Se García Márquez e Oliver Stone fanno “rosicare” Pigi Battista

ottobre 2, 2009

LATINOAMERICA N. 108 (3/2009)

Il 13 agosto scorso il sito cubadebate.cu, in occasione dell’ottantatreesimo compleanno di Fidel Castro, ha pubblicato un suo ritratto di tre pagine scritto da Gabriel García Márquez, premio Nobel della letteratura 1982. Il ritratto si ispira chiaramente a Il mestiere della parola parlata, il saggio sul líder cubano che il Nobel colombiano scrisse nel 1988 come prologo all’intervista di 16 ore che avevo realizzato con Castro e che stava per essere pubblicata in varie parti del mondo.

Un saggio d’autore, che sarebbe rimasto unico anche perché pochi conoscono il líder cubano come Gabo che, non solo da anni consiglia a Fidel la letteratura che, in quella stagione, val la pena di leggere, ma non si è tirato indietro quando Castro gli affidò il delicato compito di portare personalmente a Bill Clinton un messaggio, perché l’allora presidente degli Stati uniti intervenisse per bloccare l’ondata di attentati terroristici che dalla Florida e dal New Jersey si stavano organizzando contro Cuba e rischiavano di innescare meccanismi pericolosissimi.
Clinton, sincero ammiratore della letteratura di Márquez, aveva dichiarato che non era capace di addormentarsi senza leggere qualche pagina dell’autore di Cent’anni di solitudine e aveva già incontrato varie volte lo scrittore colombiano, perfino a Martha’s Vineyard, l’isola delle vacanze anche dei Kennedy, dove Gabo era andato insieme al collega messicano Carlos Fuentes all’inizio del primo mandato di Clinton per spiegargli l’idiosincrasia di un continente, quello latinoamericano che, ancora pieno di ferite recenti per l’arroganza dei precedenti governi nordamericani, chiedeva al nuovo presidente di cambiare politica. Ma, come ha scritto proprio Fidel Castro, una cosa è governare gli Stati Uniti, una cosa è governare l’impero. Così Clinton, che in campagna elettorale aveva ricevuto contributi anche dalla famigerata Fondazione Cubano Americana di Miami, molto vicina al terrorismo di criminali come Luis Posada Carriles, Orlando Bosch e Santiago Alvarez non poté fare quello che aveva promesso: cambiare seriamente tratto nei rapporti con Cuba e con l’America Latina. Anzi, proprio quella volta, alla fine degli anni 90, Gabo alla Casa Bianca non aveva trovato il suo amico Bill Clinton ad attenderlo, ma alcuni funzionari del suo staff che erano stati ovviamente evasivi sulla soluzione dei problemi dei quali lo scrittore era latore, e questo malgrado fossero stati appena sventati due tentativi di attentati dinamitardi prima e dopo la visita del Papa a Cuba a gennaio del ‘98.
Per completezza d’informazione, Orlando Bosch è stato salvato dalla galera da un indulto emanato da Bush padre, e Posada Carriles da una “dimenticanza” di Alberto Gonzales, ministro della Giustizia di Bush figlio che, nell’arco di due anni, non ha trovato il tempo di far arrivare a una giudice di El Paso [Texas] che aveva arrestato Posada per immigrazione clandestina, il dossier sulle imprese criminali che la Cia aveva raccolto su questo suo antico collaboratore e che, malgrado i suoi servigi, lo avrebbe spedito in galera per il resto dei suoi anni. E così questi due figuri, che più volte si sono vantati pubblicamente di atti terroristici contro Cuba, vivono sereni in Florida dopo che Bush jr, violando le leggi da lui stesso emanate, ha dato loro asilo.
Quest’inquietante scenario è sicuramente noto all’autore de L’autunno del patriarca. Forse per questo l’unica volta che ha scritto di Fidel Castro ha evitato di essere ipocrita o ambiguo, come succede a molti cronisti sprovveduti dell’Occidente quando vanno in America latina o scrivono superficialmente di un continente o di un’isola dei Caraibi come Cuba che, pur fra tanti errori, è da cinquant’anni, dall’inizio della rivoluzione, il laboratorio culturale e politico al quale si è ispirato e si ispira buona parte di un continente incamminato, dopo anni, verso una compiuta democrazia. Tutto questo mentre l’Occidente, l’Europa, sta perdendo, giorno dopo giorno, diritti politici guadagnati con durissime lotte sociali [è di questi giorni, ad esempio, la notizia -segnalata da padre Alex Zanotelli- che in Italia, con un sotterfugio è passata la legge che spiana la strada alla privatizzazione dell’acqua].
La franchezza di Márquez però, sia che il saggio su Fidel sia stato scritto adesso, sia che rappresenti una lunga riflessione fatta vent’anni fa, disturba, inquieta, “fa rosicare”, come dicono a Roma, ex-intellettuali della sinistra, migrati a destra ma che si dichiarano ancora di sinistra, come Pierluigi Battista del Corriere della sera. Pigi ultimamente si è scandalizzato non solo per la descrizione che il Nobel colombiano ha fatto di un indiscutibile protagonista [nel bene e nel male] della Storia moderna come Castro, ma anche per la lettura che il regista nordamericano Steven Soderbergh ha fatto, in due magnifici film, dell’avventura umana e rivoluzionaria di Ernesto Che Guevara, che invece Claudio Brachino, su Rete 4, quella che il Cavaliere con protervia ha salvato per tanti anni dall’esilio del satellite, proponeva come un terrorista, differente dagli altri solo perché non era islamico. Questa informazione d’accatto è quella, però, che Battista adora a tal punto da contestare perfino l’impostazione che Oliver Stone [il regista di Platoon, Jfk, Wall Street] ha dato, nella sua ultima opera South of the border, al racconto di un’America Latina che lotta con tutte le sue forze per non rimanere intrappolata nel “cortile di casaî” degli Stati Uniti e alla rappresentazione di leaders, apparentemente venuti dal niente, come l’ex colonnello Hugo Chávez, che si azzarda a teorizzare il “socialismo del XXI secolo”.
Il tono vorrebbe essere sarcastico, ma quasi sempre sfiora l’incongruenza. Perché è il Corriere della sera stesso [10 agosto 2009] a valorizzare il Castro-pensiero con una pagina degli esteri centrata su un libro di aforismi del Comandante pubblicato a Cuba. Tutto questo mentre limita ad una colonna “di spalla”, una notizia, anticipata dal Los Angeles Times, sicuramente più inquietante per tutti noi: la decisione del ministro della Giustizia del governo Obama, Eric Holder, di nominare un procuratore speciale con l’incarico di indagare sugli abusi commessi dalla Cia negli interrogatori di sospetti terroristi. I casi in discussione sono in parte inediti e in parte già conosciuti. Nuovo, ad esempio, è quello di un agente che durante un interrogatorio mise una pistola sul tavolo per convincere un sospettato a parlare o il caso di un altro che arrivò a minacciare un prigioniero di rivalersi sulla sua famiglia. Senza contare la morte di numerosi detenuti nelle prigioni della Cia in Iraq e Afghanistan fra il 2002 e il 2003, e i 3000 cittadini Usa, come ha denunciato The Nation, ancora desaparecidos per le leggi antiterrorismo varate da Bush jr dopo l’11 settembre.
È difficile accettare tutto questo in nome della democrazia, ma Pigi Battista deve avere uno stomaco forte e quindi si concentra sulla «smania adulatoria» del Gabo Márquez, come se a 82 anni, onusto di gloria, lo scrittore vivente più apprezzato al mondo dovesse per principio suonare il violino a Castro. Concezione molto usuale per chi vive una carriera privilegiata nell’Italia di Berlusconi, un po’ più ridicola per chi ha il senso delle cose e sa per esempio che il vate di Battista, lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa (un altro come lui che non si da pace per essere stato comunista) ha cantato la messa per personaggi politici latinoamericani e spagnoli sicuramente più discutibili di Fidel Castro, come il suo corrotto compatriota, e attuale presidente del Perù, Alan García o l’ex presidente spagnolo José María Aznar, un politico disinvolto, anche lui foraggiato dai “bombaroli” della Fondazione CubanoAmericana di Miami, fra i primi a riconoscere la giunta golpista che nel 2002 rovesciò per alcune ore Chávez in Venezuela. Lo stesso Aznar recentemente ha definito Obama un “esotismo storico” e ha vaticinato che la sua presidenza si concluderà con un “prevedibile disastro economico” mentre Bush jr “sarà ricordato dalla Storia come un grande statista”.
A Pigi questi personaggi senza pudore e dignità piacciono moltissimo, li difende sempre, mentre aborre quelli come i nuovi presidenti latinoamericani che stanno cambiando un continente una volta campione d’ingiustizia, e non sopporta quelli come Márquez, che quando scrivono romanzi sono insuperabili nella ricchezza del racconto, ma quando si dedicano alla realtà sbriciolano, con una prosa scarna, i pregiudizi, le invenzioni, le sovrastrutture del pensiero unico, di chi vorrebbe che il mondo, malgrado il fallimento dell’economia neoliberale, fosse ancora letto con la logica di chi lo ha mandato a ramengo.
Così lo fa ridere che Castro “si mantenga in eccellenti condizioni fisiche e nuoti frequentemente”. Una prosa che, ai suoi occhi, abituati al culto di Silvio, suona come pura propaganda.
Bene, dovrà farsene una ragione. Ad aprile ho incontrato l’ex presidente cubano per il documentario Cuba nell’epoca di Obama, che sto preparando per il Festival di Berlino, e posso testimoniare che stava ben saldo sulle sue gambe e che parlava di politica con la scioltezza di sempre.
Davanti a lui c’era un mazzo enorme di lanci di agenzia, telex ed e-mail che, mi ha spiegato, ogni giorno lo tengono informato sul mondo. Un’abitudine che ha permesso a Cuba, malgrado le previsioni di tutti i Pigi Battista del mondo, di avere una politica estera che ha tenuto in scacco gli Stati Uniti per mezzo secolo e che, ancora adesso che Fidel Castro influenza le scelte del paese solo con le sue quotidiane Riflessioni sul Granma, assicura all’isola la gratitudine di decine di nazioni del terzo mondo, aiutate con medici, maestri, ricercatori, allenatori sportivi e perfino esperti di protezione civile.
Recentemente Obama, che pure per ora non è stato capace di cambiare politica verso Cuba, ma anzi ha prolungato di un anno l’antistorico blocco economico, ha affermato: “L’impatto della presenza dei settantamila medici cubani in America latina e nel sud del mondo è stato più efficace di qualunque politica portata avanti in questi anni dai nostri governi”.
Ma per Battista il problema più angoscioso è lo stupefacente, il coriaceo rifiuto di persone come Márquez di guardare in faccia la realtà cubana, di non menzionare nemmeno di sfuggita i dissidenti, che riempiono le galere dell’Avana, “secondo le documentate denuncie di Amnesty International”.
E qui, purtroppo, viene fuori l’invincibile abitudine a mentire di questi ex comunisti che hanno tentato di rifarsi una verginità.
Ho davanti agli occhi il rapporto di Amnesty 2008 che parla di 62 prigionieri di coscienza a Cuba ma, con una certa sorpresa, devo anche constatare che il problema diritti umani occupa per l’isola della Revolución tre pagine e per gli Stati Uniti otto.
In queste pagine si parla anche dell’iniqua detenzione di cinque agenti dell’intelligence cubana, che hanno smascherato le centrali terroristiche attive in Florida e in New Jersey per preparare attentati contro Cuba, e che da dieci anni si trovano in carcere perché accusati di spionaggio in un processo farsa a Miami, già smontato dal giudizio d’appello ad Atlanta e poi bloccato, sotto l’amministrazione Bush, dall’intervento, questa volta puntuale, del solito Gonzales.
Quale libro di Amnesty ha consultato Pigi?
Si è accorto che l’avvio del rapporto di Amnesty sui diritti umani del paese considerato bandiera della democrazia dice: “Le autorità statunitensi hanno continuato a detenere centinaia di cittadini stranieri nella loro base navale di Guantanamo Bay (…). I detenuti sono reclusi indefinitamente, in maggioranza senza accuse formali a loro carico, e di fatto senza possibilità di ricorrere alle corti del paese per contestare la legittimità della propria detenzione”?
E inoltre, abbiamo ancora noi occidentali l’autorità morale di stigmatizzare nazioni come Cuba, oppresse da un embargo che ha avuto effetti perfino nella possibilità di interventi di cardiochirurgia infantile, quando sempre negli Stati Uniti il primo atto che ha dovuto compiere Obama per essere credibile è stato quello di sospendere le leggi volute da Bush che autorizzavano la tortura o che abolivano l’habeas corpus?
E può esprimersi sull’argomento diritti umani un paese dove il primo presidente afro-americano della storia sta combattendo una battaglia disperata per assicurare l’assistenza sanitaria a cinquanta milioni di cittadini (un quinto del totale), senza avere alcuna sicurezza di vincere? Un’esperienza già vissuta da Bil Clinton e dovuta all’avidità delle assicurazioni e dell’industria farmaceutica.
Pigi però si guarda bene dallo sfiorare questi argomenti, se la prende con la classe politica cubana al potere da mezzo secolo e con la discutibile democrazia del “partito unico”, dimenticando come negli Stati Uniti, che non sono sotto assedio come Cuba ma lo impongono, si alternano al potere da trent’anni due sole famiglie: i Bush e i Clinton.
È bizzarra, poi, la sua insistenza sull’assenza di una cultura libera, in un paese che ha cinque scuole d’arte, la Casa de las Americas (voluta dal Che e da Haydée Santamaria) che è il laboratorio letterario più prestigioso del continente, l’Istituto cubano di arte e industria cinematografica (ICAIC), capace di affermarsi in molti festival, la Scuola di cinema dove insegna sceneggiatura e scrittura creativa proprio García Márquez, la Scuola di balletto di Alicia Alonso, ora arrivata ad essere la più prestigiosa del mondo, e poi un movimento musicale erede di quello della Nueva trova, voluto dal grande Leo Brawer e rappresentato fra gli altri da cantautori del valore di Silvio Rodríguez e Pablo Milanés. E poi il fervore delle arti plastiche e figurative e della grafica, oltre alla messa a punto di un metodo per combattere l’analfabetismo, esportato con successo in molte nazioni del sud del mondo e infine l’Istituto di ingegneria genetica e biotecnologia [con più di mille ricercatori] e la Scuola di medicina latinoamericana, nata dieci anni fa per aiutare le nazioni centroamericane prive di assistenza sanitaria e diventata un esempio in tutto il continente.
Perché un’isola dei Carabi, pur commettendo molti errori, doveva essere capace di mettere in piedi tanta vita?
Eppure a Márquez, che conosce bene la realtà del continente e quella di Cuba, Battista lancia l’accusa di aver scritto un ritratto irreale di un dittatore in pensione.
Sono singolari questi intellettuali integrati in società capitaliste, che sostengono di essere ancora di sinistra, ma che non sanno dire cosa significa questa affermazione nel mondo che stiamo vivendo.
Essere di sinistra, progressisti, significa negarsi a tante cose: a un paese militarizzato nella struttura interna e che, pur essendo proibito dalla nostra Costituzione, partecipa a guerre insensate e senza domani, a leggi che considerano criminali gli esseri umani che scappano da conflitti, torture, carestie e fame, a una logica che privatizza la scuola, parte della sanità, la cultura e perfino l’acqua. Tutti diritti che un’isola dei Carabi come Cuba, invece, tutela e promuove, imitata da qualche anno da nazioni di nuova democrazia come Bolivia, Ecuador, Venezuela, Paraguay, Uruguay e perfino dai colossi continentali come Brasile e Argentina, una volta affamati dall’economia neoliberale.
García Márquez, che non vive più nella Colombia delle sette basi militari recentemente pretese dagli Stati Uniti e accordate dal presidente Uribe, queste realtà le conosce a fondo, le ha vissute e le vive. È quindi normale che raccontando Fidel prima dell’autunno del patriarca, abbia scelto di descrivere un uomo che, pur fra tanti difetti, non si è mai arreso alle logiche dell’elusione e della cattiva coscienza di chi non vuol vedere.
Una volta Senel Paz, sceneggiatore di Fragola e Cioccolato, spirito critico ma dentro la Revolucion, mi ha detto con sottile ironia: “Non mi pare che a Cuba si viva con la sensazione che lui, Fidel, sia stato dove è stato contro la volontà della maggioranza”.

Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


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