visite nell’isola [da 164 a 50 dollari al giorno] sono queste le preoccupazioni maggiori perchè hanno a che fare con il possibile deterioramento della vita quotidiana dei 12 milioni di cittadini. E, per decreto, sono considerati parenti autorizzati a viaggiare a Cuba solo mogli, figli o nonni, che si potranno vedere, però, com detto, solo una volta ogni tre anni. Sono cancellati per sempre zie, cugini, eventuali bisnonni. Non mancano le realtà grottesche: le rimesse e i pacchi non possono essere spedite a parenti che siano funzionari del governo o anche solo membri del partito comunista. E poichè, per scelta sincera o per conformismo, la maggior parte dei cittadini di Cuba è iscritta al partito, in teoria, nessuno più riceverà aiuti dai familiari che hanno scelto il capitalismo.
Sono state reiterate anche la minacce di sanzioni per investitori stranieri che hanno interessi nell’isola, mentre il progetto prevede di neutralizzare tutte le società cubane in qualunque settore merceologico che hano attività economica all’estero. C’è da mettersi a ridere, se tutto questo non fosse stato controfirmato dal presidente degli Stati Uniti George W. Bush.

Due emergenze come quelle che abiamo tentato di illustrare ai nostri lettori per superare il silenzio informativo riguardanti argomenti scottanti, come la tortura, il terrorismo di stato e le nuove misure degli Stati Uniti per affogare Cuba hanno occupato buona parte di questo numero doppio [86/87] che ha voluto regalare ai lettori nel settore Il mondo in cui viviamo più di 50 pagine presentate con il sottotitolo “strategie imperiali”, giustificato dalle ultime prese di posizione di George W. Bush. Ci sono interventi di teologi come Leonardo Boff e Frei Betto, docenti come Emir Sader e Luís Moita, premi Nobel come Adolfo Pérez Esquivel, scrittori come Luís Sepúlveda, registi come Julio García Espinosa. Lo sforzo è stato grande, ma ne valeva la pena. Non abbiamo tralasciato comunque di raccontare l’America latina con le riflessioni sul Salvador, il Nicaragua, Haiti, più che mai esempio della deriva morale della politica attuale e ovviamente Venezuela e Cuba, strette d’assedio dalle strategie degli Stati Uniti, ma contrapposte, nelle nostre pagine, alla incresciosa realtà della Colombia, della Bolivia, dell’Ecuador e perfino del Cile.
Nel settore Analisi, con Noam Chomsky che racconta con nomi e cognomi come il suo paese protegga famosi terroristi, incominciamo un percorso sui diritti umani in America latina e la resistenza di Cuba a una logica che vorrebbe metterla con le spalle al muro. Parliamo ovviamente con interventi di Michael Albert, di Raul Zibechi,  e di Fernando Martínez Heredia, anche del Forum Sociale Mondiale, dopo l’esperienza in India. Nel settore Documenti e testi c’è la ricostruzione della storia e l’esibizione della pagina del New York Times dove è stato pubblicato l’appello a pagamento per i cinque cubani condannati a pene tombali a Miami per aver tentato di neutralizzare la rete terrorista che dalla Florida agisce da anni contro Cuba [più di 3000 morti]. Una vicenda emblematica a cui fanno seguito un articolo di Horacio Verbitsky, firma prestigiosa di Pagina 12 e uno di Pascale Bonnefoy sull’assenso dato da Henry Kissinger al “terrore” instaurato nell’Argentina degli anni ‘70. Alessandra Riccio, molto presente e puntuale in questo numero, ci parla anche del terrorismo di Fujimori, mentre Sapo Matteucci, nel settore Cultura, ricorda Julio Cortázar a dieci anni dalla morte, Antonio Gaudino racconta Juan Rulfo fotografo e Antonella Roscilli descrive Zélia Gattai, memoria dell’emigrazione italiana in Brasile, oltre che moglie di Jorge Amado. Infine Bianca Pitzorno travolta dalla Fiera del libro dell’Avana. Buona lettura a tutti.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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