Se il terrorismo si combatte a Baghdad ma si protegge a Miami

settembre 29, 2004

LATINOAMERICA 88 (N. 3 2004)
Mentre mi accingo a scrivere questo editoriale per il numero 88 di Latinoamerica, sono state appena rilasciate, dopo un lungo sequestro in Iraq, di Simona Pari e Simona Torretta Le immagini televisive ce le hanno mostrate mentre si scoprivano dal velo musulmano e il primo individuo che si materializzava ai loro occhi era Scelli, il commissario della Croce rossa italiana, il nostro agente a Baghdad. Non deve essere stato proprio entusiasmante, per le due ragazze, questo ritorno alla libertà in simili condizioni, ma non si può avere tutto dalla vita. In epoca di reality show, per di più, non sai mai cosa è vero e cosa è falso e la faccia circospetta delle due coraggiose amiche confermava questa impressione.
Perché ci hanno sequestrate? In nome di chi e di che cosa? A chi davamo fastidio con io nostro impegno pacifista? Che cosa avevamo visto che non dovevamo vedere? In che momento eravamo state malaccorte? Quando il nostro modo solidale di stare con chi soffriva e soffre era sembrato offensivamente stridente con quello di altri italiani in divisa arrivati qui per favorire la pace e diventati invece, senza averlo voluto, forza combattente in un paese in fiamme? Tutte queste domande abbiamo visto materializzarsi in un attimo nell’espressione contenta, ma nello stesso tempo sospettosa, dei visi delle due Simone. Improvvisamente scoprivano, infatti, di essere state scarcerate in un paesaggio anonimo, per una messa in scena un pò improbabile, quella della loro liberazione effettuata non si sa da chi, ma comunque con la protezione delle telecamere, anche se non si sa di quale service.
Perché bisogna pur ricordare subito che Simona Pari e Simona Torretta fanno parte di quell’Italia etica, che fa tanto incazzare i guerrafondai mascherati del nostro paese, quelli che “vai avanti tu che io ho da fare al partito o col comitato elettorale o magari con la lobby delle fabbriche d’armi”, che “sono pur sempre una bella entrata da non sputarci sopra per la nostra economia. Insomma, i rappresentanti di quell’Italia che sono impegnati a sostenere, sui giornali benpensanti, la legittimità della guerra preventiva dell’”amico americano” dopo l’11 settembre, ma che si adontano se un generoso come Enzo Baldoni o due ragazze intrepide del mondo del volontariato vanno ad aiutare per davvero un popolo piegato in due, esausto, vilipeso per anni da un dittatore e ora bombardato, fatto poltiglia, dalle armi di chi quel tiranno-Frankenstein ha creato e, adesso che lo ha catturato e smontato, non ha ancora intenzione di andarsene, malgrado abbia causato già più di 25.000 morti civili, nel tentativo di “pacificare” il paese.
La colpa che fa diventare antipatiche tutte le ragazze e i ragazzi come le due Simone? Pensare che la pace non si afferma con le canne dei fucili, ma con le piccole attenzioni di tutti i giorni, con i semplici materiali (dalle medicine, alle matite, alle merende, ai quaderni) che servono per far ripartire veramente la vita civile di un paese martoriato. E questa scelta “pacifista” è ancor più fastidiosa se per caso induce a pensare anche che ci vuole più coraggio ad andare senza armi in Iraq, per impegnarsi in questa piccola quotidianità, invece di farlo, armati fino ai denti, magari per fare i guardaspalla a presunti uomini d’affari occidentali intenti a rapinare un paese, la Mesopotamia, che, nei secoli, ha affermato una civiltà millenaria e non una barbarie.
Sempre più, anzi, si ha l’impressione che persone come Simona Pari e Simona Torretta, in questo momento, sono inopportune in quella zona di guerra, dove non ci devono essere occhi indiscreti a documentare una repressione spacciata per tentativo di riportare libertà e democrazia in Iraq. Quello delle due Simone è, per dirla con le parole del vicepremier del Governo italiano, Gianfranco Fini, “un pacifismo da parodia della pace, da Ponzio Pilato”, perché la pace, si sa, si afferma meglio con i 15.000 “contractors” o mercenari presenti in Iraq per fare buone azioni.
Come ben presto abbiamo saputo che gli indizi per intercettare ed evitare l’inferno dell’11 settembre 2001 a New York c’erano, e pure evidenti, ma qualcuno reputò conveniente ignorarli, così è più che probabile che, fra qualche mese, sapremo quale trama sconsiderata del solito insensato servizio segreto, ha condannato alla sofferenza del sequestro le due ragazze italiane del mondo della solidarietà, e speriamo solo alla sofferenza. Ma quando avremo davanti agli occhi le prove provate di quello che è accaduto, non ci sarà più tempo per lenire il dolore e i responsabili, come sempre, ne usciranno quasi indenni, dopo il solito palleggio della verità, aiutati in questo spettacolo indecente dai soliti prestigiosi mezzi di informazione, che eludono adesso e nasconderanno in futuro una realtà che era palese, fin dall’inizio, anche al più distratto dei cronisti.
Questo è il giornalismo del nostro tempo, bellezza! Un giornalismo che conferma il tramonto di ogni intenzione etica di questo mestiere, ostaggio ormai, come ha ricordato il Premio Nobel della Pace, Adolfo Pérez Esquivel, di dieci potentati dell’informazione che controllano, condizionano e dirigono (quasi sempre a senso unico) il mercato delle notizie.
Non lo dico per ossessione polemica, ma perché il viaggiare per tanto tempo nel mondo mi ha insegnato che la realtà è quasi sempre diversa da come i media più importanti, quelli dei paesi occidentali, insistono a descrivere. “Tutto quello che leggete o sentite ogni giorno dai mezzi di informazione è falso”, afferma da qualche tempo il collega Giulietto Chiesa, che da anni racconta l’universo bugiardo che viviamo, specie quello che una volta era definito comunista.

Così non mi ha sorpreso più di tanto, anche se mi ha sconcertato, l’iniziativa di Limes, la rivista di geopolitica più reclamizzata d’Italia, che a settembre, ritualmente, ha pubblicato un volume su Cuba.
Ma come? In un mondo dove Bin Laden (l’ex socio della famiglia Bush) e perfino il mullah Omar (ormai senza motocicletta), se ne vanno in giro liberi come falchi mentre l’Afghanistan è tornato in mano ai signori della guerra e dell’oppio, il problema non è sapere come Cuba sopravviverà alla irresponsabile stretta al quarantennale embargo all’isola deciso da Bush jr a maggio, ma che ne sarà della revolución dopo Castro?
Tra l’altro un interrogativo nuovissimo, che nessuno si è posto negli ultimi quarant’anni, nei quali il lider maximo ha visto passare undici presidenti degli Stati Uniti e perfino tramontare l’impero sovietico.
Ma come? Mentre l’Iraq si rivela, per chi sconsideratamente ci è andato in armi (purtroppo anche l’Italia), un probabile nuovo Vietnam a meno che, come vorrebbero i falchi di Washington, non si rada al suolo la resistenza che costringe l’esercito più poderoso del mondo a stare rintanato nei propri fortini, il problema è Cuba e i suoi dissidenti, quelli veri e quelli fasulli, che comunque non sono spariti dalla faccia della terra come i tremila cittadini americani dalla “faccia musulmana”, dei quali i parenti non sanno più nulla, nessun avvocato ha avuto finora la possibilità di difenderli e, se si dà retta a una dichiarazione di Bush jr (“alcuni di loro non ci possono più nuocere”), potrebbero avere già lasciato anzitempo questo mondo, con buona pace dei diritti sanciti dalla Costituzione degli Stati Uniti e dalle leggi internazionali per chi viene privato della libertà.
Ma come? Con tutto quello che sta succedendo nel mondo, con gli Stati Uniti che ogni giorno di più perdono la loro credibilità democratica, incarcerando e torturando a Guantanamo esseri umani senza avere nessun indizio della loro colpevolezza (come hanno segnalato gli ex reclusi inglesi recentemente rimpatriati), il problema impellente è rappresentato dai dissidenti cubani, veri o presunti, senza chiedersi neanche per un attimo se sono autentici o comprati a 10.000 dollari a botta dal nuovo aggressivo incaricato d’affari nordamericano all’Avana, James Cason, che ha avuto 53 milioni di dollari all’anno di dotazione, per organizzare un’opposizione interna alla revolución cubana?
Ma come? La presidente uscente di Panama, la signora Mireya Moscoso, due giorni prima di lasciare l’incarico al neo eletto Omar Torrijos jr, libera e imbarca, in un aereo per Miami, quattro terroristi di fama, autori di numerosi attentati organizzati in Florida ed eseguiti a Cuba (più di tremila le vittime negli ultimi 30 anni), terroristi appena condannati, nel paese dell’istmo, a otto anni di carcere per avere programmato e fallito l’ennesimo tentativo di uccidere Fidel Castro durante uno dei summit dei capi di stato latinoamericani, e il problema è invece se Cuba è o non è uno “stato canaglia” secondo la definizione che il governo di George W. Bush gli ha arbitrariamente affibbiato, senza che ci sia uno straccio di prova di qualsiasi trama del governo dell’Avana contro gli Stati Uniti? E questo mentre, se mai, è palese il contrario, come sostiene Noam  Chomsky e ha ribadito Wayne Smith, il diplomatico nordamericano che unico, nell’epoca della presidenza di Jimmy Carter ha lavorato per il raggiungimento di una storica pace fra Washington e l’Avana, poi svanita con l’elezione di Ronald Reagan.
Ma come? Gli Stati Uniti danno asilo a gente come Luis Posada Carriles o Leonardo Bosch, terroristi in servizio permanente effettivo, che fecero saltare in aria, nel ’76 un aereo di linea cubano alle Barbados, o che, come Posada Carriles, sono fra i mandanti dell’assassinio a Washington dell’ex ministro degli esteri cileno Letellier, e più recentemente, sono responsabili della “strategia del tritolo” messa in atto contro l’isola alla fine degli anni ’90 per far fuggire i turisti da Cuba, ma il problema invece è l’appoggio che Fidel Castro sta offrendo al Venezuela di Hugo Chavez, che sopravvive ad un golpe approvato da Washington, a uno sciopero di tre mesi pilotato e pagato dalla oligarchia locale e trionfa, per l’ottava volta in sei anni, in una consultazione elettorale, malgrado i maneggi dell’ambasciata nordamericana a Caracas?
Ma come? Gli Stati Uniti condannano quelli che scoprono e denunciano (come i cinque cubani per i quali, in questo momento si sta svolgendo il processo d’appello ad Atlanta) l’intreccio inquietante fra funzionari dell’apparato dello stato (Fbi, Cia) e terroristi che preparano una sorta di “strategia della tensione” contro Cuba o il Venezuela o i movimenti indigeni della Bolivia, e di altre nazioni latinoamericane non propensi a piegarsi agli interessi e al saccheggio delle multinazionali Usa, e  il problema è l’influenza preoccupante della politica cubana nei confronti di un sentimento di riscatto continentale che si sta affermando contro le ricette neoliberiste, che il governo degli Stati Uniti vorrebbe imporre nel subcontinente che sta sotto i suoi piedi, con il famigerato ALCA, il trattato di libero commercio delle Americhe?
Ma come? Bush rifiuta di firmare un’iniziativa contro la fame del mondo, portata avanti all’Onu da più di cento paesi e il problema è l’economia cubana, che, pur nella sua modestia, assicura la più bassa mortalità infantile, il più alto livello di alfabetizzazione e la più alta media di vita del continente, malgrado un’infame e illegale embargo praticato dagli Stati Uniti da più di quarant’anni?
Qual è la morale che informa questo capovolgimento delle verità, dei doveri dell’informazione? Molti di quelli che hanno scritto il dossier Cuba dopo Cuba di Limes sono o docenti negli Stati Uniti, o antichi nemici della rivoluzione riparati in Florida e nella maggior parte gente che da 15, 20, 25 anni non mette piede nell’isola. Non ci sono in compenso tutti quei pensatori latinoamericani, che pur con indipendenza intellettuale e con capacità critica, hanno sentito il bisogno etico, nel tempo, di sottolineare l’indipendenza, l’orgoglio, la dignità e la diversità di un sistema, non certo esente da critiche, da integralismi, ma sicuramente anomalo nell’attuale avvilente palcoscenico del mondo, e pertanto anomalo.
Così perché ci dovremmo meravigliare se le nazioni poderose si inventano balle per accaparrarsi il petrolio o qualunque altra ricchezza di un paese a sud del mondo?
O perché ci dovremmo sorprendere se il signor Menard, immarcescibile presidente dei Reporters sans frontiéres si stupisce che l’Onu sospenda per due anni lui e la sua associazione dal ruolo consultorio che aveva, avendo scoperto l’attività discutibile che svolge, per esempio, nei confronti di Cuba, insieme a quella signora Crespo che, qualche anno fa, era alla testa del manipolo più radicale di anticastristi di Miami decisi a convincere l’allora presente degli Stati Uniti Clinton a non restituire il piccolo Elián al padre legittimo a Cuba. Fa il giornalista il signor Menard o lavora per uno di quegli organismi, come, ai tempi di Reagan il National endovment for democracy, che si sbattteva in tutte le capitali europee, con i soldi della Cia, per creare un “Comitato per i diritti umani a Cuba”? Badate bene, non per i diritti umani nella Cina delle duemila fucilazioni l’anno o per la Colombia del presidente Alvaro Uribe che riceve i capi dei feroci paramilitari in Parlamento, ma per Cuba, ossessione di tutti i presidenti degli Stati Uniti e di tutti i loro lacchè.

Tutti questo umori sono presenti in questo numero 88 di Latinoamerica. In particolare, la spiegazione del successo di Chávez in Venezuela che ha spiazzato le previsioni di quelli che in Europa si definiscono riformisti e che proprio del nuovo vento che spira in America Latina non riescono a capire nulla. Dal referendum-trappola in Bolivia, allo sfascio del Perù di Toledo, dall’omaggio in parlamento agli assassini paramilitari della Colombia, alle cronache disperate del Guatemala di Berger, all’analisi controcorrente del Cile, laboratorio neoliberale dell’ingiustizia sotto l’apparenza del “paese che va”, i saggi di De Marzo, Moiola, Liano e Carotenuto chiariscono, senza ambiguità, una realtà in grande mutamento. Perfino la polemica tra Pérez Esquivel e Luciano Benetton sui diritti del popolo Mapuche in Patagonia, messi in discussione dal cosiddetto “sviluppo” che avanza, dà l’idea della novità che il continente a sud degli Stati Uniti sta esprimendo e che, nelle prossime pagine, è sottolineata anche dagli scritti di Galeano, Sepúlveda e Retamar.

Voglio ricordare, infine, Tom Benetollo, il presidente dell’Arci immaturamente scomparso, che fu capace, guidando con discrezione il suo movimento, di mettere davanti alle proprie contraddizioni partiti che si dicono di sinistra, ma hanno dimenticato la loro funzione e la loro stessa ragione di esistere.
Ci manchi tanto, Tom.


Articolo di Gianni Minà

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Gianni Minà