Quel trascurabile sentimento chiamato rimorso

agosto 21, 2009

LATINOAMERICA 101 (N. 4 2007)

L’articolo di Juan Gelman che pubblichiamo in questo numero 101 della rivista Latinoamerica è agghiacciante e si intitola “Sulla lobotomia morale”. Gelman, insigne poeta argentino più volte indicato per il Nobel, ora vive in Messico cercando di sfuggire agli incubi che non si cancellano di una nuora e un figlio desaparecidos, e dell’affannosa ricerca, per anni, di una nipote nata quando la mamma era in cattività e ritrovata ventenne in Uruguay, adottata dalla famiglia di un poliziotto.

“Sulla lobotomia morale” spiega come i fautori di guerre infinite aiutati dal silenzio dei media occidentali conniventi hanno risolto il problema di “lavare” il cervello di chi è stato scaraventato in guerre inique, come quelle dell’Iraq o dell’Afghanistan, in teoria per esportare la democrazia. Il Congresso degli Stati uniti ha infatti autorizzato nel 2007, con la legge “Psychological Kevlar Act” [letteralmente: “Legge del kevlar psicologico”. Il kevlar è il materiale con cui sono fabbricati i giubotti antiproiettile] la somministrazione per i soldati di propanololo, una droga particolare capace di abbassare l’attività emotiva e perfino l’attività cardiaca, che permette a chi è costretto a combattere guerre insensate, e magari con metodi feroci, “la mutilazione di sentimenti morali come il pentimento, la colpa, la memoria dell’orrore, la solidarietà, la comprensione, la ripugnanza a uccidere altri essere umani e perfino di annullare il senso di dignità del combattimento”.

L’iniziativa si è resa necessaria perché il 40% dei soldati, un terzo dei marines e la metà delle guardie nazionali, reduci dall’Iraq, sono affetti da gravi turbe mentali che hanno spinto al suicidio 6250 di questi veterani solo nel 2005 [circa 17 al giorno], o istigato molti di loro a compiere violenze e stupri. Addirittura 2374 casi accertati solo nello stesso anno, con un incremento del 40% rispetto all’anno precedente. I dati inoppugnabili spiegano che i soldati vengono condizionati ad agire senza considerare le ripercussioni morali delle loro azioni. In un mondo che avesse ancora uno straccio di etica o di dignità, e non fosse completamente annegato nella logica del mercato, una realtà come questa, denunciata da un uomo indiscutibile come Juan Gelman, che ha pubblicato il suo articolo in anteprima sul quotidiano argentino Pagina 12 domenica 13 gennaio, avrebbe suscitato l’indignazione della politica e dell’informazione mondiale. Invece non è successo nulla, eppure quelle raccontate sono pratiche che una volta, chi ha morale, avrebbe definito naziste.

Perché il paese, una volta definito bandiera della democrazia occidentale, deve arrivare a tanto? E perché dobbiamo accettarlo o giustificarlo? In nome di che cosa? E perché l’apparato militare e industriale Usa o i signori della guerra e dell’energia hanno bisogno di imporre ciclicamente governanti come Bush Jr o il suo vicepresidente Cheney, pronti a promuovere ed autorizzare queste scelte e queste efferatezze, spacciandole come necessarie all’interesse nazionale e alla sicurezza? Non è una novità, d’altronde, anche se l’informazione occidentale ha la memoria corta. Proprio le drammatiche fotografie di Livio Senigalliesi che illustrano il numero 101 di Latinoamerica, sono la testimonianza di un metodo che non è mai cambiato. Nell’illusione di poter prevalere in un’altra guerra insensata, quella in Vietnam, l’esercito liberatore degli Stati uniti usava il napalm e, per scovare i vietcong, irrorava la boscaglia di gas defoliante [il terribile Agent Orange, prodotto fra gli altri, anche dalla Monsanto].

Quasi quaranta anni dopo nascono ancora decine di bambini “storpi” o “dementi”, vittime di quella scelta senza onore del Pentagono, sotto la presidenza del democratico Lindon Johnson, che succedette a John Kennedy dopo l’assassinio di quest’ultimo, confermata poi dal repubblicano Nixon, costretto a lasciare l’incarico per lo scandalo scatenato dal caso Watergate, che rivelò come il suo entourage avesse tentato di rubare carte e documenti nel quartiere generale elettorale del partito avversario. Una mancanza assoluta di morale, di senso dei diritti degli altri, che toccò il suo culmine negli anni 70 in America latina con il Plan Cóndor voluto proprio da Nixon su suggerimento del suo segretario di stato, il mefistofelico Henry Kissinger. Un piano di sterminio di tutte le opposizioni che intralciavano gli interessi delle multinazionali del nord del mondo, benedetto dal governo di Washington e concordato in segreto in Cile, tra le sette dittature militari al potere allora nel continente: Argentina, Uruguay, Brasile, Cile, Paraguay, Bolivia, Perù e, in qualche caso, anche Guatemala. Un accordo infame che contemplava, come ricorda in questo numero 101 Claudio Tognonato, il sequestro clandestino, lo scambio di informazioni fra le nazioni partner del progetto e l’eliminazione di massa di tutti gli oppositori politici, ovunque avessero trovato rifugio nel continente.

Era un’organizzazione criminale che aveva il suo segretariato nel Cile di Pinochet e il suo coordinatore nel generale Manuel Contreras, mente della famigerata Dina, il servizio segreto cileno, che otteneva perfino assassini su commissione, come quello riuscito di Orlando Letelier, ex ministro degli Esteri di Salvador Allende, freddato a Washington, o come quello mancato per poco a Roma di Bernardo Leighton, anche lui cileno, ex vicepresidente del governo di Unidad Popular. In questi casi c’era sempre una manovalanza locale a disposizione per i lavori sporchi: i killer della Cia, come Posada Carriles, della Fondazione cubanaamericana di Miami a Washington, i fascisti di Avanguardia nazionale di Stefano Delle Chiaie, detto “er caccola”, a Roma. Anche in Argentina il generale Carlos Prats, fedele ad Allende, fu fatto saltare in aria con la moglie e addirittura, per spegnere la voce del vescovo del Salvador, Oscar Arnulfo Romero, che denunciava la politica di terrore del famigerato colonnello Roberto D’Aubuisson, il tiratore scelto venne dall’Argentina, come hanno recentemente rivelato alcuni documenti declassificati della Cia.

Quale paese dell’occidente ha ancora il diritto di presentarsi come portatore della democrazia avendo sempre usato o accettato questi metodi per imporre le proprie strategie e i propri interessi? E quando potremo vedere nella tv pubblica o privata un dibattito su questo tema e sull’impunità dei responsabili di questi delitti? Subito dopo Natale il procuratore aggiunto di Roma, e giudice anti-terrorismo, Giancarlo Capaldo, dopo un monumentale e certosino lavoro di indagine, durato dieci anni, ha rinviato a giudizio 146 fra dittatori, presidenti, ministri, generali, colonnelli, ammiragli ed esponenti dei servizi segreti delle nazioni che aderirono al Plan Cóndor, e che avevano messo in atto una macchina di sterminio più truce dei tremendi gulag sovietici. Nel dettaglio, si tratta di 61 argentini, 32 uruguayani, 22 cileni, 13 brasiliani 7 boliviani, 7 paraguaiani e 4 peruviani. Una vera internazionale del terrorismo di stato [dopo aver imposto quello economico] che all’epoca non turbò abbastanza le coscienze di molti governi europei [ “C’erano gli interessi delle industrie italiane in Argentina, da tutelare”, si giustificò, ad esempio, Andreotti] e che anche ora non ha sfiorato nemmeno la sensibilità di giornalisti come Magdi Allam che sul Corriere della Sera discetta di terrorismo, con molta disinvoltura, giustificando sempre quello commesso in nome dell’economia neoliberale.

Uno dei manovali di quella macchina infernale è stato Jorge Nestor Tróccoli, ufficiale di Marina. Il bisnonno, nel 1880, già emigrato in Uruguay, aveva riattraversato l’Atlantico in senso inverso su una goletta di nove metri con altri due marinai italiani per venire a consegnare a Giuseppe Garibaldi, il leone di Caprera, l’album con le firme di un’intera generazione di emigranti. Il pronipote, invece [come ha raccontato Carlo Bonini su Repubblica], con il grado di tenente della marina militare uruguaiana, lavorava nelle segrete dell’unità Sii, l’intelligence dei fucilieri navali ed era, alla fine del ‘77, il responsabile degli interrogatori ai sovversivi condotti da questa unità. Un testimone, Daniel Rey Piuma, all’epoca caporale diciannovenne che prendeva le impronte agli interrogati, ha raccontato ai giudici che: «I detenuti, uomini e donne, venivano tenuti nudi, incappucciati e legati alla parete. Poi arrivava un militare e li portava in una stanza speciale.

Da quella stanza arrivavano i rumori delle botte, degli urli, dei pianti. Quando uscivano da lì gli interrogati erano prostrati, spesso avevano tutte le dita delle mani spezzate». Alla fine di quell’incubo il dettaglio che separava la vita dalla morte era la sigla che avrebbe accompagnato ciascun nome. DF, disposición final, significava un colpo alla nuca e la sepoltura in una delle tante fosse comuni, coperti da calce viva, o l’ebbrezza di essere benedetti da un cappellano militare, caricati su un aereo e gettati in pasto ai pescecani a largo della baia di Buenos Aires. Questa, a parte il particolare della destinazione finale, ancora sconosciuto, era stata, più o meno, la macabra storia vissuta a Buenos Aires il 21 dicembre 1977 da una giovane coppia, Ileana e Edmundo Rossetti, genitori di una bimba di sette mesi, Soledad. Due studenti lavoratori che militavano nei GAU [gruppi di azione unificata, la resistenza sindacale uruguaiana, dispersa con violenza dalla dittatura militare], erano riparati in Argentina da un mese, perché ritenevano di poter vedere riconosciuta con più urgenza in quel paese la loro domanda di asilo politico presentata alle Nazioni unite.

Quella sera tanto vicina al Natale, nella loro piccola casa, avevano bussato degli uomini armati che li avevano picchiati selvaggiamente, trascinati in strada dopo aver devastato l’abitazione, strappato dalle loro mani Soledad, salvata dal portiere dello stabile, e poi li avevano portati via. Alcuni di questi squadristi erano rimasti un paio di giorni nella loro casa per mettere in pratica la ratonera, trappola per topi, ossia aspettare l’arrivo di qualche inconsapevole amico per catturarlo e avviarlo allo stesso destino, segnato to dal transito nei locali dell’intelligence del Fusna, i fucilieri navali della marina militare dove si sarebbe occupato di loro il tenente Jorge Nestor Tróccoli. Il giovane ufficiale, quando ha capito che in Argentina stava per finire l’epoca dell’impunità, è riparato in Italia a Marina di Camerota in provincia di Salerno, con un passaporto del nostro paese eredità del bisnonno devoto di Garibaldi. Non aveva considerato, evidentemente, che la piccola Soledad Rossetti era cresciuta e, accompagnata dalla nonna sopravvissuta, aveva chiesto alla Procura di Roma che le dicessero finalmente chi aveva visto per l’ultima volta suo padre e sua madre, e chi aveva scritto accanto al loro nome DF, disposición final. Era il Natale 1977.

Ci sono voluti trent’anni per sapere che era stato Tróccoli. Ora Adolfo Scarano, l’avvocato dell’ex fuciliere di marina, tenta di giustificarlo con la domanda: «Mi spiega lei cosa poteva fare un giovane tenente? Disobbedire forse agli ordini del governo del suo paese?». E poi, purtroppo, facendosi prendere la mano dal suo ruolo, aggiunge: «Certo, interrogava i detenuti. Ma non ha mai torturato nessuno […], a meno che non mi si dica che, come pure Jorge ammette, tenere in piedi dei prigionieri accusati di terrorismo, con un cappuccio in testa, senza cibo né acqua, sia tortura. È tortura forse?». Fa impressione la stolidità dell’avvocato, ma anche le immagini di cui parla, che ricordano esattamente quelle di Abu Ghraib e che rivelano una filosofia, quella espressa dagli Stati uniti quando dicono di essere in guerra, che non conosce non dico pietà, ma nemmeno pudore, sconcerto o schifo.

Mi piacerebbe fare un reportage un giorno, semmai fosse possibile, in una di quelle accademie militari, come la Escuela de las Americas [prima situata a Panama e poi a Fort Benning in Georgia] da dove sono usciti [come ha ricordato anche Claudio Tognonato] i più efferati torturatori delle dittature militari latinoamericane, o come lo Staff College a Fort Leavenworth in Kansas, dove si sono formati molti dei generali e dei componenti dei servizi segreti pakistani, come l’attuale capo dell’intelligence di quella nazione, il generale Ashfaq Perez Kayani. Una struttura che assicura da sempre il controllo del paese e della zona da parte degli Stati uniti, e che sicuramente conosce la verità sul recente assassinio di Benazir Bhutto, la rivale del golpista Musharraf diventato per il governo Bush, in epoca di guerra totale al terrorismo islamico, un affidabile democratico nel giro di ventiquattro ore.

Mi piacerebbe sentire cosa si insegna in quegli atenei. Che posto ha, se lo ha, il rispetto delle persone o di quelli che sono considerati, o un giorno diventano su ordine dei manager dei potentati economici, dei nemici da abbattere. Io credo che anche là, insieme alle aspirine, si dia in dotazione ai futuri “Rambo” il propanololo, per prepararli fin da piccoli a reggere il peso di quel trascurabile sentimento chiamato rimorso.

Mi piacerebbe anche capire secondo quale logica viene giudicato nemico o amico, maestro di democrazia o dittatore, un protagonista della realtà politica del nostro tempo, non tanto nelle scuole militari degli Stati uniti, ma nelle scuole di giornalismo occidentali, specie quelle italiane. Il Corriere della Sera, per esempio, campione di contraddizioni in questo senso, il 12 gennaio ha titolato preoccupato “Se diventano Putin e Chávez i maestri di democrazia”, un articolo di Madeleine Albright che fu intrepida segretaria di Stato del secondo governo di Bill Clinton. Chi, chiaramente allarmato, ha impaginato l’articolo, ha dimenticato però di segnalare, almeno in un catenaccio, che la Albright sottolineava fin dall’inizio come la pretesa di Bush di imporre il modello democratico americano con la forza militare avesse fatto acquistare alla democrazia una cattiva fama. La Albright ha scritto testualmente: «Per colpa della strategia di Bush, in Iraq la parola democrazia è divenuta sinonimo, agli occhi di un’ampia fetta della comunità internazionale, di “occupazione”. È fuori di dubbio che il presidente Bush abbia danneggiato l’immagine della democrazia».

Come è potuto sfuggire questo “dettaglio” al responsabile della pagina esteri del Corriere? E, con tutto il rispetto per la Albright, è onesto omologare nella stessa critica Putin che negli anni ha fatto mettere in atto in Cecenia, dall’armata russa, una repressione che ha causato 300mila morti, a Chávez che ha superato dieci consultazioni elettorali, neutralizzando anche un golpe contro di lui, per aver promosso, come ammette la stessa Madeleine, una spartizione più equa delle ricchezze derivanti dal petrolio e l’inserimento a pieno titolo degli indigeni nel sistema sociale? È la vecchia abitudine dei governanti nordamericani, democratici o repubblicani che siano, di assolvere o condannare i politici degli altri paesi solo a seconda dei propri interessi.

Come fa, per esempio, la Albright a paragonare Nelson Mandela a Václav Havel? Il primo ha fatto trent’anni di carcere con l’assenso dei vari governi succedutisi a Washington nel dopoguerra, solo perché si batteva per i diritti della maggioranza nera del Sudafrica, esclusa da sempre dal governo del paese. Václav Havel, contraddittorio ex leader ceco, ancora l’estate scorsa partecipava, invece a quelle tristi riunioni ciclicamente organizzate con i soldi del Dipartimento di Stato Usa, in cui imbarazzanti figuri della Fondazione cubanaamericana di Miami si mettono d’accordo con disinvolti politici di vari paesi, in cerca di favore da parte del governo degli Stati uniti per tenere in piedi un apparato eversivo nei confronti di Cuba [e ora anche del Venezuela e della Bolivia]. Una sorta di strategia della tensione assolutamente disinteressata al diritto di autodeterminazione dei popoli. Alla fine è solo un problema di coerenza e di etica, merce rara attualmente nell’informazione. (…)


Articolo di Gianni Minà

Gianni Minà ha scritto 72 articoli su Latinoamerica.


Gianni Minà