15 febbraio 2008 – Convegno sul caso Betancourt

agosto 21, 2009

LA FERMEZZA DELLO STATO QUANDO SONO IN PERICOLO I DIRITTI E LA VITA DEI SEQUESTRATI.
Sala Conferenze Fondazione Basso – Roma

Il 15 febbraio 2008, a sei anni dal sequestro di Ingrid Betancourt, la Fondazione Lelio Basso e la rivista Latinoamerica, hanno accolto la madre di Ingrid, Yolanda, in Italia in visita ufficiale, per incontrare la società civile italiana e i suoi esponenti politici. Al dibattito, dal titolo “La fermezza dello Stato quando sono in pericolo i diritti e la vita dei sequestrati. Alla luce del caso Betancourt” coordinato da Gianni Minà, direttore della rivista Latinoamerica, erano presenti anche il ministro degli Esteri Massimo D’Alema, il giornalista esperto di America Latina Maurizio Chierici, il sottosegretario agli Esteri, con delega per l’America Latina Donato Di Santo e il magistrato, consigliere della Corte di Cassazione, Franco Ippolito. Ha introdotto l’incontro la responsabile della Sezione internazionale della Fondazione Basso, Linda Bimbi.

LINDA BIMBI

L’incontro con la madre di I.B. è stato organizzato in questa sede dove i diritti umani sono il filo conduttore dagli anni Settanta di tutte le iniziative, di tutti i rischi, delle sofferenze che ci arrivavano da altre parti del mondo, ed è stata anche la sede della speranza dei tempi migliori.
Noi siamo amici da molto tempo del Paese di cui ci occupiamo stasera.
Negli ultimi 30 anni abbiamo organizzato degli hearing con larga partecipazione, soprattutto popolare, a Medellin, a Bogotà, nella selva del Chioco e, con straordinaria e sorprendente partecipazione, anche delle popolazioni indigene.
Tutto il Paese è con i diritti umani, con I. e con coloro che soffrono sulla propria pelle questa violazione crudele e insistente di tali diritti.
Lelio Basso definiva l’inizio delle nostre battaglie come la Primavera dei Popoli, che poi è diventata autunno e ora è inverno.
Sono trascorsi 60 anni dalla Dichiarazione dei Diritti Umani, eppure dappertutto nel mondo i diritti umani vengono continuamente calpestati; addirittura si assiste al tentativo di legalizzare la violazione di questi diritti.

Sono contenta di affermare questo in presenza di chi questa violazione la sente nel cuore, nel sangue e nella carne.
Noi riteniamo che si stia per aprire un periodo nuovo, non solo nella battaglia per i diritti umani ma anche nella battaglia per la giustizia.
Non vorrei scendere in inutili polemiche, ma vorrei dire che la superpotenza mondiale vacilla e che per i prossimi tempi possiamo prevedere cambiamenti di diplomazie, di politiche, di contatti e di alleanze.
Voglio quindi augurare che la Primavera dei Popoli non sia stata solo retorica ma una profezia, in senso laico, naturalmente e penso che la restituzione di I. alla sua famiglia e al suo popolo sarà uno dei grandi segni di un’incipiente primavera.

MASSIMO D’ALEMA

Non voglio entrare nel merito delle questioni delicate di natura politica, giuridica ed etica che sono al centro del vostro seminario e che certamente saranno affrontate con competenza.
Voglio solo dire che il nostro Paese è impegnato da tempo nello sforzo per favorire il dialogo e la pace in Colombia nell’opera di pacificazione interna che non può non passare attraverso il dialogo come naturalmente certo nel pieno rispetto della legalità, la cessazioni di azioni di tipo terroristico o di crimini come il rapimento delle persone, ma allo stesso tempo un dialogo che rinnovi anche le cause antiche di questo lungo conflitto.

In diversi momenti e non da ora ho ricordato alla signora B. la collaborazione del Governo italiano con il presidente Pastrana, uno sforzo per il dialogo nazionale, quindi non si tratta. All’epoca ero Presidente del Consiglio, ne ho un ricordo diretto, in particolare durante la preparazione del primo vertice tra Europa e America latina che poi si tenne a Rio de Janeiro. Non si tratta di un’improvvisazione di giustificazioni, ma di un’attenzione che viene da lontano e che nel nostro Paese in particolare è legata all’iniziativa di una rete di solidarietà estesa verso l’America latina che ha le sue ragioni anche, ma non solo, nei legami storici e culturali con quel continente.
Voglio riaffermare il nostro impegno. Ora siamo in campagna elettorale e questo lascia aperto il problema di chi avrà la responsabilità della politica estera italiana dopo le elezioni.

Spero che l’impegno italiano possa contribuire al rilascio degli ostaggi e che questo sia uno dei temi più importanti del vertice tra Europa e America latina previsto a Lima per la prossima primavera.
Siamo convinti che la difesa dei diritti umani, la legalità e la pacificazione debbano essere i grandi temi del dialogo tra Europa e America latina.
Voglio ribadire alla signora B. che il Governo italiano è impegnato e disponibile a favorire le occasioni di incontro, di dialogo, di contatto che possano consentire di uscire da questa lunga e dolorosa vicenda e di restituire I.B. alla sua famiglia e alla libertà e, con lei, gli altri tanti ostaggi, non si tratta di una sola persona. Dirle anche quanto noi abbiamo ammirato e ammiriamo la sua battaglia e il suo impegno straordinario di madre che ha saputo dare alla sua battaglia per la libertà di sua figlia un contenuto generale, non ne ha fatto una questione personale o familiare, ma ha saputo dare alla sua battaglia il valore di una grande battaglia per la libertà delle persone, per la pacificazione del suo Paese e per il rispetto dei diritti umani. Questo è degno di ammirazione e di solidarietà.

GIANNI MINÀ

Quando abbiamo dovuto pensare a un tipo di seminario che aiutasse l’opinione pubblica a capire quello che succede in Colombia e come una persona possa essere rapita e rimanere sei anni e oltre prigioniera, il nostro pensiero è corso subito al caso Moro.
Allora si disse che la fermezza dello stato non poteva essere messa in discussione. Quando è in ballo la vita delle persone queste affermazioni di principio suonano ancora più pesanti.
(Dopo abbiamo saputo che sarebbe bastato, forse, liberare un brigatista infermo che non aveva partecipato a fatti di sangue e aveva gravi problemi di salute, e forse Aldo Moro sarebbe ancora vivo o, comunque sarebbe vissuto finchè il destino gli avesse permesso di vivere.).
Questo problema, la fermezza dello stato quando sono in pericolo i diritti e la vita delle persone, è un argomento delicatissimo e profondo che deve tener presente il motivo per cui alcune persone tengono sequestrate per dieci anni altre persone. Sono 700, una cinquantina solo quelli che hanno a che fare con la politica del paese.

Intanto, i dati denotano una sconfitta clamorosa dei governi colombiani che si sono succeduti e spiegano il motivo per cui la situazione non è stata mai risolta. Quando si arriva a commettere queste atrocità significa che esiste un malessere interno al paese che deve essere risolto.
Quattro presidenti, Betancourt, Gaviria, Camper e Pastrana, hanno via via stabilito relazioni e dialoghi con quella che era la guerriglia, nata per l’ingiustizia e la violenza che regnavano nel paese; per quattro volte questi tentativi sono andati falliti, in alcuni casi in maniera inquietante. Negli anni 80 i membri dell’M19, il gruppo guerrigliero all’epoca più presente, insieme alle Farc, che esistono ancora, decisero di lasciare la clandestinità e di entrare nella vita politica del paese, tentando di cambiarla ma sono stati tutti assassinati.
Hanno lasciato la clandestinità per risolvere i problemi del paese ma furono uccisi da forze che purtroppo condividevano la logica di una parte dei governi in carica.

Mi ricordo l’assassinio di un leader dell’M19 mentre prendeva un aereo in un aeroporto civile della Colombia. Queste vicende lasciano un odio che non si risolve continuando a pensare che ci vuole un’azione militare per risolvere questi problemi. Se non si affronta con coraggio la realtà, che o si affronta o continuerà ad essere una tragedia del paese, credo che non si riesca superarla.
Queste informazioni che io vi sto dando superficialmente, perché in questo caso devo dare la parola agli esperti, vi fa però capire come è difficile capire quello che succede attualmente in Colombia, e non fa onore alla nostra informazione non aver mai spiegato a voi le ragioni di questo caso abnorme in Colombia, da che cosa è stato prodotto e cosa c’è stato prima.

A un certo momento gli Stati Uniti hanno deciso di convincere la Colombia che l’unica soluzione era la via militare. E’ nato il Plan Colombia che significa miliardi di dollari che dagli Stati Uniti arrivano in Colombia. La Comunità Europea, che pure mantiene un atteggiamento piuttosto critico ma diplomatico sull’argomento, ha respinto il Plan Colombia perché non l’ha reputato un piano di solidarietà, di soluzione dei problemi, ma lo ha definito un “piano militare”.
Se voi aveste avuto queste notizie sareste stati in grado di capire che la realtà è diversa , che non è solo la lotta di “teorie di prime donne” fra il presidente Uribe e il presidente Chávez – che è stato mediatore per le poche liberazioni che sono avvenute recentemente -, ma c’è qualcosa dentro che è molto più profondo e che riguarda gli interessi strategici degli Stati Uniti in Colombia, l’oligarchia colombiana e la svolta feroce che purtroppo hanno scelto le Farc negli ultimi 10 anni, un movimento di liberazione che, dalla guerrigliera è passato alla barbarie e che intende questa lotta come se fosse ormai all’ultimo stadio, senza possibilità di nessun cedimento.

Quando arrivi a questo punto non rimane che, come cittadini del mondo che hanno la fortuna di vivere in un continente abbiente che ha determinate garanzie, fare pressioni continue perché cambi l’atteggiamento che ha portato la Colombia. a questo stadio di non ritorno. Qualcuno mi ha ricordato che il presidente Uribe ha avuto il padre ucciso dalle Farc. A parte il fatto che alcuni giudici sostengono che non sia stato ucciso dalle Farc ma che si sia trattato di un regolamento di conti per interessi locali, dopo quel feroce assassinio, nella provincia di Antiochia, dove Uribe era già governatore, c’è stata una repressione che ha causato 2000 morti. E’ chiaro quindi che il sapore di quello che succede in Colombia è molto più grave e profondo e porta più all’odio che al dialogo. Una persona come Yolanda Betancourt gira per il mondo per cercare di dire “ dite al mio paese che bisogna cambiare l’atteggiamento altrimenti non ne usciremo più e io mia figlia non la vedrò più”. Allora abbiamo pensato che fosse giusto affrontare questo argomento, la famosa “fermezza dello stato”, con chi di questo è conoscitore per lavoro, per passione e quindi darei la parola a Maurizio Chierici, per 30 anni inviato in America latina del Corriere della Sera, ora, per continuare a fare il suo lavoro, inviato dell’Unità. Perché, Maurizio Chierici è di quelli che le cose le raccontano sempre con molta chiarezza e qualche volta, quindi, aveva qualche problema suo, personale, diciamo anche di libertà. Maurizio, fra l’altro, da buon giornalista e scrittore, ha avuto la possibilità di conoscere Ingrid Betancourt quando era candidata alla presidenza, prima di essere rapita, e, quindi, penso che Maurizio sia testimone non solo del clima prodotto da questa tragedia in Colombia ma anche di cosa rappresenta e chi è Ingrid Betancourt.

MASSIMO CHIERICI

Sappiamo tutti chi è I. B. Comincio dal nostro incontro. Nel 1998, in occasione delle elezioni in Colombia, abbiamo realizzato un’intervista con lei. Erano probabilmente domande e risposte di routine, però nel mio albergo, qualche giorno dopo, le signore latinoamericane di tutto il continente arrivano per una festa e, improvvisamente, ho visto arrivare nel mio albergo la signora che avevo intervistato. Lei si è fermata a prendere un tè e abbiamo parlato. E’ stato un discorso molto più sciolto perché non c’erano registratori, non prendevo appunti e i discorsi erano molto più profondi.
Ho riferito al presidente Pastrana, mio amico, la mia impressione di quell’incontro e lui l’ha condivisa con entusiasmo. Ho avuto l’impressione di una donna che non sembrava colombiana, così come noi intendiamo i colombiani – sbagliando, poi vi dirò perché – appagata, perché appartenente a una grande famiglia, eccitata, perché partecipava a una campagna elettorale. Era un’intellettuale che ragionava. In lei c’era un entusiasmo che forse era la carica della campagna elettorale, che però aveva delle sfumature europee, sul quale poi io ho anche scritto, perché il primo incontro era stato troppo da routine giornalistica.

La Colombia che noi conosciamo è schematizzata: massacri e droga, narcos e paramilitari, crudeltà e rapimenti. La vera Colombia è molto più articolata. La presenza della madre di I. B., qui accanto a noi e in giro per l’Europa, è l’idea di una donna che certo si batte per la figlia, ma anche di una persona che rappresenta la parte di Colombia che noi non conosciamo.
I colombiani sono, tra l’altro, i più grandi lettori del mondo. Mentre da noi si falsificano i dischi di Sanremo, quando esce un romanzo di Garcia Marquez immediatamente ci sono le copie false che escono. Noi non riusciamo a vendere le copie originali, figuriamoci quelle false.
La Colombia è questo. Esistono dei caffè, detti Tartuja, dove un amico, un vecchio fotografo che la signora conoscerà, ora è morto, Leon Matis, quando mi raccontava questa Colombia io ero un po’ scettico, un giornalista non va mai per raccontare cose tranquille. Lui mi ha detto vieni in un caffè, vedrai della gente che arriva con dei foglietti in tasca, all’ora del tè o del caffè, verso le cinque, e altri ne tireranno fuori degli altri. Chi legge un racconto, chi declama la propria poesia. Non credevo, sono andato, era proprio così. Tutti avevano una poesia, un racconto, qualcosa da raccontare. Immaginate i nostri caffè… La signora rappresenta questa civiltà, profonda e radicata.

Tanto è vero che, nelle ultime elezioni, il sindaco di Bogotà è di sinistra. Gli intellettuali della sinistra circondano questi movimenti, li animano. Poi esiste l’altra Colombia. Anche lì, nel terrore, nelle paure che ci sono, noi questa Colombia non la conosciamo. Leggete mai sui giornali che esistono 2 milioni 400mila profughi interni, i desplaçados. L’Onu ha difficoltà ad intervenire perché non sono proprio profughi, quindi spesso si spostano da un paesino all’altro, da una provincia all’altra. L’allarme è stato dato dalla Caritas due anni fa, finalmente adesso i diritti umani si stanno interessando a queste masse vaganti, compresse tra gli orribili paramilitari, l’esercito e le Farc.
Questo non vuol dire solo non mangiare, non avere casa, non avere un lavoro, perdere i campi, etc, vuol dire una generazione bruciata. Questi bambini che vagano e non sanno chi sono, non sanno dove mettere radici e finiscono inevitabilmente per essere arruolati negli eserciti, da una parte o dall’altra, perché bisogna pur sopravvivere. Questa è la Colombia che noi non conosciamo.

L’Italia ha cercato di capire e di interessarsi come ha fatto per tutta l’America Latina. Negli altri 5 anni, io ho seguito gli italiani che arrivavano dall’altra parte, l’italiani ufficiali di governo; c’era Tremaglia per gli immigrati; Fini è andato una volta, doveva andare in Brasile ma non ha raccolto il plauso degli immigrati. Per fargli festa a Rio, non c’era nulla.
La mia paura è che si vada ancora incontro a questo nulla e concludo ricordando dove siamo. Linda Bimbi ha detto “noi da tanto tempo ci interessiamo si diritti umani” e vorrei ricordare che è uscito un libro su Marianella Garcìa Villas. Lei era viva , era la donna ,l’intellettuale, la deputata che aveva creato l’ufficio legale di Romero, fotografavato i morti. Al mattino c’era questa fila infinita di persone che aprivano strani libri, che erano libri come portafotografie di matrimoni, bianchi di madreperla e dentro c’erano tutte foto di corpi morti che avevano ritrovato. Loro aprivano e speravano di non trovare quello che poi trovavano e con un urlo scappavano. Marianella Garcìa Villas è stata uccisa e, mentre era ancora viva, Linda Bimbi e Raniero la Valle hanno scritto un libro, mi hanno mandato le bozze e si intitolava in origine “Antigone e i suoi fratelli” perché non volevano comprometterla usando il suo vero nome. Purtroppo, mentre il libro era in stampa l’hanno assassinata, quindi il testo è uscito con il titolo “Marianella e i suoi fratelli”.
L’America Latina sta cambiando. In fondo se il presidente Chavez non si fosse mosso cosa sarebbe successo?

GIANNI MINÀ

Credo che chi governa con i paramilitari o benedice i paramilitari qualche problema di comprensione sulla democrazia debba averlo, perché i paramilitari in Colombia due anni fa ammazzavano 2mila persone l’anno. Il capo dei paramilitari era Carlos Castano, ora rifugiato in Israele; il nuovo capo si chiama Salvatore Mancuso, di origine italiana come rivela il nome.
I paramilitari non hanno nessun dio e nessun capo in realtà, fanno quello che devono fare e qualche volta su ordinazione della parte ufficiale del governo. In questo tentativo di pacificazione suggerito dagli Stati Uniti che Uribe ha messo in pratica, i paramilitari sono stati ricevuti in Parlamento. Coloro che hanno sulle spalle alcune centinaia di omicidi sono stati ricevuti in Parlamento.
Per quale ragione allora non si può trattare con le Farc? C’è una contraddizione profonda e abbastanza discutibile in tutto questo, c’è qualcosa che riguarda anche i diritti di lesa umanità e per questo abbiamo cercato e trovato la collaborazione di un giurista, il professor Ippolito. Egli non è solo giudice di cassazione, conosce bene la questione colombiana, è stato anche recentemente in Colombia. Credo che possa chiarire come affrontare la questione da un punto di vista giuridico, nel senso di difesa dello Stato ma anche di difesa dei diritti dei cittadini.

FRANCO IPPOLITO

Il mio primo contatto con la Colombia risale ormai a tantissimi anni fa, quando apprendemmo che la Colombia era l’unico paese al mondo ad avere la lista di giudici e di magistrati uccisi più lunga, molto più lunga, di quella italiana. Fu questa la nostra prima attenzione e ci interessammo, circa venti anni fa, per procurare l’asilo politico in Europa a un magistrato che rischiava fortemente per la vita sua e dei suoi familiari. Il mio primo contatto con la Colombia è avvenuto con un paese visto da lontano, di estrema violenza. In realtà, le statistiche sugli omicidi confermano questi dati. In Italia e in Europa la mortalità più alta è quella provocata da incidenti stradali, in Colombia la mortalità più alta e le menomazioni fisiche in numero maggiore sono quelle da arma da fuoco. Questo dà già una misura del livello di violenza.
Il Tribunale Permanente dei Popoli è un’articolazione della Fondazione Basso che si occupa di tutela dei diritti umani, ma soprattutto si preoccupa di investigare e di essere presente nei luoghi in cui le istituzioni statuali non riescono o non vogliono tutelare i diritti – da quelli fondamentali del diritto alla vita, all’incolumità – e non riescono a soddisfare le elementari esigenze di giustizia.

Il Tribunale ha organizzato in America latina tante sue sessioni; poc’anzi si ricordava quelle di tanti anni fa sulle impunità all’epoca delle dittature. Negli ultimi anni il Tribunale si è molto interessato alla Colombia. Abbiamo organizzato delle sessioni preparatorie; questo lavoro sfocerà in una sessione conclusiva del Tribunale Permanente nella prossima estate a Bogotà. Io personalmente ho partecipato, nel novembre scorso, a una sessione a Medellin; il tema della sessione era la violenza che il sistema economico internazionale attraverso le multinazionali faceva sul popolo colombiano, privandolo delle sue risorse. Quella sessione in particolare si interessava di sfruttamento delle miniere, dell’oro, di tutta la ricchezza che c’è nel sottosuolo colombiano, che potrebbe cambiare la vita di ogni cittadino colombiano e invece è monopolio di imprese multinazionali spesso in complicità con autorità anche ufficiali del paese. Faccio questo riferimento perché avevo l’idea di una Colombia fatta solo di violenza e di uccisioni, di Medellin come una delle città più insidiose e insicure del mondo. Mi è capitato invece di leggere l’atto finale di questa udienza del TTP a Medellin e di avere un’aula sterminata con un migliaio di persone che hanno seguito la lettura dell’atto finale, una sorta di capo di imputazione con la richiesta di una grande sessione internazionale, e migliaia di persone l’hanno seguita in piedi in silenzio, assolutamente religioso, come neanche nelle chiese più si è in silenzio. C’era gente che piangeva e noi non stavamo dando null’altro che una testimonianza di verità, e cioè che le cose che ci avevano raccontato i contadini e gli esponenti delle comunità indigene; i fatti terribili, erano una violazione latente, sistematica, continua dei diritti umani che la Carta e tutti gli atti delle Nazioni Unite, ma anche la stessa Costituzione colombiana, vietano, ma tuttavia, si commettono.
Questo contrasto mi è venuto in mente mentre sentivo Maurizio Chierici.

Noi abbiamo una rappresentazione quasi nulla nella stampa europea e italiana in particolare – perché la stampa spagnola e francese è molto più ricca in interesse – e quel poco che abbiamo si riferisce a un paese quasi barbaro che si dilania. Personalmente però, come tanti, ho visto persone normali, cittadini, operai, contadini commuoversi e piangere perché un Tribunale di opinione dava voce a chi non ne ha e non ne può avere e ci ringraziava per immettere nel circuito internazionale, attraverso le nostre relazioni, attraverso le comunicazioni, questa testimonianza di verità.
Voglio qui ricordare che una settimana fa Maurizio Chierici ha fatto un servizio in America latina su una terribile vicenda avvenuta a Buenos Aires, in Argentina, con responsabilità incredibili a tutti i livelli e anche a livello ecclesiastico, passata sotto silenzio in Vaticano.
Chierici è uno dei pochi giornalisti che si occupa seriamente di America latina.
La stampa italiana deve semplicemente pensare ai litigi fra i politici italiani privandoci della conoscenza di questo mondo vastissimo che aspetta da noi un grande aiuto? Allora io davvero con commozione ho accettato l’invito qui, di partecipare a questa testimonianza con la signora Betancourt, di cui voglio ricordare una dichiarazionie che ha fatto ieri: “Sto girando i vostri paesi con l’unica forte richiesta di incamminarci insieme verso un processo internazionale di pace che porti alla liberazione di mia figlia”.

E’ una frase breve, densa , direi, di grandi implicazioni politiche, perché è una mamma che lotta per la liberazione della figlia con la consapevolezza che se non si mette in moto uno sforzo di tutti insieme in un processo di liberazione che porti alla pace, non solo si compromette la vita della figlia ma non c’è una soluzione. Perciò gli Uribe sudamericani o europei, o asiatici, o africani, che sono tanti nel mondo, possono essere battuti semplicemente se la consapevolezza in tutto il mondo, e soprattutto dove abbiamo l’opportunità di organizzarci, parlarci, fare manifestazioni, chiamare, da cittadini, in un aula come questa, il Ministro degli Esteri, e avere con noi un sottosegretario – altrove i sottosegretari dei ministri sono quelli che fanno sparare i cittadini che si raggruppano e parlano -. Ecco perché avere la consapevolezza che ciò che succede a Bogotà, a Medellin, dipende anche dalle cose che facciamo noi e anche dallo stimolo che i Di Santo o i D’Alema , mi perdonerà il sottosegretario se uso questa brutale espressione, voglio dire gli esponenti massimi della nostra istituzione sentono il fiato sul collo di una opinione pubblica che è tutta solidale con la battaglia che sta facendo la signora Betancourt e che si rivolge contestualmente alle Farc, che hanno sempre più imboccato un terreno scivoloso di barbarie e anche di idiozia politica, perché nel momento in cui un gruppo di guerriglia sta combattendo un regime, uno stato, è una commistione di potere interno e di potere internazionale.

Nel 2002 finalmente la Colombia ha ratificato il trattato per la Corte Penale internazionale e, a distanza di cinque mesi, il Governo degli Stati Uniti stanzia 5 milioni di dollari di aiuti ai militari, in concomitanza con un accordo Usa – governo colombiano per garantire l’impunità ai militari nord americani imputati o imputabili per genocidio o crimini contro la lesa umanità. Questo è solo un esempio di legame tra i potenti del mondo contro i diritti dei popoli e i diritti dell’uomo. Ciò che succede lì non può lasciare indifferente né lo stato italiano né l’Unione europea, perciò è importante la presenza dei massimi rappresentanti del governo su questi temi qui, in questa nostra riunione nel momento in cui le Farc compiono questo atto di idiozia politica, il sequestro e l’eliminazione dal dibattito pubblico colombiano di uno dei pochi soggetti in grado di introdurre un forte elemento di contraddizione tra la classe politica e la classe dirigente colombiana. D’altra parte bisogna fare pressione sullo stato colombiano e le pressioni che ha fatto Chavez hanno avuto risultati. Quando le pressioni non hanno avuto più risultati, Chavez si è rimboccato le maniche e – non c’entra il nostro giudizio sulla sua politica, è uno che conta in quella zona del mondo- è andato a trattare e ha fatto liberare delle persone. Quando c’è un conflitto, è inevitabile che un eventuale accordo si faccia con l’interlocutore, l’avversario politico. Tutto il negoziato di pace, quindi, che, in maniera perspicace, il governo colombiano si rifiuta di instaurare, come deve essere ribaltato se non con una forte pressione internazionale? Il governo colombiano non vuole fare accordi di pace, non vuole accordarsi con il nemico, ma il diritto internazionale dice che non solo c’è l’obbligo di negoziare e attivare la pace, ma dice anche che durante la guerra, dando per scontato che ci sia un conflitto non solubile in breve tempo, esiste, anche all’interno del conflitto bellico, un diritto umanitario che impone alle parti in conflitto di assicurare quel diritto umanitario elementare che significa mantenere la civiltà minima dell’essere uomini e dell’essere donne anche durante la guerra.

L’unica strada che in questo momento si può immaginare a breve, a livello internazionale, è chiedere il rispetto delle varie Convenzioni di Ginevra e di diritto umanitario per arrivare in tempi brevi a una zona franca. Pastrana fece un tentativo, poi fallito, quindi bisogna ricominciare perché rispetto al cittadino, all’uomo e alla donna che vivono in Colombia, lo stato colombiano ha più responsabilità costituzionali di quanto ne abbia lo stesso Tino Fico.
Quindi è necessario che le nostre pressioni con le armi del diritto internazionale aprano subito nel più breve tempo possibile, anche perché tutti abbiamo letto e visto le condizioni di Ingrid betancourt e diventa anche un imperativo etico intervenire subito.Voglio terminare semplicemente ciò che ho letto di quella lettera che qualche anno fa I.B. ha mandato alla sua mamma, che poi fu sequestrata, ed è finita su tutti i giornali del mondo, in cui ringraziava e si rivolgeva anche al popolo francese ringraziandolo e ammirava la capacità di questo popolo di mobilitarsi per gli altri e aggiungeva una frase che a me pare bellissima e che va di pari passo con un altro pezzo che diceva: “Qui, dove sto io la vita non è vita, è lugubre perdita di tempo – e concludeva dicendo – vivere è impegnarsi.”
Allora qui c’è anche, aldilà dei discorsi umanitari, sulla guerra e sul diritto, un’indicazione su che cosa significa fare politica. I.B aveva una vita agiata, tranquilla, aveva rinunciato, si è privata in parte anche dei figli, per vivere impegnandosi perché solo quello è vita. Allora rispetto è diventata un simbolo nel mondo, non solo di lotta alla corruzione ma anche di maniera diversa di far politica. Ecco, noi, la Fondazione Basso e tutte le persone che ruotano attorno a questa Fondazione, a cominciare dalle massime responsabili, Elena Paciotti e Linda Bimbi, impegnate da una vita su questi temi. Abbiamo il dovere etico di rompere l’indifferenza delle istituzioni europee e di pretendere che il governo italiano sia avanti a Sarkozy e non dietro come è oggi, rispetto a questa cosa e che tutta l’Unione Europea prenda in mano questa battaglia.

GIANNI MINÀ

Per quanto riguarda l’Unione Europea, affinchè voi abbiate chiara la situazione, ha respinto il Plan Colombia reputandolo un progetto militare, poi però ho ricevuto il presidente Uribe proprio poco dopo che il presidente aveva ricevuto i paramilitari, gli squadroni della morte in Parlamento. Io non so cosa i delegati europei abbiano detto a Uribe, però erano così vicine le due date che qualche perplessità su tutto questo, sulla chiarezza della politica della Comunità Europea, questo lo suggerisce.
Vorrei dare la parola al nostro Sottosegretario agli Esteri, grazie al quale l’America latina esiste nuovamente nella politica italiana dopo che per otto –dieci anni era sparita dall’agenda della nostra politica. Questa è miopia assoluta e non si può essere di centro, di destra o di sinistra ma quel continente ha dei legami di sangue per noi, oltre ad essere un continente che manda segnali importanti all’attuale incapacità di comprendere dove va il mondo dei poveri. Ora io, mentre lo ringrazio, dico che qui le opinioni che abbiamo espresso fin ora sono puramente personali, di Chierici, di Minà e del professor Ippolito, perché potrebbe essere strumentalizzato tutto questo e noi non abbiamo nessuna intenzione di farlo, vogliamo solo aiutare Yolanda a fare in modo che sua figlia e tutti i sequestrati tornino in libertà. Quindi sciogliamo da ogni responsabilità sul nostro parlare Donato Di santo e gli cedo la parola.

DONATO DI SANTO

Sono sciolto anche dal fatto che essendo caduto il governo, sono legato solo per l’ordinaria amministrazione, quindi anch’io in gran parte dirò quelle che sono mie opinioni. Naturalmente, seppure per ordinaria amministrazione, sono in carica come sottosegretario e dovrò tener conto del fatto che rappresento, se pur in questa situazione particolare, il Ministero degli Esteri.
Voglio ringraziare innanzitutto coloro che ci ospitano, Elena Paciotti e la carissima amica, Linda Bimbi. Voglio ringraziare particolarmente l’attuale ambasciatore italiano in Colombia, l’ambasciatore Tarelli, ex ambasciatore in Colombia, che ora ha altri incarti, il ministro Teano e il direttore generale per le Americhe del Ministero degli Esteri, ministro Verderame che, dimostrando sensibilità e attenzione verso il tema, sono qui con noi, e naturalmente voglio ringraziare umanamente, a nome del Ministero ma anche del nostro Paese, la signora B. perché ci ridà la spinta e la voglia di impegnarsi e lottare per questa fondamentale battaglia che non riguarda solo I. B. ma la solidarietà, i diritti, i temi fondamentali del vivere civile. A mio parere è importantissima quindi la sua presenza e credo che questa settimana italiana – un plauso a coloro che hanno organizzato questa permanenza in Italia – abbiano colpito al cuore non solo le istituzioni ma movimenti, società civile, enti locali, cioè quella realtà italiana che se si muove ed effettivamente può pesare sulla scena internazionale.

Credo che le parole che prima il ministro D’Alema ci diceva schematizzate potrebbero essere così riassunte: dialogo, solidarietà, Unione europea. Ecco, questi siano i punti di forza su cui, per quello che ci rimarrà ancora, seppure in ordinaria amministrazione continueremo a fare, ma che da cittadini e da esponenti politici dobbiamo continuare a fare, e poi, quando il 13 aprile gli elettori italiani decideranno le sorti politiche del nostro Paese, speriamo che si possa continuare a svolgere con intensità e con impegno questo lavoro.
Tra pochi giorni, venerdì 22 [marzo] saranno 6 anni di sequestro per I. B. E’ una cosa folle, pazzesca solo pensare questo, come pensarlo anche per tutti gli altri, in qualche caso addirittura da più tempo, che sono in quella tremenda situazione. La storia della Colombia è lunga e complessa, sono stati scritti libri e libri sul tema, e non si può certo sintetizzare, lo si farebbe male e si farebbero dei torti a protagonisti, a situazioni, quindi evito di fare questa operazione di superficialità, però la storia della Colombia, proprio perché così complessa, è una storia che offre anche degli strumenti, delle opportunità, degli strumenti creativi per poter trovare degli sbocchi, delle strade di soluzione per questi problemi.

La soluzione dei problemi della Colombia stanno innanzitutto all’interno di questo Paese, di questo popolo meraviglioso, e la comunità internazionale, in particolare l’Unione europea, può a buon diritto, contribuire, ma non certo indicare la soluzione, ma a fare in modo che questa spinta endogena che esiste in Colombia possa prevalere rispetto alla violenza, rispetto alle situazioni che si sono andate storicamente determinando. E’ una storia lunga. Da quando Pedro Antonio Marin e i suoi compagni presero le armi e quindi avvenne questo scontro tra liberali e conservatori che poi assunse altre caratteristiche ideologiche e si andò complicando, allungando nel corso della storia, ha fatto di quella colombiana una realtà del tutto specifica, particolare; tanti sono stati i momenti in cui – Maurizio Chierici in particolare, ma anche Gianni Minà e il prof Ippolito hanno già richiamato –la capacità interna del popolo colombiano e del mondo intellettuale, della ricchezza di istituzioni, di capacità politica e sociale del popolo colombiano ha cercato, ha trovato la strada per avvicinarsi alla soluzione.

Prima GM si riferiva a una delle tante terribili morti, alla morte di un dirigente politico assassinato proprio all’aeroporto civile di Bogotà, Bernardo Caramidio, dirigente del Partito Comunista Colombiano e dell’Unione Patriottica. B Caramidio è stato uno di coloro che stava cercando di creare concretamente un’alternativa alla violenza, un’alternativa al fatto che l’unico strumento eventualmente possibile per esistere sulla scena politica dovesse essere la violenza. Stava cercando questa alternativa attraverso questo strumento dell’Unione Patriottica, che era una sorta di contenitore politico che poteva rappresentare in quel momento storico una prospettiva di pace, per cui coloro che in un certo momento della lor storia avessero pensato che soltanto attraverso le armi fosse possibile risolvere i problemi storici del Paese, potessero trovare un luogo dove, attraverso le istituzioni, la politica, la battaglia delle idee, il confronto democratico, la stessa cosa potesse succedere. Sono stati circa – purtroppo non esistono stime precise – 5000 gli assassinati, uno per uno – in questo caso non erano stragi ma singoli omicidi di dirigenti, militanti, esponenti sindacali, politici, istituzionali, dei poteri locali, dell’Unione Patriottica che sono stati uno per uno assassinati e liquidati.

Il mio primo impatto con la Colombia fu proprio nel 1989, quando, partecipai a nome del PCI al secondo congresso dell’Unione Patriottica e potei conoscere B Caramidio. Si stabilì subito un feeling politico molto intenso, lui proveniva, pochi mesi prima, rientrando in Colombia dopo un anno –due di esilio in europa, era passato in Italia, aveva partecipato all’ultimo congresso del PCI, prima del suo scioglimento, e quindi era molto caricato proprio da questo dibattito politico. Tutti questi tentativi – ne ho citato uno solo perché stimolato da questo ricordo, ma se ne potrebbero citare molti altri, sono falliti e quindi dobbiamo cercare di aiutare in modo creativo ma anche fattivo i nuovi tentativi che si stanno sviluppando.
L’Italia ha fatto qualcosa, perché quando con il governo Pastrana si decise la possibilità difficile, coraggiosa e insidiosa della trattativa, del dialogo diretto, l’Italia era uno dei 10 paesi facilitatori del dialogo di pace e quando terminò., per ragioni che sono ormai nlla storia, quel tentativo di dialogo di pace, l’Italia aveva proprio in quei mesi la presidenza dei 10 paesi facilitatori.

Abbiamo continuato a svolgere, tra alti e bassi, con le condizioni e le possibilità che esistono oggettivamente nel nostro Paese, il ruolo che è stato possibile svolgere e devo dire che una cosa importante che proprio l’anno scorso è stato un piccolo ma significativo passo in avanti, il fatto che nel dialogo tra governo colombiano e LN, l’altra guerriglia attiva in colombia, sia stata riammessa l’Italia come Paese osservatore insieme a Spagna, Francia e Svizzera, se non ricordo male, e qualche altro Paese, quindi un segno tangibile, seppur ancora iniziale, di volontà in questo senso, e credo proprio lo stesso ambasciatore Tarelli partecipò a una di queste ruiounioni all’Avana di questi negoziati dove erano presenti i Paesi osservatori e facilitatori.
Io ho avuto l’onore e l’opportunità di conoscere la signora Betancourt, insieme alla ministra Rosi Bindi perché eravamo la delegazione, guidata dalla ministra Bindi, in Argentina, poche settimane fa, a dicembre, in occasione dell’insediamento della nuova presidente dell’Argentina, la prima cosa che abbiamo fatto è stata chiedere immediatamente un incontro riservato sia con la signora B che con la personalità politica che in quel momento accompagnava Yolanda Pulecio, la senatrice Pilar Cordoba, che personalmente conosco da molti anni perché è una delle protagoniste del dibattito politico colombiano, ho incontrato il rappresentante francese, proprio per avere un’informazione reciproca rispetto a tutta questa vicenda. In questo anno e mezzo di lavoro la linea che ci ha guidato è stata sempre la stessa, quella che ha sintetizzato prima D’Alema, dialogo, solidarietà, Unione europea. Questa linea ha determinato, per quanto riguarda l’accordo di cooperazione che pure esiste da parte italiana verso la Colombia, sempre più, in stretto coordinamento con la vice ministro sentinelli che nel governo uscente ha avuto la delega, un rapporto di collaborazione finalizzato a questi obiettivi, all’obiettivo della pace, quindi rispetto al tema degli sfollati – la Colombia è il secondo Paese del mondo per sfollati interni -, dei bambini soldati, dello sminamento, finalizzato come contributo a questa politica.

Il ritorno dell’Italia in America latina – c’era stata un po’ di distrazione negli ultimi anni – doveva basarsi su un pilastro fondamentale, vale a dire il dialogo con tutti, con l’Ecuador di Correa, con il Messico di Calderon, con il Venezuela di Chavez, con la Bolivia di Morales, con la Colombia di Uribe, il dialogo con Cuba, con tutti, perché mantenendo le proprie opinioni, naturalmente, magari con un po’ di permeabilità ma anche con molto rispetto per le opinioni proprie ed altrui, però impostare questo che è il lavoro di un governo, il dialogo con i Paesi e con gli altri governi.
Abbiamo impostato questo lavoro aprendo innanzitutto le porte anche fisicamente del Ministero a tutti quei soggetti che accettassero la non violenza come base di discussione fondamentale, la democrazia e il rispetto dei diritti umani, tutte quelle forze che, intorno a questo tema, sia in Italia che in Colombia si muovono.

In questo anno e mezzo abbiamo aperto le porte a tutti i rappresentanti, da quelli della comunità di San Josè al figlio di Manuel Sepeda, Ivan Sepeda. Manuel Sepeda fu uno di coloro che soffrirono questo sterminio negli anni passati.
All’attuale Governatore di Marinho, ex leader dell’M19 Navarro Volfa, Gustavo Peltro, all’ex sindaco di Bogotà Lucio Garçon, all’attuale sindaco sindaco di Bogotà del Polo Democratico e a tante altre associazioni che a livello italiano, da Sant’Egidio all’associazione Libera alla rete costituita intorno al comune di Narni, abbiamo dialogato sempre con tutti, perché siamo il governo ed è giusto che così sia con il governo.
L’anno scorso io sono stato in colombia da sottosegretario dove, oltre ad aver incontrato tanti esponenti pubblici di vario orientamenti, in particolare ho incontrato il vicepresidente Santos.

La proposta politica è stata questa – allora non c’era ancora la situazione che si è verificata negli ultimi mesi, c’era il dramma dei sequestrati – visto che – non si parlava ancora di liste terroriste, non era all’ordine del giorno questo – il governo colombiano con le Ln, una delle due guerriglie, state dialogando, avete un tavolo di negoziato, di trattativa di pace, perché non sospendere temporaneamente da una lista di organizzazioni terroristiche quelle organizzazioni con cui avete aperto il dialogo. Questo sarebbe un formidabile strumento per accentuare e stimolare questo dialogo negoziale per spingere nella direzione giusta e magari anche per lanciare un messaggio all’altra organizzazione. Non ci fu una chiusura ma una risposta interlocutoria. Quando tornai, parlai naturalmente con il Ministro con cui mi ero confrontato prima di partire, parlai anche con alcuni parlamentari europei raccontando queste cose e questi p. e. raccolsero questa idea e ufficialmente chiesero alla Presidenza del Parlamento Europeo di avviare questa proposta e di dare una risposta su questa proposta.

Questi sono dei piccoli segnali che possono andare nella direzione giusta – avevamo proprio in programma con il Direttore delle Americhe per le prossime settimane di andare in Francia per coordinarci con il Ministero degli Esteri francese, pensavo di andare in Spagna per fare lo stesso proprio per il caso del sequestro di I. B.
Credo che in tutte le occasioni, non solo in quelle pubbliche come questa, ma in quelle con tutti i soggetti che possano dare un contributo nella direzione del rispetto dei diritti umani, tutto questo debba continuare – io stesso sono totalmente impegnato, per quanto possibile in questa direzione, questo è il messaggio che vorrei arrivasse a una persona che, oltre ad essere una madre straordinaria, sa giudicare i fatti e andare oltre il dramma personale e quindi grazie di nuovo a Yolanda Puleio Betancourt.

GIANNI MINÀ

Bisogna far presto. Piedad Cordoba, la senatrice che si batte per il dialogo, per stabilire un qualunque legame con le parti in causa, è minacciata giorno dopo giorno e la situazione diventa sempre più preoccupante. Y. Parla anche con Piedad e sente che P. adesso ha paura per davvero. Quindio capite che la situazione precipita, quando si è così intransigenti non si può poi sopportare, come è avvenuto per esempio in Colombia, la strage di San Josè di Apartadò, dove dei contadini che si erano dichiarati comunità di pace, nel senso che si tengono fuori sia dalle azioni del Governo chge da quelle della guerriglia, hanno pagato il prezzo di questa neutralità essendo sterminati.

Non sappiamo ancora come e chi lo ha fatto, dicono i militari. La situazione è molto pesante. Ha iniziato a parlare, finalmente arrestato anche se vive in una pensione di lusso che sembra l’Hilton, questo capo dei paramilitari Mancuso e ha lanciato segnali, ha fatto un po’ di nomi. Questo è costato finalmente il cambio di alcuni ministri, direttori di strutture dello stato. Questo è grave. Il Paese in cui parla il capo dei paramilitari e se ne devono andare alcuni ministri e dirigenti importanti vuol dire che questo tumore dei paramilitari occupa sicuramente e inquina la politica del Governo colombiano. Io do ora la parola a Y. B. L’ho ammirata in questi giorni; è durissimo ogni giorno passare da una città e da un’istituzione all’altra ripetendo sempre la stessa storia ma cercando non solo un conforto di sentimenti, ma cercando di dire cosa potete fare, cosa fate. Qualcosa sicuramente è riuscita a strappare; la situazione in questo momento nel nostro paese purtroppo non permette però ci sono persone come Donato che non mollano, anche se sono ancora al loro posto per l’ordinaria amministrazione.

YOLANDA BETANCOURT

Yo quiero agradecer muy sinceramente a mi amigo Ganni que me ha invitado y que me ha permitido, gracias tambièn a Stefano Angelini que me ha traeda aquì en Italia con todo el grupo. Agradecer infinitamente por estàr in esto sitio , en esta Fondaciòn , en esto sitio donde estàn defendido los derechos humanos . Estàr aquì es muy significativo para mi, estàr acompañada con rapresentantes de el ministerio de los relaciones esteriores, haber visto lo esfuerzo de el ministro de venir esta noche que quiso estàr con nosotros , encontrarme con dos embajadores de Italia y Colombia, que siempre ha admirado y que me han aiudado muchisimo.Aquì està el mejor de los intelectuales de tanta importancia en Italia .

Yo no soy se no una mama , no soy màs que una mama, luchando por su hija y por todos lo que estàn con ella en la selva y luchando porquè a mi hija todo esto que es coma se tocatos nosotros .La invitaciòn que me han hecho a Italia que me aribaba en un momento muy importante, cuando, honestamente, yo estaba ser desesperada porquè yo non habìa respuesta en Culombia , yo he durado , he luchiado durante 6 años tratando como se el presidente Uribe que tenga humanidad.Yo le he pedido en todas las formas que anteponga, antès los intereses politicos y personales, los intereses humanitarios .Yo no digo que la guerrilla no haya tambièn antepuesto a todas las intereses humanitarios solamente intereses politicos. Yo me siento entre dos fuerzas sin ninguna consideraciòn , sin ninguna humanidad y, asì estamos todos los familiares de los secuestrados .

Yo he visto en Colombia , durante todos estos años, el interese de los mediadores . Voy a nombrar apenas unos pocos, por ejemplo, las Naciones Unidas. El presidente Uribe, en un momento pidiò al segretario de las Naciones Unidas viniera para buscar la soluciòn de los secuestrados . Llegò un representante , el señor James Lemouan que hablaba con nosotros querìa ir hablar con la guerrilla para comencar una negociaciòn . Uribe no le permitiò hasta que non le traeba una carta firmada por todo el secretariado, “yo no le permito que usted la haya”.Por el resto cuando uno sabe, las distancias enormes donde se encuentran los diferentes directores referentes o comandantes de frente la guerrilla, era per ir algo imposible , sin embargo, James Lemouan , lo consiliò en 4 meses. Cuando tu ha la firma de el secretariado de las Farc , la traje a Uribe con la carta ,y Uribe escriba “non mi interesa”.

Esta es la primera frustraciòn que tuve y despuès otras y otras , la iglesia catolica logrò que la guerrilla la reciviera . El comandante de la guerrilla la reciviera especialmente monsiñor Luis Augusto Castro, presidente de la conferencia episcopàl. Por algun motivo cuando tu la cita a monsinor , algùn sacerdote contò al comisionar de el paz en donde serìa la reuniòn , cosa que es un imprudencia. Cuando monsiñor saliba para su riuniòn reciviò una llamada de Raul Reies, el comandante, que le decìa : “monsiñor no venga porquè aqui no es si no sangre” .Ya imediatamente habian mandado bombardiar el sitio para los rapresentantes con el monsiñor . Por esto la iglesia perdiò la confiancia un poco , la guerrilla perdiò la confiancia en la iglesia . Por esto motivo està muy dificil todo. Por lo menos 4 frustraciones màs tuvimos en estos 6 años. Cuando la guerrilla ha sertado, se ha ido, porquè se ha ido por gente que hablaba con la guerrilla especificamente por lo comisionarios de Suiza e de Francia que quieren hablar con Uribe y Uribe añò todo. Antès esto, afortunadamente, me encontrè precisamiente con la senatora Piedad Cordoba, que Ingrid era muy amiga de ella, y yo le querìa mucho, ella es una mujer, una mujer con mucha fuerza e mucho caracter, muy importante en Colombia .Cuando a Piedad la secuestaron los paramilitares , Ingrid heciò todo el posible para que la liberaron y la liberaron , entonces ella quiere pagar esto. Y visto que con el presidente Uribe definitivamente no se puede, que pena pero es asì. Con el no se puede , entonces se hablò con Piedad y Piedad se fuera hablar con el presidente Chavez. Y el presidiente Chavez imediatamente ,con toda la solidariedad, impresionante para todo los familiares(….)

(…..) El presidiente Chaves nos mandò un aviòn y nos simos 24 personas de familias de secuestrados hablar con el presidiente Chavez.Y el nos prometiò hacer todo los que pudiera y conseguir dialogo con la guerrilla. Era muy dificil porquè la guerrilla habia dicho in varias oportunidades que ellos no dialogaban con nadie fuera de el paìs.Pero Ivan Marquez, uno de los comandantes, del secretariado, fuera hablar y creo que otros, creo fueran como tres, hablar con Chavez y con Piedad. Yo sé que fueron discusiones dificiles, largas, a todo querir a Estados Unidos a ver si buscaba el apoyo para Simon y para Sonia. Simon y Sonia tuvieron esto ma muy lindo,llegaron a la guerrilla, a su proprios comandantes de la guerrilla que nos pusieran ellos como condiciòn para liberar nosotros secuestrados .quiero acontar algo que alguna vez no par ser importante que pero a Piedad llegò un daño terible, se tomò una fotografia con los guerrilleros y saliò publicada y la sociedad colombiana, uribista, la ha querido estigmatizar por todos los medios :en la television, en el radio, por tododos los medios de comunicaciòn .
Yo tengo que contar que nosotros en Colombia, la libertad de prensa, es complicada porquè el principal periodico de Colombia, que es el Tiempo, apartenese al ministro de defensa y al vicepresidente de Colombia.

GIANNI MINÀ: in Italia non stiamo meglio.

CHIERICI: per migliorare le cose l’hanno data agli americani.

BETANCOURT: Estan manejando la television, la prensa, manejando la radio, manejando todos.Hay uno, noticias uno, que es indipendiente y casi han querido matar al director. En el paìs la cosa es muy dificile . Y en todo esto el pejor es que el presidente niega que hay conflicto en Colombia. Dice que es una guerra contro el terrorismo , que està con Bush, y como recieve tento dinero da los Estados Unidos, entoces, el se siente muy respaldado para dicir que non hay conflicto , cuando hemos casi 50 años de conflicto.

CHIERICI: bisogna dare le cifre di questo conflitto: ogni anno gli Usa danno 800 milioni di dollari alla Colombia , è il secondo paese per rimesse, dopo i greci. Questo la dice lunga.

BETANCOURT: con no riconocer el conflicto, el presidente no se siente obligado de complico de derecho nacional humanitario , que es una oblicaciòn, como deciba el profesor. No es un fabor. Nos no se esta haciendo ningun favor, esta cumpliendo co una obligaciòn como que debe estar . tiene que luchar por todos los colombianos, no solamente por lo paramilitares se lucha. Esta es verdad, sacamos una ley de perdòn , de justicia y paz : confiesan los horrores , ha apena confesado que los paramilitares secuestren los campesinos ansianos , descuartisarlos para poder descuartisar los otros. Esto hacen los paramilitares . se han encontrados fosas de cientos y cientos muertos . y los paramilitares que eran narcotraficantes conpraron imediatamente frentes enteros de paramilitares, entonces confiesan tranquilamiente todo y lo van a perdonar.
Y decir una vez todo esto. Hoy me dicho lo embajador de Colombia que yo no podrìa seguitar screditando el presidente fuera de el paìs , yo le dicho que es la verdad. Y me dice que estamos haciendo todo el posible. Todo el posible para no buscar ni la paz, ni la liberdad. Lo que han hecho es dianejar la Colombia. Yo siento odio de la gente contra mi y una es la marcia uribista, la ultima que volvì, la gente me insultaba, estamos frente a la catedral de Bogotà . yo lo unico que le dicho precisamente al senor ambajador de colombia in italia ,eres primer ministro, y el ha dicho que ha hecho mucho por la paz ma quiero se cambia la mendalidad al presidente.En todo caso hacea una lucha de mas iado dolorosa, dura que no se la deseo a nadie.Yo soy que las mamas la intiende. Yo no puedo pensar a Ingrid en la situaciòn que està.Por esto agradeso infinitamente la solidaried ustedes, de cadauno, todos que me puedan ajudar.

GIANNI MINÀ: E’ anche una piccola tortura e ci dispiace che per lottare per questo motivo in questi giorni l’ abbiamo portata alle lacrime. Io spero che la politica sappia trovare gli strumenti. Tutto questo lo abbiamo fatto perché ci fosse una informazione . Quando si parla di libertà e democrazia ci si sciacqua la bocca in modo troppo facile, spesso, ignorando queste realtà che sono anche figlie del neoliberismo, dell’economia neoliberale.
Speriamo fortemente e voglio dire grazie ad una persona che è stata silenziosa, si chiama Stafano Angelini. E’ un italiano che vive in Venezuela, un imprenditore che si è preso sulle spalle questo peso, per quanto riguarda il giro che Yolanda ha fatto in Italia.Siamo contenti perché ha incontrato tutte le autorità che hanno la possibilità di partecipare nel coro internazionale che spero si metta in marcia. Ringrazio Donato Di Santo perché se non ci fosse stato in questi ultimi due anni un sottosegretario così esperto di America latina, quello era un continente desaparecido.. Ringrazio la Fondazione Lelio Basso, grazie Linda di averci fornito questa occasione.

IPPOLITO: Molto brevemente, a nome della Fondazione, voglio con gratitudine ringraziare la nostra ospite, Yolanda Batancourt, e in modo particolare , permettetemi di ringraziare, Gianni Minà non solo per ciò che ci ha procurato questa sera, una forte emozione e soprattuto una spinta forte a non chiudere la serata semplicemente pensando alla solidarietà di un momento verso Yolanda e Ingrid ,ma soprattutto per continuare da domani mattina una azione costante verso ogni governo e verso l’Unione Europea.
Grazie a Minà insieme a quei non molti giornalisti che ci fanno conoscere la ricchezza e anche la sofferenza di questo immenso continente e quei giornalisti sono qui, ringrazio Chierici e Moretti , compagni da tanti decenni. Minà e la sua rivista consentono a chi abbia volontà di conoscere di continuare ad essere informato e a operare politicamente , socialmente, eticamente e culturalmente questa grande battaglia che non è la battaglia di Ingrid o di Yolanda semplicemente ma è la battaglia per restituire un po’ di umanità e restituire un senso alto alla politica.

GIANNI MINÀ: Maurizio Chierici ha una domanda da fare a Yolanda

CHIERICI: La Colombia è un paese di grandi scrittori e di intellettuali molto raffinati, Gabriel Garcìà Marquez è stato molto importante per aprire la trattativa con le Farc alcuni anni fa, poi la malattia lo ha un po’ distolto. Ma oggi gli intellettuali in Colombia cosa fanno?

YOLANDA BETANCOURT: Lo primero que hice , fu ir hablarle a Gabo porquè eramos amigo en el paìs y nunca me quiso ajudar . Eso lo confieso en un periodico americano, lo ha hicho porquè la verdad es la verdad. Yo no estoy diplomatica.

GIANNI MINÀ: Io posso dire che da otto anni vedo lottare Gabo contro un tumore tremendo e magari uno diventa molto meno brillante di come è stato nel resto della sua vita. Certamente lui ha un prestigio mondiale che sarebbe servito molto. Il fatto stesso che lui non viva in Colombia ve la dice lunga sulla situaziuone . certo capisco l’amarezza di Yolanda.

CHIERICI: Penso sia una tendenza generale. Carlos Fuentes, che è uno scrittore che abbiamo amato e ammirato negli anni lontani, sostiene adesso che gli intellettuali e gli scrittori non devono far politica , devono stare lontani dalla politica. Ma lui la fa perché ha fatto la prefazione a un libro su Chavez e lui parlava di un “demente che governa “. Alvaro Mutiz che è un altro scrittore e colombiano è l’unico scrittore sudamericano monarchico.

GIANNI MINÀ: Ci sono situazioni ancora più imbarazzanti, quella di Vargas Llosa , uno dei più grandi scrittori viventi, che sta sempre dalla parte di tutti i governanti più discutibili dell’America latina .
Noi vi siamo grati, speriamo di essere stati esaurienti e promettimo su questa realtà di non cedere. Grazie Yolanda.


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà