Se il Papa su Cuba è più a sinistra dei DS

gennaio 18, 2004

LATINOAMERICA  89 (N. 4 2004)
Il Santo Padre Giovanni Paolo II, alcuni giorni fa, ricevendo Raul Roha, nuovo ambasciatore cubano presso la Santa Sede e figlio di un diplomatico che ha fatto epoca nella faticosa storia della rivoluzione, ha esplicitamente riaffermato l’ingiustizia e l’indecenza dell’embargo che da più di 40 anni i governi degli Stati Uniti hanno applicato, senza alcuna ragione contro l’isola, augurandosi una prossima cancellazione di questa sanzione unilaterale e ormai fuori della storia.
Il vecchio e sofferente papa polacco aveva fatto sentire la sua voce, in questo senso, in molte occasioni, e aveva ribadito il suo rifiuto a questa prepotenza nel suo storico viaggio a Cuba nel 1998. L’anno scorso aveva detto di più, aveva fatto sapere, per bocca del cardinale Angelo Sodano, Segretario di stato vaticano, nel momento cruciale delle fucilazioni all’Avana di tre degli undici sequestratori che avevano tentato di dirottare verso Miami, coltelli alla gola, i passeggeri del ferry boat della baia di Regla, che la Santa Sede “continuava ad aver fiducia nella capacità di Fidel Castro e del governo cubano di condurre il paese a una compiuta democrazia”.
Il Papa che più ha contribuito a sconfiggere il comunismo, ha insomma ribadito, ancora una volta, una linea di comportamento verso Cuba assolutamente diversa e più corretta da quella di molti dei partiti che si dichiaravano comunisti o di sinistra e ultimamente (dopo l’ipocrita lettura degli eventi accaduti nel 2003 nell’isola) anche della Comunità europea, che aveva deciso, su richiesta di Aznar e Berlusconi (questa volta sotto braccio ai Ds), sanzioni perfino culturali nei riguardi dell’isola. Allora dovemmo attendere una dichiarazione del sottosegretario agli Esteri Baccini, dell’Udc, per ascoltare parole sensate: «Non è certo rompendo le relazioni culturali con un paese che lo si aiuta a navigare verso un’accertata democrazia».
La nuova dichiarazione di Giovanni Paolo II, nascosta dai giornali cosiddetti bipartisan, questa volta era venuta qualche giorno dopo l’annuncio del ristabilimento di normali relazioni diplomatiche fra Cuba e otto paesi membri dell’Unione (Francia, Gran Bretagna, Germania, Italia, Austria, Grecia, Portogallo e Svezia), convinti, finalmente, a cambiare atteggiamento da Miguel Angel Moratino, ministro degli Esteri del nuovo governo spagnolo di José Luis Zapatero.
Le parole del Papa contribuivano, però, a sottolineare più che mai le contraddizioni e la doppia morale del mondo che si autodefinisce civile e democratico, nei riguardi di tutti quei paesi o leaders che non sono convenienti agli interessi degli stati ricchi o, più semplicemente, non sono allineati alle strategie e agli interessi degli Stati Uniti d’America, di fronte ai quali l’Occidente, pur dopo l’inquietante guerra in Iraq, continua, spesso, a tenere un’attitudine genuflessa.
Io credo che la scelta dei governi e dei leader con cui dialogare o lavorare entrando nello specifico di quali sono le luci e le ombre, i meriti e i demeriti storici di questi possibili partner, e non facendosi guidare solo dalle convenienze economiche e strategiche, è un problema di onestà intellettuale, ma anche di coerenza, che ogni partito o cittadino parli di progresso o si dichiari di sinistra, ha il dovere di affrontare senza ambiguità. Un nodo che la sinistra italiana, sia se vincerà le elezioni, sia se non le vincerà. non potrà ancora eludere per molto tempo.
Miguel Angel Moratino, ministro di un governo che, per ora, ha scelto la chiarezza, come purtroppo non avviene in molte occasioni a casa nostra, non ha premuto sull’Unione Europea soltanto perché “mamma Spagna”, perfino al tempo di Francisco Franco, non aveva mai interrotto il dialogo diplomatico con la revolución, e quindi era inaccettabile quello che aveva tramato Aznar (eletto anche coi soldi degli anticastristi di Miami) per farsi bello con George W. Bush.
Il governo Zapatero aveva evidentemente avvertito l’enormità e l’inutilità delle sanzioni, perfino culturali, al governo dell’Avana, ma anche il grottesco dei paesi europei, che da tredici anni in seno all’Assemblea dell’Onu, a novembre, contribuiscono, con il loro sostegno, a condannare l’embargo Usa a Cuba, questa volta con 179 voti a favore, l’astensione della Micronesia e il voto contrario di Stati Uniti, Israele, Palau e Isole Marshall (sede della più grande base Usa nel Pacifico) e poi, meno di sei mesi dopo, dimenticano le ragioni e le motivazioni di questo voto e partecipano ritualmente al tentativo messo in scena dagli stessi Stati Uniti di far condannare il governo della revoluciòn per violazione dei diritti umani (magari mettendo, come nel 2003,  il cappio del debito estero al collo dell’ex presidente dell’Uruguay Battle o di quello del Guatemala Portillo).
Un’ambiguità oltre tutto scabrosa, se si considera la situazione di un continente, quello latinoamericano, dove la UE ha sostenuto spesso e continua a sostenere, come in Africa e Asia, premiers e governi che hanno fatto e fanno strame dei diritti delle persone. Dai militari del Guatemala, autori del genocidio delle popolazioni Maya degli anni ’80 e fino all’inizio degli anni ’90, al Perù dell’“amerikano” Toledo, che ha 10.000 prigionieri politici nelle carceri per processi istruiti dai giudici incappucciati del dittatore Fujimori e mai riaperti.
Per non parlare della Colombia di Alvaro Uribe, che, autorizzò il massacro di duemila contadini quando era governatore di Antiochia e continua il suo “flirt” con gli squadroni della morte di Salvatore Mancuso, ricevuti con tutti gli onori in parlamento e non estradati [al contrario dei guerriglieri delle Farc] negli Stati Uniti anche quando sono richiesti dai tribunali nordamericani per delitti di lesa umanità. Il suo vicepresidente Francisco Santos ha addirittura invitato, nei giorni scorsi, in Colombia i bounty killers redivivi che volessero dilettarsi  nell’esercizio della caccia al guerigliero e, coerentemente con questa morale, il governo di Bogotà ha pagato, negli stessi giorni, una taglia di 1,5 milioni di dollari per far catturare, in Venezuela, da alcuni agenti dell’intelligence militare di quel paese, ora arrestati e messi sotto inchiesta, il portavoce delle Farc in l’America latina, Rodrigo Granda.
È chiaro che questa cattura di un guerrigliero colombiano in territorio venezuelano è una polpetta avvelenata preparata dagli Stati Uniti proprio per  Hugo Chávez. Magari  per potere sostenere che l’odiato presidente bolivariano è amico dei terroristi. È normale che questo metodo desti allarme.
Eppure Uribe, leader di un contesto politico così degradato è stato l’anno scorso omaggiato a Bruxelles, e perfino dall’Internazionale socialista, alla fine di un giro in Europa voluto dagli Stati Uniti. Un tour che doveva servire a ripulirgli la faccia, ed invece ha solo mostrato l’inadeguatezza politica, in molte situazioni, non solo dell’Unione Europea, ma di quelle forze di sinistra che dovrebbero avere una conoscenza più seria dei personaggi con cui intrattengono relazioni e delle politiche di cui questi signori sono l’emblema.
Il Vaticano, evidentemente, sull’America latina ha un’informazione più seria e attendibile di quella, per esempio, dei Ds, sostenitori l’anno scorso delle sanzioni Ue contro Cuba.
Il Segretario di Stato Angelo Sodano, proprio perché fu nunzio in Cile, conosce bene i diritti negati agli indigeni, o il traffico dei bambini -interi o a pezzi- che prospera nella regione, o le scelte edconomiche dei governi che condannano alla miseria, o addirittura alla non vita, milioni e milioni di latinoamericani, cittadini di paesi da noi ipocritamente definiti democratici, quandi li confrontiamo con la revolución di Fidel Castro.
Cuba, dicendola con il Papa, ha commesso tanti peccati, ma mai quelli sopracitati ed è il solo paese a subire un quarantennale embargo che attenta perfino ai diritti umani di quell’infanzia del continente che, nell’isola magari trovava, all’ospedale William Soler dell’Avana, la possibilità di un operazione al cuore [impensabile per la maggior parte dei bimbi latinoamericani]. Da qualche anno, però, quest’umanità dolente ha perso ogni speranza, perché una delle ditte che produceva i cateteri per la circolazione extracorporea e li vendea anche a Cuba-mi ha raccontato Aleida Guevara, pediatra in quell’ospedale e figlia del Che- è stata comprata da una multinazionale nordamericana che, ligia alle disposizioni del dipartimento del Tesoro di Washington, ha sospeso immediatamente la fornitura. Adesso i cateteri arrivano attraverso complicate triangolazioni con altri paesi, e all’ospedale William Soler gli interventi di cardiochirurgia infantile hanno dovuto essere ridotti del 50%.
Chi si è ricordato, nella sinistra ipocrita e intransigente verso gli errori di Cuba, di tutelare i diritti di questi bimbi?
Nemmeno Vargas Llosa, grande scrittore e marxista pentito, che non appena Zapatero e il ministro Moratinos hanno messo in marcia il riavvicinamento europeo a Cuba, li ha attaccati rabbiosamente in un ponderoso e lunghissimo articolo su El País, pubblicato in Italia da La Stampa.
Dal momento del suo “pentimento ideologico” Vargas Llosa, sulle colonne del País [che pure in questo momento sostiene incondizionatamente le scelte del nuovo governo socialista spagnolo] ha sempre dettato la linea ostile a Cuba e sostanzialmente prevenuta verso qualunque coalizione di sinistra o centrosinistra guadagnasse il dritto di governare in America latina.
Lo faceva e lo fa per rimorso verso il suo passato militante? O, come sostengono i maligni, per gelosia verso “Gabo” Marquez, sempre schierato non solo dalla parte di Cuba ma di tutti gli esperimenti progressisti latinoamericani? Gabo, secondo questi malpensanti, agli occhi di Vargas Llosa, aveva ed ha il difetto di aver vinto, poco più che cinquantenne, il Nobel per la letteratura che lo scrittore peruviano ancora aspetta. Non crediamo che le prese di posizione di Vargas Llosa siano dovute ad argomenti così mediocri. Ma certo il suo atteggiamento, con l’aria che spira adesso in America latina, è assolutamente stonato, specie quando il prestigioso scrittore dimentica sistematicamente le oltre tremila vittime cubane per  gli attentati organizzati negli ultimi trent’anni nell’isola dagli anticastristi della Florida, o ancor più colpevolmente. tace sui tremila cittadini degli Stati Uniti spariti negli ultimi tre anni per le leggi liberticide varate da George W. Bush dopo l’11 settembre 2001.
Di quali diritti umani stiamo parlando, allora? Solo di quelli riguardanti i quattrocento prigionieri di coscienza di Cuba?
Fino all’anno scorso, proprio su El País, c’era “Manolo” Vázquez Montalbán a contrastare questo pervicace pregiudizio sulla rivoluzione ma anche su zapatisti, no global, Lula, Chavéz, movimenti di riscatto indigeni come quelli della Bolivia e dell’Ecuador. Insomma, sui “muscoli sopiti”, come li chiama Eduardo Galeano, che stanno risvegliando un subcontinente che va tutto da un’altra parte da dove le multinazionali nordamericane e il governo di Bush jr. lo volevano indirizzare. Montalbàn percepì questo mutamento prima di altri.
Con lui andai a Cuba per la visita del Papa nel ‘98, e ricordo ancora la sua attenzione nella ricerca delle testimonianze “per capire un isola rivoluzionaria dei Caraibi dove la gente moriva in media a 75 anni invece che a 45 come nel resto del continente, dove la media di mortalità infantile era uguale a quella della Svezia [l’8 per mille prima del terzo anno di vita] e dove il giovane cameriere che serviva all’hotel Habana libre l’arrogante e ignorante turista europeo aveva probabilmente una laurea che non gli avrebbe dato ricchezza ma sicuramente coscienza di sé”.
Ne parlava con monsignor Carlos Manuél de Céspades, l’intelligenza più raffinata della Chiesa cubana, con Frei Betto, teologo della liberazione brasiliano che già allora prevedeva il successo di Lula da Silva alla presidenza del Brasile malgrado le tre sconfitte già subite, con Wayne Smith, il diplomatico nordamericano che sotto la presidenza di Jimmy Carter aveva tentato una storica pacificazione con Cuba, poi vanificata dall’elezione di Ronald Reagan. E poi parlava con la gente e con i dissidenti [o presunti tali] e con la sorprendente intellettualità di un’isola capace spesso, per i seminari che si svolgono, di far assomigliare l’Avana a Parigi. Manolo trasferì quell’esperienza nell’affascinante “E dio entrò all’Avana”, un saggio dove c’era tutto, anche le critiche piùsevere alla revoluciòn, ma non la superficialità e l’ipocrisia che invece ora guida in Europa buona parte dei reportages e dei fondi su Cuba, da quelli di Vargas Llosa a quelli di Limes.
«Tanto la Storia non perdona, e Cuba ha già resistito a tutto» ripeteva Manolo sorridendo, quando si imbatteva in queste descrizioni rancorose o grottesche. Il tempo gli ha dato ragione.

Sono passati sette anni, ma a comando ogni tanto ricompare la campagna di discredito di Cuba. Una volta era il Ned [National endovement for democracy] un’agenzia della Cia, a creare i comitati per i diritti umani a Cuba in ogni capitale europea [in Italia, prima di tangentopoli, per iniziativa di Craxi che detestava Fidel Castro, era ospitato da Mondoperaio]. Ora a quel lavoro pensano direttamente molti media e molti giornalisti che hanno perso ogni rispetto del proprio ruolo, come Menard, il leader dei Reporters sans frontières, che pochi anni fa si distingueva a Miami in uno dei comitati che premevano [per fortuna non ascoltati] su Bill Clinton perché non restituisse al padre a Cuba il piccolo Elian, scampato al naufragio della balsa in cui era annegata la madre che aveva scelto di andarsene in Florida.
Ora la campagna di discredito è meno plateale ma più martellante.
Un articolo sulla casa di Hemingway in abbandono [di un cronista che evidentemente non si è accorto che sull’isola nel frattempo sono passati due uragani], il nipote quarantenne di Che Guevara che voleva fare il cantante rock ma non ce l’ha fatta e ora, deluso, vive in Messico, criticando la rivoluzione. Oppure la caduta di Fidel per aver mancato un gradino, che viene replicata mille volte dalle tv come nelle comiche di Ridolini.
Sono non-notizie rispetto a quella, per esempio, del ponte aereo Caracas-L’Avana per ridare la vista a migliaia di venezuelani dei ranchitos, operati di infermità curabili agli occhi negli ospedali cubani, che Limes disprezza ma che non esistono nel resto dell’America latina capitalista, o rispetto alla notizia sull’Onu che suggerisce allo Sri Lanka, in ginocchio per lo tsunami, di rivolgersi a Cuba, che non ha i mezzi di Giappone e Stati Uniti, ma ha messo in piedi un sistema di allarme e prevenzione che permette all’isola di avere pochissime vittime al passaggio degli uragani e che ha permesso alcuni anni fa, in occasione del ciclone Ivan, di spostare in poche ore due milioni e mezzo di persone. Un metodo applicabile da tutti perché costa poco, e la cui efficienza ed efficacia ha valso al governo dell’Avana un riconoscimento alla Conferenza mondiale sulla prevenzione dei disastri svoltasi a Ginevra nel settembre 2004.
Malgrado la consistenza di queste storie, ne vengono favorite altre, quelle che rafforzano i pregiudizi verso l’isola.
Cuba non è la Cina, che fucila più di duemila persone l’anno ma non viene stigmatizzata perché è un mercato che nessuno vuol perdere, e può perfino incassare un appello del nostro presidente Ciampi perché alle nostre fabbriche di armi non sia vietato vendere ordigni da guerra a un paese così palesemente in difetto sul tema dei diritti umani.
Questa logica nel mondo moderno è usuale, ma almeno quelli che si dichiarano progressisti dovrebbero giudicare Cuba con una maggiore onestà.
Perché Cuba non è responsabile se la maggior parte dei sogni di chi era di sinistra in Europa quarant’anni fa non si sono avverati.

Questo numero 89 di Latinoamerica, che esce un poco in ritardo, ma come spesso accade più ricco del dovuto, è caratterizzato ancora una volta dai sacrifici di Cuba per sopravvivere.
Per questo oltre alle foto di Rinaldini, al mio lungo e provocatorio editoriale e agli interventi di Ignacio Ramonet, Adolfo Pérez Esquivel e Oscar Ugarteche, abbiamo pensato di ospitare un acuto e sarcastico diario di viaggio nell’isola effettuato da uno dei componenti il gruppo di scrittura WuMing. Da solo scompagina tutti i luoghi comuni che, senza speranza di mutamento, accompagnano Cuba dall’inizio della rivoluzione.
Gennaro Carotenuto, Raul Zibechi e Eduardo Galeano più in festa che mai raccontano il primo successo della sinistra in Uruguay, dove il deputato più votato, perché la sinistra europea rifletta, è stato un ex-guerrigliero Tupac Amaru.
Il secondo governo Bush e il dopo Arafat, due eventi che peseranno a breve nel mondo, siono trattati da Bruce Jackson, il docente dell’università di Buffalo che ci segnalò l’apparizione negli Stati Uniti del fenomeno infame dei desaparecidos, e da Zvi Shuldiner.
Adolfo Pérez Esquivel racconta la difficile mediazione fra i Mapuches d’Argentina e la ditta Benetton, una mediazione messa in crisi dalla vanità di chi non c’entra, mentre Gennaro Carotenuto e Alessandra Riccio illustrano il Venezuela dopo il referendum che ha confermato Chávez, l’assassinio del giudice Anderson che indagava sul golpe tentato nel 2002 dall’opposizione e lo stimolante seminario in difesa dell’umanità che ha riunito a Caracas a dicembre 700 intellettuali e personalità di tutto il mondo.
Jaime Avilés e Blanche Petrich leggono il polso del Messico  dopo l’assassinio politico di uno dei fratelli dell’ex presidente Carlos Salinas de Gortari e dopo le rivelazioni sulla mattanza di giovani studenti “sovversivi” ordinata dall’altro ex presidente Echeverría a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70.
Una storia inquietante, come quelle che, nel settore Analisi della rivista,  raccontano Aurelio Alonso su Haiti e Silvia Baraldini su Mumia Abu Jamal, giornalista nero giudicato negli Usa da una giustizia ingiusta e da ventitré anni ostaggio in una cella della morte.
Infine, oltre a pubblicare un bellisimo e degno discorso di Aleida Guevara, figlia del Che, al Forum sociale di Londra e a liberare la vena di Daniel Chavarría nel settore Cultura e culture, e il ricordo di Alejo Carpentier di Alessandra Riccio, siamo felici di ricordare Enzo Santarelli, il fondatore con Bruna Gobbi di questa rivista, con un suo saggio del 1997 straordinariamente lucido e preveggente.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà