I nostalgici di Moggi

agosto 21, 2009

E’ stato veramente imbarazzante vedere Luciano Moggi, condannato pochi giorni fa ad un anno e sei mesi nel processo Gea per violenza privata, e rinviato a giudizio dai pm Beatrice e Narducci del Tribunale di Napoli per corruzione e associazione a delinquere, fare, nella puntata di Porta a Porta di mercoledì 14 gennaio, il Luciano Moggi in tv, cioè il bizzarro puparo del mondo del calcio italiano che le spara grosse e senza replica.
Il suo capzioso districarsi, nello studio di Bruno Vespa, in una platea di giornalisti, salvo eccezioni, tutti incredibilmente pronti ad assolvere le sue gesta (con la famosa, avvilente giustificazione craxiana “Lo facevano tutti”), è stato infatti la prova, se mai ce ne fosse bisogno, del suo intatto e sorprendente potere, non solo nel mondo del pallone, ma anche, inverosimilmente, nella società italiana tutta.

Quale cittadino, infatti, rinviato a giudizio potrebbe usufruire di una simile difesa preventiva, di un forum dove tutte le sue ragioni sono esaltate, mentre sono sottilmente mortificate quelle degli investigatori, come il maggiore dei carabinieri Auricchio, nel frattempo promosso colonnello, o come quelle dei suoi accusatori, come Franco Baldini o come quelle degli stessi P. M.?
Certo, Moggi è, nella vita, salvo con quelli che sbarrano la strada ai suoi interessi, un gran simpaticone, ma la cosa che più sorprende nel suo tentativo di asservimento del mondo del calcio, (dagli arbitri ai loro designatori, dai dirigenti della Federazione ad alcuni manager dei club, fino a ufficiali della Guardia di Finanza o ai poliziotti in servizio che lui usava per andare a prendere dei suoi amici all’aeroporto) è che il condizionamento di tutte queste persone avveniva, secondo le indagini, non solo per favorire la squadra per cui lavorava, la Juventus, ma anche per assecondare le aspirazioni più disparate di un mondo di “professionisti” frustrati. Arbitri che cercano scorciatoie per far carriera, o promozioni nel loro lavoro, o persone pronte a rinunciare alla propria dignità per un gadget, una maglietta firmata dal giocatore preferito, o due biglietti omaggio in una partita che conta e che permette loro di sentirsi realizzati sedendo con i familiari in tribuna vip.

Un “mondarello” senza qualità, se non fosse che questa macchina, messa in moto dal prode ex capostazione di Civitavecchia, una volta scoperta, ha fatto emergere un verminaio, in una delle industrie fino a ieri più indiscutibili, ma poco democratiche, della società italiana, quella del gioco del pallone.
La giustizia calcistica, spesso contraddittoria e inevitabilmente sommaria, ha emesso, tre anni fa, i suoi verdetti: la retrocessione in serie B della Juventus e la cancellazione degli scudetti, ’94/’95 e ‘95/’96. A questa sentenza sembra però, sorprendentemente, essersi uniformata solo la nuova dirigenza della società che ha rotto col passato e grazie a due grandi campionati, uno in B ed uno in A, si è riappropriata della propria dignità, tanto da essere adesso l’avversaria più quotata dell’Inter nella lotta per lo scudetto ‘98/’99.
La nuova dirigenza della società ha fatto tutto questo senza lamentarsi troppo, anche se, all’ultimo, la giustizia del calcio ha avuto più magnanimità con il Milan di Berlusconi, malgrado un dirigente, Meani, condizionasse chiaramente la gestione degli arbitri scelti per le partire dei rossoneri dai due designatori, Bergamo e Pairetto, e malgrado fosse venuta a galla una raccomandazione sollecitata da un direttore di gara desideroso di incontrare il sottosegretario Letta ed essere favorito nel proprio lavoro.

La nuova Juventus del Presidente Cobolli-Gigli e dell’amministratore delegato Blanc ha così evitato, con questa scelta di remissività, guai peggiori (la serie C), come dovette spiegare in prima persona Giampiero Boniperti, mito dei colori bianconeri dell’ultimo mezzo secolo, agli azionisti del club che alcuni media insensati e interessati aizzavano per vendere più copie o avere più audience.
Chi non si è dato pace e ha nostalgia di Moggi è proprio questo tipo di informazione, paladina di un mondo, specchio dell’attuale sbracata società italiana, che il calcio lo continua a volere come era prima di Calciopoli, dove vince solo chi ha potere o chi è più ricco, quel calcio di “megalomani” bocciato anche da un campione che fu bandiera juventina, come Platini e che, come presidente della Uefa, ha stoppato l’idea di un campionato europeo che fosse solo per club privilegiati e rispondesse solo alle richieste di un mercato senza etica.

Questo mondo, dopo la sentenza Gea che ha condannato i Moggi, padre e figlio “solo” ad una pena rispettivamente di un anno e mezzo e di un anno e due mesi, si è prontamente attivato per creare un clima di pregiudizio sul processo che, fra pochi giorni, si aprirà a Napoli per Calciopoli, cercando evidentemente non solo di condizionarne lo svolgimento (la difesa di Moggi ha chiesto la comparazione di 483 testimoni, fra cui perfino Silvio Berlusconi) ma anche di mettere in discussione il lavoro dei PM, guarda caso proprio nei giorni in cui il ministro Angelino Alfano sta per presentare una riforma della Giustizia che dovrebbe mettere in riga i magistrati, secondo gli interessi dei cittadini più potenti.
E così si è arrivati al grande show da Bruno Vespa.

E’ sorprendente, a questo punto, constatare che nessuno in studio abbia ricordato che la gestione della Juventus incriminata di Moggi e Antonio Giraudo, amministratore delegato sia stata sempre perlomeno disinvolta.
Hanno un bel dire i giocatori che vinsero gli scudetti bianconeri in quelle stagioni, che “quei trofei sono stati guadagnati sul campo”, perché non sono poche le ombre che bisognerebbe diradare. Dall’abuso di farmaci per il quale il dott. Riccardo Agricola, medico sociale, è uscito indenne solo per prescrizione del reato, all’avvilente susseguirsi di campioni bianconeri sfilati davanti al giudice Casalbore che, pur avendo tutti poco più di venti anni, non ricordavano nulla, proprio nulla, di come era gestita la somministrazione degli integratori o dell’eritropoietina nello spogliatoio.
Un assoluto e inquietante vuoto generale di memoria.

Così come nessuno ha ricordato quando, nell’estate del 1998, comparvero nel ritiro estivo della Juventus il medico catalano Guillermo Laich e il preparatore atletico olandese Henc Kraaijenhof, non si sa ingaggiati e pagati per che cosa.
Laich, per esempio, era stato il pupillo del dottor Robert Kerr, il mago di Venice, in California, reo confesso, anni dopo, in un intervista che mi concedette, di aver “aiutato a volare”, con metodi non corretti, mezza nazionale nordamericana alle Olimpiadi di Los Angeles dell’84.
E questo per aumentare artificialmente il potenziale psico-fisico dei giocatori, allontanare la soglia del dolore e forzare i limiti della loro tenuta e resistenza. Insomma, per truccare le regole del gioco.

Ricordo di averne fatto menzione anche all’avv. Chiusano, ex presidente della Juventus, in un sudato dibattito televisivo nell’agosto del ’98, quando Zeman, con molta onestà intellettuale, denunciò la piaga dell’abuso dei farmaci, un’abitudine nefasta che riguarda tutto il calcio italiano e forse internazionale.
In quell’occasione chiesi a Chiusano cosa servisse pagare cinquanta milioni Laich e Kraaijenhof, due signori presentati dall’ex commissario tecnico dell’atletica azzurra Elio Locatelli, per una consulenza sui metodi di allenamento visto che la Juventus aveva già Marcello Lippi, uno dei migliori allenatori italiani, Gian Piero Ventrone, uno dei più stimati preparatori e, particolare non trascurabile, una squadra fortissima.
Chiusano prese la mia domanda come una bizzarria e mi disse che per fare certe affermazioni su professionisti come Laich e Kraaijenhof bisognava avere le prove. Io risposi che le avevo. Il discorso finì lì. L’abitudine a cercare scorciatoie, anche senza motivo e bisogno, era evidentemente un vizio di quella gestione della Juventus, che voleva la vittoria a qualunque costo.

Sorpende poi, leggendo e sentendo le teorie di molti colleghi, il fatto che dimentichino come la giustizia sportiva prescinde dalle logiche e dai verdetti di quella ordinaria perché per principio, nello sport (se il calcio professionistico ancora lo è) si punisce anche solo l’intenzione di truccare le regole del gioco, di delinquere, anche se il tentativo poi non va in porto.
Per questo è ridicolo verificare gli arbitraggi dei direttori di gara e dei guardialinee incriminati nelle partite discusse, se si ha la prova (bastano le schede svizzere elargite da Moggi a tanti arbitri) che il tentativo di condizionamento è avvenuto.
Tutto ciò sarà pure sommario, ma queste sono le regole del gioco accettate quando si entra nel mondo dello sport. Tutto il resto è patetica speculazione o imbarazzante difesa degli interessi di pochi.

Da “Il manifesto”, 16 gennaio 2009


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà