L’ipocrisia dei media riguardo a Cuba

luglio 23, 2003

Mentre scrivo questo editoriale per il numero doppio 83/84 di Latinoamerica, i ministri degli  Esteri dei paesi della comunità europea stanno praticamente decidendo i destini prossimi e la possibilità di sopravvivenza della revolución cubana. Questo stato delle cose che ignora scandalosamente il principio di autodeterminazione dei popoli, è singolare se si considera che Cuba è da quarant’anni, con i suoi pregi e i suoi difetti, sempre la stessa. Un paese che, unico nel continente, ha assicurato la dignità sociale a tutti i suoi cittadini, ma che ciclicamente, a causa della pressione politica degli Stati Uniti e dell’immorale embargo, ha vissuto una sorta di sindrome dell’assedio che l’ha fatta talvolta esagerare in atti illiberali come il recente arresto di 77 dissidenti (alcuni veri, alcuni presunti) e la condanna a morte eseguita (dopo tre anni di rispetto della moratoria sulla pena capitale) di tre componenti del gruppo degli undici sequestratori del ferry boat della baia dell’Avana.
Purtroppo, però, ultimamente qualcosa è cambiato nell’etica mondiale. E’ prevalsa una morale ipocrita capace di ignorare l’impunità che protegge gli autori del genocidio in Guatemala o la repressione con i carri armati in Perù e Bolivia, decisa dai presidenti “democratici” Toledo e Sanchez De Losada contro dei poveri cristi affamati, ma che diventa intransigente se Cuba, certo colpevolmente, eccede nel difendersi dal terrorismo che viene dalla Florida e che tenta di destabilizzare la vita del paese.
Per la lotta al terrorismo si è perdonato qualunque cosa agli Stati Uniti, anche la sparizione, in due anni, di più di tremila persone private di ogni difesa legale e assolutamente impossibilitate a comunicare con la famiglia (insomma, un’abolizione de facto dell’habeas corpus) ma non si è disposti a interpretare correttamente cosa sta accadendo a Cuba, quanto pesino, oltre alle responsabilità, del suo governo, la “guerra sporca” messa in atto dall’attuale presidente degli Stati Uniti, George Bush jr. e quanto pesi una comunicazione internazionale che poche volte è stata così scorretta e di parte.  
Solo l’anno scorso la Commissione dei diritti umani dell’Onu nel documento di censura strappato dagli Stati Uniti, praticamente comprandosi il voto di nazioni come l’Uruguay o il Guatemala (invero poco credibili come difensori dei diritti della gente), aveva sentito il bisogno di “riconoscere senza pregiudizio gli sforzi fatti dalla Repubblica di Cuba nel conseguimento dei diritti sociali per la popolazione, malgrado un contesto internazionale avverso”  e invitava lo stesso governo dell’Avana “a realizzare analoghi sforzi per ottenere miglioramenti nel campo dei diritti umani, civili e politici”. Come se i diritti sociali non fossero conquiste umane, civili e politiche. Ma almeno la faccia, la verità e la decenza erano state salvate.
Cosa è successo per far cambiare posizione, non tanto alla Commissione diritti umani dell’Onu (che, anche quest’anno, conoscendo le condizioni di vita di molti popoli in America Latina e nel mondo non ha inasprito il tono delle parole della rituale censura a Cuba) quanto alla Comunità europea?
E’ successo che, inizialmente, il governo di Bush jr., preso atto della facilità con la quale, complici i governi inglese, spagnolo e italiano, aveva potuto impunemente massacrare l’Iraq, si era convinto di potere continuare su questa linea con la Siria o l’Iran e magari risolvere per sempre il fastidio procurato da Cuba al suo prestigio e alla sua politica in America Latina.
Così, è stata incrementata la campagna per destabilizzare il governo dell’Avana, incentrata sul fronte economico e su quello dell’emigrazione. L’amministrazione nordamericana, che da decenni investe ingenti risorse per alimentare la dissidenza, ha dotato il nuovo incaricato d’affari James Cason, di un budget di 52 milioni di dollari per dare la spallata definitiva e sovvertire l’ordine interno a Cuba.
Così James Cason, 58 anni, antico asset della Cia in Salvador, Bolivia, Panama, Uruguay, Italia e Portogallo e successivamente incaricato dell’ufficio per il Guatemala del dipartimento di Stato Usa, ha incominciato a girare in lungo e in largo l’isola avvicinando tutti i dissidenti ufficiali e tutti quelli che potevano diventarlo, distribuendo migliaia di dollari e regali, senza nessuna remora sul fatto che la democrazia non può nascere o nasce malata, se viene comprata. Il 24 febbraio scorso si è incontrato, per esempio, con Beatriz Roque, economista premiata dall’Accademia delle scienze di New York “per il suo lavoro di promozione della democrazia e del libero accesso all’informazione a Cuba”, ora condannata a vent’anni di prigione. Poi, il disinvolto incaricato d’affari ha partecipato a una festa dell’opposizione a cui gli altri diplomatici, proprio per la delicatezza del loro incarico, si erano rifiutati di essere presenti. Ma James Cason, sodale del discusso Otto J. Reich, inviato speciale della Casa Bianca per le iniziative nell’emisfero occidentale, non ha mai avuto nella misura, una delle sue doti migliori. Aveva avuto l’ordine di destabilizzare l’isola della revolución e, da buon funzionario, ha incominciato a farlo.
Cuba e gli Stati Uniti avevano, per esempio, un trattato per l’immigrazione, firmato con l’intermediazione dell’ambasciata svizzera, ai tempi di Clinton, secondo il quale, per evitare il fenomeno dell’esodo dei balzeros (quelli che lasciano l’isola in zattera in cerca di un futuro migliore) il governo di Washington si impegnava a concedere ventimila visti l’anno. Da ottobre 2002 al 24 febbraio 2003, però, i visti rilasciati sono stati solo 580, invece di ottomila come era stato pattuito. Questa violazione dell’accordo doveva servire ad accrescere la crisi interna di Cuba e favorire la seconda fase del piano di Cason: la ripresa del fenomeno dei balzeros, e possibilmente il sequestro da parte di coloro che avessero deciso di lasciare il paese a qualunque costo, di battelli e di aerei. Tre velivoli sono stati sequestrati in quindici giorni, così come il ferry boat che parte da Regla. Si è saputo poi, proprio da fonti nordamericane, che i dirottamenti pianificati a breve dovevano essere sedici. Se il fenomeno avesse preso piede, il governo degli Stati Uniti aveva deciso che, questa volta, i naufraghi sarebbero stati intercettati da decine di motovedette della Marina e rispediti a Cuba. E, in caso di rifiuto del governo cubano di riprenderseli, ci sarebbe stata la giustificazione per un intervento militare. Il pericolo che questa strategia si affermi è ancora incombente, se si pensa che allo Stato cubano sono stati restituiti i passeggeri ma non gli aerei, considerati l’anticipo dei beni sequestrati nel ’59 dalla rivoluzione a cittadini nordamericani. Poiché molte delle ricchezze dell’epoca a Cuba, erano controllate da mafiosi come Vito Genovese, Frank Costello e Lucky Luciano, è probabile che Washington abbia deciso di tutelare anche i possedimenti di questi gentiluomini. Purtroppo, di tutta questa realtà non c’è stata praticamente informazione né in Italia, né in Europa. Un silenzio quasi imbarazzante.
Wayne Smith, che tra il ‘79 e l’82 è stato l’incaricato d’affari nordamericano a Cuba e ora è docente universitario a Washington, ha definito “inquietante” il piano portato avanti da Bush junior, spiegando che “Cason è un uomo di Reich” e che quella capitanata da questo ingombrante esperto di tutte le “guerre sporche” degli ultimi anni nel continente, “è la peggior squadra per le questioni dell’America Latina che abbia mai visto, almeno dai tempi di Ronald Reagan”. Nello stesso momento, quasi a dar ragione al diplomatico della stagione etica della politica nordamericana, l’ambasciatore Usa a Santo Domingo dichiarava ufficialmente che “Cuba avrebbe dovuto imparare qualcosa da come erano finite le cose in Iraq”. Per questo Smith, che nel 1979 trattò per conto del presidente Carter la pace con Castro, frustrata poi dall’elezione di Ronald Reagan, ha aggiunto sarcastico “non credo che gli Stati Uniti stiano progettando un’invasione di Cuba. Però, se fossi cubano, non ne sarei così sicuro”. 
Purtroppo per Bush, però, gli sviluppi del caso legato al dossier sulle presunte armi di distruzione di massa in dotazione a Saddam, risultato contraffatto (dai servizi segreti italiani?) e usato in modo spregiudicato dal presidente degli Stati Uniti e dal premier britannico Tony Blair per giustificare l’intervento armato in Iraq, hanno rallentato l’escalation pensata per eliminare la rivoluzione cubana.
Ed allora è diventato fondamentale il ruolo della Comunità europea, dove l’attuale governo di Washington sa di poter contare su due alleati di ferro: José Maria Aznar e Silvio Berlusconi che proprio mentre scrivo è ospite del presidente Bush nel suo ranch in Texas.
Così, sono cominciate le manovre e il lavoro di lobbing per mettere con le spalle al muro Cuba, nonostante la situazione dei diritti civili e umani in America Latina e nel mondo sia, oggettivamente, molto più preoccupante che nell’isola.
I quindici stati della Comunità europea che, come documentiamo nel primo articolo di questo numero 83-84 della rivista, non si fanno scrupolo di stringere accordi segreti per favorire le multinazionali europee dell’acqua e imporre questo scandaloso traffico ai paesi più poveri nel prossimo vertice del Wto a Cancun (Messico), si preparano a tenere una posizione molto intransigente verso Cuba, allarmati (ma guarda un po’!) per l’economia dell’Isola vista “l’assenza delle riforme e della libertà che si riflette in un peggioramento della vita quotidiana della popolazione”. Ma non è tutto. Nel finale del documento, i quindici auspicano “una transizione verso una democrazia pluralista, il rispetto dei diritti umani, il miglioramento dei livelli di vita e lo sviluppo economico sostenibile”. Lo affermano proprio i quindici paesi della Ue che, nella stesura del documento, si sono dimenticati di citare l’embargo che inpoverisce Cuba da quarant’anni. Proprio loro che sono, con gli Stati Uniti, fra i massimi responsabili del saccheggio delle ricchezze di molti paesi del sud del mondo e sono anche responsabili, proprio per le politiche protezionistiche in favore dei propri produttori e imprenditori, della indigenza e della fame di miliardi di persone. Bisogna essere veramente privi di scrupoli e ci vuole una dose di ipocrisia senza limiti.
Il 5 giugno, per esempio, l’Unione europea, “profondamente preoccupata per la continua e flagrante violazione dei diritti umani in Cuba”, decideva di mettere in marcia una serie di sanzioni diplomatiche contro il governo dell’Avana. Ma solo cinque giorni dopo, a Londra, organizzato da Tony Blair con la collaborazione dell’Unione europea e di cinque paesi latinoamericani, il Giappone e ovviamente gli Stati Uniti, il Banco interamericano di sviluppo e gli immancabili Fondo monetario e Banca mondiale, si svolgeva  a Londra un “Incontro internazionale di appoggio alla Colombia” nel quale veniva concordata una posizione collettiva della comunità internazionale per “offrire tutto l’appoggio possibile al governo colombiano “democraticamente eletto” di fronte alle minacce contro la democrazia e contro il terrorismo, le droghe illegali e la violazione dei diritti umani che dilaniano il paese”.
Bill Rammell, sottosegretario agli Esteri inglese, mentre esponeva questi concetti, non ricordava, evidentemente, che in Colombia vengono assassinate per motivi politici ogni anno ottomila persone e che la gran maggioranza delle vittime sono civili. E inoltre, che l’80% degli esecutori di questi misfatti, sono funzionari dello stato colombiano o sono, secondo statistiche di organismi internazionali, i famosi paramilitari prima di Castaño e poi di Mancuso, alleati del governo. Il cinismo del sottosegretario britannico permetteva invece alla stampa governativa colombiana di qualificare quell’incontro voluto da Tony Blair come un trionfo del Plan Colombia (il piano economico imposto dagli Stati Uniti al paese di García Marquez) e del progetto di sicurezza democratica del presidente Alvaro Uribe. E’ quasi superfluo aggiungere che durante il governo “democraticamente eletto” di Uribe, la Colombia sta vivendo una militarizzazione e un terrorismo di stato al servizio del grande capitale mai visto prima nella storia. Dentro il mega progetto di distruzione-modernizzazione neoliberale di questo presidente che fu spietato governatore della provincia di Antiochia, decine di migliaia di “soldati contadini” si stanno trasformando in forze paramilitari e la privatizzazione del servizio sociale nazionale, delle telecomunicazioni e del petrolio stanno andando, di pari passo, con la distruzione dei sindacati e delle libertà civili. Soltanto l’anno scorso sono stati assassinati 184 sindacalisti, insieme a moltissimi leader contadini, indigeni, donne e difensori dei diritti umani. Il terrorismo di stato è particolarmente violento nelle zone di interesse economico strategico, come nella regione del pianificato canale interoceanico Atrato-Truando o attorno ai giacimenti petroliferi del Casanare dove tre prestigiosi beneficiari pretendono di sfruttare senza limiti “l’oro nero” del paese: la British petroleum, compagnia cara al leader della “terza vita”, la Occidental Petroleum corporation, cara al governo di George W. Bush e la Repsol, cara alla Spagna di José Maria Aznar.
Ci sono tante ragioni, quindi, perché questi tre leader cerchino e trovino “posizioni univoche” nella ripartizione del petrolio latinoamericano, così come hanno fatto per quello dell’Iraq e come vorrebbero fare a breve per quello dell’Iran e del Venezuela.
Così, anche nella ricerca  di una “posizione univoca della comunità internazionale” per quanto riguarda Cuba, tutto è iniziato otto anni fa, quando José Maria Aznar ricevette un consistente finanziamento per la sua campagna elettorale, dalla poderosa comunità anticastrista di Miami, in cambio della promessa di partecipare da protagonista, nel tentativo di annichilimento della revolución cubana.
Berlusconi finora non ha stretto, a quello che sappiamo, imbarazzanti legami di questo tipo che hanno condizionato la politica perfino di Bill Clinton ma, nel dubbio su quale posizione debba prendere su Cuba, è andato a chiedere la linea  da seguire personalmente a Bush nel suo ranch in Texas. In fondo, una parte dell’opposizione quella rappresentata dai Ds (l’ex partito comunista italiano) che ha voluto perfino il dibattito parlamentare sulla revolución, lo rassicura sull’atteggiamento da tenere. E’ ipocrita, ma è così.
Come è ipocrita l’attitudine scelta da molti mezzi di informazione italiani sul via vai di funzionari americani a Roma proprio prima che il nostro premier partisse per gli Stati Uniti, dopo aver rischiato di impantanarsi in un affaire internazionale come quello del falso dossier sulle armi chimiche presuntamente in possesso di Saddam Hussein.  Un dossier passato per le mani dei nostri servizi e che ha fatto rischiare a Berlusconi anche una crisi di governo.
Fra i tanti funzionari Usa sorprendentemente a Roma negli ultimi tempi, c’era anche (come raccontiamo nel prologo che precede il “Caso Cuba” in questo numero di Latinoamerica) Otto Reich. E contemporaneamente a lui Alina Fernandez, una delle sette figlie di Fidel Castro che da anni (alternando momenti d’amore e di insofferenza per gli Stati Uniti) fa parte del mondo degli oppositori di suo padre. Si era anche installato a Roma un non meglio identificato comitato di “Unitad cubana” per i prigionieri politici a Cuba che dal 12 al 15 luglio, coordinava ufficialmente il lavoro di informazione sui prigionieri. Una iniziativa che ricordava molto quelle consuete, qualche anno fa, del NED, National endovment for democracy, l’agenzia della Cia che aveva uffici in tutte le capitali europee, solo per fare lavoro di propagnda contro Cuba. E sottolineo, non contro i regimi comunisti, soltanto contro Cuba.
Ma ormai, questo inquietante tramestio non incuriosisce più l’informazione nazionale, che da giustamente risalto alle sanzioni Ue contro Cuba, ma non ha esitato a ignorare, alla fine di aprile, la risoluzione sul Guatemala alla quale la Comunità europea è stata costretta “per la persistente insicurezza sui diritti alla terra, come dimostrano le minacce di espulsione e distruzione e i saccheggi delle coltivazioni denunciate dalle organizzazioni contadine e indigene”. La Comunità europea si vedeva costretta anche (ricordando addirittura il diritto alla alimentazione riconosciuto dall’art. 11 del Patto internazionale dei diritti economici, sociali e culturali) a stigmatizzare, per il secondo anno di seguito, la non attuazione, dopo sei anni della firma, degli accordi di pace, dichiarandosi “preoccupata per le vittime dell’attuale incremento della violenza nel paese, tanto da insistere sul governo del presidente Portillo per “eliminare l’impunità, migliorare la sicurezza civile e garantire i diritti umani dopo i recenti assassinii di dirigenti agrari e sindacali.”
Questa realtà non interessa nessuno e, a quanto pare, non incuriosisce l’Internazionale socialista, attenta ad esprimere la propria solidarietà al corrotto sindacato del PDVSA (il petrolio di stato venezuelano) presieduto da Carlos Ortega che, dopo aver appoggiato il tentativo di colpo di stato nell’aprile del 2002, insieme all’ex presidente Carlos Andrés Perez e al presidente della Fedecamaras Carmona Estanga, e aver tentato, alla fine di quest’anno, di abbattere il presidente democraticamente eletto Hugo Chávez, con uno sciopero generale di due mesi era anche lui, a Roma nelle scorse settimane. Forse per chiedere appoggio nell’instancabile tentativo di destabilizzare il suo paese, fedele al mandato del gabinetto di George Bush jr. caratterizzato da ministri tutti ex manager di multinazionali del petrolio e dell’energia.
La delicata realtà cubana avvrebbe richiesto maggiore cautela, una più approfondita conoscenza della realtà e un rifiuto chiaro delle manivre inquietanti messe in atto dal governo nordamericano nei riguardi di Cuba. E questo non solo perché la politica aggressiva di Bush jr. verso la revolución e domani magari verso il Venezuela o il Brasile, rischiano di destabilizzare un continente dove spira invece un’aria nuova, di speranza.
Questo atteggiamento é discutibile anche perché gli Stati Uniti dell’amministrazione Bush non hanno più l’autorità morale per dare lezioni di democrazia a qualcuno.
Come scrive  Ernesto Cardenal, voce profetica del Nicaragua, nel suo stupendo saggio che pubblichiamo in questo numero della rivista, nel settore Analisi, i detenuti che subiscono condizioni subumane a Cuba non sono prigionieri di Fidel Castro, bensì del presidente Bush a Guantanamo, dove i talebani marciscono bendati, in stie da polli con tetto in metallo, e dove il sole dei Caraibi raggiunge in quelle gabbie per animali una temperatura di oltre 60 gradi;
E non solo: dove erano e dove sono i Reporters senza frontiere, piccati perché la giustizia francese, su denuncia della vedova del grande fotografo Alberto Korda, ha proibito loro di usare la più celebre delle foto sul Che in un manifesto contro Cuba, da loro definito “il più grande carcere del mondo”? Questi reporter così anticonformisti sono poi incapaci di profferire una parola e di scrivere qualche riga non solo sui prgionieri talebani, angariati nella base di Guantanamo, ma sui duemila esseri umani scomparsi negli Stati Uniti, negli ultimi due anni, per le leggi antiterrorismo volute dal governo dopo l’11 settembre 2001 e dei quali abbiamo accennato all’inizio di questo editoriale.
Bush, il 28 gennaio di quest’anno ha dichiarato, senza scomporsi: <<Più di tremila sospetti di terrorismo sono stati arrestati in molti paesi. -e ha aggiunto- Molti hanno avuto un destino diverso. Diciamolo in un altro modo: questi ultimi non sono più un problema per gli Stati Uniti>>. È leggittimo domandarsi se sono stati eliminati o giustiziati senza processo, conformemente alla “licenza di uccidere” insita nel pacchetto di misure antiterrorismo?  Perché non lo fanno i Reporters senza frontiere ? Forse questa angosciosa interroga tivo non rappresenta una notizia se i resposanbili di una simile barbarie sono gli Stati Uniti? Recentemente, il ministro della Giustizia Usa, Ascroft, è ritornato sul caso di questi sparizioni “autorizzate” riconocendo che “molti degli arrestati sono sicuramente innocenti, ma, ma per sicurezza nazionale, non possono essere liberati”. Lo so, la risposta è che gli Stati Uniti si devono difendere dagli attentati destabilizzanti; E allora perché la stessa logica non é valida per lo stato cubano?
Sono più di tremila i cittadini dell’isola morti negli ultimi trent’anni per le attività terroristiche organizzate in Florida. Sei anni fa morì anche un turista italiano, Fabio Di Celmo. Come i lettori di Latinoamerica sanno e Samuel Blixen racconta in questo numero della rivista, l’esecutore materiale dell’attentato all’hotel Copacabana  fu un giovane salvadoregno assoldato per diecimila dollari da Chávez Abarca e Luis Posada Carriles, vecchi terroristi, ingaggiati dalla famigerata Fondazione cuban-americana che, non a caso, é stata la macchina elettorale della vittoria di George W. Bush in Florida, stato cardine nella discussa vittoria dell’attuale presidente su Al Gore.
Forse non a caso, da questa imbarazzante rinuncia a una più equilibrata valutazione di quello che sta accadendo a Cuba (che non esclude le responsabilità del governo dell’Avana)  si é discostato il Vaticano. Nei giorni più caldi delle condanne e delle fucilazioni a L’Avana, il cardinale Sodano, segretario di Stato, ha concesso una intervista al Corriere della Sera nella quale ha affermato che “la Chiesa cattolica non ha perso la speranza che Fidel Castro possa condurre il suo paese sulla strada delle riforme e di una compiuta democrazia”. Un vero colpo al cuore all’universo dei cubani di Miami, reso pubblico da Armando Valladares con una contrariata e polemica lettera aperta intitolata “Il pastore accorre in soccorso del lupo” e fatta circolare anche in Italia.  Valladares, condannato a Cuba negli anni ‘60 per terrorismo e  poi liberato grazie ad una campagna internazionale basata sulla sua affermata invalidità poi smentita da un filmato che lo ritraeva mentre faceva ginnastica tutte le mattine nella cella, é stato dieci anni fa il capo della delegazione nordamericana nella Commissione diritti umani dell’Onu.
Clinton lo dovette destituire per l’inadeguatezza al compito che Bush padre gli aveva affidato. Evidentemente ora l’amministrazione di Bush figlio non ha a disposizione polemisti più credibili per controbattere le scelte del Vaticano.
Non é certo questa mediocre qualità della dialettica politica che dovrebbe influenzare quella che fu la sinistra italiana o europea, ma evidentemente la ricerca delle notizie é difficoltosa e la elaborazione di un giudizio, dopo aver analizzato correttamente i fatti, non é più un esercizio consueto in partiti prigionieri più dei burocrati che dei pensatori.  A loro, così sommari nei giudizi, segnalo un passaggio di una durissima lettera al presidente degli Stati Uniti di mons. Bowman, vescovo in Florida, che pubblicheremo nel prossimo numero di Latinoamerica: <<Una volta dopo l’altra abbiamo contribuito a destituire dirigenti popolari che volevano che le ricchezze della loro terra fossero divise tra il popolo che le ha prodotte. Noi statunitensi li abbiamo sostituiti con tiranni assassini che hanno venduto il loro popolo per ingrassare i loro conti correnti privati, incassando abbondanti tangenti affinché la ricchezza della loro terra potesse essere sfruttata da imprese come la Sugar, la United Fruits company,
la Folgers e via dicendo. Di paese in paese, il nostro governo ha costruito la democrazia soffocando la libertà e calpestando i diritti umani”.
Perché, pur con tutte le critiche legittime, dovremmo aiutare a riservare a Cuba questo destino?

Il caso Cuba ha inevitabilmente influenzato la redazione di questo numero doppio della rivista che, nello spazio “Il mondo in cui viviamo”, dopo una valutazione sulle elezioni di Kirchner in Argentina fatta da Mempo Giardinelli e Gennaro Carotenuto, dedica cinquanta pagine al tentativo degli Stati Uniti di mettere la revolución con le spalle al muro. Questo sforzo ci ha costretto a comporre un numero doppio. Il caso Cuba è visto da varie prospettive, quella nordamericana dell’ex diplomatico Wayne Smith, quella dei grandi testimoni latinoamericani come il Nobel per la pace Pérez Esquivel o i saggisti e scrittori Gonzáles Casanueva, lo stesso Mempo Giardinelli, Daniel Chavarría, Luis Sepúlveda e con una precisazione perfino Gabriel García Marquez. Abbiamo poi voluto dar spazio al problema visto da Cuba attraverso intellettuali come Cintio Vitier, Omar Gonzales, Lisandro Otero o politici come Ricardo Alarcón, presidente del Parlamento e per quindici anni ambasciatore all’Onu, ma anche con le testimonianze della gente comune come l’insegnante Maria Córdoba.
Una lettera aperta che ho inviato all’Unità, ci ha dato anche lo spunto per un dibattito con alcuni dei nostri lettori.
È un lavoro rigoroso che speriamo aiuti a far chiarezza e a squarciare il velo di ambiguità che copre l’informazione sull’isola. Il tentativo di interpretare il mondo non in modo superficiale viene fatto da alcuni “giganti” dell’America Latina nel settore “Analisi” e nel settore “Documenti e testi”. Ernesto Cardenal si pone alcune domande su Cuba che dovrebbero suscitare qualche dubbio morale in molti che si dichiarano ancora di sinistra. Leonardo Boff, Semir Amin e Emir Sader analizzano la nuova ideologia portata avanti da George W. Bush e cosa significa essere di sinistra oggi. Jaime Avilés, cronista d’assalto de La Jornada, di città del Messico riprende un saggio del grande scrittore nordamericano Gore Vidal, convinto addirittura che in Usa stia nascendo una dittatura. Silvia Baraldini spiega cosa c’é dietro la restituzione a Portorico da parte del governo di Wasghinton dell’isola di Vieques, che era stata trasformata in una base militare. Firme come quelle di Miguel Barnet e Roberto Fernández Retamar arricchiscono, infine, il dibattito culturale della rivista.
Buona lettura


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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