La coscienza collettiva e solidaristica di Cuba

agosto 21, 2009

Quella notte del 1° gennaio 1959 in cui Fulgencio Batista, il dittatore che governava Cuba con la complicità della mafia italoamericana, fuggì a Santo Domingo con in un aereo stipato di pacchi di dollari nessun politologo o editorialista nordamericano dell’epoca, per quanto lungimirante, si azzardò a presagire che il movimento di liberazione di Fidel Castro, Che Guevara, Camilo Cienfuegos che era riuscito a cacciare quell’ex sergente sadico, torturatore dei suoi avversari politici, avrebbe guidato per decenni l’isola dei Caraibi, da sempre più ambita dagli Stati Uniti.

D’altronde, storici e critici di Cuba di ieri e di oggi sono stati sempre smentiti dagli eventi. Dall’insuccesso patito dai controrivoluzionari appogiati dalla Cia nel tentativo di sbarco alla Baia dei Porci, al tramonto del comunismo nell’Est europeo che non trascinò nel fallimento, come molti pensavano, anche l’utopia della rivoluzione cubana, alla drammatica stagione del periodo especial (quando Cuba, negli anni 90, perse i partner commerciali del mondo comunista ormai in dissoluzione e rischiò veramente la fame, ma sopravisse) all’infermità di Fidel Castro, solo due anni fa, che pose l’interrogativo di sempre: che ne sarà della Revolución dopo di lui?
E invece Cuba non si è persa, è lì, e festeggia i cinquant’anni della sua rivoluzione proprio mentre Barak Obama, un afroamericano di radici keniane assume, per la prima volta nella storia, la carica di Presidente degli Stati Uniti d’America.

Due eventi epocali, in qualche modo collegati fra loro, perché sono i governi di Washington, a tenere da cinquant’anni in stato d’assedio politico l’isola più vasta dei Caraibi, colpevole, in definitiva, solo di aver rifiutato, ad un certo momento della propia storia, il credo indiscutibile del capitalismo e, per di più, di essere scampata finora, alle conseguenze di questo azzardo.
Così, per ironia della storia, ora saranno proprio le scelte che Obama farà riguardo alle relazioni con Cuba, magari abolendo o attenuando l’antistorico e immorale embargo (condannato quest’anno dall’Assemblea dell’Onu per la 17a volta consecutiva) a cambiare o no, a breve, il futuro della terra di José Martí, l’eroe nazionale che già più di cento anni fa, al tempo della guerra di indipendenza dalla Spagna, intuì che il problema dell’autonomia e sopravvivenza della sua patria, stava proprio nelle mire espansionistiche degli Stati Uniti.

Per questo è già incredibile che Cuba, autonoma, indipendente e socialista, ancora esista dopo anni di ostilità della più poderosa potenza del mondo, anni segnati da tentativi di destabilizzare la sua vita politica e perfino da atti terroristici impuniti preparati in Florida e New Jersey e messi in atto nell’isola con la copertura della Cia e nel completo disinteresse del mondo delle cosiddette democrazie occidentali.
E’ singolare poi che la resistenza di Cuba si sia espressa e sia diventata un esempio in America Latina, un continente per anni martoriato dal Plan Condor, un progetto di annientamento di ogni opposizione progressista voluto dal presidente degli Stati Uniti Nixon e dal segretario di Stato Kissinger, negli anni settanta è attuato da corrotte e crudeli giunte militari di Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Guatemala, allevate alla Escuela de las Americas a Panama e poi a Fort Benning (in Georgia) e nutrite dalle logiche dell’economia neoliberale.

Ma è ancora più emblematico che Cuba festeggi nel momento in cui, dopo il muro di Berlino è crollato anche il muro del capitalismo. Una constatazione che fa leggere diversamente, con un sorriso beffardo, le critiche alle scelte “azzardate” fatte da Cuba cinquant’anni fa.
La Revolución, pur non esente da errori, contraddizioni e illiberalità, festeggia infatti mezzo secolo di sopravvivenza con la più bassa mortalità infantile dell’intero continente americano, la più alta media di vita di tutto il Sudamerica, un sistema sanitario esemplare e perfino la più efficiente e attenta protezione civile di quella parte di mondo (tale da ridurre a 5 sole vittime il bilancio degli uragani Gustav e Ike, che ad agosto e settembre 2008 hanno distrutto quasi mezzo milione di abitazioni).

Ma la Revolución sente anche l’orgoglio di aver influenzato, come ha ricordato recentemente il presidente brasiliano Lula da Silva, il riscatto e le scelte di progresso in atto in America Latina, non solo in Brasile ma anche in Argentina, Venezuela, Bolivia, Ecuador, Paraguay e, pur con caratteri meno marcati, in Uruguay e Cile.
In nazioni come Ecuador e Bolivia è stato possibile addirittura riscrivere costituzioni attente ai diritti degli indigeni, che sono la maggioranza in quei paesi, ma da sempre erano dimenticati, rapinati, offesi ed emarginati.
Ho sentito Lula spiegare questo concetto all’Ambasciata Brasiliana di Roma ad un sindacalista della CISL chiaramente sciettico sui rivoluzionari cambiamenti sociali in marcia in alcuni paesi dell’America Latina: “Senza la resistenza di Cuba e il sacrificio di tanti Che Guevara, questo vento di autonomia e democrazia non sarebbe ancora soffiato nel continente”.

In quella occasione Lula ha annuciato anche il reintegro di Cuba nell’Organizzazione degli Stati Americani (dalla quale l’isola era esclusa dagli anni sessanta per imposizione degli Stati Uniti) e la richiesta che il Brasile, come portavoce del continente, avrebbe fatto a Barak Obama per porre fine all’embargo.
Faceva tenerezza, quella sera, vedere parte della sinistra italiana, assolutamente incapace di capire cosa sta accadendo in America Latina. E mi sono ricordato di un interrogativo che mi ha posto una volta Tomas Gutierres Alea (Titon) regista cubano di Memorie del sottosviluppo, oltre che di Fragola e cioccolata e Guantanamera): “Cosa ha fatto la sinistra italiana o europea per pretendere di insegnarci quello che dobbiamo fare? Noi la rivoluzione l’abbiamo fatta e affermata. E voi?”. La realtà è che le notizie che denunciano le strategie imbarazzanti degli Stati Uniti in America Latina non trovano posto nella comunicazione delle cosiddette democrazie occidentali.

Solo nel 2007, per esempio, Washington, “per favorire un cambio politico” rapido e drastico nell’isola aveva stazianto per l’operazione Cuba Libre (un ulteriore progetto di destabilizzazione dell’isola con il varo di una vera e propria strategia della tensione) 140 milioni di dollari (60 del Congresso e 80 prelevate dalla disponibilità personale del Presidente) e nel 2008, nonostante l’esplosione della crisi finanziaria, i contribuenti nordamericani hanno dovuto sborsare, senza essere consultati, 45 milioni di dollari per lo stesso obiettivo. Un operazione azzardata diventata pubblica grazie a una lettera aperta di James D. Cockroft, docente all’Università di Stanford e studioso della politica estera e della “storia occulta” degli Stati Uniti. Michael Parmly, responsabile dell’ufficio di interessi degli Stati Uniti a L’Avana aveva facilitato trasferimenti di denaro a Martha Beatriz Roque, fino a poco tempo fa indicata come una leader dei cosiddetti dissidenti cubani. Il denaro, oltretutto, proveniva da una fondazione diretta dal noto terrorista Santiago Alvarez, attualmente in carcere a Miami, dovendo scontare una condanna di 4 anni, poi ridotti a 30 mesi, perchè scoperto in posseso di un enorme arsenale di armi. Quella Santa Barbara –ha sostenuto lo stesso Alvarez- doveva servire per attacchi contro Cuba. Ma il diplomatico Parmly aveva esagerato concedendo addirittura un prestito di denaro pubblico all’intrepida dissidente Martha Roque “fino a quando Santiago Alvarez non li avesse resi”.

Com’è stato possibile per la Revolución, in questo contesto, durare cinquant’anni? Bernardo Valli, che in gioventù la visse e la raccontò, afferma su La Repubblica che a questa domanda molti cubani sorridono, alzano gli occhi al cielo e citano alla rinfusa tanti motivi: il carisma di Fidel, il sostegno dei campesinos e degli ex campesinos emancipati dalla rivoluzione, le rimesse degli esuli cubani negli Stati Uniti, e i comitati di difesa della rivoluzione.
Valli, alla fine, indica però questi ultimi come la vera macchina della sopravvivenza del paese attraverso la quale tutto va al suo posto: l’igiene, la sicurezza, la disciplina rivoluzionaria, la lista delle persona segnalate come “asociali”, le dispute familiari, la prevenzione degli uragani e perfino la sorveglianza della frequenza scolastica dei minori.

Io penso invece che abbia ragione Alfonso Sastre, il prestigioso drammaturgo spagnolo (presente a L’Avana due anni fa insieme a García Marquez, Bonasso, Gerard Depardieu, Ignacio Ramonet e il regista argentino Fernando Solanas per il 50° anniversario dello sbarco del Granma che segnò l’inizio della rivoluzione) quando afferma che Cuba ha resistito, pur con tutte le sue contraddizioni, per aver saputo creare, fra la gente, una coscienza collettiva e solidaristica. Una coscienza che è passata sopra i constrasti e gli errori, e resiste nel tempo.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà