Dov’e’ finita l’etica dei mezzi di informazione?

marzo 2, 2001

Da Latinoamerica n. 74/2001

C’è una costante negli articoli, nei saggi e nelle analisi di questo numero 74 di <<Latinoamerica e tutti i sud del mondo>> illustrati magistralmente dalle foto di Sebastiáo Salgado. Questa costante è rappresentata, in modo imbarazzante, dalla sfrontatezza con cui le grandi nazioni che si autodefiniscono civili e democratiche e che si ostinano a proporsi come le uniche autorizzate a dettare i modelli di vita a tutti, mascherano il loro indecoroso coinvolgimento in tutti gli eventi tragici e gli accadimenti che acuiscono le ferite del sud del pianeta. Questa volta non c’è solo Luis Sepúlveda a segnalarci, magari la persistente e offensiva impunità di Pinochet, o Frei Betto e il Nobel per la pace Adolfo Perez Esquivel a sottolinearci, l’uno con ironia amara, l’altro con drammatica preoccupazione, l’impossibilità di vita per chi in America Latina o in Africa deve soggiacere alla dittatura della nuova economia neoliberale  e alla rapace finanza senza scrupoli che, giorno dopo giorno, si sta rivelando non meno spietata di quella imposta negli anni Settanta-Ottanta dai feroci regimi militari. Questa volta ci sono anche alcuni reportage, da quello su El plan Colombia di Giulio Girardi a quello di Antonio Cipriani sui marines nordamericani che, con la solita scusa della lotta alla cocaina, sono sbarcati in Bolivia, a quello di Anna Lucia Stornaiolo sulla <<dollarizzazione dell’Equador>> che segnalano una tentativo evidente, da parte degli Stati Uniti, di appropriarsi del patrimonio biogenetico di quel dorso di Sudamerica.
Un piano che, undici anni dopo il tramonto del comunismo, non solo frantuma definitivamente tutte le giustificazioni date in passato a questo tipo di politica di spoliazione perpetrato sulla pelle di molte nazioni del sud del mondo ricche di risorse ma povere di tecnologia, ma delude anche profondamente tutti quelli della mia generazione che, innamorati del cinema, della letteratura, del jazz, del rock, della danza moderna, dello sport, dell’arte contemporanea, regalati dagli Stati Uniti, hanno creduto che quel messaggio di libertà fosse vero fino in fondo, se non addirittura indiscutibile. Non era evidentemente così ed è singolare che sia proprio la conclamata globalizzazione a mettere a nudo la caducità di quel modello.
Quello che è più triste è che la stessa Europa, che per la sua cultura e le tragiche esperienze vissute fino a metà del secolo scorso, fino al nazismo, sembrava non essere più sedotta da tentazioni coloniali, ora, in questi giorni, mentre a Bruxelles si tenta di parlare di equità e giustizia sociale, prendendo le distanze da certe arroganze o ambiguità degli Stati Uniti (su temi come la rinuncia alle armi chimiche o la lotta alla pedofilia), molte delle nazioni della comunità europea sono chiaramente quelle che muovono i fili di tragedie senza fine come quella del Congo, o di guerre combattute da baby-soldati come avviene in Sierra Leone. E tutto questo solo per continuare a tenere o ad accaparrarsi il controllo delle miniere di pietre preziose del Congo o dei diamanti della Sierra Leone. Di questa logica di rapina documentata da Alessandra Riccio e dal racconto storico di don Albino Bizzotto (dopo l’assassinio di Kabila a Kinshasa) o da Joseph Turay, un religioso che ha vissuto sulla propria pelle il martirio della sua terra, diamo testimonianza in questo numero della rivista, così come dell’attualità del pensiero politico del movimento zapatista in Chiapas e delle nuove prospettive che si potrebbero aprire, dopo l’elezione del presidente Fox, conservatore ma pragmatico. E’ la conferma che non erano utopie istillate da un reduce dei vecchi movimenti rivoluzionari latinoamericani come Marcos, quelle che ormai sette anni fa, gli eredi dei maya in rivolta nel Chiapas messicano avevano chiesto e proposto fra lo scetticismo e il sarcasmo di tanti pensatori e commentatori servili oltre ogni misura verso chi detiene il potere economico e politico.  
     C’è un modo antico da parte di questi commentatori per sentirsi in pace con chi comanda: avallare qualunque spiegazione, anche la più inverosimile. Salvo poi essere smentiti dalla storia, come nel caso illustrato da Gianni Cipriani con <<Ritratto di un omicidio di Stato>> dove, quasi trent’anni dopo grazie alla sagacia del giudice milanese Guido Salvini scopriamo che alcuni attrezzi della vecchia internazionale nera del terrore come Cauchi, Delle Chiaie o Cicuttini (condannato per la strage di Peteano) non solo erano stati ingaggiati dalla Cia in quegli anni settanta, per portare il terrore in Italia o in Spagna, ma erano addirittura i consiglieri prediletti dei più spietati dittatori dell’epoca in America Latina. L’ <<operazione Condor>> portata avanti senza il minimo scrupolo etico da Pinochet in Cile o dai colleghi generali argentini, uruguayani, brasiliani, paraguayani etc. era figlia, come spiega in un saggio illuminante Wayne Smith, della famigerata <<dottrina Monroe>> secondo la quale la vita e la morte di qualunque popolo a sud degli Stati Uniti doveva essere scandita da Washington. Wayne Smith, che era secondo segretario d’Ambasciata Usa all’Avana quando il suo governo (quarant’anni fa) decise di applicare l’embargo a Cuba, ed era incaricato d’affari quando alla fine degli anni Settanta, il presidente Jimmy Carter tentò di ricucire un rapporto con il governo rivoluzionario di Fidel Castro, documenta dall’alto della sua esperienza di ex diplomatico e di attuale docente universitario, il fallimento della politica del suo paese in America Latina dove invece del progresso è stata resa endemica l’arretratezza e la miseria e dove invece della libertà si è affermata la repressione, anche se a volte mascherata da una falsa democrazia.
Nell’anno in cui il presidente Clinton prima di lasciare il suo incarico, dopo una consultazione elettorale più grottesca di quella di un paese del così detto terzo mondo, concede la grazia ad Alejandrina  Torres, leader del movimento di liberazione portoricano, moglie di un pastore protestante e madre di sei figli, per  18 anni compagna di carcere di Silvia Baraldini, e nell’anno in cui lo stesso Bill Clinton concede la grazia ad altre 139 persone, alcune accusate di reati molto più gravi di quelli per cui Silvia Baraldini è stata condannata a 43 anni di reclusione, una corte degli Stati Uniti ha sancito che il governo deve risarcire i familiari di decine di prigionieri politici neri assassinati dalla Guardia nazionale negli anni Settanta nella prigione di Attica (vicino New York) durante una sommossa nella quale sorprendentemente i fucili degli agenti centrarono quasi solamente reclusi arrestati per reati di tipo politico. Evidentemente in quel caso fu lo Stato a essere terrorista.
     Un modo sommario, insomma,  di far politica come quello di tentare di risolvere le situazioni eliminando fisicamente chi si oppone agli interessi di certe lobby finanziarie e politiche degli Stati Uniti. Uno stile da vecchi  inguaribili cowboys, che ha permesso alla fine di novembre a Fidel Castro all’undicesimo summit dei capi di Stato latinoamericani a Panama, di denunciare l’ennesimo tentativo, in quarant’anni, di farlo fuori con un attentato ordito dai soliti irriducibili di Miami, gli stessi a cui secondo molti osservatori, Bush jr. deve la sua elezione. E’ stato avvilente leggere come molti prestigiosi giornali e mezzi d’informazione del cosiddetto mondo evoluto hanno raccontato la denuncia di Castro, quasi facendo intendere che fosse l’ennesima trovata propagandistica di un vecchio satrapo. Se molti di questi commentatori avessero voluto fare una breve ricerca sulla personalità del leader del gruppo incaricato della soppressione del presidente cubano, avrebbero scoperto che quel signore arrestato a Panama, Luis Posada Carriles, era un professionista del settore, molto credibile come terrorista. Uno che nel ‘76 insieme ad un compare di nome Orlando Bosh, aveva messo una bomba  in un aereo di linea cubano esploso sul cielo delle Barbados, dove erano morte 73 persone, fra cui tutti i componenti della nazionale giovanile di scherma; uno che a Washington aveva organizzato l’attentato in cui aveva perso la vita, insieme alla segretaria, l’ex ministro degli esteri cileno Orlando Letelier, scampato al golpe di Pinochet; uno che era stato fra i più infaticabili attivisti della guerra sporca organizzata in Honduras dagli ex seguaci del dittatore Somoza contro il Nicaragua; uno che ancora tre estati fa aveva assoldato per conto della Fondazione cubana americana di Miami, un povero cristo salvadoregno perché mettesse dell’esplosivo negli alberghi de L’Avana per colpire l’economia cubana e fermare il flusso turistico che stava risollevando il paese. In uno di questi attentati aveva perso la vita il nostro connazionale Fabio Di Celmo, un piccolo imprenditore edile. Malgrado questo curriculum Luis Posada Carriles, autore di accertati attentati terroristici non solo in America Latina ma negli stessi Stati Uniti, girava libero e impunito prima che la <<maldestra>> polizia panamense lo arrestasse.
Perché un giornalista serio dovrebbe mettere in dubbio che un personaggio simile non possa avere organizzato l’ennesimo tentativo di eliminare il fastidioso presidente cubano dalla scena politica internazionale? Il segretario di Stato uscente Madelene Albright, del resto,  non ha forse dichiarato rammaricata al momento di congedarsi  che l’unica sua amarezza era quella di non aver potuto vedere durante il suo mandato la caduta di Fidel Castro?
E’ quindi singolare, mentre in questo numero della rivista Silvia Baraldini, da una camera d’ospedale, dopo un’operazione di tumore ci racconta nella prima puntata di un bellissimo reportage, la storia del movimento di liberazione portoricano, rendersi conto che l’unica <<terrorista>> che deve rimanere in galera, sia lei. E questo malgrado Clinton prima di andarsene abbia graziato perfino due sue compagne Linda Evans e Susan Rosenberg, accusate e condannate per reati più gravi dei suoi fra i quali la detenzione e l’uso di armi. Senza dimenticare Patricia Hearst, erede di un magnate dell’informazione recentemente scomparso, liberata anni fa, pochissimo tempo dopo l’arresto, per aver partecipato alle azioni terroristiche del  movimento nero dei Simbionesi. L’unico peccato di Silvia è  evidentemente quello di essere italiana e di aver pensato che il proprio paese e il governo progressista in carica avessero abbastanza orgoglio e dignità non solo per farla tornare a casa, dopo quasi vent’anni di detenzione, ma anche per porre fine ad una condanna esagerata, sterminata, inaccettabile per la nostra cultura giuridica.      E invece no. Non è bastata nemmeno un’altra operazione di tumore e il conseguente diritto  sancito dalla nostra costituzione a veder tutelata in modo adeguato la propria salute. Non c’è limite al servilismo, ma cinquant’anni dopo la nostra sconfitta nella seconda guerra mondiale, questa attitudine appare grottesca per non dire inquietante. Latinoamerica e tutti i prestigiosi collaboratori che ci aiutano non lascerà nulla di intentato, sensibilizzando l’opinione pubblica mondiale, perché questa ingiustizia e violazione dei diritti civili di una nostra connazionale vengano cancellate.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà